CPT significa Centri di Permanenza Temporanea, luoghi dove vengono reclusi immigrati non in regola e in attesa di reimpatrio. Sono luoghi nascosti, alla periferia delle città, del tutto, o quasi del tutto, invisibili. Sono luoghi in cui le persone trattenute non hanno commesso alcun crimine. Sono luoghi di sospensione del diritto. Sono luoghi in cui nessuno può entrare, se non coloro che vi sono rinchiusi e coloro che li gestiscono: non far sapere e non far vedere per non far reagire. Luoghi di questo genere sono stati creati a Milano, Roma, Trapani e in altre città ancora. In questi luoghi sono già morti uomini e donne che avevano attraversato il mare fuggendo dalla miseria o spinti dal desiderio di una vita dignitosa, talvolta per mancanza di cure e di assistenza sanitaria, tal altra per atti estremi di autolesionismo determinati da una condizione assurda e disumana. Istituiti dall’articolo 12 della Legge 40 del 1998, i "Centri di permanenza temporanea e assistenza"- che altri paesi europei definiscono, meno ipocritamente, "Centri di detenzione amministrativa" -, sono il sintomo di una determinata concezione politica, comune all’Italia e all’Unione Europea. Quella che nella gestione dell’immigrazione tende a creare invalicabili barriere tra "cittadini di sangue europeo", beneficiari di diritti, e uomini e donne che, perché nati altrove, non possono godere nemmeno del diritto alla libertà. Essi rappresentano il portato più infausto di un ingiustificato quanto strumentale delirio emergenzialista che non trova riscontro nei dati sui flussi migratori (ben al di sotto della media europea) né tantomeno nei dati ministeriali sulla commissione di reati (stabili o in diminuzione). Fatto sta che il teorema strampalato e indecente: immigrazione uguale criminalità, continua a mietere vittime incolpevoli giorno dopo giorno e in suo nome si mettono in discussione diritti civili e principi giuridici che sono stati posti a fondamento della nostra civiltà dopo due secoli di lotte sociali. Questa guerra securitaria, mentre finge di garantire la sicurezza dei cittadini che hanno diritti per nascita, in realtà alimenta l’insicurezza di tutti, spingendo sempre più persone nell’irregolarità e rendendo l’attraversamento delle frontiere il più cinico e lucroso affare nelle mani del crimine organizzato. Sul piano giuridico i Centri di detenzione amministrativa mostrano palesi violazioni costituzionali e dei diritti fondamentali della persona: i luoghi e le modalità del trattenimento, l’assenza di una piena tutela giurisdizionale, la generalità della misura di internamento, che si configura ormai come il perno dell’intera politica di contrasto dell’immigrazione clandestina, violano sostanzialmente la riserva di legge prevista in materia di condizione giuridica dello straniero dall’art. 10, comma 2 della Costituzione; il principio di intangibilità dei diritti di libertà per effetto di provvedimenti di polizia non sottoposti al pieno controllo giurisdizionale di cui all’art. 13; e il diritto di difesa previsto dall’art. 24 della Costituzione. Oggi qualcuno parla della necessità di "umanizzare" i Centri, garantendo la tutela dei diritti fondamentali, quasi fosse possibile introdurre un effettivo sistema di garanzie laddove il diritto più importante, quello alla libertà, è arbitrariamente negato, vanificando il dettato costituzionale e compromettendo irrimediabilmente ogni pratica possibile di riconoscimento e valorizzazione delle soggettività migranti. Noi, estensori di quest’appello pensiamo che i centri di detenzione costituiscano un’aberrazione umana e giuridica; ne domandiamo con forza la chiusura immediata e ci batteremo per impedire che ne sorgano di nuovi, a Bologna e altrove, sostenendo tutte le iniziative e le forme di disobbedienza civile indirizzate a impedirne la realizzazione.