La rinascita del sindacalismo nel secondo dopoguerra
Relazione di Antonio Moscato
Parte I

Nel marzo 1943, gli scioperi a Milano, Torino, Genova fanno tremare il regime. Gli industriali che avevano appoggiato il fascismo fin dal primo momento e avevano beneficiato delle commesse militari, cominciano a staccarsi, visti gli insuccessi nella guerra (erano a favore del fascismo e delle sue avventure, finché si vinceva e facilmente, grazie alla sproporzione enorme delle forze, in Etiopia, Spagna e Albania, si erano raffreddati dopo la clamorosa sconfitta in Grecia e la perdita di tutte le colonie), e soprattutto perché risultava ormai evidente che il regime aveva fallito nel suo compito di distruggere il movimento operaio, che risorgeva e si dimostrava temibile.
Per questo gli industriali italiani cominciavano a guardare a un’Italia fascista senza Mussolini, appoggiando le trame tessute tra il Quirinale e il Vaticano per preparare la sostituzione del Duce con Badoglio (già fascista e uno dei principali criminali di guerra), che sarà realizzata nel Gran Consiglio del fascismo il 25 luglio.
Come è noto, l’operazione fallì per l’entrata in scena imprevista delle masse, su cui il nuovo governo fece sparare da polizia ed esercito, ma che non riuscì a fermare. I gerarchi sparirono, a volte passando davvero per le fogne, i simboli del fascismo vennero abbattuti, cominciarono i "quarantacinque giorni" di relativa restaurazione democratica, ma anche i primi tentativi per ingabbiare il movimento operaio nel quadro rigido di una collaborazione interclassista. Sciolta la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, il socialista riformista Bruno Buozzi (responsabile principale, come segretario della FIOM, dell’isolamento del movimento dei Consigli e della conseguente sconfitta dell’occupazione delle fabbriche nel "biennio rosso" del 1919-1920) venne nominato commissario per l’industria, affiancato dal comunista Roveda e dal democristiano Quarello, mentre Grandi (DC) era commissario per l’agricoltura e Di Vittorio per i braccianti.
Era la premessa della costituzione di una CGIL unitaria, che sarà realizzata nel 1944, ma che già il 2 settembre vedeva un primo accordo con l’associazione degli industriali siglato da Buozzi con l’ing. Giuseppe Mazzini (già0 dirigente degli industriali prima del fascismo), che riconosceva e regolamentava la ricostituzione delle commissioni interne nelle aziende con più di 20 dipendenti.
Se gli scioperi del marzo 1943 erano stati nettamente politici, e organizzati direttamente dalle cellule comuniste clandestine delle grandi fabbriche, nei 45 giorni si erano ricostituite su larga scala delle commissioni interne, che tra lote altro organizzarono scioperi già in agosto contro le esitazioni e l’impotenza del governo Badoglio in un momento di esasperazione popolare per i terribili bombardamenti anglo-americani.
L’occupazione dell’Italia centro-settentrionale da parte dei nazisti, facilitata dalla vergognosa fuga del re e di Badoglio, che lasciarono senza indicazioni l’esercito, costrinse alla clandestinità i commissari che stavano ricostituendo il quadro della nuova organizzazione sindacale. Dopo faticose trattative venne stipulato il "Patto di Roma", preparato da Buozzi (che non poté firmarlo perché catturato e assassinato alle porte di Roma dai nazisti in fuga) insieme al DC Gronchi e a Di Vittorio. Il documento che gettava le basi della CGIL unitaria fu siglato il 9 giugno 1944, nella capitale appena liberata.
A Napoli, ma con propaggini in Puglia e in altre regioni del Sud, veniva creata intanto la CGdL meridionale, animata da comunisti, azionisti e socialisti di sinistra (con una partecipazione di qualche bordighista e trotskista), in aperta polemica con il verticismo della CGIL unitaria e soprattutto contro l’ipoteca interclassista posta dalla corrente democristiana nel documento di adesione al Patto di Roma. Ma la CGdL meridionale (come d’altra parte la "federazione di Montesanto", frutto di una scissione animata dalla sinistra del PCI napoletano in polemica con l’orientamento di collaborazione di classe che si stava delineando e che sarà rafforzato dall’arrivo di Palmiro Togliatti in Italia), sarà soffocata dal governo Badoglio, in cui in seguito alla cosiddetta "Svolta di Salerno" erano entrati ministri comunisti, senza porre neppure la pregiudiziale antimonarchica sostenuta fino al marzo 1944, e naturalmente dalle autorità di occupazione anglo-americane, che negarono l’autorizzazione (e la carta…) al quotidiano della CGdL di Napoli.
Va detto tuttavia che questa breve esperienza pressoché dimenticata, pur generosa nelle intenzioni, era ugualmente il riflesso di scelte maturate a livello politico, e non il frutto di un impetuoso movimento sindacale classista.
La politica della CGIL unitaria, nata da un accordo di vertice tra i principali partiti, con lo stesso metodo usato per i CLN locali e nazionale, cioè la ripartizione a tavolino delle cariche a prescindere dal peso reale di ciascuna organizzazione, non poteva avere una reale autonomia rispetto al governo di unità nazionale. Per questo si impegnò, più che a promuovere le lotte, in una battaglia costante contro gli "eccessi" nelle agitazioni spontanee nelle zone liberate e poi, successivamente alla liberazione, contro i presunti "eccessi nelle epurazioni" dal basso, che avevano cacciato i quadri di fabbrica più compromessi col fascismo.
Su questo fu determinante tuttavia non tanto la componente democristiana, ma proprio quella del PCI, impegnato ad applicare zelantemente la linea interclassista, anche se a volte la presentava come il frutto della necessità di "salvare l’unità con le correnti sindacali moderate", in particolare con quella DC.
L’egemonia conquistata dai comunisti con le loro eroiche lotte venne utilizzata per assicurare la ricostruzione capitalistica dell’Italia, convincendo gli operai a rinunciare "per il momento" alle loro rivendicazioni di potere, attendendo il "momento buono" che sarebbe stato scelto dai loro dirigenti. Ci furono perplessità, ma nel complesso la "doppiezza" pagò. Così uno dei massimi dirigenti del PCI di quegli anni, Emilio Sereni, in un’assemblea dei Consigli di Gestione nel teatro Odeon di Milano, il 16 settembre 1945, si rivolse a una platea inquieta con questi argomenti, che sarebbero stati respinti violentemente nel 1920, ma che riuscirono almeno in parte a fare breccia in una classe operaia giovane e inesperta:

"Sarebbe troppo comodo per le vecchie classi dirigenti che hanno portato l’Italia alla catastrofe poter dire ai lavoratori: ora arrangiatevi da soli. […] I lavoratori non sono caduti nel tranello, hanno saputo esigere che i rappresentanti della proprietà prendessero la loro parte di responsabilità nel ricostruire". (1)

Non tutti erano ancora convinti, a quanto pare, se l’Unità di quel periodo doveva continuamente mettere in guardia contro "provocatori trotskisti" che "incitavano all’odio" tra le componenti dello schieramento antifascista, o tentavano di mantenere ben oliate le armi. In quello stesso mese di settembre un comunicato della Camera del Lavoro di Milano, pubblicato su l’Unità del 16 settembre col titolo Denunciare i provocatori di manifestazioni inconsulte, rivelava una realtà ancora fuori controllo:

"A questa CdL risulta che da qualche elemento non ancora identificato vengono promossi qua e là scioperi assolutamente inconsulti. Mentre si richiama l’attenzione delle masse operaie e in modo particolare delle commissioni interne sull’errore gravissimo di eccedere in queste manifestazioni, si dichiara senz’altro che non saranno riconosciuti i movimenti e le agitazioni che non abbiano avuto il preventivo benestare da parte della segreteria generale della CdL. Si invitano formalmente i componenti delle C.I. a voler denunciare senza riguardo i promotori di queste agitazioni che – dato il particolare momento che attraversa il Paese – devono essere considerati alla stregua di provocatori e, come tali, duramente colpiti". (2)

La stessa realtà non ancora "normalizzata" si riscontrava ovunque. In una riunione del dicembre 1945 della Direzione nazionale con i segretari dei comitati direttivi di Milano, Genova e Torino, un po’ tutti i dirigenti locali si lamentarono di tendenze "estremiste".
Ma nel complesso le frange irrequiete furono contenute, e se necessario colpite da provvedimenti disciplinari interni, o segnalate alla repressione statale, naturalmente come "provocatori". La linea dura verso i perturbatori (mentre l’amnistia rimetteva in circolazione fascisti e collaborazionisti) partiva dallo stesso Togliatti, allora ministro della Giustizia. Tra gli appelli alla magistratura perché "faccia rispettare la legge e la proprietà" firmati da Togliatti, Giorgio Bocca ne ha riportato integralmente uno durissimo nei confronti dei disoccupati, che in tutta l’Italia scendevano in piazza con comprensibile esasperazione:

"Non sarà sfuggito all’attenzione delle SS. LL. Ill.me che, specie in questi ultimi tempi, si sono verificate in molte province manifestazioni di protesta da parte di disoccupati, culminanti in gravissimi episodi di devastazione e di saccheggio a danno di uffici pubblici nonché di violenze contro i funzionari. Pertanto questo ministero, pienamente convinto della necessità che l’energica azione intrapresa dalla polizia per il mantenimento dell’ordine pubblico debba essere validamente affiancata e appoggiata dall’autorità giudiziaria, si rivolge alle SS. LL., invitandole a voler impartire ai dipendenti uffici le opportune direttive affinché contro le persone denunciate si proceda con la massima sollecitudine e con estremo rigore. Le istruttorie e i relativi giudizi, devono essere espletati con assoluta urgenza onde assicurare una pronta ed esemplare repressione." (3)

Inutile dire che la magistratura, tutta formatasi sotto il fascismo, non aspettava di meglio. Vedremo anche alla FIAT che le provocazioni poliziesche, sancite poi da magistrati compiacenti, contribuirono a colpire le avanguardie politiche e sindacali. D’altra parte i lavoratori avevano dovuto rinunciare anche alle "epurazioni interne", che avevano cacciato dalla fabbrica un gran numero di capi accusati di collaborazione col fascismo, ma anche responsabili di atteggiamenti repressivi nei confronti dei lavoratori. Ai primi di novembre del 1945 Togliatti si era già pronunciato nel comitato centrale del PCI a favore del ritorno di Valletta, ma si era recato poi anche al Congresso provinciale di Torino per convincere i comunisti locali a cambiare linea, alludendo chiaramente alla situazione creatasi alla FIAT:

"Un grande stabilimento dell’Italia del nord non è in grado di proseguire il lavoro, in quanto sono stati allontanati ben 1.200 esperti tecnici, e non sotto accuse di atrocità e collaborazionismo, ma semplicemente perché invisi alla massa. Questo è un grave errore, qui esulano motivi politici ed entrano in gioco le vecchie rivalità di carattere sindacale fra tecnici e operai. I lavoratori onesti e coscienti non devono inasprire tale dissidio, ma adoperarsi per un avvicinamento e una fratellanza delle categorie, non dimenticandosi che di provetti tecnici la vita italiana, oggi, ha un grandissimo bisogno." (4)

Subito dopo Emilio Sereni rivolse un appello, pubblicato sull’Unità del 1° dicembre 1945, ai "tecnici" della FIAT, per rassicurarli che i comunisti volevano "vederli ritornare, richiamare al lavoro come fratelli del lavoro", non esclusi quelli che "ieri, nell’atmosfera di oppressione creata dal fascismo, hanno lavorato per i padroni". Ma quelli che venivano chiamati "tecnici" erano invece capi, che avevano avuto gravi responsabilità politiche in molti momenti, ed erano per questo odiati dai lavoratori.
Non c’è dubbio che la linea di collaborazione di classe passò per l’inesperienza delle nuove leve comuniste, e l’assenza di un’alternativa alla linea nazionale, che era avallata soprattutto dal prestigio di Togliatti, il quale non mancava mai di ricordare che veniva dall’URSS ed era l’interprete delle indicazioni del grande "partito fratello" e di Stalin.
Un dirigente del PCI di grande peso, Giorgio Amendola, in una relazione al Convegno dell’Istituto Gramsci del 1962 ha ricostruito con brutale franchezza quel processo, che trasformò una grande forza comunista e antagonista nel principale baluardo dell’interesse nazionale:

"Nelle giornate insurrezionali i padroni, gli industriali collaborazionisti, e anche molti altri che avevano colpe minori sulla coscienza, avevano abbandonato i loro posti. Gli operai, i tecnici, gli impiegati, raccolti intorno ai Comitati di Liberazione Nazionale di azienda, avevano assunto la direzione degli stabilimenti, non per instaurare un regime di classe con l’eliminazione dei proprietari, ma per assicurarne la gestione nell’interesse nazionale. […] La diserzione dei padroni poneva alla classe operaia il compito di dirigere la ripresa produttiva, in una tragica situazione d’emergenza, e non per soddisfare solo i propri interessi di classe, ma per rispondere alle esigenze generali della Nazione". (5)

La parola Nazione è scritta con la maiuscola.. Nel 1962 i quadri del PCI erano ormai quasi tutti assimilati, e accettavano questo linguaggio tipico della socialdemocrazia, ma non era stato facile fare accettare quella linea a tutti nel 1945. Alcuni si domandavano perché i "padroni collaborazionisti" dovessero tornare a dirigere la fabbriche, mentre l’epurazione colpiva solo i pesci piccoli.
Ma, nel complesso, i meccanismi di controllo nel partito riuscirono a contenere il dissenso. Una delle tecniche usate era quella di "farsi condizionare" dalle componenti non comuniste, anche se del tutto insignificanti dal punto di vista numerico. Così, il 14 dicembre 1945, il segretario della federazione del PCI di Torino convocò una riunione dei rappresentanti della maggiori fabbriche cittadine, con l’obiettivo di fare dimettere il Consiglio di Gestione di Mirafiori, in cui sono stati eletti sette comunisti su sette:

"Le difficoltà verranno quando dovremo combattere la concorrenza per l’apertura dei mercati. […] Le difficoltà che ci saranno non dovranno essere accollate tutte a noi, perciò occorre che nel CDG ci siano tutti i partiti. […] Siamo molto interessati a farli partecipare anche se loro non vogliono, poiché voi capite che se abbiamo dei CDG interamente nelle nostre mani di fronte alle difficoltà gravissime dovremo prendere serie misure che la concorrenza ci imporrà. […] Se abbiamo nei CDG 7 comunisti e 7 rappresentanti dei datori di lavoro, durante la campagna elettorale vi sarà interesse a dimostrare che non siamo capaci". (6)

Bisognava dunque rifare le elezioni, in modo che nel CDG "ci siano 2 comunisti, 2 socialisti, 1 PDA [Partito d’Azione], 1 DC, 1 apolitico". E così si fece. Non fu un caso unico. Anche nella CGIL, non solo prima, ma anche dopo la scissione del 1948, fu sempre assicurata negli organi dirigenti una sovrarappresentanza di altre componenti: ancora negli anni Sessanta c’erano "rappresentanti" repubblicani, socialdemocratici, cristiano sociali, che non rappresentavano proprio nulla (e a volte erano militanti del PCI che si fingevano esponenti di quelle correnti), ma permettevano di dire: faremmo ben altro, ma non siamo soli, dobbiamo tenere conto di chi non è comunista…

Un bilancio delle conquiste operaie durante la partecipazione al governo
L’unico vero successo di quegli anni fu l’introduzione della scala mobile per l’adeguamento automatico, anche se parziale, dei salari al costo della vita. Parziale soprattutto perché il meccanismo previsto, anche nelle successive modificazioni, era sempre viziato dal carattere artificioso e menzognero delle rilevazioni dell’ISTAT, effettuate da vigili urbani che rilevavano il costo della vita nei mercati più popolari, e basate su un paniere convenzionale non corrispondente agli effettivi consumi più diffusi (esempio tipico, che resterà fino alla cancellazione di questo prezioso strumento salariale, la rilevazione del consumo di combustibile era ancorata alla "fascina di legna" e non al gas di città o alla bombola, mentre quella del tabacco era basata sulle sigarette "Nazionali" il cui prezzo rimase sempre bassissimo ma che erano praticamente introvabili).
L’accordo sulla scala mobile aveva lo scopo dichiarato di bloccare le agitazioni salariali. Per questo, come scrisse più tardi il massimo specialista della CGIL in materia, E. Gianbarba, "la richiesta fu accolta senza eccessive opposizioni da parte della Confindustria. Fu il prezzo che le classi padronali si rassegnarono a pagare per impedire che il processo inflazionistico agisse come acceleratore del movimento rivendicativo dei lavoratori, che si sviluppava in quel periodo con un’ampiezza senza precedenti" (7)
In effetti la prima contropartita fu la tregua salariale, concordata inizialmente per un breve periodo e poi regolarmente prorogata, e l’accettazione della richiesta confindustriale di un rigido sistema centralizzato nella definizione dei contratti di lavoro, che escludeva ogni contrattazione articolata, affidando la determinazione dei salari esclusivamente a trattative interconfederali (accordi del 6 dicembre 1945 e del 25 maggio 1946).
Inoltre ebbe come seconda contropartita la fine del blocco dei licenziamenti, ottenuto sull’onda della preponderanza operaia nell’insurrezione del 25 aprile, e in un contesto in cui la maggior parte del padronato, che aveva collaborato fino all’ultimo con la repubblica di Salò e i nazisti, si era rifugiato in Svizzera, nonostante le assicurazioni delle autorità militari occupanti.
La fine del blocco dei licenziamenti fu decretata attraverso numerosi accordi, con motivazioni scandalose, ma disattesi in gran parte, visto che dovettero essere frequentemente rifatti. Il primo fu stipulato già il 27 settembre 1945, e prevedeva che si potessero licenziare "i lavoratori che hanno altri cespiti o sufficienti risorse personali o familiari" e i "lavoratori assunti dopo il 30 giugno 1943", evidentemente nel quadro degli sforzi per intensificare la produzione bellica. La CdL di Milano peraltro si affannava nel suo "Bollettino" ad assicurare che "non si tratta di licenziamenti, si tratta di rimandare alla loro categoria d’origine dei lavoratori affinché possano contribuire all’opera di ricostruzione. […] Vi sono case, ponti, officine da ricostruire, e non si trovano i muratori. I lavoratori edili italiani devono uscire dagli stabilimenti per riprendere il loro antico e nobile mestiere". (8)
Questo primo accordo, oltre che parziale, era rimasto largamente inapplicato per la resistenza operaia, ma il 18 gennaio 1946 fu siglato un accordo generalizzato, che fu presentato dallo stesso Di Vittorio come un successo perché scaglionava in quote mensili i licenziamenti (5% in febbraio, 4% nella prima metà di marzo e altrettanti nella seconda metà). I licenziati avrebbero avuto per due mesi (!) un’indennità pari al 66% del salario, e ottenevano intanto tante promesse su futuri sbocchi occupazionali, attraverso lavori pubblici e riconversioni produttive. Ma, anche in seguito a violente proteste degli operai genovesi e della stessa CdL di Milano, l’accordo fu applicato solo in situazioni marginali. Dove i rapporti di forza (e le necessità produttive) lo consentivano, come alla FIAT, l’occupazione aumentò ancora nei due anni dopo la fine della guerra.

La rottura dell’unità sindacale
La rottura non fu causata – come si ripete spesso - dallo sciopero spontaneo di protesta per l’attentato a Togliatti (tutti sapevano che la CGIL lo aveva proclamato solo dopo che era dilagato, proprio per poterlo fermare), ma era nell’aria, per il clima politico generale italiano e mondiale (la "guerra fredda"), il consolidato collateralismo delle correnti DC e socialdemocratica, il riflusso generale delle lotte dopo una serie di sconfitte (licenziamenti, ecc.).
Un campanello d’allarme sulle intenzioni delle forze più conservatrici era venuto dall’eccidio di Portella della Ginestra, che aveva preceduto di due settimane la cacciata di PCI e PSI dal governo, e che rimase sempre impunito (incredibilmente oggi alcuni esponenti storici del PCI-DS come Emanuele Macaluso hanno riabilitato perfino l’allora ministro degli Interni Mario Scelba!).
L’esclusione dei due partiti operai dal governo fu accolta senza la minima reazione, senza neppure un’ora di sciopero. Il comunicato fatto dal PCI non diceva neppure "ahi", e attribuiva incredibilmente alle pressioni degli Stati Uniti (e in particolare al viaggio di De Gasperi negli USA) quello che andava attribuito semplicemente al fatto che il padronato, dopo essersi fatto tirare fuori le castagne dal fuoco nel periodo in cui l’apparato statale era distrutto e la classe operaia era galvanizzata dalla caduta del fascismo, non aveva più bisogno del PCI. E la rottura veniva attribuita anche a "un errore da correggere", per ricostituire l’unità delle forze democratiche e antifasciste.
Ma la classe operaia non era ancora totalmente piegata. Lo dimostrarono, nel novembre 1947, i moti di Milano che, dopo la cacciata del prefetto Ettore Troilo, ex partigiano nominato dal CLN, misero in gravi difficoltà le autorità: 5.000 partigiani e decine di migliaia di operai occuparono la prefettura e altri edifici pubblici, nonché telefoni e radio.

Il 14 luglio 1948
L’episodio, che fu presentato e viene presentato ancora oggi come un tentativo insurrezionale, e che appunto offrì il pretesto per la scissione sindacale, fu la risposta spontanea e immediata di massa all’attentato a Togliatti. Lo sciopero dilagò senza nessuna direzione centrale, ed ebbe solo in alcune località caratteristiche di estrema radicalità (dall’occupazione delle centrale telefonica dell’Amiata che collegava il nord al sud dell’Italia, alla occupazione di commissariati e stazioni di carabinieri in diverse cittadine dell’Italia meridionale. Un testimone oculare, Livio Maitan, che si trovava sul palco della grande manifestazione romana in quanto dirigente di una piccola organizzazione che aveva partecipato al fronte delle sinistre nelle elezioni del 18 aprile, riferisce nelle sue memorie, in corso di stampa, che l’intenzione dei dirigenti del PCI, e in particolare di Luigi Longo, poi tradotta in pratica, era di evitare a ogni costo che i manifestanti si avviassero verso il centro e fossero tentati da obiettivi appetitosi come il Viminale e Palazzo Chigi; meglio farli incamminare verso il più periferico Policlinico, dove Togliatti era ricoverato. "Poi saranno stanchi, era uno dei commenti che potei ascoltare" (9).

Le difficoltà della CGIL dopo la scissione
Negli anni successivi si accrescono le difficoltà della CGIL, sia per scioperi politici in sé giustissimi che aveva proclamato ovviamente da sola (magari contro la visita in Italia di un generale statunitense, la "legge truffa, ecc.), che tuttavia esponevano al licenziamento i lavoratori che partecipavano, sia per il ritardo nell’affrontare nuovi problemi, in particolare per la rigidità di fronte alla contrattazione articolata su cui stavano spingendosi soprattutto alcuni settori dei metalmeccanici della FIM CISL.
Nel congresso tenuto a Genova nel 1949 la CGIL lanciava un "piano del lavoro" che viene celebrato ancora oggi da gran parte della sinistra, ma che a detta di Corrado Perna, oggi scrittore ed editore, ma per anni dirigente di primo piano dei chimici della CGIL, "non ebbe alcun seguito".. Perna ne sottolinea le motivazioni, definendolo "un tentativo di aggregare attorno ad una proposta di politica economica finalizzata alla ricostruzione e alla occupazione le masse lavoratrici e, più in generale, l’insieme della nazione".. Ma, appunto, non se ne fece nulla, a mio parere proprio per il carattere velleitario del progetto, basato sull’illusione che la classe operaia potesse avere una "funzione condizionatrice dello Stato verso i monopoli", sottraendo ad essi, come disse nel 1955 Di Vittorio, "la possibilità di concentrare gli investimenti nelle direzioni propizie ai loro profitti". Un po’ come pretendere di ottenere che le tigri seguano una dieta vegetariana!

Lo shok delle elezioni FIAT del 1955
La classe operaia FIAT, profondamente colpita dalla ricostruzione del potere padronale in fabbrica a cui aveva collaborato attivamente la direzione del PCI, e in particolare dai licenziamenti (preceduti dal trasferimento dalle officine di produzione ai "reparti confino") di quelle "avanguardie" che non solo avevano salvato la fabbrica dalle distruzioni predisposte dai nazisti, ma avevano fatto da garanti al "ritorno alla normalità", aveva comunque resistito a tutte le pressioni materiali e psicologiche, rifiutando di abbandonare la FIOM-CGIL per molti anni. Era tuttavia disorientata per la perdita rapida di tutte le conquiste fatte, e priva di indicazioni dall’interno dei reparti, per l’allontanamento di tutti gli elementi più coscienti.
Così, nelle elezioni del 29 marzo 1955 (preparate da controlli polizieschi e da gravi intimidazioni nei confronti di chi firmava per presentare la lista di classe o accettava di fare lo scrutatore) la FIOM scende dal 63% al 36%, mentre sale al 41% la FIM-CISL (che nel 1958 verrà sconfessata dalla CISL nazionale e diverrà poi il SIDA, il "sindacato giallo" di Arrighi), e avanza anche la UIL, ugualmente "collaborazionista". Sembra la fine di un epoca, e la sconfitta definitiva dei protagonisti di una grande stagione di lotte. Bisognerà aspettare molti anni per vedere emergere una nuova generazione, certo meno preparata politicamente, ma anche più difficilmente controllabile.
La sconfitta del 1955, tuttavia, ebbe l’effetto di stimolare una drammatica discussione in un direttivo nazionale della CGIL tenutosi dal 26 al 28 aprile (meno di un mese dopo le elezioni della Commissione interna FIAT) e aperto da una relazione sinceramente autocritica di Giuseppe Di Vittorio (ripubblicata nel 1977 dal n. 49 della rivista monografica della CGIL "Proposte").
Il grande dirigente sindacale liberava subito il campo dai tentativi di attribuire la responsabilità della sconfitta soltanto al dispotismo padronale e agli scissionisti, al ricatto delle commesse americane subordinate alla liquidazione o emarginazione di comunisti. Tutto questo naturalmente c’era, ma Di Vittorio osservava che la CGIL "non può far dipendere la sua efficienza, la sua forza, le sue possibilità d’azione, dalla buona volontà del padronato". (10)

"È certo che, ogni volta che è possibile, il padronato tende a colpire, con tutte le sue armi, leali e sleali, legali e illegali, ogni organizzazione che tende ad intaccare i profitti del capitale per migliorare le condizioni dei lavoratori. Dobbiamo perciò attenderci sempre i colpi della reazione padronale. Una grande organizzazione come la CGIL, dunque, deve essere sempre in grado di lottare, di manovrare, di muoversi per impedire che i piani del padronato contro i lavoratori si realizzino. Diciamolo francamente: non ci siamo riusciti". (11)

Un linguaggio oggi dimenticato, e da decenni. Non a caso questo testo è stato ripubblicato proprio nel 1977, in un momento in cui il sindacato cominciava a conoscere nuove gravi difficoltà (e gli interventi di Pugno e Foa sono pieni di accenni ai nuovi problemi di rapporto con le masse). Di Vittorio si domandava come era stato "possibile al grande padronato giungere alle forme estreme di dispotismo" di cui aveva parlato.

"Dobbiamo dire chiaramente ai lavoratori, che anche per i nostri errori il padronato ha potuto portare molto avanti la sua politica di terrorismo e di coazione. Dobbiamo dare la prova ai lavoratori che la CGIL ha il coraggio di guardare in faccia la realtà, di esaminare la propria azione, di scoprire e di denunciare apertamente i propri errori e di fare appello agli stessi lavoratori perché ci aiutino con il loro consiglio, con le loro esperienze, a superare questi errori, queste difficoltà, queste deficienze, e quindi a trovare assieme la strada che ci deve permettere di andare avanti". (12)

Di Vittorio precisava che non si trattava "soltanto di gravi difetti nel lavoro quotidiano, di semplici lacune e insufficienze in questo lavoro", che però indubbiamente esistevano. "Vi sono anche errori di linea, errori di politica sindacale", anche se non sono quelli indicati dagli avversari. In particolare Di Vittorio sosteneva che la CGIL non aveva logorato inutilmente le sue forze, o "chiesto sacrifici superiori a quelli che potevano essere consentiti nella situazione data". Negava anche che si fossero fatti troppi scioperi "politici". (13)
In realtà, se gli scioperi politici effettivamente non erano stati moltissimi, avevano avuto la conseguenza inevitabile sia di approfondire il solco con gli stessi lavoratori aderenti alle altre organizzazioni, sia di offrire facili pretesti per i licenziamenti. Non si discute, abbiamo detto, la giustezza degli obiettivi, ma l’opportunità di mobilitazioni così fortemente caratterizzate, mentre non si riusciva a organizzare la lotta in difesa della condizione operaia colpita su tutti piani.
Gli errori di politica sindacale identificati in quella relazione erano soprattutto sul terreno dell’analisi dei processi in corso, e dei rapporti con le masse:

"Il primo errore di politica sindacale che abbiamo commesso, a mio giudizio, è quello di non aver tenuto sufficientemente conto delle profonde modifiche che si sono prodotte negli ultimi anni e si vanno producendo, specialmente nelle grandi fabbriche, per quanto concerne i metodi produttivi, la struttura delle retribuzioni e, soprattutto, i metodi assolutamente nuovi, di carattere scientifico, che il padronato ha applicato e applica per garantirsi un controllo più diretto e capillare sui lavoratori, presi individualmente, in seno alla fabbrica e fuori dell’azienda. Dobbiamo convenire che non conosciamo a fondo le condizioni reali dei lavoratori nella nuova situazione, che non abbiamo studiato il carattere delle modifiche che sono state operate in molte fabbriche, e le loro conseguenze pratiche". (14)

Da questo discendevano "le impostazioni schematiche e generiche" che non tenevano conto "delle profonde differenze esistenti da azienda ad azienda e da settore a settore". Qui c’era il centro dell’autocritica:

"Abbiamo preteso di andare avanti sulla base di schemi generali entro i quali pensavamo di poter comprendere tutte le questioni particolari. [¤5] Di questo errore di fondo siamo responsabili prima di tutto noi del centro confederale. Non abbiamo saputo cogliere le particolarità della situazione, non abbiamo saputo cogliere le rivendicazioni più sentite, per condurre in base ad esse, lotte concrete, azienda per azienda, sia pur inquadrandole in una linea di carattere generale che legasse il tutto". (15)

Di Vittorio osservava poi che la CGIL non aveva saputo comprendere che "l’azione padronale contro i lavoratori non è fatta solo di terrorismo, di dispotismo, di brutalità e di violenza", ma è spesso accompagnata, soprattutto nelle grandi fabbriche, "da una azione paternalistica molto differenziata e capillare":

"I grandi complessi monopolistici riescono a dare premi, sussidi straordinari in caso di malattia dei familiari dei lavoratori; ad accordare prestiti in caso di parto, di matrimonio e in altri casi; ad organizzare spacci più economici per l’acquisto di generi alimentari, di tessuti; a istituire colonie per bambini; a costruire case per collegare strettamente l’occupazione all’abitazione per i lavoratori, per cui alla minaccia di licenziamento si accompagna automaticamente la minaccia dello sfratto". (16)

Non bastava denunciare queste "elargizioni" come forme di coercizione indiretta, ma chiarire che "questi vantaggi – a volte considerevoli – non sono in nessun modo benefiche concessioni dei padroni dei grandi monopoli, ma costituiscono un preciso diritto dei lavoratori". Non era mancata solo la propaganda, ma "un’azione sindacale differenziata, tendente a trasformare tutto ciò che vuole apparire una concessione propagandistica in un diritto che spetta al lavoratore". Infatti, "se l’azienda è in grado di concedere dei miglioramenti, a qualsiasi titolo e sotto qualsiasi forma, significa che riesce a realizzare alti profitti". Quindi, accanto alle rivendicazioni salariali, rivendicare anche la colonia per i bambini, la casa, il sussidio straordinario, il prestito, per trasformare quello che assume l’aspetto di una concessione paternalistica in un diritto sacrosanto. Si coglieva poi un altro grave limite della CGIL:

"Dobbiamo studiare, d’altra parte, i nuovi metodi introdotti in alcune fabbriche, in legame con la ‘produttività’ come viene concepita dagli americani. Di questi esperimenti noi non abbiamo sufficientemente discusso. […] Non solo non siamo riusciti a scatenare un movimento di opposizione contro questi metodi, e quindi ad elaborare una piattaforma di rivendicazioni che si potesse opporre positivamente ad essi, ma non ci siamo preoccupati di raccogliere notizie, dati, informazioni, segnalazioni. Queste sono deficienze gravi. Quando non si conoscono le situazioni reali, non si possono avere che delle impostazioni generiche, schematiche, che non convincono nessuno". (17)

Dopo avere ribadito, a scanso di equivoci, che la responsabilità di questa "mancanza di conoscenze precise e documentate", anche sui nuovi metodi delle human relations, ricadeva in primo luogo sul centro confederale, Di Vittorio accennava una assai più circoscritta autocritica a proposito della parola d’ordine del "controllo democratico sui monopoli", limitandosi a "riconoscere che, in molti casi, abbiamo condotto la lotta per questo obiettivo senza alcun legame, o con scarsi legami, con le rivendicazioni particolari dei lavoratori occupati in questo o quel settore dominato dal monopolio" (18). In realtà questa parola d’ordine, che si riallacciava al "controllo sindacale" proposto da Buozzi e D’Aragona in accordo con Giolitti nel 1920, era di fatto impraticabile, dato che già allora i "monopoli" (che come la FIAT, erano spesso anche multinazionali), sfuggivano ad ogni "controllo democratico" e potevano essere colpiti soltanto da lotte basate sugli interessi concreti della maggioranza dei lavoratori, come accadrà quando inizierà il nuovo ciclo di lotte.
La riflessione autocritica investiva poi il "diaframma" che si era creato "fra i nostri attivisti di base e le masse, fra queste e le direzioni dei sindacati". Dopo un elogio sincero agli "eroi oscuri del nostro movimento", che hanno accettato "con slancio, senza esitazioni, di rischiare il licenziamento, di subirlo, soffrendo la miseria e la fame pur di non piegarsi al padrone", Di Vittorio aggiungeva:

"Una organizzazione sindacale come la nostra non può accontentarsi di essere in contatto solo con lo strato attivo della classe operaia. Il sindacato, per adempiere ai suoi compiti elementari, ha il dovere di organizzare e di portare avanti la grande massa dei lavoratori, compresi quelli che non hanno ancora una coscienza di classe formata. […] Abbiamo posto più volte l’esigenza di una democratizzazione profonda della vita del sindacato: non prendere decisioni dall’alto, fare numerose assemblee nelle quali non parlino solo i dirigenti, ma soprattutto i lavoratori, anche quando potrebbero dire cose non del tutto gradite ai dirigenti. […] Affermiamo dalla tribuna del Comitato direttivo che non ci sentiamo, non ci sentiremo mai staccati dalle migliaia di lavoratori che, subendo la violenza padronale, in contrasto con i loro interessi e con la loro volontà, hanno votato contro la CGIL". (19)

Quel momento cruciale di svolta, che non risolveva tutti i problemi, ma avviava una ricerca che metteva in movimento forze nuove nel sindacato, e apriva una "lotta fra due linee", per usare un’espressione di Vittorio Foa, fu merito della capacità di Di Vittorio di affrontare realisticamente il trauma, e soprattutto di ascoltare le voci che auspicavano il rinnovamento (gran parte della CGIL di Torino, la FIOM di Milano e di molte altre province, l’Ufficio studi diretto da Trentin, la Federbraccianti, ecc.). Abbiamo riportato stralci così ampi dalla relazione di Di Vittorio, sia per l’efficacia con cui egli analizza alcuni dei limiti del sindacato, sia per sottolineare il metodo, inconsueto allora e ancor più oggi, nel sindacato ma anche nei partiti della sinistra, di assumersi la principale responsabilità degli errori, anziché scaricare l’autocritica sulle spalle dei quadri intermedi e della base, incapaci di capire e quindi applicare una linea sempre giusta.
Ricordando quel drammatico direttivo, Foa ha tracciato un quadro efficace del grande dirigente:

"Di Vittorio era un uomo affascinante, di una capacità di suggestione enorme; era un bracciante pugliese che aveva fatto la seconda elementare e che poi aveva studiato per conto suo. Era un capo-popolo, cioè aveva una specie di rapporto carismatico con la gente, e chi ha lavorato con lui ha subìto la sua suggestione in modo fortissimo". (20)

Secondo Foa, per la sua formazione e la sua esperienza diretta, "Di Vittorio non capiva la fabbrica, non conosceva l’industria. La sentiva, ma non la conosceva nei suoi termini precisi". Per questo quei dirigenti che premevano "per il ritorno alla fabbrica, ai problemi operai", temevano che nella relazione non ci fosse l’autocritica necessaria e un segnale di svolta. Invece ci fu, ed è una testimonianza del fiuto politico del grande dirigente sindacale.
Certo molti degli errori, delle incoerenze, delle ambiguità, erano una conseguenza di scelte del passato, di una contraddizione profonda dovuta alla linea del PCI dalla "Svolta di Salerno" in poi, che aveva fatto disperdere molte energie in nome della "strategia dei due tempi", cioè della collaborazione di classe, dell’accettazione della ricostruzione dello Stato borghese, in tutti i paesi in cui la spartizione del mondo in aree di influenza prevedeva il mantenimento dell’economia capitalista, con il condimento di una fumosa "democrazia progressiva".. Su questo Di Vittorio non seppe o non volle aprire la riflessione autocritica.
Ma la sua scelta del Comitato direttivo di aprile del 1955 permise, tra l’altro, di ricucire i rapporti con i settori classisti della CISL, che avevano guadagnato spazi affrontando problemi reali sottovalutati dalla CGIL: negli anni successivi sarà possibile ricostruire momenti di unità d’azione nelle lotte.

Di Vittorio e i "fatti di Ungheria" del 1956
Di Vittorio punterà d’altra parte a ricostruire l’autonomia della CGIL su vari terreni. Anche in questo quadro va vista la sua ferma critica dell’intervento sovietico in Ungheria nel novembre 1956, che si attirò le ire di Togliatti, ma che, oltre ad essere sacrosanta, preservava l’unità della CGIL messa in pericolo dalle prime avvisaglie di un possibile centro-sinistra (in particolare dopo l’incontro di Pralognan tra Nenni e Saragat).
Molti militanti del PCI pensarono a Di Vittorio come una possibile alternativa a Togliatti, a cui rimproveravano i colpevoli silenzi sui crimini dello stalinismo rivelati (anche se parzialmente e con metodo discutibile) dal "Rapporto segreto di Chrusciov al XX Congresso del PCUS. In ogni caso, prima della sua morte improvvisa, avvenuta al termine di una riunione di quadri a Lecco il 3 novembre 1957, Di Vittorio aveva proposto e ottenuto che l’VIII congresso del PCI approvasse la fine della concezione del sindacato come "cinghia di trasmissione" del partito. Anche questo spiega l’eccezionale partecipazione di massa ai funerali, tenutisi a Roma, in un clima di grande commozione.


Note:
1-Citato in Giorgio Galli, Storia del PCI, Schwarz, Milano, 1958, p. 236.
2-L’Unità, ed. milanese, 16 settembre 1945.
3-Giorgio Bocca, Palmiro Togliatti, Laterza, Bari, 1973, p. 452.
4-Valerio Castronovo, FIAT 1899-1999. Un secolo di storia italiana, Rizzoli, Milano, 1999, pp. 723-724.
5-Giorgio Amendola, Lotta di classe e sviluppo economico, Editori Riuniti, Roma, pp. 30-32.
6-Ampi stralci del verbale di quella riunione sono riportati da Liliana Lanzardo, Classe operaia e partito comunista alla FIAT. La strategia della collaborazione di classe. 1945-1949, Einaudi, Torino, 1971, p. 242.
7-E. Gianbarba, La scala mobile, storia e problemi, in "Rassegna sindacale", a. V, n. 17, giugno 1959.
8-"Bollettino della CdL di Milano", 1° ottobre 1945, citato in Giorgio Galli, Storia del partito comunista italiano, Schwarz, Milano, 1958, p. 268.
9-Le memorie di Livio Maitan sono in corso di stampa presso le edizioni Massari.
10-Giuseppe Di Vittorio, Il coraggio dell’autocritica, in "Proposte", n. 49, aprile 1977 (ma in realtà dell’ottobre di quello stesso anno), p. 29.
11-Ibidem.
12-Ibidem.
13-Ivi, p. 30.
14-Ibidem.
15-Ibidem.
16-Ivi, pp. 30-31.
17-Ivi, p. 31.
18-Ibidem.
19-Ivi, p. 32.
20-Ivi, p. 25.