Comunicato stampa Forse i lettori e l'intera opinione pubblica hanno dimenticato la grave vertenza dei lavoratori del quotidiano "Il Tempo" oppure, tutti credono che l'annosa vicenda si sia felicemente risolta ma, purtroppo così non è. L'intera vertenza è ancora al punto di partenza e con un'aggravante; passa da una vertenza che interessava tutto il settore poligrafico nazionale ad una vertenza che, se persa, pone a gravissimo rischio i diritti di tutti i lavoratori italiani e la stessa libertà di stampa. Il complice silenzio delle istituzioni sull'intera vicenda è preoccupante e intollerabile. " I punti salienti della vertenza" Quando nel 1996 Domenico Bonifaci "rilevò" * (vedi nota a fine documento) da Gaetano Caltagirone il quotidiano Il Tempo, il giornale vendeva mediamente 100.000 copie giornaliere. L'editore dichiarò di voler rilanciare il giornale e d'essere pronto ad investirvi una cifra considerevole. Così nominò direttore Maurizio Belpietro, per poi licenziarlo dopo soli sei mesi, successivamente fu nominato Giampaolo Cresci, che cercò di barcamenarsi dirigendo il giornale ma con risultati sempre più scarsi in termini di vendite e di consenso, anche perché nel frattempo l'editore Bonifaci, era incappato in un'incresciosa vicenda giudiziaria che gli procurò sei mesi di carcere. Nel Febbraio del 1998 l'azienda, esibendo perdite di bilancio, comunicava alle organizzazioni sindacali di poligrafici e giornalisti la necessità di intervenire sui livelli occupazionali per riequilibrare il bilancio. Presentava così un piano che prevedeva la riduzione dei giornalisti da 121 a 54, con 67 eccedenze, e dei poligrafici da 115 a 62 (53 eccedenze). Ne scaturiva un accordo sindacale che prevedeva il ricorso alla legge 416 (legge per l'editoria, per i quotidiani in crisi). Ne derivava l'accettazione del prepensionamento e della cassa integrazione a rotazione per giornalisti e poligrafici, con esodo a regime di 41 poligrafici. Nel frattempo l'editore Bonifaci aveva cercato, ma inutilmente, di accedere ai finanziamenti pubblici, trasformando, dall'oggi al domani Il Tempo, da quotidiano indipendente ad organo del movimento politico "Libertà e Solidarietà", intendendo, forse, per libertà quella di poter licenziare liberamente a dispetto di contratti e leggi. Nel Giugno 1999, a metà dell'iter previsto dalla legge 416, l'editore ha unilateralmente posto in cassa integrazione ad uscire altri 43 giornalisti e ha chiuso alcune redazioni provinciali (tra l'altro in aree in cui il giornale è molto diffuso). Il 20 Ottobre 1999 veniva firmato un accordo che prevedeva il rientro delle lavorazioni esterne e la fuoriuscita dei collaboratori che negli ultimi mesi sostituivano i lavoratori poligrafici. Accordo questo sottoscritto dall'azienda e dalle organizzazioni sindacali provinciali. Il 22 Novembre 1999 l'azienda fa carta straccia dell'accordo del 20 Ottobre e presenta un "nuovo piano" che prevede una riorganizzazione del lavoro con il licenziamento di 38 poligrafici e 41 giornalisti, abolendo interi reparti, stravolgendo le professionalità, utilizzando aziende e collaboratori esterni. Questo piano è stato criticato, ma solo a parole, dalla FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali). Contro questo piano di ristrutturazione devastante e selvaggio i lavoratori de Il Tempo, con l'appoggio del sindacato provinciale e nazionale di categoria e da numerose forze politiche, (firmatarie di ben cinque interrogazioni parlamentari al governo D'Alema) il 23 Novembre 1999 entrano in assemblea permanente. A sostegno di questa vertenza vengono proclamati ed effettuati due giorni di sciopero nazionale dei poligrafici (grazie alla forte pressione di tutte le Rsu di categoria verso le segreterie nazionali) che impediscono l'uscita dei quotidiani in tutto il paese. L'assemblea permanente si conclude il 23 Dicembre 1999 dopo l'invito del Ministero del Lavoro a cessarla, avendo presentato lo stesso Ministero un'ipotesi d'accordo che prevedeva, tra l'altro, anche il ricorso ad una proroga della legge 416 a favore dell'azienda. Accordo accettato da tutte le parti meno che dall'editore Bonifaci, che tra l'altro aveva redatto per ben 20 giorni Il Tempo in un ufficio privato in Viale Parioli, 50. A tutt'oggi, 14 Febbraio 2000, e nonostante l'invito del sottosegretario del Ministero del Lavoro ad accettare un tavolo di trattative l'editore ha sempre arrogantemente rifiutato ogni invito, ed ha comunicato in anteprima, allo stesso Caron, l'intenzione di procedere ad ulteriori tagli occupazionali alla scadenza della 416 (4 Aprile 2000). Intanto il giornale romano sotto "l'oculata" gestione di Bonifaci è passato in tre anni da 90.000 a 45.000 copie di vendita giornaliera, con una perdita secca del 50% del venduto. I lavoratori, nella speranza che gli organi competenti rompano il muro di silenzio che si è creato attorno a questa vertenza, per protesta si sono incatenati davanti alla sede del quotidiano "Il Tempo".
Dall'atto di citazione, presso il tribunale di Roma, da parte del signor Domenico Bonifaci contro Caltagirone (attuale proprietario de "Il Messaggero") leggiamo alle pagine 25 e 26: "è pertanto evidente che gran parte del prezzo (40 miliardi su 70) di cui alla scrittura privata del 19 Luglio 1996, veniva corrisposto, dalle società acquirenti del gruppo Bonifaci alle società venditrici del gruppo Caltagirone, con l'utilizzazione di denaro della Società l'Editrice Romana e quindi della società le cui azioni sono state oggetto di compravendita (sic!) " Per cui Domenico Bonifaci chiede "la nullità per illeicità della causa di compravendita di cui alla scrittura privata del 19 Luglio 1996 avente oggetto la cessione a titolo oneroso delle azioni dell'Editrice Romana dal gruppo Caltagirone al gruppo Bonifaci, in quanto, con il predetto contratto di compravendita, si è realizzato ciò che, ai sensi dell'articolo2538 c. c., è vietato e precluso (la società le cui azioni sono oggetto di vendita deve restare estranea al rapporto tra l'acquirente e il venditore delle azioni)." N.B. Nonostante Enzo Cheli (garante per l'editoria) sia stato tempestivamente avvisato di ciò, non ha preso nessuna posizione in merito.
Roma, 15 Febbraio 2000 "Circolo Poligrafici" Roma |