Articolo dell' economista Walden Bello
Versione inglese: www.tni.org/archives/bello/conjuncture.htm


Alcuni Dati

Il Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite stima che sotto il regime del 
WTO tra il ’95 e il ‘04, i 48 paesi meno sviluppati ‘perderanno’ 600 milioni di 
dollari all’anno, con l’Africa sub-Saharaiana che è già sotto di 1.2 miliardi! 
Dice anche che il 70 per cento dei guadagni derivanti da regole imposte sul 
commercio dal WTO, vanno ai paesi sviluppati, e gran parte del resto a paesi in 
via di sviluppo fortemente orientati alle esportazioni. 
Quando nacque il WTO, il libero commercio era visto come una panacea, una cura 
per povertà, inuguaglianza e qualsiasi altra cosa. Oggi la situazione è ben 
diversa. Uno studio molto autorevole dell’UNCTAD mostra che nel periodo di 
maggior liberalizzazione del commercio, tra il 65 e il 90, le entrate dei paesi 
più ricchi (con il 20% della popolazione mondiale) sono cresciute dal 69 
all’83% delle entrate globali. Dice il professor Dani Rodrik di Harvard: “Gli 
studi disponibili rivelano che non c’è alcuna connessione tra 
abbassamento/innalzamento di tariffe sul commercio e crescita economica. 
Semmai, negli anni ’90 c’è stata una relazione positiva tra tariffe sulle 
importazioni e crescita economica. L’unica cosa certa è che i paesi abbassano 
le tariffe via via che diventano più ricchi. Ecco perché molte nazioni ricche 
lo sono diventate grazie a barriere economiche, ma oggi chiedono 
un’abbassamento delle stesse.”
Oltre a ciò, C. Fred Bergsten, noto partigiano del libero commercio e del WTO 
sostiene che “bisogna ammettere che la libera globalizzazione dei mercati ha 
dei vincitori e degli sconfitti”, che “la globalizzazione aumenta le disparità 
economiche e sociali tra le nazioni" e "lascia indietro alcuni gruppi e paesi” 

Una crisi di legittimazione colpisce le istituzioni chiave che governano 
l’economia globale: FMI, Banca Mondiale, WTO. La crisi asiatica del 97-98 è 
stata la Stalingrado dell’FMI. Persino a molti dirigenti del Fondo è risultato 
chiaro che l’FMI ha contribuito a creare la crisi, trasformando una crisi 
finanziaria in un collasso economico.
La famosa Commissione Meltzer e le dimostrazioni di massa contro la Banca 
Mondiale a Washington e Praga si sono mescolate per accelerare la crisi di 
legittimazione della Banca Mondiale.
La relazione Meltzer sostiene che la Banca è irrilevante nel risolvere la 
povertà e dovrebbe essere radicalmente ridimensionata in termini di ruolo e 
funzioni.
Infine, dopo Seattle, tre citazioni sottolineano la profonda crisi di fiducia 
dell’elite nelle istituzioni chiave che governano l’economia globale.
* The Economist: I contestatori "hanno ragione a dire che il corso 
della ‘globalizzazione’ può essere deviato…L’integrazione economica 
internazionale non è un processo ineluttabile, come sembrano credere i suoi 
difensori più entusiasti. E’ uno dei molti possibili futuri per l’economia 
mondiale; altri possono venir scelti, e potrebbero pure apparire più adatti."
* Stephen Byers, Ministero inglese per il Commercio e l’Industria: "Il WTO non 
può continuare con la forma attuale. Ci devono essere cambiamenti radicali 
affinché possa soddisfare bisogni e aspirazioni di tutti i suoi membri”
* C. Fred Bergsten, Capo dell’ Istituto di Economia Internazionale: "Le forze 
antiglobalizzazione sono oggi in forte crescita." 

Implicazioni tattiche e strategiche
Oggi la partita è molto diversa che a metà dei ‘90, quando venne architettata 
la strategia delle clausole sociali e ambientali. Oggi questa strategia è 
controproducente. Lo è in senso tattico perché la sola maniera per far 
approvare tali clausole è attraverso nuove consultazioni sul commercio che 
darebbero spazio ad altre forze per proporre ulteriori misure ‘liberiste’. Un 
vero vaso di Pandora. Il WTO è come una bici. Può restare in piedi solo 
avanzando, con sempre più ‘globalizzazione’ e liberismo. Il nostro scopo 
immediato dev’essere fermare la bici e rovesciarla prima di una nuova 
consultazione.
E’ una battaglia epocale di legittimità e come in ogni guerra la strategia 
riguarda il problema di chi manterrà, per dirla con Clausewitz, l’iniziativa 
morale. Se consideriamo le forze in campo, la strategia delle clausole sociali 
è sbagliata quanto impiegare un piano di difesa pre-Stalingrado in una 
situazione post-stalingradiana, che richiederebbe l’attacco.

La controffensiva ‘soft’
Questo cambiamento nei rapporti di forza ha fatto sì che le grandi corporations 
rivedessero le loro strategie: sottoscrivono le clausole socio-ambientali per 
guadagnarsi rapidamente l’autorità necessaria per facilitare un nuovo giro di 
liberalizzazione dei mercati attraverso il WTO o gli accordi regionali tipo 
FTAA.
L’elite globale comincia ad abbracciare le clausole sociali per rilegittimare 
la globalizzazione. Ma questa non è la sola mossa: altre due vanno sottolineate.
Una è la partecipazione al Global Compact promosso da Kofi Annan. Questo Global 
Compact dovrebbe vincolare le corporations a nove principi: i più importanti 
hanno a che fare con il rispetto dei diritti dei lavoratori, dei diritti umani 
e dell’ecosistema. Molte compagnie come Nike, Shell, e Rio Tinto si sono 
servite di queste piattaforma per lavare i panni sporchi della loro immagine. 
Lo ammette anche G.Soros, che il Compact non è altro che questo. Purtroppo 
molte organizzazioni della società civile sono cadute in questa trappola.
Il terzo pilastro di questa controffensiva ‘soft’ e l’abbraccio delle compagnie 
con la società civile. La società civile è diventata per loro la chiave della 
legittimità, ma anche del successo commerciale. Le ONG vengono letteralmente 
sommerse di richieste a partecipare al tal comitato per il consumo o al tal 
gruppo consultivo. Poche settimane fa, anche l’FMI ha tenuto a Singapore una 
consulta con le ONG. Anche l’elite di Davos ha cominciato a giustificarsi 
dicendo di aver invitato sindacati e ONG al raduno annuale che si tiene in 
Svizzera a fine Gennaio. I capoccia di Davos, Klaus Schwab e Claude Smadja, 
hanno dato fiato alle trombe per dire che “ circa 70 rappresentanti della 
società civile sono stati invitati per discutere, e proporre, i più importanti 
impegni dell’agenda globale." L’idea è di progettare il dialogo quando nei 
fatti governa il monologo e guadagnarsi legittimità con la sola menzione di 
una “consultazione della società civile”. 
Per questo motivo abbiamo bisogno di una strategia che: 1) risponda alla 
controffensiva ‘soft’ 2) Delinei un percorso per le prossime battaglie 3) 
proponga un paradigma alternativo a quello dell’economia globale governata 
dall’alto. 

Reagire alla controffensiva
Rifiutare clausole socio-ambientali promosse da WTO e simili. Smascherare il 
meccanismo del Global Compact e chiedere alle ONG di non collaborare. 
Discriminare molto bene quando ci chiedono di partecipare ai loro incontri, 
affinché con la partecipazione di pochi non si legittimi lo sfruttamento di 
molti.

Passare all’attacco 
L’offensiva deve partire bloccando la proposta di una nuova consultazione che 
verrà fatta in Qatar, a Novembre di quest’anno. Dobbiamo sostenere gruppi come 
Via Campesina affinché l’agricoltura non venga più disciplinata dal WTO. 
Dobbiamo fare in modo che nessuna forma di consenso scaturisca dalle trattative 
sui GATS, gli Accordi Generali sul commercio nei Servizi. Dobbiamo supportare 
la battaglia sui prezzi per i farmaci salvavita. Dobbiamo sottolineare la 
priorità di un principio di precauzione sul libero commercio, facendoci forza 
di casi come quello della mucca pazza e simili. Dobbiamo sostenere la richiesta 
dei paesi del Sud del Mondo per l’istituzione di un “Trattamento Speciale"-
regole per il commercio differenti per i paesi sottosviluppati – nelle 
negoziazioni commerciali tra paesi. Più in generale: indebolire il WTO finché 
non diventerà un semplice forum senza potere di coercizione.
Riguardo a FMI e Banca Mondiale, i tempi sono maturi per una campagna globale 
per decommissionare e neutralizzare queste istituzioni. Due fattori possono 
aiutare in questo: il fatto che anche molti conservatori siano contrari a 
queste istituzioni (per esempio nell’amministrazione Bush) e la constatazione 
che molti membri degli staff di queste organizzazioni sono demoralizzati dalle 
critiche esterne e dalle difficoltà interne di gestione. Meglio muoversi prima 
che questi rari spiragli di opportunità si richiudano.
Ancora, occorerà opporsi a tutti gli accordi locali per il libero commercio 
(tipo FTAA) che cercano di sostituire il WTO.
Infine, occorre estendere la crisi di legittimità al motore stesso della 
globalizzazione: le multinazionali. Negli USA il 70% delle persone pensa che le 
Multinazionali abbiano troppo potere sulle loro vite. E’ sempre più difficile 
per loro operare senza cadere in attività criminali: il parallelo con la mafia 
dev’essere sempre sottolineato. Solo accorgendoci del potere che possono avere 
le campagne contro i crimini delle Multinaz., capiremo anche quanto inutile sia 
il Global Compact di Annan.

Promuovere l’alternativa
Infine, l’alternativa. 
‘Deglobalizzazione’ per noi non significa uscire dall’economia internazionale. 
Significa
- riorientare le nostre economie, spostando l’enfasi dalla produzione per 
l’export alla produzione per i mercati locali
- Impiegare le risorse finanziare per lo sviluppo interno piuttosto che 
dipendere da investimenti e mercati esteri; 
- Ridistribuzione dei salari e delle terra, per creare un mercato interno vivo, 
che faccia da ancora per l’economia
- Dare meno importanza alla crescita e massimizzare l’equità per ridurre lo 
squilibrio ambientale 
- Non lasciare decisioni strategiche in campo economico nelle mani del mercato 
ma della democrazia; 
- Mettre i privati e lo stato sotto il costante controllo della società civile;
- Creare un nuovo regime di scambi che includa cooperative, imprese private e 
statali, ma escluda le Multinaz. 
Il ripotenziamento della dimensione locale può avvenire solo all’interno di un 
nuovo sistema di controllo globale dell’economia. Di che tipo? La risposta è 
contenuta nella critica al sistema monolitico universale, con regole imposte da 
istitruzioni centralizzate per promuovere interessi di compagnie, in 
particolare americane. Cercare di soppiantare questo sistema con altre regole 
centralizzate e universali, benché basate su principi diversi, significa 
riprodurre la stessa trappola giurassica che ha condannato il FMI e lo stato 
sovietico: l’incapacità di tollerare le differenze e profittarne. Occorre 
contrastare l’idea stessa che un insieme di regole centralizzate non sia in 
discussione e che l’unico modo di contrastare l’impostazione neoliberale sia un 
gigatismo di valore opposto. 

Un Mondo fatto di diversità 
Oggi abbiamo bisogno di decentrare e deconcentrare il potere istituzionale con 
l’interazione di diverse organizzazioni guidate da accordi flessibili.
Non stiamo parlando di qualcosa di completamente nuovo. Perché è stato sotto un 
sistema economico globale più pluralista che un buon numero di paesi 
Latinoamericani e Asiatici sono riusciti a svilupparsi tra il ’50 e il ‘70. 
Questo sistema era il GATT (Accordo Generale su Tarriffe e Commercio).
In altre parole, l’alternativa alla Pax Romana del 1994, costruita intorno a 
FMI-Banca Mondiale-WTO, non è lo stato di natura di Hobbes. 
La società civile deve puntare a 1) decommissionare le istituzioni globali 
dirette dalle Multinaz. 2) renderle ‘neutre’ (ad es. convertendo l’FMI in 
un’istitutzione di semplice monitoraggio sui flussi di scambio del capitale 
mondiale); 3) Ridurre il loro potere facendole coesistere e controllare da 
altre istituzioni, accordi locali, raggruppamenti regionali. 
Ma soprattutto, scopo primario delle organizzazioni internazionali, in un mondo 
che tolleri la diversità, è di proteggere ed esprimere le culture locali e 
nazionali incorporando le loro pratiche distintive. 
Per concludere, in questo mondo post-Porto Alegre siamo noi ad avere 
l’iniziativa e il carisma. Certo, le strutture del capitalismo globale sembrano 
solide come sempre. Pur senza lasciarci prendere dall’ottimismo, non dobbiamo 
sottostimare le possibilità di questa situazione più fluida. Le strutture di 
potere non possono sopravvivere senza la percezione di essere legittimate. Non 
sprechiamo quest’oppurtunità rimanendo legati a pensieri e strategie del 
passato.