il
concetto di copyleft
tratto da " L'altra faccia del copyright
", di Simone Aliprandi.
Il testo e' reperibile interamente (con note) al seguente
link.
[...] Proviamo a riflettere su una cosa: lasciare il software
in un regime di pubblico dominio comporta - come abbiamo detto
poco fa - che chiunque possa farne cio' che vuole; ma
pubblico dominio in questo caso non vuol dire 'proprieta'
di tutti' intendendo 'tutti' come 'comunita'
organizzata', bensi' intendendo 'tutti'
come 'ciascuno'. Di conseguenza, ciascuno potrebbe
anche attribuirsi arbitrariamente i diritti esclusivi di tutela
e iniziare a distribuire il software da lui modificato come
se fosse software proprietario, criptando il sorgente e misconoscendo
la provenienza pubblica del software, senza che nessuno possa
agire nei suoi confronti.
Una simile prospettiva avrebbe presto vanificato gli scopi
del progetto GNU, con il rischio oltretutto di vedere defraudato
il lavoro dei numerosi sviluppatori che vi avevano aderito con
spirito di dedizione e gratuita'. Bisognava escogitare
una soluzione per far si' che ogni affiliato del progetto
fosse a sua volta tenuto a mantenere lo stesso grado di liberta'
sul lavoro da lui svolto. Qui s'innesta la trovata forse
piu' geniale ed interessante di Stallman: egli capi'
che l'arma piu' efficace per difendersi dalle maglie
troppo strette del copyright (cosi' come si e' evoluto
negli ultimi anni) stava nel copyright stesso. Per rendere dunque
un software veramente e costantemente libero e' sufficiente
dichiararlo sotto copyright e poi riversare le garanzie di liberta'
per l'utente all'interno della licenza, ribaltando
cosi' il ruolo della stessa e creando un vincolo di tipo
legale fra la disponibilita' del codice e le tre liberta'
fondamentali: di utilizzo, di modifica e di ridistribuzione.
Stallman descrive in modo efficace questa prassi (lasciando
come sempre trasparire dalle sue parole una vena ideologica):
"Gli sviluppatori di software proprietario ricorrono al
copyright per rubare agli utenti la propria liberta';
noi usiamo il copyright per tutelare quella liberta'".
Come gia' aveva fatto per l'etimologia di 'GNU',
cerco' di attribuire a questo criterio (banale e rivoluzionario
allo stesso tempo) un nome emblematico; e lo fece sfruttando
un gioco di parole, anzi un doppio gioco di parole. Scelse l'espressione
'copyleft' che, a seconda dei significati che si
danno alla parola 'left', trasmette una duplice
idea: un'idea di 'ribaltamento' degli stereotipi
del copyright tradizionale, se s'intende 'left'
(sinistra) come contrario di 'right' (destra); ma
anche e soprattutto un'idea di 'liberta' d'azione'
dato che 'left' e' il participio passato di
'leave', cioe' 'lasciare', 'permettere'.
Qualcuno si e' avventurato in una forzata traduzione
di 'copyleft' in 'permesso di copia'
o 'permesso d'autore', anche se a mio avviso
questa e' una di quelle espressioni tipiche dello slang
hacker che rimangono intraducibili per la loro innata efficacia.
Infatti, nella traduzione italiana si perde irrimediabilmente
il senso del duplice gioco di parole, dato che non si puo'
cogliere l'idea di ribaltamento.
Quest'ultima sfumatura semantica e' stata poi evidenziata
dai seguaci della FSF con un'ulteriore distorsione linguistica:
alcuni di loro amavano apporre ironicamente sui loro lavori
una nota sul copyright il cui testo letterale e'
- - - - - - "copyleft - all rights reversed" -
- - - - -
ovvero, "copyleft - tutti i diritti rovesciati"
con una 'C' rovesciata invece del canonico "copyright
© - all rights reserved" (cioe', "copyright
- tutti i diritti riservati"). Dopo tale annotazione venivano
poi elencati (alla stregua di una licenza d'uso) tutte
le liberta' di cui l'utente era ufficialmente investito
e veniva rimarcato l'obbligo di mantenerle intatte in
futuro nei confronti degli altri utenti.
A conti fatti, dunque, il copyleft consiste nel convertire
le licenze d'uso, da decalogo degli obblighi dell'utente,
in una sorta di "statuto" dei suoi diritti, intoccabili
nel tempo e invariabili presso terzi.
|