| TURCHIA Alla ricerca della perduta stabilità di Yeter Dursun (Giornalista indipendente di Istanbul) Parte I "Ci siamo suicidati": il commento del Primo ministro uscente, Bülent Ecevit, potrebbe benissimo riassumere la situazione all'indomani delle elezioni anticipate del 3 novembre. Quel giorno tutti i partiti presenti n parlamento, nel loro complesso, sia di maggioranza sia di opposizione, sono stati estromessi dal verdetto delle urne, in elezioni che, pure, avevano convocato proprio loro con due anni di anticipo, in tutta fretta, senza una vera discussione e in tono da spacconi, come cavalieri di altri tempi che si sfidino a singolar tenzone. Sconfessione della classe politica Ecevit sosteneva che il suo partito sarebbe riuscito ad avere la meglio se le elezioni si fossero svolte normalmente, dimostrando di non avere capito in sostanza che cosa gli stesse capitando. La cecita' politica di uno dei veterani tra i ledere tradizionali e' di per se' una dimostrazione patente del totale fallimento della classe politica turca. Come spiegare infatti diversamente che un partito che aveva vinto le elezioni nel 199 con il 22% si ritrova all'1,2%, perdendo piu' di 6 milioni di elettori nel giro di tre anni, mentre il secondo partner della sua coalizione scende dal 18% all'8,7% e il terzo dal 13% al 5%, e quindi perdendo tutti e tre insieme circa 12 milioni di elettori? Si puo' certamente richiamare il fatto che questa coalizione tripartita, perlomeno "eterogenea", tra una "sinistra" popilista e nazionalista (DSP), l'estrema destra nazionalista (MHP) e una destra liberista "filoeuropea", si trovava al posto di comando al momento della grave crisi economica del febbraio 2001, che aveva provocato il calo del 30% del PIL turco. Si puo' anche richiamare il fatto che aggrappandosi disperatamente al potere, questo Primo ministro parkinsoniano, precocemente invecchiato e seminfermo, aveva accelerato la propria fine provocando una scissione nel suo partito la primavera scorsa, perdendo meta' del gruppo parlamentare. che i due suoi soci al potere litigavano continuamente su tutto. che il governo non dirigeva piu' niente, perche' il feroce programma di austerita' dettato dal FMI gli aveva messo il coltello alla gola, ecc., ecc. Come stupirsi quindi che tutto questo abbia portato a un tracollo politico del genere? Si'. Ma allora come spiegare che i due principali partiti d'opposizione, il SP di Erbakan (il vecchio leader islamista tradizionale) e il DYP della signora Çiller (destra conservatrice, agraria e mafiosa), che avevano ottenuto rispettivamente il 15% e il 12% dei suffragi nel 1999, abbiano perso anche loro quasi 5 milioni di voti, complessivamente, ottenendo soltanto il 2,5% e il 9,5% il 3 novembre scorso? Come spiegare anche che il "Partito giovane" (GP), uno pseudopartito messo insieme due mesi prima delle elezioni da Cem Uzan, un "giovane proprietario di holding" alla testa di un impero di media e telecomunicazioni, insomma una specie di "Berlusconi turco" abbia ottenuto piu' del 7% dei voti per una lista elettorale composta esclusivamente di dirigenti e impiegati delle imprese Uzan, il tutto con un discorso populista-nazionalista, la cui demagogia semplicistica "antitrust" e "antimperialista" potrebbe lasciare sognante piu' di un' organizzazione estremista in crisi di ispirazione? "Totale rigetto" dei partiti tradizionali Se non ci si sofferma su questo "totale rigetto" della classe politica uscente, sarebbe del tutto illusorio cercare di capire e spiegare il successo dell'AKP di Tayyip Erdogan. (Partito della Giustizia e dello Sviluppo. La sigla del partito ha anche un senso politico in se', dal momento che i dirigenti la pronunciano "AK Partito" (e non A.K.P), perche' "ak" in turco significa sia "bianco" (quindi "pulito", "non corrotto"), sia "chiaro" (cioe' l'inverso di "oscuro", mentre i laici li accusano di essere "oscurantisti"). Tutte le analisi astratte che si possono fare sulla "natura di questo partito" e qualsiasi elucubrazione sulle sue "reali intenzioni" e su quel che fara' il suo governo rischiano di girare a vuoto se non le si riporta nel quadro del processo politico in atto. Innanzitutto, sarebbe utile ricordare la crisi cronica e l'instabilita' del sistema politico turco dalla fine degli anni Otannta (dominati dall'ANAP di Turgut Özal). Quanto al decennio successivo, esso e' stato contrassegnato dalle rivalita' e dalle dispute tra capi dei partiti tradizionali, divisi in quattro squadre rivali: l'ANAP e il DYP a destra, il CHP e il DSP a sinistra. La progressiva erosione di questi partiti, che si paralizzavano a vicenda, ha consentito la crescita del movimento islamista tradizionale raccolto intorno a Erbakan, poi dell'estrema destra nazionalista del MHP. Negli ultimi 15 anni, tutti questi partiti si sono variamente succeduti al potere, dando vita a coalizioni sbilenche ed eteroclite, clientelari, populiste e corrotte. Tutto questo ha portato all'esplosione sempre piu' marcata del mondo politico, con ulteriori scissioni, totale perdita di credibilita' dei leader e dei partiti, spoliticizzazione crescente, predominioa della burocrazia (specie militare) sulla gestione degli affari piu' importanti, sperperi, sprechi e saccheggi vergognosi, con la conseguenza che si e' ingenerato al tempo stesso un cupo pessimismo in tutti gli strati e le classi sociali (borghesia inclusa), ma anche una profonda frustrazione e una rabbia nei confronti sia dell'apparato statale (specie dopo il terremoto del 1999) sia contro i politici, che hanno raggiunto l' apice al momento della crisi economica del 2001. Basta dare un'occhiata ai risultati delle ultime 5 elezioni politiche per rendersi conto di uno sviluppo del genere. 5 partiti diversi hanno vinto queste elezioni, con ogni volta un partito diverso in seconda posizione. 1987: primo ANAP (36%) e secondo CHP (25%); 1991: DIP (27%) e ANAP (24%); 1995: RP (21%) e alla pari (19%) DYP e ANAP; 1999: 22% e 18% per il tandem vincente DSP/MHP; 2002: AKP (34%) e CHP (19%). Dietro quest'apparente mancanza di coerenza si nasconde malgrado tutto una logica implacabile: "punire" i partiti al potere e sostituirli con ogni alternativa possibile e immaginabile. Elementi di novita' Pur rientrando in questa logica di "punizione/sostituzione", le elezioni del 3 novembre introducono in ogni caso un radicale cambiamento perlomeno in quattro sfere decisive, il che implica che questo nuova distribuzione dei suffragi potrebbe risultare il segno di una svolta radicale per il prossimo decennio. 1. Fino alle ultime elezioni, infatti, l'equilibrio classico tra un 30-35% complessivo per la sinistra e un 65-70% per la destra sembrava essersi mantenuto, dando l'impressione (magari a torto, peraltro) che i vecchi schemi e le vecchie fedelta' politiche non avessero conosciuto grandi sviluppi di fondo. Oggi, il totale dei voti dei partiti di sinistra nel loro insieme raggiunge appena il 23%. In altri termini, il CHP di Baykal recupera solo a meta' dei 6,3 milioni di elettori persi dal DSP di Ecevit. Questo potrebbe essere il riflesso dei profondi mutamenti sociali dell'ultimo ventennio. 2. Fino al 2002, il risultato dei due primi partiti era in calo costante rispetto a quello dei vincitori delle elezioni precedenti, segnando un voto di sfiducia e di reazione piu' che non di adesione e di fiducia nei nuovi partiti. Oggi, se il risultato del CHP puo' essere analizzato in questo quadro (malgrado un progresso dell'11% ha un risultato inferiore a quello del DSP nel 1999), non altrettanto vale per l'AKP di Erdogan, che ottiene non solo il voto piu' alto che abbia mai ottenuto un partito qualsiasi dal 1987, ma anche un risultato che va ben oltre il record assoluto della famiglia da cui e' emerso. Si tratta quindi, questa volta, di un voto di "fiducia e di speranza", anche se non ancora di "adesione" vera e propria. 3. Dal 1987, nessun partito era riuscito a ottenere la maggioranza assoluta e a governare da solo. E' ora il caso dell'AKP, che puo' quasi disporre della maggioranza dei due terzi che gli consente di potere eventualmente cambiare la Costituzione (tramite l'appoggio di 4 dei 9 deputati indipendenti, tutti di varia destra). Si tratta di una vera e propria "rivoluzione" in seno al mondo politico turco, e questo spiega il grido di gioia della borghesia e dei media, entusiasti di avere questa occasione per ritrovare finalmente la stabilita' persa dopo la morte di Özal. 4. Per la prima volta, oltre la meta' dell'elettorato non e' rappresentato in parlamento: a causa dello sbarramento nazionale del 10%, solo l'AKP e il CHP hanno eletti, con il 54% in due (+ l'1% degli eletti indipendenti). Il 45% degli elettori sono percio' ufficialmente esclusi dal gioco parlamentare. Se pero' si tiene conto del saggio di astensionismo record (21%) e del 2% delle schede bianche e nulle, i 17 milioni di elettori dell' AKP e del CHP rappresentano solo il 41% dei 41,4 milioni di elettori aventi diritto al voto. Con un terzo dei suffragi espresso (e appena un quarto dei voti degli iscritti alle liste), l'AKP dispone in parlamento di una maggioranza sproporzionata che raggiunge i due terzi. In questo momento l'AKP approfitta di uno "stato di grazia" ed ha l'appoggio sorprendentemente unanime dell'opinione pubblica e dei media. Anche il CHP si mostra conciliante, per non rovinare la luna di miele (appena perturbata dalle lamentele di un'esigua minoranza di "kemalisti laicizzanti", la cui credibilita' e' indebolita dalla loro ridicola arroganza e dal loro autoritarismo antidemocratico). Ma la situazione potrebbe rapidamente mutare di segno di fronte a una minima crisi economica o politica, o anche al piu' piccolo slittamento "islamista" dell'AKP. Insomma, cio' che oggi ne fa la forza, cioe' la completa egemonia in parlamento in un paese asssetato di stabilita' politica e di riforme, potrebbe benissimo trasformarsi domani nella sua principale debolezza e approdare a una completa rimessa in discussione della sua legittimita' democratica. L'AKP di fronte a un'occasione storica Data questa serie di elementi, oggi l'AKP ha l'occasione storica di installarsi stabilmente al centro della vita politica turca. Riuscire o fallire dipende soltanto da lui. Nato tre anni fa come scissione del partito islamista classico, l'AKP si presenta ora come un partito "conservatore-democratico", un partito "moderno" e gestore abile del capitalismo mondializzato, ma con riferimenti conservatori musulmani. . I fondatori dell'AKP vogliono insomma diventare una sorta di partito "musulman-democratico" della Turchia, sul modello dei partiti cristiano-democratici dell'Europa occidentale. Se e' evidente che una analogia del genere ha dei limiti, e' altrettanto evidente che oggettivamente l'AKP non puo' essere assolutamente definito un partito islamista classico e meno ancora integralista. Si tratta di un partito con base borghese, fortemente radicato nella media borghesia conservatrice musulmana dell'Anatolia Centrale, che in precedenza rappresentava la clientela classica del movimento islamista, ma che ormai aspira ad allargare i propri orizzonti. Con il sostegno attuale della grande borghesia laica di Istanbul, l'Akp sta di nuovo riunificando il complesso degli strati della borghesia turca, divisi dalla fine degli anni Sessanta. Grazie alle attuali sua apertura europea e duttilita' ideologica, l'AKP sembrerebbe attrarre anche, oltre all'intellighentsia conservatrice, alcuni intellettuali liberali spinti a farla finita con il conservatorismo paternalistico e autoritario del kemalismo. Supplendo alle carenze della sinistra, l'AKP si presenta anche come "il partito dei poveri e dei diseredati", che portera' finalmente la "giustizia" , onesto, affidabile e non corrotto. Ha saputo cosi' conquistarsi un appoggio popolare molto vasto, che va dagli strati emarginati delle periferie delle grandi citta' come Istanbul fino a quelli dei contadini poveri dell'Anatolia, passando per una parte dei kurdi della parte orientale del paese. In breve, si tratta di grande partito di massa interclassista in gestaazione, con tutti i vantaggi (massiccia forza) e le fragilita' (lacerazioni interne) che questo comporta. L'AKP si basa su un'ossatura di quadri politici che militano insieme da quasi 35 anni e che hanno gli stessi referenti politici: Erdogan, Gül e i loro amici appartengono quasi tutti alla stessa generazione (quella dei cinquantenni) e hanno cominciato a militare insieme alla fine degli anni Sessanta nelle organizzazioni giovanili del partito islamista di Erbakan, hanno fatto le stesse esperienze, condiviso gli stessi effimeri successi, le stesse sconfitte, ma hanno anche una comune esperienza di "gestione degli affari", sia al livello dei principali comuni del paese (tra cui Istanbul, un'enorme citta' di 10 milioni di abitanti), sia a quello del governo (al momento della coalizione Erbakan-Çiller, tra il 1995 e il 1997). La loro rottura con la vecchia guardia islamica di Erbakan non e' soltanto una polemica generazionale, ma e' legata a questa esperienza del potere. Erdogan e i suoi amici hanno ricavato appieno gli insegnamenti dell' insuccesso del loro capo storico e del suo governo di coalizione di fronte all'esercito e all'opinione pubblica nel 1995-1997. Oggi, per giunta, l'AKP non si limita a un nucleo di vecchi "innovatori islamisti moderati": il partito raccoglie a vasto raggio ed e' riuscito a conquistare una serie di quadri importanti della destra tradizionale. Il suo rapido nonche' massiccio successo ne fa un partito ancora eterogeneo, in piena gestazione e costruzione. Ma per vincere la scommessa ha di fronte a se' un vero e proprio viale politico e dispone di non trascurabili margini di manovra, ben piu' importanti comunque di quelli dei suoi predecessori dell'ultimo decennio: i suoi principali rivali politici, partiti e dirigenti tradizionali di destra, sono entrati in una crisi profonda, , sono screditati, divisi e soprattutto tagliati fuori dal gioco politico, mentre la sinistra attraversa anch'essa una crisi monumentale, di cui non sembra aver colto ancora tutta la catastrofica portata. Fallimenti a sinistra Effettivamente, e' sintomatico vedere che ne' la sinistra socialdemocratica ne' l'estrema sinistra sono state in grado di intercettare uno malcontento popolare cosi enorme e di condurre una vera e propria battaglia per riuscire a rappresentare l'alternativa sia alle forze nazionaliste al potere sia all' AKP. Il 19% del CHP non deve creare illusioni. La direzione di destra di questo partito e' sempre stata piu' preoccupata di rassicurare la borghesia che di essere portavoce delle rivendicazioni sociali. Se in futuro si limitera' a questo, senza attaccare l'AKP se non su questioni formali di laicismo e continuando ad apparire come un'appendice della burocrazia illuminata e dei militari, non ha alcuna speranza di potere approfittare delle debolezze del governo ed e' l'estrema destra nazionalista che rischia di ridiventare l'alternativa all'AKP agli occhi delle masse popolari. Quanto all'estrema sinistra, e' semplicemente fallita, cedendo ancora una volta ai suoi vecchi demoni settari. Il bilancio che ricava il compagno Ufuk Uras, presidente dell'ÖDP, dalla sconfitta del suo partito e' severo quanto lucido e motivato. Paralizzato da tre anni dalle polemiche interne di uomini d'apparato autoritari, demoralizzato dalle divisioni e da dibattiti sganciati dalla realta', l'ÖDP alla fine e' esploso in vari pezzi settari e gruppuscolari, perdendo la sua credibilita' e forza d'attrazione, deludendo la speranza suscitata dal suo iniziale progetto pluralista. Un rinnovamento radicale e' dunque indispensabile. Ma chi lo fara', visto che la maggior parte dei dirigenti che hanno portato i tanti gruppi dell'estrema sinistra turca alla terza sconfitta consecutiva in 35 anni (questa volta senza neanche la scusa della repressione!) sono ancora in carica e non sembrano neppure consapevoli della gravita' della situazione, e preferiscono vivacchiare alla testa dei loro gruppetti, con l'aureola delle loro leggende di "patriarchi marxisti" e di ex combattenti. Documentazione Le generazioni e le identita' politiche di prima del 1980 hanno cessato di essere le forze motrici della politica in Turchia dichiarazione di Ufuk Uras Presidente dell'ÖDP (Partito della liberta' e della solidarieta'), con questa dichiarazione alla stampa ha annunciato le dimissioni dal suo incarico. I risultati elettorali ci mostrano in effetti quali compiti spettino alla sinistra: grosso modo, la politica, che vuol dire la sinistra, che vuol dire organizzare la vita. Ora, noi ci troviamo di fronte a una sinistra che pretende di essere portavoce della vita, ma che non esiste neanche lei. La sinistra ha il compito di organizzare i disoccupati, i diseredati e i lavoratori ed e' una lavoro che finora non e' riuscita a fare. L'AKP confeziona un talismano per presentarlo alle masse come un rimedio. Ma il talismano di Erdogan e' quello stesso che ci ha fatto ammalare: reca il segno del FMI. La gente ha votato per l'AKP per dispetto e rabbia contro i partiti del centro e contro le forze centrifughe. Sono convinto che questa situazione strutturale potra' aprire la strada alla sinistra nella fase che viene. Purche' essa possa avere il coraggio di guardarsi allo specchio. E' chiaro che non siamo riusciti a ridare alla gente sufficiente fiducia. Ha preferito fare come se non ci fossimo. Bisogna smetterla di nascondersi dietro pretesti e costruire una coscienza collettiva. Bisogna abbandonare il linguaggio e la cultura della sinistra, diciamo cosi' "tribunizia" consistente nel portare la coscienza dall' esterno, pretendendo di dire che cosa si deve fare e facendolo calare dall' alto. Al posto di questo, occorrerebbe creare la tribuna degli strati oppressi e sfruttati. Abbiamo visto bene come una politica sganciata dalla realta' sociale fosse condannata a putrefarsi. Bisogna che ci rendiamo conto che la rimonta politica ci sara' solo attraverso la ripresa della dinamica politica delle organizzazioni sociali. Siamo di fronte al compito di costruire un'alternativa di sinistra, un asse di sinistra, un polo di attrazione di sinistra. Non serve a niente dire: "Il popolo non ci ha capito". La gente, nelle elezioni, si trova sempre di fronte a una scelta tra peste e colera e sceglie quello che le sembra il minor male e poi si ammala per questa scelta. Oggi, le generazioni di prima del 1980 e le identita' politiche che risalgono a quel periodo hanno cessato di essere le forze motrici della politica. Le formule dei partiti/ombrello che raccolgono tutti non hanno piu' senso. Bisogna ormai sostenere decisamente una politica che sia inequivocabilmente a favore delle liberta'. La sinistra e' in una fase di transizione. O si rinnova o si pietrifica. Bisogna avere il coraggio di dire cha l'errore e' soprattutto nostro e non del popolo. Alla fin fine, e' una buona cosa che le lezioni imparate a memoria dalla sinistra siano fallite. A chi vuole ancora mettersi a fare recitare a memoria queste lezioni io auguro buona fortuna. Oggi pero', il compito piu' rivoluzionario e' fare a pezzi le lezioni imparate a memoria e mettersi al centro della vita stessa. Se la sinistra ormai e' entrata in coma, non e' chi l'ha messa in queste condizioni che puo' tirarla fuori. Bisogna lasciare posto ai giovani. Bisogna anche rinnovare l'ÖDP da cima a fondo. Ritengo che la simpatia personale che mi si dimostra cominci a diventare pero' anche un ostacolo. Per questo ho deciso di chiudere l' ombrello e di andare in pensione. |