La NAQBA del 1948 e la sua attualità
di Illan Pappe*


Nella storia ufficiale israeliana non esiste la massiccia espulsione degli arabi palestinesi nel 1948 (indicata nella memoria collettiva palestinese e araba con il termine di Naqba – la “catastrofe”. Questa è la spiegazione autoriz-zata: i dirigenti arabi che cercavano di distruggere Israele hanno impartito alla popolazione araba l’ordine di fug-gire. Ben Gurion ha consacrato questa versione in un discorso pronunciato nel 1961, riportato da I. Pappe in The Making of the Arab-Israeli conflict 1947-1951, Londra, 1992. Molti lavori di storici israeliani, da oltre quindici anni a questa parte, hanno rivisitato la versione ufficiale, in base agli archivi israeliani: Benny Morris, 1948 and After: Israel and the Palestinians, Oxford, 1994; Tom Segev, 1949: The First Israelis, New York, 1986; Simma Flapan, The Births of Israel: Myth and Realities, New York, 1987. Nonostante ciò, tuttavia, la versione omologata si impone ancora in Israele e si ravviva oggi, con obiettivi evidenti.
L’intervento di Illan Pappe richiede una qualche sommaria ricostruzione. Tra il marzo e il maggio del 1948 (conclusione del mandato britannico), si registra una prima, molto importante, ondata di espulsioni di Palestinesi. Il 15 maggio viene proclamato lo Stato di Israele. Nella stessa data, gli eserciti iracheno, siriano, libanese, transgiordano ed egiziano entrano in Palestina. Dal 20 maggio, l’Onu interviene come mediatore. Nei mesi dal maggio al dicembre 1948 (gennaio 1949: fine delle ostilità e armistizio), oltre la metà della popolazione araba residente in Palestina è costretta a lasciare la propria terra, a fuggire. Nel 1949, un’esigua minoranza di arabi palestinesi può restare in Israele, che controlla in quel momento il 77% dei territori della Palestina (sottoposta dall’Onu al mandato britannico il 24 luglio 1922). Al termine di questa prima guerra arabo-israeliana, la Giordania assume il controllo delle zone a ovest del Giordano (Cisgiordania) e l’Egitto continua ad amministrare la confinante Striscia di Gaza.
I resoconti storici si limitano spesso a mettere in risalto gli scontri successivi al 15 maggio 1948. In realtà, dal novembre 1947 (cioè dopo l’adozione della risoluzione n. 181 dell’Assemblea generale dell’Onu, che contem-plava la spartizione della Palestina tra uno Stato arabo e uno Stato ebraico) si sono avuti scontri militari e, tra marzo e maggio 1948, è apparsa evidente la superiorità dell’esercito sionista. In quella occasione si è verificata la prima ondata di espulsione di arabi dalla Palestina. Nel 1946 la Palestina contava 1.340.000 arabi e la popola-zione ebraica ammontava a 602.000 unità (Justin Maccarty, The Population of Palesatine: Population Statistics of the late Ottoman Period and the Mandate, New York, 1990). Questo primo esodo forzato di Palestinesi ri-guarda quasi la metà dei profughi palestinesi, il cui numero più plausibile si aggira intorno alle 700.000 persone. L’esodo ha coinvolto sia la popolazione urbana sia quella rurale; nelle zone rurali, da decenni, si era sviluppata una politica del movimento sionista per il controllo delle terre e dei luoghi strategici, che ha svolto un ruolo rilevante nel 1948. Nel 1949, 400 villaggi palestinesi su 500 erano in mano agli israeliani (si veda nel sito www.alencontre.ch l’articolo di Tom Segev sui villaggi “scomparsi”, alla voce “Palestina”).
La comunità ebraica della Palestina (Yishuv) disponeva di una superiorità politico-militare; anche se può sembra-re giustificata l’impressione che esistesse una massiccia forza araba. Va comunque tenuto conto della storia della colonizzazione della Palestina. Il mandato dell’Onu riconosceva agli ebrei il “diritto al focolare nazionale” e concedeva all’Agenzia ebraica lo statuto di un organismo pubblico riconosciuto che doveva facilitare, insieme all’Amministrazione coloniale, l’insediamento di questo focolare. Non vi era in questo il riconoscimento del di-ritto di nazione. Peraltro, gli arabi venivano “fusi” in una “comunità non ebrea”, anche se costituivano il 90% della popolazione. Veniva così consacrata un’inferiorità di diritti, che le varie proposte della Gran Bretagna (nel 1939) non riusciranno assolutamente a cancellare. D’altro canto, la politica dei notabili palestinesi, addestrati nel quadro dell’Impero ottomano a una politica negoziale che riservava loro una serie di privilegi, non contribuiva a rafforzare la capacità di leadership degli arabi palestinesi. La sollevazione araba del 1936-1939 sarà brutalmente schiacciata dai britannici (con migliaia di morti e di arresti) e questo inciderà sulle sorti future degli arabi pale-stinesi. In quegli anni, mentre l’immigrazione ebraica si intensificava ulteriormente, in seguito alla repressione antisemita del regime nazista, si registrava iln consolidamento delle posizioni economiche dell’Yishuv, che sa-rebbe andato avanti insieme al rafforzamento militare, dei gruppi di azione terroristica.
Il 1948 va collocato in questo quadro, in cui si attesta (pubblicamente) l’orrore della Shoah e sia gli Usa sia l’Urss sostengono le forze “israeliane”.




Sono qui per presentarvi la narrazione complessiva della storia dell’espulsione e della pulizia etnica dei palestinesi nel 1948, la naqba, e la pertinenza di questa ai fini di un programma presente e futuro di pace in Palestina.
Per gli israeliani, il 1948 rappresenta un anno in cui si sono verificate due cose, in contrasto tra loro. Da un lato, si tratta del momento culminante delle aspirazioni ebraiche a disporre di uno Stato, o a realizzare il vecchio sogno di ritornare in patria dopo quello che si considera un esilio durato duemila anni. In altri termini, il 1948 è stato considerato un evento miracoloso, definibile solo con aggettivi positivi, di cui non si può parlare, o che non si può ricordare, se non come di un fatto parti-colarmente entusiasmante. Dall’altro lato, il 1948 ha rappresentato il capitolo peggiore della storia ebraica. Nel 1948 gli ebrei hanno fatto in Palestina quello che non avevano mai fatto da alcuna altra parte nei duemila anni precedenti. Si è dunque verificata la convergenza in un unico evento della cosa peggiore e di quella più esaltante. Quel che ha fatto la memoria collettiva israeliana è stato di cancellare il primo aspetto della propria storia, per coesistere e vivere soltanto con quello esaltante. Si tratta del meccanismo costruito per risolvere una tensione impossibile tra due memorie collettive.
Dal momento che molte delle persone che oggi vivono in Israele hanno vissuto gli avvenimenti del 1948, essi non rappresentano un ricordo remoto. Non è come per il genocidio degli indigeni ameri-cani negli Stati Uniti. La gente sa precisamente che cosa ha fatto e che cosa altri hanno fatto. Riesce tuttavia a cancellarlo completamente dalla propria memoria e si batte al tempo stesso con rigore contro chiunque tenti di presentare, in Israele o altrove, l’altra storia, sgradevole, del 1948. Se con-sultate manuali di storia israeliani, programmi scolastici, mezzi di comunicazione o discorsi politici, vedrete come questo capitolo della storia ebraica – un capitolo fatto di espulsione, di massacri, di stupri e di villaggi incendiati – sia completamente assente. Non c’è. È sostituito da un capitolo fatto di eroismo, di gloriose campagne, di racconti straordinari di ardimento morale e di superiorità, i-nauditi in qualunque altra storia della liberazione di un popolo nel XX secolo. Per cui, ogni volta che io parlo della pulizia etnica della Palestina nel 1948, dobbiamo ricordarci che non solo i termini di “pulizia etnica” o di “espulsione” sono completamente estranei alla comunità in cui vivo e in cui sono cresciuto, ma che la storia stessa di questo episodio o è snaturata o è del tutto assente nel ri-cordo degli individui.

La strategia dei dirigenti sionisti: colonizzazione ed espulsione

Se cominciate a leggere i diari dei dirigenti del movimento sionista e fate ricerche sulle loro ideologie o sui loro sviluppi ideologici, dalla concezione del movimento alla fine del XX secolo, vi accorgerete che, fin dall’inizio, essi erano consapevoli del fatto che l’aspirazione a uno Stato ebraico in Palestina si scontrava con la realtà di una popolazione indigena che viveva da secoli su quella terra e le cui aspirazioni contrastavano con il progetto sionista per il paese e i suoi abitanti. I padri del sionismo sono a conoscenza dell’esistenza di una società e di una cultura locali in Palestina, ancor prima che i primi coloni vi mettano piede.
Due strumenti sono stati messi in atto per modificare la realtà in Palestina e imporre la visione sio-nista della realtà locale: il fatto di spogliare la popolazione indigena delle terre e quello di ripopolarle con nuovi venuti, vale a dire: la colonizzazione e l’espulsione. Si tratta di un movimento che non aveva ancora raggiunto la legittimazione, regionale o internazionale, a intraprendere l’impegno della colonizzazione. Esso ha perciò dovuto acquistare le terre e creare delle enclaves in seno alla popolazione indigena. L’Impero britannico è stato di grande aiuto nel consentire che il progetto di-ventasse realtà. Tuttavia, fin dall’inizio della strategia sionista, i dirigenti del movimento sapevano che la colonizzazione avrebbe rappresentato un processo molto lungo e molto cauto, che avrebbe potuto non essere sufficiente a rivoluzionare la realtà e a imporre la propria visione. Per questo, c’era bisogno di qualcosa di più forte. David Ben Gurion, dirigente della comunità ebraica negli anni Trenta, poi Primo ministro di Israele, segnala a più riprese: [per imporre la visione delle cose nella realtà] occorrono quelle che egli definisce “condizioni rivoluzionarie”. Intendeva con questo delle condizioni di guerra, una fase di mutamenti di governo, l’alba tra un’era antica e l’inizio di una nuova. Non stupisce leggere nella stampa israeliana di oggi che Ariel Sharon pensa di essere il nuovo Ben Gurion e che sta per condurre il suo popolo verso un nuovo momento rivoluzionario: la guerra contro l’Iraq. In quel momento, le espulsioni, e non più un’intesa politica, si potranno di nuovo praticare per condurre a termine il processo avviato nel 1882, di disarabizzazione della Palestina e della sua ebraicizzazione.
Verso la fine del Mandato britannico, si era fatta sentire l’esigenza di tradurre in progetto concreto queste idee ancora teoriche e astratte sull’espulsione dei palestinesi. Sto scrivendo dal 1980 su quanto è avvenuto nel 1948. Per la maggior parte di questi anni, mi sono interessato a un problema: esisteva o no un piano sionista predisposto per espellere i palestinesi nel 1948? Alla fine mi sono reso conto (in larga parte grazie a ciò che ho imparato negli ultimi due anni) che la domanda, così posta, non consentiva di centrare bene la questione: né dal punto di vista della ricerca accademica, né rispetto al tentativo di capire meglio che cosa sia avvenuto all’epoca. Ben più importante, per una pulizia etnica, è la creazione di una comunanza ideologica, per cui ogni membro della comunità, veterano o nuovo arrivato che sia, sappia fin troppo bene di dovere contribuire a una soluzione indi-scussa: l’unico modo per realizzare il sogno sionista è svuotare la terra dei suoi abitanti indigeni.

Dietro la naqba del 1948: l’indottrinamento ideologico di massa

La predisposizione di piani non è l’elemento principale per prepararsi a un periodo contrassegnato da una congiuntura rivoluzionaria o stabilire progetti concreti per mettere effettivamente in atto l’idea di espulsione. C’è bisogno di qualcos’altro, di un clima, di persone indottrinate. C’è bisogno di capi che, a tutti i livelli della catena di comando, sappiano che cosa fare al momento buono, anche senza ricevere ordini espliciti. L’essenziale della preparazione di prima del 1948 non riguardava la messa a punto di un piano (anche se credo esistesse). I comandanti erano impegnati a raccogliere informazioni su ogni villaggio palestinese, per permettere ai capi, a tutti i livelli dei gruppi armati ebraici, di conoscere la ricchezza di ogni villaggio, la sua importanza dal punto di vista militare, ecc. Muniti di tali informazioni, questi capi sapevano anche che cosa si aspettassero da loro gli uomini al vertice della piramide ebraica in Palestina: David Ben Gurion e i suoi colleghi. Questi dirigenti volevano solo sapere in che misura ogni operazione potesse contribuire alla ebraicizzazione della Palestina, e hanno fatto capire molto chiaramente che a loro non importava sapere come questo avvenisse. Il piano di espulsione ha funzionato senza scosse proprio perché non c’era bisogno di una sistematica catena di comando che verificasse se si metteva integralmente in atto il piano pre-stabilito. Chiunque abbia fatto ricerche su operazioni di pulizia etnica nel corso della seconda metà del XX secolo sa che una epurazione etnica si realizza esattamente in questo modo: creando una sorta di sistema pedagogico e di indottrinamento che garantisca che qualsiasi soldato, qualsiasi co-mandante, chiunque, per propria individuale responsabilità, sappia esattamente che cosa fare quando entra in un villaggio, anche se non ha ricevuto l’ordine specifico di espellerne gli abitanti.
Recentissimamente, in seguito alla lettura di testimonianze di palestinesi, ma anche di soldati israe-liani, mi è diventato chiaro che l’esistenza di un piano predisposto – benché significativo come tale – perdeva di importanza rispetto a tutta l’apparecchiatura di indottrinamento della comunità. Nel 1948, la popolazione dell’ Yishuv era di poco più di mezzo milione di abitanti: prima del 1948 era ancora meno consistente. Quelli/e che avevano allora un ruolo attivo nelle attività militari della loro comunità sapevano perfettamente che cosa avrebbero dovuto fare al momento buono, e non prima.
Va tuttavia ricordato che il progetto di espulsione non ha ottenuto successo solo in ragione dell’indottrinamento ideologico. È stato attuato sotto gli occhi Onu, che si era impegnato, con la ri-soluzione n. 181 adottata dall’Assemblea generale, a garantire la sicurezza e il benessere degli “e-purati”. L’Onu avrebbe protetto l’esistenza dei palestinesi che avrebbero dovuto vivere nelle zone attribuite allo Stato ebraico: essi avrebbero costituito circa la metà della popolazione del futuro Stato. Dei 900.000 palestinesi che vivevano in quelle zone, nonché in altri territori assegnati ai paesi arabi limitrofi e occupati da Israele, ne sono rimasti solo 100.000. Proprio mentre l’Onu era ormai responsabile della Palestina, in brevissimo lasso di tempo si è realizzata l’operazione di espulsione.
Malgrado siamo in parecchi a come storici di professione sull’argomento, dobbiamo ancora farci narrare i racconti più terrificanti sul 1948. Non abbiamo parlato degli stupri. Non abbiamo parlato dei 30-40 massacri che la storiografia popolare menziona. Non abbiamo ancora deciso come definire l’assassinio sistematico di molte persone in ogni villaggio, per creare il panico destinato a provocare l’esodo. Si tratta di massacro quando questo si ripete sistematicamente in ogni villaggio? Può assolutamente darsi che taluni episodi non verranno mai rivelati; per molti di questi non dipende dagli archivi, ma dalla memoria di persone che andiamo perdendo un po’ ogni giorno come testimoni fondamentali. Non vi erano precisi ordini scritti, ma solo un clima che va ricostruito. Si può ritrovare l’idea di questo clima nella biblioteca di quasi ogni casa in Israele, nei libri ufficiali che glorificano l’esercito israeliano e le sue attività nel 1948. Se sapete leggerli, potete vedere come si disumanizzassero i palestinesi, a tal punto da poter contare sulle truppe, che avrebbero saputo che cosa fare.

I dirigenti israeliani e palestinesi accettano il gioco americano:
ridimensionare fisicamente e moralmente la Palestina

Aveva ragione Noam Chomsky a osservare nbella sua analisi che in Palestina/Israele e in Medio O-riente nel complesso noi facciamo accuratamente il gioco americano, da quando gli Stati Uniti hanno deciso di assumere un ruolo attivo nel processo di pace, prima con il piano Rogers, nel 1969, poi con le iniziative di Kissinger. Da allora, l’agenda di pace si è ridotta a un gioco americano. Gli americani hanno inventato il concetto di “processo di pace”, in cui il processo è molto più impor-tante della pace. Gli Usa hanno interessi contraddittori in Medio Oriente: proteggono nella zona determinati regimi, che preservano gli interessi americani (donde, occasionalmente, qualche dichia-razione relativa alla causa palestinese), impegnandosi nel contempo nei confronti di Israele: Per non doversi trovare di fronte a due agende contrastanti, è preferibile avere in atto un processo, che non è né la pace né la guerra, ma qualcosa che potreste definire un autentico sforzo americano di riconci-liazione tra le due parti (e Dio scampi che tale riconciliazione fallisca!). Noi abbiamo preso parte al gioco non solo perché lo hanno inventato gli americani, ma anche perché il campo israeliano della pace ha adottato come principale strategia la sostituzione della pace con il “processo di pace”. Quando il campo della pace della parte più forte, nel rapporto di forza in loco, accetta questa inter-pretazione, allora tutto il mondo si adegua.
Questo processo, che può e deve protrarsi in eterno, inquadrato dall’unica superpotenza e sorretto dal campo della pace della parte più forte nel conflitto, viene presentato come se fosse la pace. Uno dei modi migliori per impedire che il processo si concluda è eludere le questioni in sospeso e che costituiscono il cuore del problema. Così, si è riusciti a cancellare gli avvenimenti del 1948 dall’agenda di pace, focalizzandosi su quanto è accaduto nel 1967. Il problema in sospeso è allora diventato quello dei territori occupati da Israele durante la guerra del 1967. La formula “territori in cambio di pace” è stata inventata simultaneamente a Tel-Aviv, Londra, Parigi, New York, con la risoluzione dell’Onu n. 242. Tale risoluzione è composta da una variabile molto concreta (il 20% della Palestina, dimenticando nella formulazione il restante 80%) sovrapposta alla “pace”, che di fatto è un processo di pace infinito. Un processo che non è stato concepito per portare a una solu-zione, per non parlare della riconciliazione. In cambio di un processo di pace del genere, i palestinesi sarebbero autorizzati a parlare di un’entità politica sul 20% della Palestina e magari anche a costruire progressivamente tale entità.
Nel 1988 [dopo l’accettazione da parte del Consiglio nazionale palestinese, ad Algeri, della risolu-zione dell’Onu n. 242] e nel 1993 [con gli accordi di Oslo], anche la direzione palestinese si inserita in questo gioco. Non sorprende perciò che dopo Oslo i responsabili della politica americana abbiano pensato di riuscire a concludere tutta la faccenda. I dirigenti palestinesi e israeliani che accettavano le regole del gioco americano. Era l’avvio di un processo culminato con “la più generosa delle offerte di pace mai fatte da Israele”, al momento del vertice di Camp David, nell’estate del 2000. Se il processo si fosse concluso con successo, allora non solo la storia non sarebbe stata testimone dell’espulsione dei palestinesi dalla propria patria nel 1948, ma anche dello sradicamento dalla nostra memoria collettiva dei profughi, nonché della minoranza palestinese in Israele, e forse anche della Palestina in quanto tale.
Si tratta di un processo di eliminazione che ha funzionato in certa misura fino alla seconda rivolta. Mi domando che cosa sarebbe accaduto se non fosse esplosa la Seconda Intifada. Se la direzione palestinese avesse continuato a partecipare a questo stratagemma tendente a ridimensionare fisica-mente e moralmente la Palestina, esso avrebbe funzionato. La Seconda Intifada ha cercato di bloccare tutto questo. Non sappiamo se ci riuscirà.

Agenda di pace, mentre incombe la minaccia di transferts

Per noi militanti in favore della pace, il problema è che qualsiasi pressione coordinata su Israele per bloccarne i piani può, in modo insensato, indurre gli israeliani ad accelerare i loro piani per cancellare la Palestina, a ritenere cioè che le circostanze rivoluzionarie siano arrivate. È il mio maggior timore per la Seconda Intifada. Io l’appoggio incondizionatamente e la considero un movimento politico deciso a bloccare un processo di pace che avrebbe come conseguenza la distruzione definitiva della Palestina. La rivolta palestinese, con l’aggiunta certa della futura guerra all’Iraq, hanno suscitato negli animi degli israeliani (tutti, non solo i circoli del campo della pace) l’idea che “abbiano raggiunto un altro momento imprevisto della storia, in cui sono intervenute condizioni rivoluzionarie per risolvere definitivamente la questione della Palestina”. Se ne discute in Israele. Il discorso sul transfert (“trasferimento”) e le espulsioni, che veniva utilizzato dall’estrema destra, è ormai di “bon ton” anche al centro. Noti docenti universitari ne parlano e ne scrivono. Politici di centro si pronunciano in tal senso. Ufficiali dell’esercito sono fin troppo lieti di insinuare in loro interviste che, davvero, se dovesse cominciare la guerra all’Iraq, andrebbe messo all’ordine del giorno il discorso del transfert.
Questo mi porta a tre questioni, secondo me essenziali per chiunque sia impegnato a sostenere la pace in Israele e in Palestina; tre questioni che esigono risposte, senza le quali rischiamo di “perdere il treno”.
La prima questione è la più urgente: dobbiamo tutti prendere molto sul serio il rischio che si ripeta la pulizia etnica del 1948. Non vuol dire cedere alla paranoia di stabilire (e io lofaccio) un nesso di-retto (e non indiretto) tra la guerra all’Iraq e la possibilità di una seconda naqba. Prendete sul serio la cosa, credetemi. I dirigenti israeliani hanno della situazione attuale una interpretazione che li porta a dirsi: “Abbiamo carta bianca dagli americani. Non solo gli americani ci consentiranno di ripulire la Palestina una volta per tutte, ma ci aiuteranno anche a creare l’occasione per attuare il nostro progetto. Il mondo ci condannerà; ma non durerà e alla fine si dimenticherà. Si tratta di un’occasione rara, che va colta per ‘risolvere’ il problema”.
La seconda questione è la più immediata: è quella della fine dell’occupazione. Dobbiamo stare molto attenti a che cosa significhi il fatto di adottare il progetto americano per una soluzione con due Stati, un progetto ripreso dal movimento israeliano “Peace Now”, ma anche – mi dispiace doverlo dire – dall’Autorità palestinese. Oggi, infatti, la soluzione dei due Stati non significa la fine dell’occupazione, ma un modo di protrarla in altra forma. Si pensa che potrebbe porre termine al conflitto, mentre non arreca alcuna soluzione al problema dei profughi e abbandona completamente la minoranza palestinese all’interno di Israele. Chi non lo ha imparato dopo gli accordi di Oslo ha un problema di comprensione e di interpretazione della realtà. Dobbiamo assicurarci che l’idea di pace non venga presa in ostaggio da chi cerca forme indirette per protrarre l’attuale situazione in Palestina. Non è facile, perché i mezzi di comunicazione di massa occidentali hanno assimilato nel loro lessico dominante l’idea che chiunque intenda presentarsi come attivista in favore della la pace, o difensore della pace, debba parlare di una soluzione con due Stati.
Solo una volta finita l’occupazione potremmo parlare delle implicazioni. Allora potremmo affrontare il discorso della struttura politica più adeguata a evitare la rioccupazione della Cisgiodania e di Gaza. Deve però essere chiaro che la struttura politica indispensabile per porre fine al conflitto sarà diversa. Essa dovrà permetterci di porre fine all’esilio dei palestinesi, come pure alla politica di apartheid attuata nei confronti dei palestinesi che vivono all’interno di Israele. Dobbiamo assicurarci di non finire stretti nella stesso cul-de-sac in cui si è ritrovato Yasser Arafat a Camp David, quando si è visto di fronte all’esigenza di porre un segno di uguaglianza tra fine dell’occupazione (che non era neanche tale) e fine del conflitto.
Infine, ed è la terza questione, dobbiamo riflettere su come concepire progetti concreti per rendere possibile il diritto al ritorno per i profughi palestinesi e per porre fine alle discriminazioni nei con-fronti dei palestinesi in Israele. Sono i due pilastri di un accordo complessivo e vanno precisati. Siamo rimasti fermi a slogan degli anni Sessanta in favore di uno Stato democratico e laico, che vanno adeguati alla realtà del 2002. Quanto intendevamo allora con lo Stato democratico e laico è una visione possibile per un futuro remoto. Il fatto di concentrarci sui problemi urgenti e immediati non deve comunque a distrarci dall’esigenza di riflettere su strategie a lungo termine. La gente ha bisogno di sentire parlare da parte nostra progetti concreti, anche se appaiono utopici tenuto conto dell’attuale situazione sul campo. Si tratta di un’impresa ardua, che comporta il fatto di dare vita a una cultura e a strutture politiche in grado di correggere i passati errori e di evitare una nuova catastrofe, ma che non ci infliggano ulteriori disastri e che non rimpiazzino quelli passati con altri nuovi. Non facciamo appello all’espulsione degli ebrei. Vogliamo il diritto al ritorno. Vogliamo pari diritti per i cittadini palestinesi.
Penso che una buona parte di noi che riflettiamo a lunga scadenza ambiremmo a vedere instaurato un unico Stato, o una struttura politica comprendente un solo Stato. Non è possibile tuttavia diffondere prospettive del genere accontentandosi di scorciatoie, di “buone idee” o di slogan. Ci serve una presentazione molto seria e dettagliata di questa soluzione, se vogliamo convincere la gente della sua fattibilità.
Vorrei concludere tornando al punto di partenza. Nella memoria collettiva israeliana esistono due 1948: uno viene cancellato completamente, l’altro completamente esaltato. C’è però una giovane generazione in Israele (mi capita spesso di incontrare un pubblico di giovani) che potrebbe in futuro avere la capacità di guardare in modo diverso la realtà. Il fatto che esistano generazioni di giovani fondamentalmente disposti a prestare ascolto a principi universali offre la possibilità di infrangere lo specchio e di fare vedere loro che cosa sia realmente accaduto nel 1984, e che cosa stia accadendo nel 2002.
Penso che riusciremo alla fine a trovare interlocutori, anche per i nostri sogni più folli, per definire a che cosa una soluzione dovrebbe somigliare. Il problema evidentemente è che, mentre facciamo questo (educare, diffondere informazioni, ecc.), il governo israeliano sta preparando un’operazione molto celere e cruenta. Se questa va in porto, andranno persi i nostri sogni migliori e anche le nostre energie.
[Traduzione di M. Novella Pierini]



* Questo scritto di Illan Pappe (che traduciamo dalla rivista svizzera À l’encontre, n. 10, 2002) è il testo di una conferenza tenuta il 16 settembre presso la Scuola di Studi Orientali e Africani di Londra, su invito dell’Associazione per il diritto al ritorno (al Awda). L’autore è docente di Storia all’Università di Haifa. Tra i suoi lavori: Britain and the Arab-israeli conflict, 1948-1951, Oxford, 1988; The Israel/Palestine question, Londra 1999; La guerre de 1948 en Palesatine: aux origines du conflict israélo-arabe, Parigi, 2000.
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1-Il vero nome è David Grin. Nato in Polonia il 16 ottobre 1886, morto il 1° dicembre 1973. Figlio di uno dei fondatori di “Amanti di Sion” (Hovevé Sion), che organizzarono l’immigrazione ebraica in Palestina prima ancora della costituzione del movimento sionista ad opera di Theodor Heerzl, nel 1897, a Basilea. David Grin aderisce nel 1905 al movimento sionista socialista Poalei Sion (“Il lavoratore di Sion”). Nel 1906 emigra in Palestina. Redattore dal 1910 del giornale socialista Ahdut (“L’Unità”) – assume allora lo pseudonimo di Ben Gurion, dal nome del capo del governo ebraico indipendente all’epoca della rivolta contro Roma – riveste progressivamente un ruolo centrale nelle istituzioni del movimento operaio sionista in Palestina: Segretario generale della Confederazione sindacale Histadrut, Segretario generale del Mapai (il partito unificato degli operai di Eretz Israel – il partito laburista) dal 1929. Nel 1935 diventa pre-sidente dell’Esecutivo sionista. Dirige di fatto la comunità ebraica in Palestina durante la Seconda Guerra mondiale e il periodo che precede la creazione di Israele. Proclama l’indipendenza di Israele il 14 maggio 1948. Sarà Primo ministro di Israele tra il 1948 e il 1953, poi dal 1955 al 1963.
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2-La risoluzione n. 181 dell’Assemblea generale dell’Onu è stata votata il 29 novembre 1947. Essa decide la spartizione della Palestina in uno Stato ebraico, uno Stato arabo e una zona “sotto regime internazionale particolare” (soprattutto Gerusalemme e Betlemme). La risoluzione prevedeva 14.000 kmq per uno Stato popolato da 558.000 ebrei e 405.000 arabi e 11.5000 kmq per uno Stato arabo abitato da 804.000 arabi e 10.000 ebrei. Si pensava di unire i due Stati e la zo-na internazionale grazie a un’unificazione economica, con comuni strutture (porti, ferrovie, poste, moneta). La sparti-zione non è stata accettata dai rappresentanti palestinesi e dei vicini Stati arabi. Israele l’ha modificata di fatto nella prima guerra israelo-palestinese, nel 1948-1949. Quanto allo Stato arabo, non ha visto la luce: la Cisgiordania è stata annessa dal regno hascemita di Transgiordania (che aveva al riguardo una tacita intesa con i rappresentanti della comu-nità ebraica in Palestina) per dare vita alla Giordania; la Striscia di Gaza è stata annessa dall’Egitto.
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3-Alla fine del 1969, mentre lungo le linee di frontiera risultanti dalla Guerra dei Sei giorni (giugno 1967), soprattutto lungo il Canale di Suez, si moltiplicavano gli scontri israelo-egiziani, in particolare con l’obiettivo di installare batterie antiaeree sovietiche Sam da parte egiziana, il Segretario di Stato americano William Rogers (presidenza Nixon) pre-sentava, il 9 dicembre 1969, un “piano” incentrato sostanzialmente sul cessate il fuoco, il riconoscimento da entrambe le parti della risoluzione Onu n. 242 e l’impegno di trattare sotto gli auspici di un rappresentante dell’Onu, che sarebbe approdato alla tregua tra Israele ed Egitto il 7 agosto 1970.
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4-La risoluzione n. 242, adottata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu il 22 novembre 1967, sei mesi dopo la Guerra dei Sei giorni, “esige l’instaurazione di una pace giusta e stabile in Medio Oriente”. A tal fine, richiede “il ritiro dell’esercito israeliano dai territori occupati durante il recente conflitto” e “il rispetto e il riconoscimento della sovranità dell’integrità territoriale e dell’indipendenza politica di ogni Stato della regione, e il loro dovere di vivere in pace all’interno di confini certi e riconosciuti”. Dopo la Guerra del Kippur, nell’ottobre del 1973, la risoluzione n. 338, adot-tata il 22 ottobre di quell’anno, avrebbe riconfermato la validità della risoluzione n. 242, facendo appello al cessate il fuoco e all’apertura di trattative per “una pace giusta e stabile” in Medio Oriente. Alla già ricordata risoluzione n. 181 va aggiunto un altro documento dell’Onu essenziale per il conflitto israelo-palestinese: la risoluzione n. 194, adottata l’11 dicembre 1948 dall’Assemblea generale, che dichiara: “è possibile consentire ai rifugiati che lo desiderino di rien-trare al più presto nelle proprie case e vivere in pace con i loro vicini, e vanno pagati indennizzi a titolo di compensa-zione per i beni di coloro che decidessero di non rientrare nelle proprie case…”.
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