Una mappa per la pace? No.
di Cinzia Nachira


Il 30 aprile l´Ufficio dei Programmi d´Informazione internazionale del Dipartimento di Stato statunitense ha diffuso il testo integrale della Road Map. Il "nuovo" piano di pace che ha l´ambizione di porre fine alla guerra in Palestina entro il 2005. Questo piano è stato messo a punto dal cosiddetto "Quartetto" ossia: Usa, Unione Europea, Onu e Russia. Esso era già pronto da qualche mese, ma è stato diffuso solo a fine aprile perché si aspettava la nomina a primo ministro palestinese di Mahmud Abbas, Abu Mazen, e che Yasser Arafat fosse messo in disparte e relegato ad un puro ruolo decorativo. Il motivo dell´attesa e delle pressioni inaudite su Arafat perché Abu Mazen fosse nominato primo ministro e Mohammed Dahlan, di fatto, ministro dell´interno, si chiarisce una volta letta la Road Map.

Essa non è altro che la riscrittura del piano Tenet, che nel 2001 dava "buoni consigli", ovviamente ai palestinesi, su come "mettere fine alla violenza", che tradotto in altri termini significa reprimere e porre fine alla seconda Intifada, scoppiata nel 2000.

Questo ennesimo piano di "pace" elude più dei precedenti, da Oslo (1993) a Camp David (luglio 2000), i punti di fondo del conflitto. Soprattutto nel momento in cui solo quattro righe (di numero) sono dedicate alle colonie: "(...) Il governo israeliano smantelli immediatamente le colonie costruite dopo il marzo 2001. Conformemente al rapporto Mitchell, il governo d´Israele congeli le attività di colonizzazione (anche in caso di espansione naturale delle colonie)" Nessun riferimento al fatto che le colonie costruite dal 1967 ad oggi sono tutte illegali e soprattutto sono il vero nodo del conflitto. Si assume, inoltre, per accettabile la definizione di espansione naturale delle colonie che in questi anni è servita ad Israele per giustificare la confisca sistematica delle terre palestinesi.

Secondo il Quartetto questo piano dovrebbe servire a porre fine alla resistenza palestinese, preservando Israele sia dalle azioni di guerriglia armata che dagli attacchi suicidi. Le vicende di questi ultimi giorni confermano invece che proprio imporre ai palestinesi una resa incondizionata e umiliante spinge giovani studenti meno che ventenni all´estremo atto di resistenza: morire col nemico. Ancora una volta volevano illudere l´opinione pubblica mondiale che imporre ai palestinesi di accettare la perdita della propria terra, senza neppure la speranza di un recupero almeno parziale, avrebbe portato alla "pace" nell´area più calda del mondo.

Gli attentati di Riyad, Casablanca e Ankara sono lì a dimostrare il contrario. Ovviamente dopo l´aggressione e l´occupazione militare dell´Iraq, le minacce costanti a Siria ed Iran, l´elemento palestinese non è sufficiente a spiegare l´attuale ondata di attacchi che gli occidentali stanno subendo e subiranno. Detto questo, in ogni caso la questione palestinese resta centrale. La visione esclusivamente militare che Usa e Paesi europei hanno delle contraddizioni mondiali, specialmente dopo l´11 settembre 2001, non può che spianare la strada ad altre tragedie, di cui non si possono prevedere le dimensioni.


Il ruolo di Yasser Arafat

Non è la prima volta che con clangore di trombe si annuncia la fine politica di Yasser Arafat. L´anziano leader palestinese è oggi, sicuramente, più in difficoltà che nelle crisi precedenti.

Oggi si descrive Arafat come un leader estremista, che più volte ha rifiutato accordi che avrebbero potuto portare alla costituzione di uno Stato palestinese. Nulla di più falso. Dal 1974 (con la rinuncia a liberare l´intera Palestina storica) fino agli accordi del 1993 Arafat, al contrario, più volte ha accettato compromessi "al ribasso". Rischiando non poche volte uno scontro diretto inter-palestinese.

Yasser Arafat, però, ha una qualità che gli si deve riconoscere: il fiuto politico che gli ha consentito in questi anni di capire fin dove poteva spingersi. In questo modo si spiega il rifiuto degli accordi che Clinton e Barak tentarono di imporgli a Camp David nel luglio del 2000. In questo modo si spiega il fatto che una volta scoppiata la seconda Intifada, nel settembre 2000, Arafat si sia rimesso al fianco del suo popolo. La sua scelta era obbligata per evitare di offrire su un piatto d´argento un consenso ancora maggiore alle formazioni islamiche, al Jihad al Islami e Hamas.

Ora, nel governo israeliano c´è chi chiede a gran voce l´espulsione di Arafat, dopo gli attacchi suicidi di questi ultimi giorni. Sharon, capendo che Arafat in esilio riconquisterebbe molto più credito tra i palestinesi, si è opposto. Meglio accusarlo di essere il vero "mandante" degli attentati di Hebron, Gerusalemme ed Afula ma tenerlo assediato a Ramallah. L´obiettivo di Sharon è quello di tenere ancora più sotto pressione l´attuale compagine governativa palestinese (da cui Arafat è stato escluso).

Il quotidiano israeliano Yediot Ahronoth, nel numero del 19 maggio (ripreso due giorni dopo da Liberazione) ha pubblicato la trascrizione dei colloqui avvenuti qualche giorno prima fra Sharon, Abu Mazen, Mohammed Dahlan (ministro per la sicurezza interna palestinese) e Abu Ala (presidente del parlamento palestinese). Proprio Dahlan controbattendo a Sharon, che si lamenta delle difficoltà che incontra a far accettare la Road Map al suo governo, dichiara: "Non capisce che io e Abu Mazen abbiamo intrapreso una missione suicida assumendoci la responsabilità di fermare la violenza?". Ossia: il nostro governo si prepara a reprimere i palestinesi che cercano di difendersi dallo sterminio. Questa è la vera "missione suicida" di cui parla Dahlan.


La Road Map destinata al fallimento perché inapplicabile

La Road Map è inapplicabile non solo perché, come si è accennato all´inizio, elude tutti i veri problemi, ma anche perché è contraddittoria.

Da un lato auspica il ritiro israeliano, ma dall´altro, come già accennato, evita di imporre ad Israele lo smantellamento delle colonie costruite dal 1967, non fa alcun cenno alla continuità territoriale del futuro Stato palestinese che di fatto è impedita dalla presenza delle colonie ante-2001 e non post-2001. Nella fase finale degli accordi: "...sullo statuto permanente e fine del conflitto israelo-palestinese (2004-2005)" si sostiene che: "una Seconda conferenza internazionale, convocata dal Quartetto per l´inizio del 2004 dopo aver consultato le due parti, avrà come scopo quello di avallare l´accordo negoziato sullo Stato palestinese indipendente con frontiere provvisorie, e quello di avviare un processo che, col sostegno attivo, concreto ed operativo del Quartetto, sbocchi, nel 2005, in una risoluzione che porti allo statuto finale, che dovrà comprendere le frontiere, Gerusalemme, i rifugiati e le colonie." E´ evidente che un piano tanto farraginoso e contraddittorio mira solo a far guadagnare tempo e spazio ad Israele. Soprattutto il Quartetto deve far in modo da imporre i quattordici emendamenti alla Road Map già annunciati da Sharon e che sicuramente saranno peggiorativi (al peggio non c´è mai fine...!).

Le parti riguardanti la sicurezza mentre danno "ordini" dettagliati ai palestinesi su come reprimere il proprio popolo (il "suicidio" di Dahlan), per la parte israeliana ci si limita a consigliare di non prendere "alcuna misura che sia suscettibile di minare la fiducia, in particolare le espulsioni, gli attacchi contro i civili, sequestro o distruzione di abitazioni e beni palestinesi, sia come misure punitive o destinate a facilitare la costruzione di edifici israeliani, la distruzione di istituzioni e di infrastrutture palestinesi (...)".

E´ stato sufficiente questo "consiglio" a far rifiutare il piano al governo israeliano, il cui vero obiettivo resta quello del transfert, ossia l´espulsione del maggior numero di palestinesi, per poter realizzare l´annessione di gran parte della Cisgiordania. Cosa già presente nel piano dal momento che non si mettono in discussione né le colonie precedenti al 2001, né il muro che taglia in due il territorio dai confini con l´Egitto a quelli con il Libano.

Sono questi presupposti che rendono inapplicabile questa "mappa delle bugie". Essa non offre alcuna garanzia ai palestinesi, se non quella, tristissima, di ritrovarsi ancora più in gabbia di prima.

Certo, l´attuale governo palestinese sembra pronto ad accettare qualsiasi cosa e vede di buon grado la repressione dell´Intifada, anche perché i suoi maggiori esponenti, ad iniziare da Abu Mazen, sono stati sempre estranei ad essa. Ma anche se i leaders più rappresentativi sono in carcere o sono stati assassinati, il popolo palestinese non accetterà passivamente la resa. E ciò è dimostrato non solo dagli avvenimenti di questi giorni, ma soprattutto dal fatto che dopo quasi cinquemila morti assassinati in meno di tre anni nessun palestinese è disposto ad abbandonare la propria terra.

(21 maggio 2003)