| La rinascita del sindacalismo nel secondo dopoguerra Relazione di Antonio Moscato Parte II I contratti del 1959 Il rilancio dellattività sindacale negli anni Sessanta ha come premessa la ripresa economica che si delinea nel corso e soprattutto alla fine del decennio precedente, ma che è caratterizzata da un grave ritardo nelladeguamento dei salari, che sono al limite della sussistenza. Tra il 1948 e il 1955 la produzione industriale è aumentata del 95%, mentre la disoccupazione è rimasta ferma al livello di due milioni di unità: la ragione è che chi lavora è costretto a orari stressanti, dovuti al ricorso sistematico agli straordinari. I profitti dichiarati sono aumentati dell86% tra il 1950 e il 1955, mentre i salari reali (cioè a parità del potere dacquisto della moneta) sono aumentati solo del 6% tra il 1948 e il 1955. La denuncia viene dalla CGIL, ma anche dalle ACLI, che assumono un ruolo più critico (e meno collaterale alla Chiesa) rispetto al passato, e denunciano le divisioni sindacali come causa principale della scarsissima forza contrattuale, attribuendone la responsabilità principale agli accordi separati al ribasso firmati da CISL e UIL. Pesano anche le grandi correnti migratorie che portano soprattutto a Torino e Milano masse ingenti di lavoratori costretti ad abbandonare le campagne, prevalentemente ma non solo meridionali, e che hanno grossi problemi di adattamento nelle grandi città del nord, dove vivono in condizioni di alloggio orribili, e sono guardati con sospetto dalle precedenti generazioni operaie, quasi come i settori "leghisti" guardano oggi i migranti. Vivono separati tra loro, senza le mogli (e questo determinerà un aumento pauroso di una tristissima prostituzione, spesso alimentata da donne provenienti dalle stesse zone), e stentano a trovare collegamenti con lassociazionismo di sinistra e con le stesse parrocchie. Bisognerà arrivare al 1968-1969 perché lemarginazione e le umiliazioni subite li trasformino in una componente essenziale dellondata di radicalizzazione e di vera e propria rivolta operaia. Intanto si delineano i primi modesti fermenti unitari tra i metalmeccanici, prima a Brescia, dove si tenterà il primo sciopero unitario tra FIM e FIOM, seguito da una ristretta minoranza di lavoratori, ma che getta le basi di unintesa. La stessa esperienza si ripeterà poi a Milano, mentre a Torino si consumerà la rottura della CISL con la FIM torinese: il segretario generale della CISL nel 1958 dichiara che non avrebbe presentato candidati per lelezione della Commissione interna alla FIAT se lazienda non avesse garantito concretamente la libertà e la segretezza del voto. Il risultato momentaneamente è deludente: su 117 membri CISL della Commissione interna oltre 100 lasciano la loro organizzazione e costituiscono un vero e proprio sindacato giallo, che assumerà dapprima il nome di Liberi Lavoratori Democratici, e diventerà poi il SIDA, Sindacato Italiano dellAutomobile, (oggi ribattezzato FISMIC). Nelle elezioni del marzo, la FIM scende da 28.000 a 7.000 voti, mentre gli iscritti in tutta la provincia si riducono a poco più di mille. Ma è la premessa della ricostituzione dellunità, almeno a livello di metalmeccanici. Naturalmente gli ostacoli che rimangono non sono pochi. In primo luogo derivano dalla diversa collocazione rispetto al governo. Quando Fanfani nel 1958 costituisce il primo governo DC-PSDI "di aspirazione al centro-sinistra", Giulio Pastore entra a farne parte come ministro, lasciando la segreteria della CISL a Bruno Storti. Daltra parte Pastore, se aveva condotto lattacco alla scandalosa collusione con lazienda dei membri CISL della commissione interna FIAT, aveva continuato ad usare, ad esempio nel congresso della CISL del 1959, toni pesanti contro la CGIL, per le sue scelte antigovernative. Anche se ammetteva che il governo "per la sua formula, è lontano, moltissimo lontano, dalle simpatie e dalle aspettative dei lavoratori", e che il padronato con le sue interferenze e pratiche antisindacali mirava "ad alterare e corrompere la lealtà dei lavoratori verso il loro sindacato", sosteneva che "quando diciamo che il colore distrugge lunità dei lavoratori e il vero sindacalismo, vediamo nella CGIL appunto un non sindacato". Qualcosa che fa venire in mente latteggiamento attuale di Pezzotta contro Cofferati Daltra parte la correzione di linea anche da parte della CGIL fu lenta, e comportò il mantenimento del centralismo confederale (e quindi dellesposizione al ricatto di CISL e UIL) anche nei confronti della lotta di categorie che avevano già avviato processi unitari democratici dal basso, come i metalmeccanici. Così, quando alla fine del 1959 venne rinnovato il loro contratto, a trattare con le controparti furono le confederazioni e non i sindacati di categoria. E i risultati furono deludenti, sia sul terreno salariale, sia e soprattutto sui problemi di potere come il controllo sui cottimi, le qualifiche e lintervento sui nuovi sistemi di produzione. Forte fu la delusione dei lavoratori. Ma allorizzonte cera un avvenimento, tutto politico, che avrebbe rivelato che entravano in scena nuove generazioni operaie non bruciate dalle esperienze precedenti. Le lotte del luglio '60, sintomo della radicalizzazione di una nuova generazione Nel 1960, caduto il monocolore Segni, che aveva preso il posto del governo Fanfani, un altro esponente della sinistra DC a cui apparteneva anche Pastore, tentò con lte appoggio del presidente Gronchi di costituire un governo con lappoggio esterno indispensabile dei voti fascisti. Anche Gronchi aveva beneficiato di una certa indulgenza della sinistra, grazie alla quale era stato eletto alla presidenza della Repubblica. I voti fascisti erano stati contrattati, offrendo in cambio la possibilità di tenere un congresso del MSI a Genova, forse la città più antifascista dItalia, e comunque lunica che si era liberata da sola, costringendo un generale tedesco ad arrendersi a un operaio comunista. I durissimi scontri di piazza videro protagonisti in molte città dei giovanissimi non iscritti alle organizzazioni tradizionali della sinistra, e che per questo fu più difficile frenare. Furono chiamati. i "ragazzi dalle magliette a strisce" (era lindumento di moda allora tra i giovani proletari), perché nessuno sapeva bene chi fossero. A Roma ad esempio continuarono a scontrarsi con la polizia nella zona di Porta San Paolo per molte ore dopo che i dirigenti della federazione del PCI avevano data per conclusa la manifestazione, invitando (inascoltati) tutti i militanti a tornare a casa. Molti di quei ragazzi quella stessa sera si riunirono nella sede del PCI di Testaccio e chiesero di aderire alla FGCI, ignorando ovviamente il ruolo frenante che avevano avuto i dirigenti del partito. Anche a Genova cerano giovanissimi proletari accanto a un nucleo deciso di operai comunisti con esperienze partigiane e decisi a vendicare le sconfitte del periodo precedente. Insieme praticarono forme di lotta estremamente violente: dalle barricate ottenute saldando ai binari i tram, alla cattura di alcuni automezzi della Celere. Quei giovani erano in genere edili o lavoratori dispersi in piccole fabbriche senza organizzazione sindacale, e la loro radicalizzazione sul terreno politico generale avrebbe avuto difficoltà a tradursi in lotta sul posto di lavoro, ma erano un sintomo importante di un mutamento di clima. La nuova generazione operaia, non meno di quella studentesca, si alimentava anche di simboli e punti di riferimento internazionali: dapprima, anche senza un vero impatto di massa, la rivoluzione algerina, poi quella cubana, che ebbe una fortissima eco e poi, successivamente, quella vietnamita. In tutti i casi, veniva rivalutata la lotta armata e comunque non parlamentare. La vittoria cubana poi colpiva al cuore largomento sempre usato dai riformisti del PCI e del PSI subito dopo la Resistenza per mettere a tacere chi proponeva obiettivi e forme di lotta anticapitalistiche: "non si può, perché altrimenti arriveranno gli americani ".. Cuba aveva dimostrato che "si poteva", anche in un paese "così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti" La simpatia si consolidò nel 1961, quando la giovane rivoluzione piegò laggressione dei mercenari a Playa Giròn, e lanno successivo quando Cuba diede una lezione di dignità alla stessa Unione Sovietica durante la "crisi dei missili". La radicalizzazione della FIM CISL Il progressivo spostamento a sinistra di settori della CISL deve essere considerato un effetto indiretto della radicalizzazione cattolica, già segnalata per quanto riguarda le ACLI, originariamente fiancheggiatrici della corrente democristiana prima della scissione del 1948, e che poi non a caso, nel 1972, videro alcuni dirigenti significativi, a partire dal presidente Livio Labor, tentare di creare un Movimento Politico dei Lavoratori, per alcuni aspetti collocato alla sinistra del PCI. (1) Ma il fenomeno era assai più ampio, ovviamente, e si era espresso largamente nel Concilio Vaticano II, che era stato al tempo stesso il riflesso e lamplificatore di un movimento profondo, manifestatosi con le "comunità di base", dal Brasile di mons. Helder Camara ai preti operai francesi e alla Toscana dellIsolotto e di don Milani. Un movimento che non poteva quindi non avere ripercussioni anche sul sindacalismo cattolico, che aprì soprattutto ma non solo tra i metalmeccanici le sue porte a giovani intellettuali che si dedicarono a un lavoro di formazione che doveva portare la FIM (assai più aperta su questo terreno della FIOM, in cui il peso dellapparato del PCI aveva una funzione frenante) ad avere un ruolo di avanguardia. Un sottoprodotto politico del fenomeno fu qualche anno dopo il "Gruppo Gramsci", nato dalle scuole di formazione della FIM, e che ebbe agli inizi degli anni Settanta un ruolo interessante e positivo soprattutto a Torino e Milano, con la partecipazione di intellettuali di un certo peso come Giovanni Arrighi e Romano Màdera, e di straordinari quadri operai come Tino Tizzoni, operaio dellAlfa Romeo e dirigente politico complessivo del gruppo. Ma questa è la storia di un periodo successivo, ed esula in parte dal nostro tema. In ogni caso va detto che nellondata rivoluzionaria del 1968-1969 e degli anni successivi (qualcuno preferisce definirla "prerivoluzionaria", anche se una situazione può essere definita "rivoluzionaria" indipendentemente dallesito finale (che dipende dal fattore soggettivo, in base allampiezza e profondità delle forze che si radicalizzano e rifiutano lordine esistente), i giovani operai e intellettuali cattolici ebbero un peso che non sempre viene riconosciuto adeguatamente. Lotte contrattuali del 1962 e lassalto alla sede UILM a Piazza Statuto (2) Laltro fattore che fu determinante fu lentrata in scena di giovani operai in genere immigrati dal sud e mal adattati al clima esistente - che si definivano "incazzati" e vennero bollati come "provocatori". Nel 1962 si apriva la lotta per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici. La piattaforma varata dai sindacati chiedeva la riduzione della settimana lavorativa a 40 ore, il prolungamento del periodo di ferie, la riduzione del cottimo e dello straordinario, la possibilità per le organizzazioni sindacali di contrattare tutti gli aspetti del rapporto di lavoro. Sulle azioni di lotta previste pesava la grande incognita costituita dal comportamento dei lavoratori della Fiat i quali, a cominciare dal fallimento dello sciopero indetto nel 1953 contro la "legge truffa", non avevano più aderito alle iniziative non solo di carattere politico ma anche sindacale. Ormai da anni agli scioperi indetti dalla FIOM partecipava solo una piccola parte dei lavoratori, quelli più politicizzati e sindacalizzati, ormai del tutto isolati dal resto della classe operaia. Aveva profondamente trasformato lorganigramma produttivo, applicando su vasta scala il modello tayloristico; tale trasformazione aveva consentito lassunzione di migliaia di operai comuni, provenienti dalla provincia torinese, dal veneto e poi dal meridione, che non possedevano più le caratteristiche politiche e sociali legate alla figura delloperaio professionale e di mestiere, quello che aveva costituito lossatura dellavanguardia politica e sindacale alla Fiat. In questo contesto lo sciopero del 6 febbraio 1962 indetto dalla FIOM torinese in tutto il gruppo Fiat per appoggiare una piattaforma rivendicativa che chiedeva le 40 ore settimanali, il sabato festivo, 70 lire di aumento salariale, contrattazione dei tempi e degli organici, rivalutazione delle qualifiche, si rivelava un insuccesso, e così pure lo sciopero nazionale del 13 giugno, indetto alla Fiat solo dalla FIOM e dalla FIM e ostacolato dagli altri due sindacati, UILM e SIDA; solo il 19 giugno si rompeva il ghiaccio, e per la prima volta scioperava un gruppo consistente, che cominciava a crescere e a coinvolgere gli esitanti. Era un avvenimento eccezionale, perché non si trattava più di avanguardie isolate, ma di una "minoranza di massa" composta non solo dal vecchio nucleo operaio che aveva resistito alla repressione, ma da "gruppi di giovani, non collegati in buona parte alle organizzazioni sindacali, riunitisi in forme spontanee tra di loro" (3). A questo punto, finalmente, le adesioni allo sciopero successivo del 23 giugno furono numerose, circa 60 mila lavoratori, tra i quali alcuni impiegati. Il 4 luglio, vista linterruzione delle trattative tra Confindustria e sindacati, venivano proclamate una serie di agitazione per i giorni seguenti. Contemporaneamente la Fiat si diceva disposta ad aprire un confronto, per chiudere a livello aziendale la vicenda contrattuale, coi "liberi sindacati", ovvero UIL, SIDA e CISL, con esclusione della CGIL. La CISL rifiutava, UIL e SIDA vi partecipavano e concludevano un accordo separato. Subito divampava la polemica tra i sindacati, "La Stampa" titolava UIL e SIDA si accordano con la Fiat e invitano gli operai a non scioperare, in fabbrica decine di aderenti ai due sindacati strappavano le tessere con rabbia, per protesta. Lo sciopero del 6 luglio riusciva completamente nei vari stabilimenti Fiat. Spontaneamente alla SPA Stura un corteo di circa seicento operai lasciava la fabbrica e si dirigeva verso Piazza Statuto, collocata al centro della città, dove cera la sede della UIL, per protestare contro laccordo appena firmato. Fra i partecipanti alla manifestazione molti erano gli iscritti a quel sindacato, sdegnati da un comportamento che non condividevano. Giunti in piazza si radunavano sotto la sede della UIL, fischiavano e urlavano contro il "contratto bidone" e contro alcuni sindacalisti, tentavano di penetrare allinterno della sede, altri lanciavano pietre contro le finestre. Intanto una folla di curiosi, fatta anche di giovani meridionali che abitavano nelle vie limitrofe, si radunava per assistere allo spettacolo. Fischi, urla e pernacchie si levavano quando arrivava la polizia, applausi invece per gli operai raccolti sotto la sede della UIL. Nel primo pomeriggio avveniva la prima carica per disperdere i dimostranti e la folla che si era radunata per guardare. Era linizio di una serie ripetuta di scontri che si protrassero per tre giorni avendo come epicentro Piazza Statuto. I dimostranti si ritiravano nelle vie laterali, scappavano a piccoli gruppi in direzioni diverse; poi, quando la polizia ritornava al centro della piazza, ricomparivano. A nulla valsero i tentativi fatti dai dirigenti della Camera del lavoro, tra cui Sergio Garavini, o del PCI, come Giancarlo Pajetta giunto appositamente da Roma, per convincere i manifestanti a sciogliersi e a ritirarsi dalle vie adiacenti la piazza. Gli scontri, che erano iniziati il sabato pomeriggio, si protrassero per altri due giorni e cessarono del tutto solo alle due di mattina di martedì 10 luglio. In tre giorni di scontri 1251 persone erano state fermate, 90 erano state arrestate e processate per direttissima, un centinaio denunciate a piede libero, 169 gli agenti feriti. Comprendere ciò che era accaduto in quei giorni non era facile. Sindacati e partiti di sinistra, dopo un abbozzo di analisi, cedettero facilmente al ricorso a vecchie categorie da SantUffizio attribuendo la causa di tutto ai "facinorosi", ai "provocatori", agli elementi "che nulla avevano a che fare con la classe operaia", ai "gruppuscoli estremisti" e via di seguito fino a giungere a sostenere che la manifestazione, da un certo punto in poi, era stata alimentata da elementi fascisti. Quanto era accaduto rifletteva la situazione nuova che si era venuta a creare dentro la fabbrica, con la massiccia immissione di nuovi lavoratori dequalificati, e nella città. Una città la cui composizione popolare e di classe risultava profondamente mutata a causa della massiccia immigrazione meridionale che aveva occupato quartieri fatiscenti del centro storico, dove centinaia di famiglie e di giovani meridionali vivevano in condizioni simili a quelle del proletariato londinese raccontate da Engels nel saggio sulla Questione delle abitazioni. Un nuovo proletariato, separato anche linguisticamente da quello tradizionale della città che parlava piemontese anche nelle sue istituzioni sindacali (Camera del lavoro) e partitiche, si accumulava nei quartieri portandosi dietro una rabbia e una tensione incapace di orientarsi e incanalarsi verso le tradizionali forme organizzative del movimento operaio. Va anche detto che latteggiamento di sufficienza e di condanna verso questi strati sociali, considerati alla stregua di sottoproletari, selvaggi, incolti, marginali, manifestato dalle organizzazioni sindacali e della sinistra torinese nei confronti di quella rivolta di piazza non facilitava certamente lincontro e la presa di contatto. Averli etichettati come provocatori fascisti, come elementi facilmente preda dei loro istinti violenti e aggressivi non contribuiva certo a favorire la loro presa di coscienza, così scriveva un comunista torinese, purtroppo una voce isolata (4) Gli scontri a Milano durante le lotte contrattuali del 1965-1966 Cresceva su vari terreni la spinta a cercare forme diverse da quelle imposte dalla burocrazia riformista: nel 1966 le lotte per il rinnovo dei contratti di lavoro, pur limitate dalla piattaforma moderatissima imposta dai burocrati, si inasprirono, e in molti casi gli attacchi della polizia ai picchetti e ai cortei trovarono una risposta decisa, che diventarono davanti allo stabilimento milanese dellAlfa Romeo di Portello quasi una guerriglia di strada. Al tempo stesso gli operai guardavano con attenzione alle prime lotte violente e dissacranti degli universitari. Nellaprile 1966, ad esempio, quando i fascisti (protetti come sempre dalla polizia, anche se il governo era di centro-sinistra), attaccarono lUniversità di Roma uccidendo uno studente, Paolo Rossi, e poi ferendo altri tra cui chi scrive, gruppi di robusti lavoratori del gas presidiarono di notte i dintorni luniversità con lobiettivo (realizzato) di "dare una lezione" agli aggressori fascisti. La lotta per il rinnovo contrattuale del 1966 si era tuttavia conclusa con un risultato misero, ed anzi assai pericoloso, perché gli accordi prevedevano che le lotte aziendali potessero contrattare solo una percentuale irrisoria del salario: in questo modo, pensavano burocrati e padroni, non ci sarà più nessuna lotta aziendale tra un contratto e laltro, perché non varrà la pena di lottare per tanto poco. Ma avevano fatto i conti senza loste, cioè con la crescita politica di molti operai, dentro e fuori le organizzazioni tradizionali. Verso la fine del 1967 e soprattutto nel 1968 si moltiplicarono le lotte aziendali e a volte di reparto contro il cottimo, contro la nocività e i ritmi di lavoro, riscoprendo forme di lotta dimenticate, che disarticolavano la produzione e scardinavano lautorità dellintera gerarchia di fabbrica. Lindustria italiana "tirava", e per fermare le lotte, una parte del padronato accettò di pagare un certo prezzo, tentando di monetizzare il disagio operaio. Così saltarono o vennero aggirate le clausole del contratto che dovevano bloccare la contrattazione aziendale (5). La pressione operaia per una controffensiva dopo i risultati deludenti dei contratti del 1966 si manifestò anche spingendo le confederazioni a proclamare per la prima volta uno sciopero generale di 4 ore per la rivalutazione delle pensioni. Lo sciopero, fissato per il 15 dicembre, fu revocato in extremis sotto la pressione della CISL e della UIL, "cinghie di trasmissione" del governo. Qualche sindacato di categoria della CGIL tra cui quello dellINPS, tentò di mantenerlo, e la vicenda provocò un lungo strascico di dimissioni ed espulsioni. Verso il 1968-1969 La radicalizzazione iniziata col luglio 1960 e poi sviluppatasi con le caratteristiche a cui abbiamo accennato, influì soprattutto sulle organizzazioni tradizionali. I primi gruppi extraparlamentari di tendenza maoista o operaista, e quelli bordighisti relativamente rivitalizzatisi avevano troppe rigidità per riuscire a pesare. Un ruolo importante in quegli anni ebbe invece la FGCI, che si spostò sempre più a sinistra, sia per levoluzione di quadri della generazione precedente come Luciana Castellina, sia per liniziativa dellarea trotskista "entrista" della sezione italiana della IV Internazionale, che nella prima metà degli anni Sessanta ebbe un ruolo dirigente nazionale della "tendenza" di sinistra nel PCI, conquistando una effettiva egemonia in città come Roma, Milano, Torino, Perugia, Catania, Venezia, ecc., dove spesso era trotskista lo stesso segretario provinciale. Uno dei terreni essenziali scelti per differenziarsi dal partito era quello della solidarietà internazionalista, e delle forme di lotta da usare in essa (ad esempio a Roma i dirigenti del PCI erano furiosi per i tentativi di raggiungere lambasciata americana nel corso delle manifestazioni per il Vietnam, che ovviamente provocavano aspri conflitti con la polizia) (6) , ma la FGCI si proiettava anche verso le prime lotte operaie. Ciò accadeva perfino a Roma, dove pure la classe operaia era assai ridotta (ma cera una tradizionale combattività degli edili, e vi fu un importante e prolungata occupazione della fabbrica chimica ICAR-LEO), e più sistematicamente a Torino e soprattutto a Milano, dove Avanguardia Operaia, prima di diventare un gruppo politico, fu lo strumento di intervento della sinistra trotskista della FGCI e dello stesso partito. La svolta dei sindacati metalmeccanici e chimici nel luglio 1969, con il cambiamento improvviso delle piattaforme, che accoglievano quanto proposto dalle minoranze rivoluzionarie e che invece era stato respinto appena un mese prima nel Congresso della CGIL di Livorno, non può essere compresa senza tenere conto da un lato delle straordinarie lotte aziendali che rompevano il rigido quadro stabilito dai contratti del 1966, dallaltro di questa convergenza politica tra operai combattivi spesso ancora iscritti ai partiti tradizionali e i giovani militanti rivoluzionari che avevano animato le lotte studentesche del 1968. Le lotte aziendali rompono il quadro della concertazione Intanto in alcune aziende nel corso della preparazione delle lotte erano comparsi organismi nuovi, come i CUB (comitati unitari di base), che affiancavano e aggiravano le vecchie commissioni interne e i sindacati, pur essendo composte in molti casi in prevalenza da iscritti al sindacato "fuori controllo". Tuttavia questi organismi pagarono presto il prezzo dei conflitti nella nuova sinistra, diventando di fatto "cinghie di trasmissione" o "scuole di comunismo" di questo o quel gruppo. Ad esempio alla Pirelli a una certo punto ci furono, con lo stesso nome, due CUB, uno legato ad Avanguardia Operaia, laltro a Potere Operaio e agli "spontaneisti". Già nel 1968, soprattutto a Torino, per iniziativa di gruppi di operai vicini al PSIUP, compaiono i primi delegati di reparto o di linea, che si diffonderanno negli anni successivi. Il rifiuto di gran parte dei gruppi rivoluzionari di impegnarsi nellestensione e generalizzazione dellesperienza in nome del principio antiautoritario "siamo tutti delegati" o di una diffidenza settaria verso un organismo "poco controllabile" lascerà tuttavia maggiore spazio a una successiva manipolazione dei consigli da parte dei vertici burocratici, di cui parleremo successivamente. Le lotte del 1968 e la svolta sindacale Un anno prima della data dinizio dellAutunno caldo la lotta contro le "gabbie salariali" che penalizzavano i salari nel sud, raggiunge una straordinaria forza di mobilitazione e spazza via unaltra leggenda diffusa dai riformisti: "dobbiamo moderare le nostre rivendicazioni perché i lavoratori del sud sono arretrati, sono influenzati dalla destra, non lottano " Per piegare il padronato ci vorranno in molte province ben 14 giorni interi di sciopero e quindi di decurtazione di un salario già modestissimo; la mancanza di strutture sindacali di fabbrica in quasi tutto il sud rendeva infatti impossibile ogni forma di sciopero articolato o di poche ore, e imponeva il blocco totale della fabbrica dallesterno per 24 ore con picchetti formati da operai di altre fabbriche, e soprattutto da militanti di gruppi rivoluzionari. Nel corso di quella lotta si gettarono le basi per ricostruire gli organismi sindacali distrutti da una repressione pluridecennale, ed emersero anche nel Mezzogiorno nuove generazioni combattive. Alcuni scioperi nazionali a sostegno della lotta del mezzogiorno cementarono una nuova unità tra nord e sud, facilitata daltra parte dalla massiccia presenza di lavoratori meridionali nelle fabbriche del nord. Tuttavia anche nel sud sintomi importanti di una crescita della combattività operaia si erano avuti anche in precedenza in alcune lotte aziendali, in genere come risposta a una provocazione aziendale (è il caso delle OMECA di Reggio Calabria alla fine del 1967, dellATI e delle Fucine Meridionali di Bari nellestate 1968). Dopo lesperienza galvanizzante della lotta contro le gabbie salariali, si moltiplicarono le lotte di fabbriche anche piccole per ottenere lelezione della commissione interna, qualche aumento salariale, la mensa. Per piegare la resistenza tenace dei padroni fu necessario in genere il blocco totale dello stabilimento dallesterno, a volte di due o tre settimane, ovviamente possibile solo ottenendo la solidarietà concreta dei lavoratori di altre fabbriche della zona o dello stesso settore produttivo. In alcuni casi anche al sud vi furono vertenze su piattaforme avanzate: ad esempio al Pignone Sud di Bari, uno stabilimento di oltre 1000 tra operai e impiegati del gruppo ENI, nellaprile 1969 fu fatto saltare il cottimo con una lotta tenace che strappò anche il diritto di assemblea in fabbrica. Per regolare le prime assemblee, molto caotiche, fu eletta una "presidenza" basata su delegati di reparto revocabili, che di fatto fu uno dei primi Consigli di fabbrica in Italia. E in questo quadro che si colloca la vicenda contrattuale del 1969, che assume una straordinaria importanza per la sincronizzazione del rinnovo dei contratti delle maggiori categorie dellindustria, che anche per le ottuse resistenze del padronato erano stati rinviati fino a coincidere negli stessi mesi del 1969 diventando quel grande avvenimento politico ricordato come lAutunno caldo. Si mobilitò un numero senza precedenti di lavoratori, proprio grazie alla concretezza delle piattaforme, che avevano al centro consistenti aumenti salariali uguali per tutti, la riduzione dorario a 40 ore e la parità normativa tra operai e impiegati. Quello che è meno noto è che quelle piattaforme furono il frutto di una battaglia di minoranze consistenti e decise, che provocarono il capovolgimento dellatteggiamento delle burocrazie sindacali. Basti pensare che nel VII Congresso della CGIL, che si tenne a Livorno dal 16 al 21 giugno 1969, tutte le proposte che di lì a poco più di un mese sarebbero state raccolte dai principali sindacati di categoria furono respinte o rinviate a tempi futuri. Il segretario generale Agostino Novella aveva ad esempio esplicitamente respinto nella sua relazione "ogni forma astratta di egualitarismo salariale" (cioè gli aumenti uguali per tutti rivendicati dai rivoluzionari), e aveva rinviato le 40 ore a tempi futuri, proponendo per giunta che dovessero "articolarsi secondo le situazioni specifiche" (cioè, in parole povere, dove la forza operaia è troppo grande e i padroni sono disposti a concessioni, va bene, gli altri si arrangino). Ogni eventuale riduzione dorario soprattutto avrebbe dovuto "anche prendere in alcuni casi forme diverse, strutture diverse". Il progetto era spezzettare e lasciar disperdere la forza operaia. Anche Vittorio Foa, che rappresentava allora il PSIUP, e più in generale la "sinistra sindacale", evitò in quel Congresso di prendere posizione sulla richiesta semplicissima (e per questo mobilitante) degli aumenti uguali per tutti e della riduzione secca e immediata dorario. Molte voci (dai metalmeccanici di Brescia, dai siderurgici, dai chimici) rivendicavano la riduzione immediata alle 40 ore e anzi a 36 ore per siderurgici, chimici e in genere nei settori con forte nocività ambientale, ma la "Commissione sindacale" del congresso che doveva discutere le piattaforme concluse che le 40 ore settimanali dovevano essere realizzate "anche gradualmente", eufemismo per dire che dovevano essere introdotte solo gradualmente e lentamente, come nei contratti precedenti (nel 1966 si era ottenuta la riduzione di unora in tre anni, mezzora nel novembre 1968 e mezzora nel maggio 1969, ovviamente con nessun effetto aderivano alla FIOM-CGIL) (7). La logica della frammentazione della forza operaia e dello scaglionamento della riduzione dorario per consentire al padronato di prepararsi al suo riassorbimento, come è noto saltò. Nelle lotte aziendali di cui abbiamo appena parlato, non solo si erano ottenuti importanti successi normativi e salariali (spesso inversamente proporzionali per attenuare le differenze), ma erano emerse nuove direzioni sindacali di fatto in molte aziende importanti, in genere ancora formalmente allinterno dei sindacati confederali, ma contrapposte alla loro linea di collaborazione di classe. Alla fine di luglio del 1969 una grande assemblea si riunì al Palasport di Torino per concordare latteggiamento dei rivoluzionari nei contratti e per regolare altre questioni (ad esempio lì si consumò la rottura definitiva tra il gruppo dirigente della nascente Lotta Continua e Potere Operaio). La quasi totalità degli interventi erano caratterizzati da uno schematismo estremista che escludeva ogni possibilità di un recupero di quelli che venivano definiti gli "obiettivi operai" da parte delle burocrazie sindacali, e dava per liquidato definitivamente il PCI. Chi proponeva unanalisi più realista fu accolto freddamente e persino fischiato quando diceva che gli "obiettivi operai" che tutti proponevamo non erano veramente "incompatibili con il sindacato", come si affermava, e che quindi la burocrazia poteva anche farli suoi. Daltra parte a degnarsi di leggere gli organi dei partiti riformisti si potevano cogliere i sintomi di un imminente mutamento, che avvenne già nello stesso fine settimana in cui si riuniva lassemblea di Torino: le assemblee dei delegati metalmeccanici e chimici raccoglievano la spinta partita dalle avanguardie delle fabbriche più politicizzate. Erano passate appena sei settimane dal Congresso della CGIL e la linea decisa in quellalto consesso veniva bruscamente cambiata. I burocrati si erano "convertiti"? Erano stati messi formalmente in minoranza? Nulla di tutto questo. Ma alcuni clamorosi insuccessi dei vertici sindacali nelle assemblee di alcune fabbriche importanti, avevano fatto capire che non avevano più davanti dei gruppetti ideologizzati e staccati dalla classe, ma quadri operai maturi e stanchi dei compromessi. In particolare lassemblea della Borletti al Cinema Nazionale di Milano (non si era ancora riconquistato il diritto di assemblea in fabbrica) aveva respinto quasi allunanimità la piattaforma ufficiale del sindacato, votando per i forti aumenti uguali per tutti, le 40 ore subito e la parità completa e immediata operai-impiegati. I vertici sindacali, pur avendo ampi settori di operai meno politicizzati che li seguivano ancora, e pur non essendo vincolati da quelle assemblee che avevano convocato come "consultive", capirono che se volevano recuperare il controllo della classe operaia non dovevano lasciar crescere unopposizione di quel tipo. Così i contratti ebbero finalmente una piattaforma pagante e consistente, e mobilitarono milioni di lavoratori, e per il momento le minoranze rivoluzionarie che avevano proposto quegli obiettivi restarono spiazzate da quella giravolta. Le loro critiche ai vertici non potevano essere comprese dai milioni di lavoratori entrati per la prima volta in lotta e che erano contenti che "il sindacato" proponesse una lotta così concreta, senza sapere come e per merito di chi ci si era arrivati. Il prestigio recuperato consentì poi ai vertici di firmare un accordo di compromesso, che scaglionava parte delle conquiste nellarco dei tre anni. Lo scontro per controllare i consigli dei delegati I primi consigli dei delegati veri e antagonisti sorti per iniziativa dei quadri sindacali di base più radicali, furono annegati presto in una marea di consigli promossi dallalto, e che recuperavano gran parte dei vecchi quadri sindacali. Secondo Pierre Carniti, allora segretario di una FIM CISL che guardava alla CFDT francese, i veri consigli creati "dal basso" non erano nel 1970 più di cento, mentre già ce nerano 1500 organizzati dalla burocrazia sindacale per prevenire le iniziative incontrollabili. Il processo non fu semplice né lineare: i settori più lungimiranti della burocrazia sindacale dovettero lottare per far accettare la loro tattica allinsieme del sindacato. La CGIL ad esempio si pronunciò a favore dei consigli di fabbrica solo alla fine del 1970, dopo quasi due anni di sperimentazione, portata avanti soprattutto dai dirigenti del settore metalmeccanico e chimico, che avevano anche realizzato interessanti forme di unità organica. Linquietudine della burocrazia nasceva dal fatto che i primi Consigli autorganizzati avevano un peso grandissimo per limportanza delle fabbriche in cui si erano sviluppati, e per il grande spazio che in essi avevano delegati non iscritti alle tre confederazioni. Ad esempio alla FIAT Mirafiori di Torino, nellautunno 1970, su 199 delegati solo 70 erano iscritti ai sindacati (di essi solo 28 aderivano alla FIOM-CGIL) (8). Inoltre il rinnovamento sindacale si realizzò con una misura alla lunga pagante, ma a breve termine traumatizzante per molti sindacalisti: lincompatibilità tra cariche sindacali e incarichi politici elettivi o interni ai partiti. Migliaia di quadri comunisti, socialisti e democristiani furono costretti a scegliere (quasi sempre i più vecchi decisero di lasciare il sindacato), e furono sostituiti da giovani emersi nelle lotte. Lansia di cambiamenti politici che si era manifestata nelle grandi manifestazioni operaie che scandirono la lotta contrattuale, fu indirizzata verso una serie di "lotte per le riforme" del tutto inconsistenti, che servirono solo a far sprecare energie e ore di sciopero, e a smorzare gli entusiasmi operai. La nuova sinistra tardò a comprendere quel che accadeva e a recuperare un ruolo analogo a quello che aveva preceduto la definizione delle piattaforme contrattuali, anche per le sue continue lotte fratricide. Delusi dalle lotte per le riforme, la maggior parte dei delegati e degli operai combattivi più vicini alla "nuova sinistra" si impegnarono sul terreno delle lotte aziendali e di reparto, proprio quando cera più bisogno di una proposta politica complessiva. La preparazione delle piattaforme contrattuali per i rinnovi del 1972 videro la nuova sinistra, che era cresciuta numericamente e si era radicata in parecchie fabbriche, rinunciare rapidamente ai suoi obiettivi e in particolare alla battaglia per ridurre lorario a 35 ore, che sarebbe stata possibile per la grande forza che ancora aveva la classe operaia e avrebbe imposto nuove assunzioni. Passando dallestremismo vacuo e parolaio a un eccesso di "realismo" gruppi come Avanguardia Operaia, il Manifesto e la stessa Lotta Continua si adattarono a un ruolo di fiancheggiatori della "sinistra sindacale". Qualche settore più lucido di essa (ad esempio il segretario milanese della FIM Cisl Sandro Antoniazzi) glielo rimproverò, ma comunque si rinunciò alla lotta per la riduzione dorario in un momento in cui sarebbe stata vincente e avrebbe determinato condizioni più favorevoli per le lotte future. Ci furono tentativi importanti anche nel gruppo dirigente dei chimici, ma la combinazione tra opportunismo dei vertici confederali e il localismo miope dei "gruppi" fece perdere loccasione. Molte "avanguardie" daltra parte si disinteressarono del tutto ai contratti, ritenendo che lunico terreno utile era quello settoriale, di fabbrica o anche solo di reparto, in cui la burocrazia pesava meno e il padronato cedeva spesso facilmente. Peccato che lo facesse nella certezza che avrebbe recuperato presto sul terreno politico generale, come avvenne infatti dopo molti tentativi parziali - con lo scontro emblematico del 1980 alla FIAT. Il sospetto "spontaneismo" della sinistra sindacale Il ruolo decisivo nel disinnescare la carica politica dellondata operaia la ebbero non i vecchi burocrati sindacali democristiani o stalinisti, ma i più giovani esponenti del rinnovamento dei vertici sindacali provenienti dalla sinistra cattolica, dallo stesso PCI e dal PSIUP, ma tutti più facilmente assimilabili a una specie di nuovo anarcosindacalismo. In genere erano iscritti a un partito, ma erano pronti a giurare sullautonomia del sindacato, e disposti a lasciare le redini sciolte allestremismo e al localismo delle lotte di reparto, pur di mantenere il controllo delle lotte contrattuali, più direttamente politiche. Erano stati loro ad arginare il movimento dei consigli dei delegati, estendendolo per svuotarlo della sua carica potenzialmente politica, riducendo i Consigli ad ambigua "struttura di base" del sindacato (ambigua sia perché largamente composta da non iscritti, sia perché unitaria mentre i sindacati restavano divisi, ma anche perché ad onta di tutte le decisioni i veri consigli come quello dellAlfa Romeo o di Mirafiori continuavano a proiettarsi fuori della fabbrica e su un terreno più politico che sindacale). Sono stati sempre questi nuovi quadri sindacali imbevuti di anarcosindacalismo a pilotare i nuovi quadri di base inesperti verso il terreno della frammentazione e dello scontro locale, lasciando di fatto a loro quello politico generale. Il loro leader principale, Bruno Trentin, ha in diversi casi fatto riferimento allaustromarxismo, e in effetti lidea di ridurre i consigli a strutture di base del rinnovamento del sindacato e della stessa democrazia borghese evitandone la generalizzazione e la proiezione politica nazionale (cioè il dualismo di potere) era stata formulata da Otto Bauer e Max Adler nel 1918-1919, e soprattutto messa in pratica evitando in Austria come in Germania "il pericolo" di uno sbocco rivoluzionario. (9) Abbiamo già accennato che lincomprensione della natura contraddittoria della burocrazia operaia impedì a gran parte della "nuova sinistra" di origine studentesca di pesare nel 1969 come aveva influito nella sua preparazione. Ma le sue concezioni impedirono anche sul terreno studentesco di raccogliere i frutti dellondata di lotte precedenti. In Italia non si riuscì a far emergere un movimento politico degli studenti, sia perché a proporlo esplicitamente fummo veramente in pochi, sia per il tenace rifiuto di ogni "delega" che allora e nelle ondate successive impedì ogni unificazione nazionale, sia per un diffusissimo localismo che rifiutava ogni dimensione nazionale, sia per la frammentazione estrema in 4 o 5 grandi "gruppi", più qualche decina di gruppi intermedi o a dimensione cittadina o regionale. (10) Inoltre, dopo linvasione sovietica della Cecoslovacchia nellagosto 1968, la maggior parte dei dirigenti studenteschi, anche di origine trotskista o guevarista, approdarono al maoismo più o meno dogmatico o sofisticato, liquidando in blocco Cuba come marionetta dellURSS, e di riflesso buttando alle ortiche il fronte unico caldeggiato da Guevara a livello internazionale, ed approdando al metodo dellingiuria settaria e dellaffermazione delle proprie idee a suon di chiavi inglesi sulle teste dei compagni di altre tendenze. A maggior ragione per alcuni anni apparve inconcepibile ogni proposta di fronte unico rivolto ai partiti tradizionali della sinistra, a cui ci si contrapponeva con frasi reboanti ed evitando di fatto ogni dialogo con la stessa base, mentre si costruivano organismi contrapposti agli stessi Consigli di fabbrica, lasciando questi ultimi nelle mani della burocrazia sindacale che tentava di riconquistarli e subordinarli alla propria strategia. A tanta rigidità nei rapporti interni alla sinistra rivoluzionaria e con quella riformista, corrispose tuttavia presto a partire dal 1972 - quel "realismo" (in realtà minimalismo) che portò, dopo la rinuncia alla pregiudiziale antisindacale e anticonsigli del periodo ascendente delle lotte, a unentrata nei sindacati del tutto subalterna alla "sinistra sindacale" centrista e anarcosindacalista, che contribuì alla dispersione del grande patrimonio di militanti emersi nelle lotte di quel biennio. Inoltre in molti casi, gli stessi operai conquistati dai gruppi venivano "usati" per iniziative esterne alla fabbrica e alle tematiche operaie. Sergio Bologna ha scritto a questo proposito che "mentre il movimento, a Milano tra la fine del 1971 e il 1972 sulla questione Valpreda, era ancora in grado di portare 20-30.000 persone in piazza, lasciava completamente soli i compagni della Pirelli a gestirsi lattacco sulla cassa integrazione" (11). Sono daccordo, ma aggiungo che, se la "questione Valpreda" almeno era politica, e centrale in quegli anni, spesso la diserzione dallo scontro avveniva per questioni assai più particolari. Ad esempio ricordo personalmente, avendo militato tra il 1972 e il 1981 a Milano, quanti rifiuti vennero a proposte di iniziative comuni sui contratti o su temi politici generali o internazionali, soprattutto dai gruppi di origine "operaista", che sostenevano candidamente che "il nostro Vietnam è loccupazione delle case di via Tibaldi", o lautoriduzione delle bollette. E la stessa straordinaria e multiforme sinistra dellAlfa Romeo, alla cui attività ho partecipato quotidianamente per quasi dieci anni, era in certi momenti più sensibile a una mobilitazione contro uno sfratto nel vicino quartiere di Quarto Oggiaro che a una battaglia per cambiare la piattaforma contrattuale dei metalmeccanici. (12) Ma ormai siamo usciti dal tema delle origini del movimento del 1968-1969, anticipando la discussione sulle cause della sua dispersione e della sua incapacità di pesare politicamente, che sarà meglio riprendere sviluppandola più organicamente in un bilancio complessivo del decennio che si concluse con lassassinio di Aldo Moro, precipitando poi, di arretramento in arretramento, fino alla catastrofe della FIAT. Note: 1-Lo scontro per controllare i consigli dei delegati Il MPL si presentò alle elezioni politiche del 1972, e contribuì involontariamente al crollo psicologico della sinistra, che essendo troppo frammentata, non ottenne nessun seggio, pur avendo un numero di voti non trascurabile. Alcuni dei partecipanti a quellesperienza si unirono poi agli spezzoni del "Manifesto" e del PSIUP, ugualmente in crisi, contribuendo alla nascita del PdUP. |