Derive Approdi  n. 20  

Le recinzioni del sapere

Marco Bascetta

Capitalismo maturo, tardo capitalismo, postfordismo, società postindustriale, postmodernità, fine della storia: un intero lessico crepuscolare è schierato a mascherare l'intemperanza di un esordio. Che, come ogni esordio che si rispetti, rimette in moto forze primitive e virulente, richiama in vita potenze originarie, procede con baldanza priva di tatto e diplomazia.

Possiamo definire questo esordio mascherato da epilogo come una sorta di seconda, o terza, "accumulazione originaria". Poiché, se una è la storia del capitalismo, diversi sono i suoi nuovi inizi, le sue selvatiche infanzie.

"Nell'economia politica - scriveva Marx nel libro primo del Capitale - quest'accumulazione originaria fa all'incirca la stessa parte del peccato originale nella teologia", spiega cioè con un "aneddoto" del passato remoto la miserevole condizione umana del presente. Ma nella favola borghese delle origini, tutta adorna di diritto e di lavoro, di zelo e di intraprendenza, fatica e miseria non saranno destino comune a tutto il genere umano, seppure riservato alla sua parte più cospicua.

Denaro e merce, mezzi di produzione e di sussistenza - prosegue Marx - non sono capitale fin dall'inizio, occorre che in capitale vengano trasformati. E questa trasformazione si compie innanzi tutto attraverso una separazione: "separazione fra i lavoratori e la proprietà delle condizioni di realizzazione del lavoro", separazione che si configura, tuttavia, anche come "liberazione" da obblighi, vincoli, costrizioni, propri del sistema feudale e corporativo. E solo quest'ultima qualità figurerà poi, naturalmente, nella narrazione epica del capitalismo delle origini.

Questa separazione-liberazione è avvenuta, sul piano storico, prevalentemente attraverso l'espropriazione dei produttori rurali e la loro espulsione dalle terre, a cui li legava un rapporto che era al tempo stesso di servitù e di titolarità. La terra costituiva, insomma, quell'insieme di condizioni di produzione e di sussistenza da cui i produttori dovevano essere separati (di cui dovevano essere "privati") per mettere in moto l'intero processo, e forniva dunque anche il modello originario e universale alla proprietà privata moderna, destinata a soppiantare i titoli feudali. Il patrimonio demaniale e le terre comuni furono trasformate in proprietà private attraverso un indissolubile intreccio di atti giuridici e atti di violenza che si alimentavano e si fondavano reciprocamente, fino a che, nel secolo XVIII, "la legge stessa diventò veicolo di rapina delle terre del popolo" e le leggi per la recinzione delle terre comuni (bills for inclosures of commons) si affermarono come "la forma parlamentare del furto". Questa, in estrema sintesi, la prima accumulazione originaria ricostruita da Marx.

Ma gli elementi che la compongono - separazione tra i lavoratori e le condizioni della produzione e della sussistenza, appropriazione giuridicamente sancita di quello che era stato un patrimonio comune, privatizzazione dei beni pubblici, esercizio della violenza - corrispondono solo al modello della terra o costituiscono gli elementi necessari, anche se non sufficienti, di ogni "accumulazione originaria", qualunque siano i fattori determinanti nella produzione della ricchezza di cui la collettività deve essere "privata" a favore dei nuovi proprietari? E quando questi fattori cambiano, che cosa cambia nelle forme della proprietà privata e nella sua legittimazione sociale?

L'esordio cui abbiamo assistito nell'ultimo decennio, e negli ultimi anni in particolare, è segnato da una estensione senza precedenti della proprietà privata, da una inclusione di nuovi e sterminati territori nella sfera dei rapporti giuridici di proprietà. La proprietà privata è infatti, innanzi tutto, un rapporto giuridico, un fatto extraeconomico che fonda, stabilisce o assicura il destinatario di ogni valore economico. Questi territori non sono più delimitati, in buona sostanza, da alcun confine definito, includendo la generalità dei saperi e dei fenomeni naturali che questi sono in grado di designare e interpretare (l'area crescente del "brevettabile"). Ma includono anche, più in generale, l'insieme delle potenzialità intellettuali ed emotive dell'interazione umana che possono essere immediatamente messe al lavoro, trasformate in forza produttiva e quindi in valore economico. Se queste sono dunque le nuove terre in corso di recinzione - sapere, comunicazione, biosfera o, detto altrimenti, scienza, linguaggio, manipolazione del vivente - appare subito evidente come questa estensione comporti uno scarto significativo dal modello dell'antica appropriazione terriera. Se i contadini potevano essere privati della terra che coltivavano, rimanendo purtuttavia forza di lavoro disponibile per la manifattura, è un fatto lampante che nessuno può essere privato delle sue facoltà intellettive e relazionali senza essere annientato anche come forza produttiva in generale. Eppure, proprio queste competenze dei soggetti interagenti costituiscono quelle "condizioni della produzione" che dovrebbero essere separate dai loro depositari per divenire capitale, anzi, come si dice oggi senza provare un filo di vergogna, "capitale umano". Come risolvere questa contraddizione? La "recinzione" di queste facoltà, la loro profittevole appropriazione deve dunque compiersi senza che esse vengano materialmente separate dal lavoro vivo, deve compiersi su un piano strettamente formale. La scienza, certo, può essere incorporata, oggettivata, nel sistema delle macchine (capitale fisso), e così anche questa o quella abilità operativa, ma questo sperimentato meccanismo dell’appropriazione lascia ancora fuori troppe cose: non ha presa su quel concreto "operare di concerto", su quella circolazione immediata di conoscenze ed esperienze, di interazioni e repentine correzioni di rotta che determinano la poderosa forza produttiva del lavoro vivo contemporaneo e della cooperazione sociale all'attuale livello di sviluppo. Quando il sapere e le facoltà comunicative divengono immediatamente forza produttiva, produttori e mezzi di produzione risultano per ciò stesso inseparabili. Quello che Marx chiamava il general intellect, non può più essere interamente oggettivato fuori e contro il sapere e l'agire sociale che lo esprime. Eppure questa separazione resta indispensabile perché quelle facoltà possano trasformarsi in capitale, essere sottratte alla dispersione della moltitudine e concentrate in mani che sappiano convertirle in profitto. Questa separazione formale si compie dunque attraverso un sistema di regole che è, al tempo stesso, una griglia di rapporti giuridici proprietari finalizzati a regolamentare l'impiego, i crediti e i debiti delle facoltà cognitive e comunicative, definendone gli statuti e istituendone il mercato. Questo sistema di regole fa sì che ogni manifestazione di queste facoltà in quanto forza produttiva nasca già, immediatamente, come proprietà privata. Nello statuto giuridico dell'interazione cognitiva e nel rapporto giuridico di questa con l'insieme delle interazioni cognitive passate, presenti e future si compie quel processo di espropriazione che mantiene indenne l'unità del soggetto con le sue facoltà, senza tuttavia rinunciare ad appropriarsi della sua potenza produttiva.

Le aspre contese che si aprono intorno a questo sistema di regole e di diritti proprietari, spiegano anche la cosiddetta giuridicizzazione dei conflitti, che contraddistingue la fase di transizione che stiamo vivendo, e il progressivo spostamento degli interessi confliggenti, diciamo pure della lotta di classe, dalle camere del lavoro e dalle sedi dei partiti agli studi legali, come il caso americano esemplifica nelle forme più estreme. Le parti sociali si caratterizzano sempre di più come clienti, come assistiti dei tecnici della giurisprudenza, e l'insieme dei diritti come diritti di proprietà. Polizze e assicurazioni, che progressivamente sostituiscono la previdenza pubblica, rivestono un carattere "privato", se non altro per le loro caratteristiche di titolarità individuale, "personalizzata" e singolarmente contrattata. Le lotte per la salute si traducono sovente in cause di diritto privato tra il proprietario di un corpo originariamente sano e il venditore di una merce potenzialmente dannosa, come le multinazionali del tabacco o del settore agroalimentare. Ma la questione dei servizi, dei diritti d'uso e di sfruttamento economico, o di "accesso", per usare il termine riassuntivo divulgato con enorme successo da Jeremy Rifkin, apre un intero nuovo capitolo nella storia dei diritti di proprietà.

La difficoltà nel definire e delimitare l'oggetto dell' appropriazione, la sua mutevolezza e i suoi caratteri immateriali, il suo restare presso l'espropriato, hanno creato e creano equivoci e confusioni. Così come la separazione tra i produttori e i mezzi di produzione deve assumere, nell'economia della produzione immateriale, un carattere puramente formale ( normativo), così anche l'alienazione di un bene, quello che era stato il "passaggio di proprietà" nel mercato tradizionale dei beni, si trasforma sempre più frequentemente da scambio reale in scambio formale, in affitto, licenza, concessione, rapporto contrattuale. Questa trasformazione è stata erroneamente descritta da Jeremy Rifkin, come declino della proprietà, privata: "In una economia delle reti, è più facile che sia negoziato l'accesso a una proprietà fisica o intellettuale, piuttosto che venga scambiata la proprietà stessa. Così, nel processo economico, la proprietà del capitale fisico diventa sempre meno rilevante". I mercati vengono progressivamente soppiantati dalle reti e lo scambio di beni viene gradualmente sostituito dall' istituzione di relazioni commerciali permanenti (e astutamente vincolanti) tra clienti e fornitori. Le imprese non vendono più beni, ma la disponibilità temporanea delle qualità loro proprie: qualità produttive, estetiche, ludiche, sociali. Questo genere di transazioni economiche costituisce ciò che Rifkin chiama l’"accesso" e che considera il segno distintivo di una nuova era. Leasing, franchising, outsourcing, multiproprietà, servizi, intrattenimento, assistenza, infiniti sono gli strumenti e i meccanismi di relazione attraverso cui l’economia dell’accesso tiene in pugno i suoi clienti.

Registrando la vertiginosa moltiplicazione di questo genere di relazioni, Rifkin contrappone l'accesso alla proprietà privata, sebbene questa contrapposizione svanisca e gli sfugga più volte di mano nel corso della sua argomentazione. Nel far corrispondere il trionfo dell’accesso con il deperimento della proprietà privata si finisce infatti col perdere di vista il fatto che il primo presuppone una estensione pressoché universale della seconda, un’estensione che comprenda l'insieme dei beni immateriali, dei saperi, delle procedure, l’inclosure di ciò che fino a quel momento era stato comune o al riparo dalle regole del mercato, fino all’inclusione dello stesso patrimonio biologico e naturale del pianeta nella sfera dei diritti proprietari. Quel mondo profetizzato da Rifkin "in cui quasi ogni attività, al di fuori del ristretto ambito familiare, è un'esperienza a pagamento e in cui gli obblighi reciproci e le reciproche aspettative sono sostituiti da rapporti contrattuali" non è che il mondo sottoposto in ogni sua piega al regime giuridico della proprietà privata. Ciò che invece tende effettivamente a diminuire (ma non è la prima volta nella storia del capitalismo) è il numero dei proprietari privati, non certo la funzione decisiva dell'istituzione proprietaria in quanto tale. Non si può escludere, naturalmente, che questa rarefazione dei proprietari e la diffusione di un modo di vita sempre meno dipendente dal possesso materiale dei beni, influisca sul comportamento, sulla psicologia e sull'autorappresentazione dei soggetti, ma resta arduo prevedere se questa influenza assumerà la forma di un conflitto con i latifondisti della new economy e con il corpus di regole e diritti che ne certificano e proteggono la proprietà o quella della nostalgia e della rassegnazione.

Resta il fatto che l'accesso, in quanto meccanismo di mercificazione universale, rappresenta una forma e uno strumento della proprietà privata e il suo raggio di azione risulta, in conseguenza, inversamente proporzionale all'estensione della sfera pubblica e del patrimonio collettivo. Perché la new economy possa dispiegare tutte le sue potenzialità deve dunque compiersi quel processo di privatizzazione generale delle proprietà pubbliche e delle risorse comuni che già avevamo incontrato nell'accumulazione originaria descritta da Marx. Dalla previdenza sociale all'assistenza sanitaria, dalle grandi infrastrutture di base ai beni culturali, dalla formazione alla ricerca scientifica, tutto deve passare nelle mani di proprietari privati, che non cessano certamente di essere tali in virtù della loro natura composita e difficile identificazione. E perfino il monopolio statale sul legittimo esercizio della violenza diviene, almeno in parte, con la privatizzazione delle carceri, dell'esattoria fiscale e di numerose funzioni di polizia municipale, una merce scambiabile sul mercato e, infine, una relazione commerciale di "accesso".

Ma anche ciò che resta formalmente di pubblico dominio, proprio in virtù dell’economia dell’accesso, può venir gestito e amministrato come se si trattasse di una proprietà privata. Si può citare per l’Italia, a titolo esemplare, il caso della legge Ronchey che, seguendo il modello del copyright, estende il diritto proprietario dello Stato dalla realtà fisica all'immagine stessa del patrimonio storico e artistico che amministra. Se non si può scambiare il Colosseo sul mercato, si può tuttavia commercializzare l'uso della sua immagine, di qualcosa cioè, che fino a quel momento era stato di libera e universale fruizione, per ogni scopo, compresi quelli produttivi. Contrariamente a quanto sembrerebbe concludere Rifkin, l'accesso non è dunque affatto un rapporto sociale diverso e contrapposto alla proprietà privata, ma l'estensione del diritto proprietario anche ai beni comuni immateriali o, se si preferisce, all'immaterialità dei beni comuni.

Tuttavia, tra la vecchia e la nuova accumulazione originaria, oltre alle ovvie innumerevoli differenze storiche, ve ne è una, decisiva, che riguarda la natura dell'oggetto dell' appropriazione. L'appropriazione delle terre comuni agli albori della società industriale ha rivestito con tutta evidenza i caratteri dell'arbitrio e della sopraffazione. Ma è evidente che un podere restituisce ricchezza solo a chi lo coltiva, o a chi lo fa coltivare, con l'esclusione di tutti gli altri, e lo stesso vale per una manifattura. Ben diversamente stanno le cose per la conoscenza e l'informazione. L'uso e lo stesso impiego produttivo di una conoscenza o di una informazione da parte di un soggetto non la esaurisce: la ricchezza che genera per gli uni non si sottrae a quella che potrebbe generare per altri e, semmai, vi si aggiunge. Per poter essere accumulate, e divenire capitale, conoscenze e informazioni devono dunque essere separate dalla natura eminentemente pubblica che le contraddistingue, contraddette e conservate al tempo stesso nella loro qualità universale di inesauribilità, con un atto di puro arbitrio. L'esclusione dei molteplici soggetti che se ne potrebbero servire ne fonda propriamente il valore di scambio. La proprietà privata del sapere non possiede un valore economico, ma lo istituisce sottraendo alla collettività ciò che è comune e aderendo così pienamente a quell'etimologia della "privazione" da cui tristemente discende. La terra non è in oggettiva contraddizione con l’appropriazione privata, conoscenza e informazione invece lo sono. Tuttavia, questa "privazione" non può essere messa in atto al prezzo di una interruzione della cooperazione sociale e l'esclusione dei soggetti che vi concorrono non può dunque essere che una esclusione formale, del tutto diversa dalla espulsione reale dei contadini dalle loro terre. Esercitata, cioè, attraverso la delimitazione giuridico-normativa della loro partecipazione, dei loro diritti e della loro sfera di libertà. Eteronomia e creatività sono entrambi elementi necessari e indissolubili.

Ma i paradossi non finiscono qui: la conoscenza non solo è appropriata, ma rende appropriabile, riconducibile nell'ambito giuridico del diritto proprietario, ciò che da sempre esisteva in natura e al di fuori di esso: dalle sementi, alle piante, alle componenti biologiche delle specie animali, ivi compresa quella a cui apparteniamo. Se il copyright garantisce lo sfruttamento del linguaggio ridotto a materia prima (a terra coltivabile), il brevetto garantisce lo sfruttamento della materia prima ridotta a linguaggio (a formula, a procedura tecnico-scientifica).

Nel campo delle biotecnologie, l'estensione della proprietà privata ha conosciuto negli ultimi anni uno sviluppo travolgente. Un ricercatore che fino a qualche decennio fa avesse individuato un elemento chimico esistente in natura, ma non ancora conosciuto, avrebbe potuto brevettare la procedura di ricerca, il processo impiegato per isolare e depurare la sostanza, ma non la sostanza in sé. Rifkin riporta, a titolo esemplare, il rifiuto del brevetto sul tungsteno opposto dal Patent and Trademark Office degli Stati uniti a un gruppo di scienziati nel 1928. Ma dalla fine degli anni Ottanta lo stesso organismo dichiarava la brevettabilità delle componenti di organismi biologici a favore di chiunque "ne isoli per primo le proprietà, ne descriva le funzioni e ne individui applicazioni commerciali utili". Un atto giuridico, espressione di rapporti di potere economici, in grado di "recintare" una fetta di mondo naturale, trasformandola in proprietà privata. Che il profitto che ne deriva non consti di messi di frumento, ma di royaltyes, che la compravendita venga sostituita dalla licenza, poco cambia alla natura del rapporto proprietario. L'intero patrimonio naturale della biosfera è oggi preda di questa corsa all'oro, di questa "seconda accumulazione originaria". L'estensione del diritto proprietario alla sfera immateriale, in quanto comporta lo sfumare della distinzione tra la procedura e il suo oggetto, consente l'appropriazione privata dell'intero mondo naturale. La proprietà immateriale sposta così in avanti i confini della proprietà sulla materia.

Ancorato al suo schema di contrapposizione tra accesso e proprietà, nel descrivere con vividi colori la capitalizzazione della biosfera, ancora una volta Rifkin equivoca: "Fu John Locke il primo ad affermare che ogni individuo gode di un diritto assoluto di proprietà su se stesso: sul proprio corpo, sul proprio lavoro, sulle proprie capacità mentali. Nell'era dell'accesso questa idea di proprietà è messa a dura prova". Tutt’al contrario è proprio l’impianto definito nel XVII secolo dall'autore del Trattato sul governo, che la "seconda accumulazione originaria", o "l'era dell'accesso" per dirla con Rifkin, conduce ai suoi esiti estremi. Garantire a ciascuno la disponibilità del proprio corpo e della propria mente nella forma della proprietà privata costituiva una trappola gravida di conseguenze. Questa formulazione mirava infatti più a garantire la sacralità naturale della proprietà che non l'autonomia dei soggetti. Ecco dunque come, a partire dal corpo dell'individuo, il diritto proprietario si allarga rapidamente al resto dell'esistente: "Qualunque cosa dunque egli tolga dallo stato in cui natura l'ha creata e lasciata, a essa incorpora il suo lavoro e vi intesse qualcosa che gli appartiene, e con ciò se l'appropria. Togliendo quell'oggetto dalla condizione comune in cui la natura lo ha posto, vi ha aggiunto col suo lavoro qualcosa che esclude il comune diritto degli altri uomini". Il lavoro e il diritto di "togliere" vengono fatti coincidere una volta per tutte. Non sarebbe affatto sorprendente ritrovare queste stesse parole del capitalismo delle origini nelle più recenti sentenze degli Uffici brevetti e delle Corti americane. Né è difficile immaginare la smisurata estensione di ciò che può essere escluso dal "comune diritto degli altri uomini" in un'epoca in cui il sapere stesso costituisce la forma dominante del lavoro produttivo, in cui pressoché nulla è scevro dal "lavoro" aggiuntovi della conoscenza. La cellula coltivata in laboratorio è, infatti, senza ombra di dubbio "tolta dallo stato in cui natura l'ha creata e lasciata".

Sulla base di questo principio, nel giro di pochissimi anni non vi sarà più scoperta che non si debba immediatamente assimilare a una appropriazione privata, né innovazione che scaturisca da una scoperta precedente che non si configuri come licenza. La storia futura delle scienze si annuncia dunque come l'allestimento di uno sterminato archivio catastale e come una frenetica attività giudiziaria.

Tuttavia, il laborioso proprietario di John Locke non è che uno degli innumerevoli Robinson immaginari, disseminati per ogni dove dall'ideologia borghese: solitario e individuale è il lavoro attraverso cui egli sottrae pezzi di natura al comune dominio della collettività. Ma la potenza produttiva del sapere, il vasto bacino di interazioni che consentono la mappatura del genoma umano o il funzionamento della rete, sono il frutto di sedimentazione storica e di cooperazione sociale. La recinzione proprietaria di queste sfere, perduta ogni parvenza di naturalità, non può che avvenire attraverso un evidente atto di arbitrio giuridico e attraverso la moltiplicazione sempre più articolata di complessi strumenti di controllo. L'estensione smisurata della proprietà privata non fa che accentuarne i caratteri paradossali. E con questo il capitalismo rischia di perdere quello che fin dalle sue origini ne era stato il talento principale: spacciare per rapporti naturali quelli che erano rapporti sociali tra gli uomini.

Gli atti giuridici che stabiliscono le "recinzioni" del sapere, dell'informazione e della biosfera non sono il frutto del mercato, e neanche quello delle legislazioni nazionali, bensì di convenzioni internazionali stipulate attraverso i diversi organismi sovranazionali che definiscono le regole dell'economia globalizzata e dei diritti di proprietà che vigono al suo interno. Queste convenzioni, per riprendere le sferzanti parole di Marx sugli antichi bills for inclosures, costituiscono la forma transnazionale ed extraparlamentare del furto. Di questo, malgrado tutti i suoi caratteri eterogenei e contraddittori, il movimento esploso a Seattle e consolidatosi nella recentissima storia dei "controvertici" sembra essersi reso, nel suo insieme, pienamente conto.

| torna su |