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04-02-03

  Art. 18, la Nuova Europa passa da qui

E' sul lavoro che l'Italia mostra il suo vero volto: quello di una vocazione conservatrice irriducibile, da padroni del millennio scorso. Il ministro italiano del Lavoro e del Welfare Roberto Maroni, per seguire i cattivi consigli di Renato Brunetta e Giuliano Cazzola, ha gettato la maschera "super partes" che il ruolo di ministro della Repubblica pure gli avrebbe dovuto suggerire, e si è messo alla testa di un "Comitato per il No al referendum sull'art. 18".

Intanto, con il convegno su "Lavoro e diritti: il referendum sull'articolo 18 e la Convenzione europea» che si è tenuto in Campidoglio a Roma, un gruppo di avvocati e giuslavoristi aderenti all'Associazione degli avvocati democratici europei si è confrontato con gli esponenti delle forze politiche - da Rifondazione comunista ai Verdi, dall'esponente del "correntone" Ds Cesare Salvi al leader della sinistra Cgil Giampaolo Patta - che appoggiano il referendum per l'estensione dell'articolo 18.

Avvocati tedeschi, francesi, belgi, italiani, spagnoli, hanno messo sul tappeto la realtà del mondo del lavoro nei singoli paesi europei, sia laddove governi democratici e progressisti sono riusciti - come in Germania - ad estendere le tutele, sia laddove nazioni come l'Italia o la Spagna - e da ultimo anche la Francia - sono amministrate da coalizioni conservatrici prone davanti alle pretese delle rispettive confindustrie. I giuristi hanno inteso porre le basi per una proposta che veda al primo posto, tra i fondamenti della Costituzione della Nuova Europa allargata, i diritti del lavoro, il dovere della solidarietà, le tutele sociali.

Maroni e gli altri promotori del Comitato per il No, frattanto, affermavano di richiamarsi alle "indicazioni strategiche" del Libro bianco di Marco Biagi (l'economista consulente del ministro ucciso a Bologna dalle Br, ndr) e di rivolgersi «a tutti coloro i quali, senza distinzione di schieramento, vogliono realizzare un'opera riformatrice per la modernizzazione del Paese e della società». L'appello, in nome di una modernizzazione presunta e di un'effettiva controriforma sociale, cerca di tenere assieme tutti i detriti di un riformismo che nel corso dell'ultimo secolo ha raccolto soltanto fallimenti, tutti e sempre pagati dalla classe operaia (quando non è riuscita a organizzarsi e a resistere), e che ha finito per consegnare l'Italia nelle mani del piduista Silvio Berlusconi e della sua sgangherata coalizione di governo.

Brunetta, Cazzola, Maroni e gli altri promotori del Comitato vanno sostenendo che «l'art. 18 configura una norma di tutela che... irrigidisce i meccanismi di protezione, il cui unico concreto risultato sarebbe la distruzione di posti di lavoro, l'ampliamento di comportamenti elusivi, la crescita di rapporti di lavoro irregolari... producendo effetti devastanti per l'economia, i lavoratori e le imprese». «Non è vero niente», ha precisato uno degli giuristi tedeschi che al Convegno in Campidoglio ha affermato: «In Germania il cancelliere Kohl aveva abbassato da 15 a 10 lavoratori la soglia di applicabilità della tutela; successivamente la coalizione rosso-verde di Schroeder l'ha estesa fino alle aziende con 5 dipendenti. E tutte le analisi economiche ci dicono che non è stato questo a far crescere la disoccupazione nel nostro paese, ma il fatto che gli imprenditori tedeschi non abbiano fatto investimenti in attività industriali in grado di produrre occupazione».

E ciò è avvenuto dove «lo Stato vigila sul rispetto delle regole - ha tenuto a sottolineare con una punta di malizia l'avvocato berlinese - e non dove si condona l'irregolarità». Nel suo intervento Alfonso Pecoraro Scanio ha detto che si tratta di estendere un diritto di tutela rispetto a un sopruso: «Non c'è un No riformista al referendum - ha affermato il portavoce dei Verdi -. Dobbiamo essere molto chiari: con il No la riforma non si fa; il Sì, invece, amplia i diritti dei lavoratori e dei cittadini; e solo se vince il Sì è possibile partire con una battaglia sociale su base europea».

Cesare Salvi, che ha definito «singolare e inedita» l'iniziativa del ministro Maroni, ha lanciato un monito a tutte le forze di sinistra: «A chi dice che il referendum sull'art. 18 ci divide rispondo che ci divide solo se vogliamo dividerci». L'esponente diessino, che è stato anche ministro del Lavoro nei governi D'Alema e Amato, si è poi appellato a tutto il suo partito e alla Cgil: «Auspico che le forze politiche e sindacali che si sono finora riservate il giudizio ci ripensino, perché come si vede il governo è coerente con la sua battaglia per destrutturare i diritti dei lavoratori».

E Alfonso Gianni, deputato del Prc in Commissione lavoro, si è detto convinto che «se si raggiunge il quorum il Sì vincerà. Bisogna però avere chiaro che l'astensione vale come e più di un voto contrario - ha precisato - perché manifesterebbe una contrarietà non solo nel merito del referendum ma addirittura sull'opportunità di sollevare la questione». Così - ha ammonito Gianni - «l'astensione non è una scappatoia per nessuno, e invece soltanto la vittoria del Sì consentirebbe di riaprire e allargare altre proposte di legge in materia di lavoro».

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