| Prevenzione e cura in Italia Abbiamo ritenuto opportuno porre alcune domande al dottor Vittorio Agnoletto, presidente della Lega italiana per la lotta all'Aids |
| Qual è la situazione attuale per quanto riguarda i farmaci? L' undicesima Conferenza Mondiale sull' AIDS di Vancouver ha confermato quanto era già stato preannunciato nei mesi scorsi: vi è la disponibilità di un nuova categoria di farmaci, gli inibitori delle proteasi (fra questi il Ritonavir della Abbot e l'Indinavir della Merck) che vengono ad aggiungersi agli inibitori della transcriptasi inversa che sono i farmaci conosciuti sino ad ora, quali ad esempio l'AZT. Gli inibitori delle proteasi intervengono anch'essi nella fase di moltiplicazione virale, inibendo alcuni enzimi che sono fondamentali per comporre e ricomporre il virus nelle sue replicazioni. Una novità interessante è che questi farmaci danno maggiori risultati quando vengono associati agli inibitori della transcriptasi inversa, ecco che allora si parla di terapia tri o quadri combinata, cioè con 3 o 4 farmaci ai quali si possono aggiungere nuovi composti come il 3 Tc. Uno dei vantaggi nell'usare più farmaci insieme è che vengono ridotti gli effetti collaterali di ciascuna sostanza. Sono prodotti comunque molto delicati che devono essere assunti sotto prescrizione e sorveglianza sanitaria; questo perché possono essere incompatibili con altri farmaci come alcuni antibiotici che vengono invece usati per le patologie correlate all'AIDS, cioè quelle che si sovrappongono all'infezione da HIV. Inoltre questi farmaci sono utilizzati da poco, quindi non se ne conoscono ancora bene le conseguenze sui tempi medio-lunghi, sia per quanto riguarda gli effetti collaterali sia in relazione al possibile svilupparsi di resistenze virali attraverso meccanismi di modificazione del virus capaci di renderlo insensibile a queste sostanze. Queste sono questioni su cui puntare ancora l'attenzione: resistenza virale, effetti collaterali ed incompatibilità di utilizzo se associati ad altri specifici farmaci. Uno dei problemi che si pone oggi per le persone con infezione da HIV in fase avanzata è che si trovano in questo momento a dover assumere 10, 15 pastiglie al giorno: un inibitore delle proteasi, due antiretrovirali inibitori della transcriptasi inversa (ciascuno di questi farmaci può comportare più assunzioni giornaliere), ai quali si sommano spesso i farmaci per le patologie correlate. Questa situazione incide negativamente sulla qualità della vita della persona. Diverse case farmaceutiche stanno studiando la possibilità di concentrare in una sola pillola diversi farmaci. A Vancouver si è evidenziato un punto importante: la somministrazione di questi farmaci non è limitata solo a chi è nella fase estremamente avanzata della malattia, cioè chi ha meno di 50 linfociti T4. Questi farmaci possono risultare utili anche per chi è in una situazione intermedia dell'infezione da HIV, ad esempio con meno di 400 linfociti T4. Questa è la novità più importante in termini clinici. A questo io aggiungerei due considerazioni: la prima è che la conferenza di Vancouver ha mostrato un'accelerazione nel campo della ricerca sulle terapie ed ha invece mostrato un forte rallentamento nel campo della ricerca sul vaccino. Questo a causa dei dubbi sorti attorno agli attuali studi sui vaccini, ad esempio in relazione all'utilizzo del GP 120, microparticella virale che dovrebbe stimolare il sorgere di un'immunità duratura. Qualche anno fa alcune persone in uno studio sperimentale, pur assumendo tale sostanza hanno, contratto l'infezione; ciò ha rallentato le ricerche in questo campo. Un altro aspetto che rallenta la ricerca del vaccino sono gli interessi delle grandi case farmaceutiche, più interessate in questo momento a cronicizzare la malattia tramite i farmaci da esse prodotti: tale situazione infatti garantisce un target di persone sieropositive estremamente ampio che utilizzerà per tutta al vita questi farmaci. A questo va aggiunto che le popolazioni che più di tutte necessiterebbero di un vaccino sono quelle del sud del mondo; queste popolazioni non hanno alcun potere di acquisto! In alcune regioni del centro Africa la spesa pro-capite annua in campo sanitario va da 1 a 3 dollari. Quindi o vi è un intervento dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) sul piano internazionale oppure non vi è alcuna possibilità che queste popolazioni possano acquistare un domani un eventuale vaccino. A che punto siamo nel nostro paese? In Italia la CUF (Commissione Unica del Farmaco) ha approvato solo nel novembre 96 l'uso degli inibitori delle proteasi (con 5 mesi di ritardo rispetto agli Stati Uniti!) e da gennaio questi farmaci sono normalmente disponibili negli Ospedali. A tutt'oggi, nel nostro Paese, sono circa 4000 (!) i pazienti affetti da AIDS che si possono giovare dei nuovi trattamenti farmacologici. Per quanto riguarda gli aspetti clinici un'ulteriore novità è che ormai si sa con precisione che non possiamo più basarci unicamente sulla conta dei linfociti T4 per poter esprimere un valore predittivo e prognostico relativamente all'evoluzione della malattia. Il numero dei linfociti T4 mantiene un suo significato, al quale va aggiunta un'analisi dei linfociti T8; per ambedue le famiglie di linfociti non si tratta di analizzare semplicemente il numero assoluto ma anche la velocità del trend di discesa. Inoltre vanno analizzati altri indicatori come ad esempio la presenza o meno dell'antigene P24 e la forza della carica virale presente. Questo a un nuovo esame, realizzabile per il momento in pochi ospedali in Italia, che individua la quantità di virus presente, attivo e la velocità di replicazione del virus stesso. Questo porterà in futuro anche ad una revisione delle leggi a sfondo sociale relative all'AIDS, che assumono ancora unicamente il valore dei linfociti T4 come elemento di giudizio sullo stato della malattia. |