TURCHIA
Alla ricerca della perduta stabilità
di Yeter Dursun (Giornalista indipendente di Istanbul)

Parte II

Macerie del neoliberismo

In queste condizioni di vuoto politico sia a sinistra sia a destra, se l'AKP riuscisse anche solo minimamente a migliorare la situazione in un settore qualsiasi che tocchi comunque la popolazione, potrebbe anche avanzare ancora notevolmente in voti alle prossime elezioni, guadagnando tanto a destra che a sinistra. Insomma, anche senza fare miracoli, gli basterebbe non fare errori troppo grossi, non "deludere immediatamente", non fallire subito come tutti i suoi predecessori, per ergersi a principale partito di massa della destra turca, come il Partito democratico(di Menderes, Primo ministro rovesciato dal colpo di Stato del 1960 e impiccato nel 1962) degli anni Cinquanta e il Partito della giustizia (AP di Demirel, rovesciato prima dal colpo di Stato del 1971, poi definitivamente sciolto dopo quello del 1980) degli anni Sessanta (entrambi con il 50% dei voti) a anche l'ANAP degli anni Ottanta (45% dei voti).
Il paese ha conosciuto una tale catastrofe economica appena un anno e mezzo fa, che il minimo miglioramento degli indici che stanno ora al livello piu' basso, il minimo balsamo sociale sulle piaghe aperte e purulente degli strati piu' poveri della societa', anche se si trattasse di qualche misera briciola, apparirebbero in se' come un "miracolo" e verrebbero accolti con riconoscenza dai piu' diseredati. Del resto, essendo gia' stato ingurgitato all'epoca della squadra uscente il grosso dell'amara pozione del FMI, i commentatori preannunciano un "meno peggio" che sara' visto inevitabilmente come un "leggero meglio" accreditato alla nuova squadra di governo. Non e' neppure escluso che, in confronto agli "ultra-neoliberisti" uscenti, il governo dell'AKP sia il piu' "sociale" degli ultimi vent'anni.
Lo sperpero burocratico, la corruzione e le rapine hanno recato enormi danni alle finanze pubbliche; la disorganizzazione dell'apparato statale ha raggiunto un livello inimmaginabile di disgregazione e inefficienza croniche; i quadri della pubblica amministrazione sono stati letteralmente schiacciati e demoralizzati dai metodi feudali e di parte delle coalizioni instabili che si sono succedute. Ogni minima nomina passava per difficili mercanteggiamenti tra i partiti della coalizione. I "poveri uomini d'affari" erano spesso costretti a triplicare i loro bilanci per le mance, perche' bisognava "oliare" gli ingranaggi burocratici in tre ministeri o amministrazioni distinte. per non parlare della perdita di tempo e del numero incalcolabile di pratiche urgenti in giacenza, tenute in "ostaggio".
Basterebbe allora una semplice "gestione meno cattiva" degli affari correnti, un semplice "miglioramento dell'efficienza amministrativa" perche' questo apparisse una vera rivoluzione. Questo potrebbe anche consentire di ricavare qualche economia di bilancio a modico prezzo, e sarebbe per i tempi che corrono una cosa non trascurabile: la quasi totalita' degli introiti fiscali ora servono solo a coprire gli interessi del debito (interno ed estero) e a pagare i salari di fame dei funzionari, senza che il potere politico abbia il minimo margine di manovra per condurre una qualche politica sociale o effettuare il minimo investimento.
L'AKP riuscira' a fare questo? Almeno per un periodo? Ce lo diranno i prossimi mesi. In ogni caso, i dirigenti sembrano consapevoli del problema (e delle possibilita' che si offrono loro) e dimostrano la volonta' di affrontarlo. Avranno capacita' e intelligenza politica? Sarebbe interessante citare a questo punto gli intenti avanzati dal nuovo Primo ministro "islamista retrogrado", Abdullah Gül, sul quotidiano Hürriyet (25 novembre 2002): "Quando ho assunto l'incarico, ero stupito di vedere in che stato fossero le cose. Persino la sede del nostro partito e' piu' moderna dell' ufficio del Primo ministro.vi ho appena fatto installare il primo computer." . E' vero che Ecevit, il predecessore "laico, modernista e progressista" ci teneva assolutamente a battersi da solo corrispondenza e discorsi con la vecchia macchina da scrivere meccanica.

Programma di modernizzazione della borghesia

Il nuovo governo ha del resto annunciato un ampio programma di riforme democratiche e antiburocratiche, nonche' di ristrutturazioni economiche e sociali, allo scopo di adeguare la Turchia alle "norme dell'UE", per avviare quanto prima i negoziati per l'adesione. L'insieme di questo progetto di ristrutturazione globale altro non e' se non il programma di modernizzazione predisposto dalla grande borghesia e di cui questa reclama insistentemente l 'attuazione da un bel pezzo. L'AKP avra' carta bianca e tutto l'appoggio necessario del padronato se vi si dedichera' effettivamente, come promette.
Naturalmente, un "migliore gestione amministrativa" non sara' sufficiente a risolvere seriamente tutti i problemi economici e sociali di un paese dell' ampiezza della Turchia. La storia recente dimostra che non ci sara' da contare troppo neppure sugli aiuti europei per superare le difficolta' del processo di adeguamento. Chiaramente, l'UE fara' per la Turchia ancora meno di quello che sta facendo per inserire i paesi dell'Europa Centro-Orientale: e questo non solo per ragioni di "taglio economico", di congiuntura mondiale e di volonta' imperialista, ma anche per profondo razzismo antiturco e ostracismo antimusulmano della classe politica europea (Vedrine, Schnidt e Delors non meno di VGE e Kohl), per non parlare dell'ostilita' o dell' indifferenza (nel migliore dei casi) dell'opinione pubblica, o della cerchia intellettuale della sinistra europea (si legga al riguardo Max Gallo!), poco incline alla simpatia per la sorte di questi paese "oppressore dei kurdi/massacratore degli americani/dittatura militare/ormai diventato quasi integralista.e del resto cosi' complicato, cosi' diverso e difficile da capire.". Eppure, la borghesia turca continua a puntare tutto sull' inserimento europeo. E' vero che non ha molte altre scelte allo stato attuale del mondo e della sua area geografica, visto che i due terzi del commercio turco si effettuano con l'UE, con l'unione doganale che rimonta al 1995.
Tramite le riforme, la borghesia turca spera di potere attrarre gli investimenti del capitale internazionale: facciamo notare che il tasso di capitale straniero nell'economia turca e' sorprendentemente debole per un paese industrializzato delle dimensioni della Turchia. Sicuramente, l' arcaismo dello Stato turco, la relativa debolezza della sua infrastruttura, il protezionismo in vigore fino alla fine degli anni Ottanta e l'instabilita ' politica degli anni Novanta sono la causa originaria di questa diffidenza del padronato europeo ed e' questo che il padronato turco intende cambiare tramite il suo progetto di riforme per l'inserimento europeo. Si ritiene ormai abbastanza forte (senza poter competere con il capitale europeo) da associarsi almeno ad esso a condizioni non troppo disastrose, disposto a cedergli con le privatizzazioni l'imponente apparato industriale del settore pubblico turco e a smantellare quel poco che resta, desueto e obsoleto, delle conquiste sociali dello 2stato-provvidenza". La borghesia aveva bisogno di un personale politico affidabile, devoto, munito di legittimazione popolare e di una base elettorale abbastanza forte per non dover arretrare di fronte a ogni minimo problema. L'AKP e' candidato a questo ruolo, sembra andar bene alla borghesia, che ha deciso di assumerlo... in prova.
Non c'e' quindi da stupirsi, al contrario, se malgrado la su a immagine o il suo passato "islamista", l'AKP si sia fissato come priorita' il problema dell'inserimento europeo, promettendo innanzitutto di risolvere finalmente il problema di Cipro, nel quadro del progetto presentato dall'ONU, di risolvere alcuni problemi di "democratizzazione" e "smilitarizzazione" rimasti in sospeso da anni. La cocente sconfitta elettorale del nazionalismo di sinistra e di destra (DSP + MHP), sommata alla pressione della borghesia, creano un clima favorevole alle riforme, ma e' ancora presto per vedere fino a che punto si spingera' l'AKP.

Verso un islamismo adeguato alle "leggi del mercato"?

L'AKP e' atteso al varco anche sullo spinoso problema della laicita'. Per essere credibile su questo, non gli basta infatti inserire nelle sue liste elettorali 11 donne senza foulard ne' chador (una di esse e' diventata ministro del Turismo, mentre non c'era nessuna donna nel primo gabinetto di Ecevit!), ne' di offrire colazioni nei locali del partito a chi non pratica il digiuno durante il ramadan, e neppure offrire alcolici alla tavola del Primo ministro. Neppure il fatto che Erdogan abbia accolto l'invito a pranzo di Berlusconi in pieno ramadan e' bastato a togliere ogni dubbio, perche' la sua "trasformazione democratica" e' troppo recente e troppo celere per non apparire un po' sospetta. Cosi' stando le cose, se l'ardente "rivoluzionario internazionalista" Cohn-Benditt ha potuto diventare un altrettanto ardente difensore del capitalismo mondializzato, se fervidi pensatori delle rivoluzione mondiale hanno potuto diventare posati senatori socialdemocratici e se un tenebroso militante ex-lambertista ha potuto diventare Primo ministro socialista di uno dei paesi del G7. perche' non riconoscere a Erdogan e soci la stessa capacita' di adeguamento alle "leggi del mercato" e ai vantaggi del potere?
Certo non c'e' da aspettarsi che la direzione dell'AKP commetta a breve termine errori clamorosi o provocazioni grossolane nel campo della laicita'. Ne va del successo dell'insieme del progetto. Non bisogna neppure aspettarsi entro breve una tensione fra il governo e "l'esercito garante dei principi kemalisti e della laicita'". Anche se l'esercito diffida di Erdogan e fara' di tutto per non perdere la propria influenza politica diretta e i suoi vantaggi di casta burocratica privilegiata e "illuminata", e' oggi troppo legato alla grande borghesia per contrastarne troppo apertamente i progetti (OYAK, la holding che gestisce i fondi pensione dell'esercito, e' oggi uno dei piu' potenti gruppi capitalistici del paese!). A meno quindi di uno scivolone incontrollato da una parte o dall'altra, o di un effettivo disaccordo su concreti problemi di politica estera o di politica militare, l 'esercito non avra' voglia di dare l'impressione di non rispettare il verdetto delle urne.
D'altro canto, non va dimenticato che il laicismo in Turchia e' un laicismo giacobino, un po' alla francese. Ed e' soprattutto questo modello troppo "rigido" che l'AKP pretende di discutere, non il principio di laicismo in se '. Non dispera percio' di convincere prima o poi l'esercito e la grande borghesia a instaurare un laicismo "alla tedesca" o "all'inglese", un regime cioe' molto conservatore sul piano morale, in cui alla religione si dia maggior rilievo nello spazio pubblico, con un accresciuto controllo delle comunita' religiose sul loro gregge.
Oggi dunque l'ossessione vera non e' un "pericolo di integralismo" a breve termine, ma che questo partito si insedi durevolmente al potere come uno stabile polo borghese e filoimperialista. In altri termini, quello di avere un ordine morale e un migliore incanalamento delle masse entro un quadro di democrazia parlamentare, a maggior gloria del capitalismo globalizzato: un capitalismo dal volto sorridente sotto un vezzoso I Christian Dior, masse devote, sfruttate e felici di esserlo. e whisky a gogo nei nights-clubs per gli altri.: la nuova "sintesi turca", il sogno del "borghese moderno"!
Il guaio e' che, allo stato attuale delle cose, si e' ben lontani dalla certezza che il socialismo possa realmente diventare a breve termine l' alternativa a questo progetto di stabilizzazione borghese e di inserimento europeo. Uno sconquasso e un arretramento economico catastrofici, l'ascesa di un movimento di massa apertamente fascista o integralista, oppure l' emergere di una dittatura militare piuttosto feroce e di una guerra civile caotica sembrano essere eventualita' piu' serie.
Ragione di piu' per affrettarsi a costruire un vero e proprio polo di attrazione credibile a sinistra, realmente democratico e ancorato alla vita reale, piu' attento a progetti alternativi concreti che a discorsi astratti di un'epoca ormai andata. Come il compagno Ufuk mette bene in risalto: "La sinistra e' in una fase di transizione. O si rinnova o si pietrifica. Bisogna avere il coraggio di dire cha l'errore e' soprattutto nostro e non del popolo. Alla fin fine, e' una buona cosa che le lezioni imparate a memoria dalla sinistra siano fallite. (.) Oggi pero', il compito piu' rivoluzionario e' fare a pezzi le lezioni imparate a memoria e mettersi al centro della vita stessa. Se la sinistra ormai e' entrata in coma, non e' chi l'ha messa in queste condizioni che puo' tirarla fuori. Bisogna lasciare posto ai giovani". (Istanbul, 25 novembre 2002)

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Documentazione

Lieve progresso dei nazionalisti kurdi

I nazionalisti kurdi si sono presentati con la sigla del DEHAP, che e' un partito "sostitutivo", in caso di scioglimento da parte della Corte costituzionale del Partito della democrazia popolare (HADEP, presieduto da Murat Bozlak). Le liste del DEHAP si presentavano come un "blocco", una alleanza all'ultimo minuto tra due piccole formazioni di estrema sinistra: l 'EMP (stalinista, ex filoalbanese) e il SDP (scissione recente dell'ÖDP intorno all'ex Kurtulus); il blocco era appoggiato dall'esterno da un altro gruppuscolo che ha rotto con l'ÖDP.
Il risultato del DEHAP (6,2% e 2 milioni di voti circa) rappresenta un reale progresso rispetto al 4,7% e 1,5 milioni di voti dell'HADEP nel 1999. Ma questo lieve progresso resta ben al di sotto del 10% che serve per essere rappresentati in parlamento. e comunque ben al di qua delle attese alimentate dai dirigenti nazionalisti kurdi, che pretendevano di andare oltre il 10% e "di essere addirittura in grado di arrivare al potere", come proclamava imprudentemente il presidente, Murat Bozlak. La distribuzione regionale dei voti del DEHAP conferma in effetti la debole avanzata dei nazionalisti kurdi al di la' dei loro feudi tradizionali della regione kurda (sud-est). Il DEHAP ottiene certo risultati eccellenti nelle citta' in cui detiene i comuni gia' dal 1999, specie: a Jiyarbakir, dove avanza del 10%, ottenendo il 56%; 47% a barman; 46% a Sirnak: 45% a Hakkari; 40% a Van. Ma il risultato e' meno buono nelle citta' kurde piu' conservatrici come Urfa (19%) o Bingöl (22%), dove si lascia superara dall'AKP. A Gaziantep, la principale citta' industriale della regione, si piazza soltanto al terzo posto con l'8%, a notevole distanza dall'AKP (40%) e dal CHP (19%). In alcune citta' della costa come Adana e Mersin, con una fortissima emigrazione kurda di fresca data, il DEHAP ottiene un risultato intorno al 9%, superiore alla sua media nazionale, e tuttavia si tratta di un debole progresso (+2%) rispetto al 1999.
Nelle zone industriali della parte occidentale del paese, in cui pure esistono uno storico radicamento kurdo e una recente immigrazione, si colloca ancora una volta molto in basso, ottenendo ad esempio solo il 4% a Izmir e a Kocaeli. A Istanbul, dove "almeno" un quarto della popolazione (10 milioni di abitanti) sarebbe di origine kurda (e quindi la citta' del paese con il maggior numero di kurdi), il DEHAP, con i suoi 287.000 voti (4%) resta ben lontano dal milione di suffragi preannunciati dalla direzione, e avanza solo dello 0,6% rispetto al 1999. Ad Ankara, la capitale, il DEHAP raggiunge appena il 2%. Ovunque, altrove, la sua presenza resta pressoche' insignificante (sotto il 2%). Eppure il contesto politico appariva di per se' piu' favorevole che mai a una piu' forte presenza elettorale: fine dei combattimenti nelle zone kurde ormai da tre anni, clima di distensione e di liberalizzazione sui principali "argomenti caldi" del problema kurdo (soppressione della pena di morte, primi passi per l'autorizzazione dell'insegnamento della lingua kurda e la diffusione di programmi televisivi in kurdo, ecc.), accesso ai media (televisione compresa), nessuna repressione a quel che sappiamo della campagna elettorale del DEHAP (come ammettono gli stessi dirigenti e dimostrano i comizi elettorali con varie centinaia di migliaia di persone a Istanbul e a Jiyarbakir), l'appoggio delle amministrazioni comunali della zona kurda da 3 anni in mano all'HADEP), rigetto delle politiche del governo e massiccio voto di protesta contro i partiti tradizionali in tutta la Turchia, ecc. Ma e' appunto sul piano politico che si sono manifestate soprattutto le debolezze ormai croniche della direzione del movimento nazionale kurdo.
Queste debolezze sono state clamorose senza dubbio proprio sul terreno della strategia politica e delle alleanze elettorali. Proclamando l'intenzione di entrare questa volta in parlamento superando lo sbarramento del 10% la direzione dell'HDEP si e' dapprima buttata a ricercare l'alleanza "giusta", che potesse superare il 10% garantendogli cosi' il maggior numero possibile di seggi pescando su un'area larga, senza preoccuparsi troppo della precisa appartenenza politica politico dell'eventuale partner: socialdemocrazia di destra o di sinistra, destra liberista e addirittura islamista pura e dura. Se l'obiettivo era "stare a ogni costo in parlamento", nulla impediva all' HADEP di presentare una serie di candidati indipendenti nei suoi bastioni regionali, con altissime probabilita' di farne eleggere quasi una ventina, grazie alla sua schiacciante egemonia in alcune citta' ( i 9 deputati indipendenti di varie destre sono stati eletti in citta' della regione kurda). Ma l'HADEP ha poi cambiato improvvisamente cambiato rotta, dando quasi l'impressione, questa volta, che non considerava piu' che la sua presenza in parlamento fosse opportuna, data l'attuale congiuntura politica nazionale e internazionale.
In effetti, con le elezioni l'HADEP aveva agli inizi promosso un processo di fusione con il SHP (una delle frange principali della socialdemocrazia turca, che ha lasciato di recente il CHP), per non apparire piu' come un partito "etnico" e "regionale". Poi, rinunciando al progetto, ha avviato una serie di contatti per realizzare un'alleanza elettorale organica con il CHP, quindi con l'ANAP e alla fine con gli islamisti tradizionali del SP di Erbakan. Le trattative per una lista comune con gli islamisti alla fine sono fallite per polemiche sul numero dei seggi da dividere.
Il DEHAP si e' allora dichiarato a favore di un "blocco di sinistra" con il SHP e l' ÖDP. Anche qui, trattative molto spinte, susseguitesi nei corridoi (senza la minima trasparenza da entrambe le parti sugli stessi obiettivi politici del progetto di alleanza), alla fine sono abortite all'ultimo momento dell'ultimo giorno prima della scadenza ufficiale della consegna delle liste. Quanto al "blocco sostitutivo" HADEP + Emep + SDP, messo insieme all'ultimo momento e sempre attraverso una procedura politica completamente oscura, il minimo che si possa dire e' che mancava di "chiarezza politica": ad esempio, mentre Murat Bozlak si pronunciava a favore dell'intervento americano in Iraq e dell'ingresso della Turchia nell' EU, i suoi compagni di squadra dell'estrema sinistra turca fustigavano la "guerra imperialista" e si opponevano ferocemente all'UE!
In un articolo pubblicato nel quotidiano Radikal (24 novembre 2002) e presentato dall'autore come "uno sguardo dall'interno a fini analitici e non di denigrazione", Faik Bulut, celebre ricercatore e scrittore di origine kurda, lamenta che il DEHAP "si sia limitato semplicemente a martellare sull 'identita' kurda, senza sviluppare il minimo progetto concreto di soluzione e senza farsi portavoce delle rivendicazioni socio-economiche della popolazione", con un'enfasi regionalistica, anche nelle grandi citta' della parte ovest del paese.
Bulut segnala che e' in corso un dibattito interno in seno al movimento kurdo per ricavare un bilancio dall'insuccesso elettorale e precisa che in una serie di riunioni interne, dalla base al vertice, l'accento viene posto soprattutto sulla necessita' di rinunciare "al discorso etnico e al nazionalismo originario (kurdi) che non portano da nessuna parte" e di dare vita a "un nuovo programma e a nuovi quadri per trasformarsi in un partito dell'intera Turchia", per essere in grado "di affrontare tutti i problemi cronici del paese, inclusa la questione kurda, unicamente sulla base di progetti concreti".
Ricordando che l'atteggiamento dell'HADEP e' il prodotto socio-politico di una "guerra di bassa intensita'" durata 15 anni all'interno del paese, Faik Bulut ritiene che sia ora che si trasformi. Sottolineando il fatto che "la formazione interna e il reclutamento avvengono esclusivamente in base alla fedelta' al nucleo dirigente centrale", Bulut denuncia inoltre la cronica assenza di democrazia interna, la diffidenza verso gli intellettuali, le manipolazioni grossolane, l'assenza di coerenza politica, gli "interventi sottobanco di alcune forze occulte", nonche' un certo tono di ricatto alla violenza dominante nella dipendenza kurda: "E' chiaro che serve un cambiamento radicale di mentalita' e ideologia. (.) E' evidente che non si possono liberare gli individui e approdare alla democrazia ricorrendo a procedimenti che fanno appello alla lealta', fedelta' e al culto. Se vogliamo creare il nostro paradiso, quello degli uni e degli altri, dobbiamo parlare ai vivi e non ai morti, con la lingua dei vivi e non con quella dei morti". (Y. D.)