Comitato
Direttivo della Cgil Lombardia ordine del giorno della minoranza presentato da Nicola Nicolosi I primi atti politici e legislativi della Giunta di centro destra in regione Lombardia, oltre a incrinare i rapporti tra istituzioni nazionali e locali ed entrare in conflitto con le parti sociali, vanno nella direzione dello scardinamento e superamento dei principi di universalità dei diritti. I referendum consultivi promossi, pur non avendo effetti giuridici rilevanti, sono politicamente devastanti, e sono parte di un progetto che mira a comprimere il ruolo della Pubblica Amministrazione, negandone la funzione storica di agente regolatore in campo economico e sociale. La premessa del Piano Regionale di Sviluppo esplicita nettamente questo progetto, tanto da affidare a non ben identificate "responsabilità individuali ed associate" il ruolo di "erogatore della libertà e della solidarietà". Non a caso, il modello di riferimento da estendere (a scuola, trasporti, ecc) è quello applicato per la sanità: la pubblica amministrazione non deve riqualificarsi per affrontare i bisogni dei cittadini ma deve semplicemente ritirarsi anche come ente regolatore del mercato. Sono in gioco i diritti universali che la Costituzione garantisce e dovrebbe difendere. Siamo in presenza di una istituzione, la cui missione dovrebbe essere quella di garantire ai propri cittadini almeno i diritti costituzionali, che propone un modello culturale e di società dei forti, dove alla solidarietà, nel migliore dei casi, si sostituisce la "carità", dove la parola dordine è "competere", dove il criterio fondante è quello dellesclusione. La manovra finanziaria 2001- 2004, nel momento in cui sembra confermare la impostazione del DPEF di cosiddetta "manovra zero", cioè senza ulteriori tagli e con lavvio di una manovra redistributiva, è una novità apprezzabile se paragonata ad anni di strette finanziarie che hanno comportato maggiori entrate e minori spese per un ammontare prossimo a 600 mila miliardi. Per i contenuti, invece, rappresenta una "occasione mancata" perché non affronta con la dovuta decisione le scelte di svolta sociale ed economica che la situazione impone. Infatti, tanto più lItalia si avvicina ai vincoli finanziari imposti dal trattato di Maastricht, tanto più la sua crescita economica, così come la distribuzione del reddito, si allontana dalla media dei paesi comunitari, determinando gravi problemi per il tessuto produttivo e sociale del paese: Inoltre, in Italia si è realizzata una forte polarizzazione del reddito che può mettere a rischio la coesione sociale così come le prospettive economiche del Paese. La relazione annuale della Banca dItalia ci dice che il 20 % delle famiglie ha solo il 2,0% del reddito del Paese, mentre il 2,1% delle famiglie più ricche ha il 27,5% del reddito, cioè il 10% delle famiglie più ricche possiede poco più del 50% del reddito prodotto dal Paese. Siamo in presenza di una intollerabile diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza prodotta. Evidentemente la contenuta dinamica del costo del lavoro e le minori entrate dello Stato a seguito degli interventi legislativi tesi ad alleggerire gli oneri per le imprese, non hanno avuto leffetto di ampliare il numero dei percettori di reddito, ma piuttosto una diversa allocazione e distribuzione. Si tratta di riproporre lintervento pubblico restituendo alla PA almeno il ruolo di agente economico, a causa delle diseconomie prodotte dal mercato stesso e dei sui storici limiti. Infatti, da una media del 30% degli anni settanta, il capitale si posiziona su una quota media prossima al 36% per tutti gli anni novanta. La politica dei redditi (accordo del 23 luglio 1993) ha determinato una politica contrattuale che non ha garantito il potere d'acquisto dei salari, contribuendo ad accrescere il divario tra la ricchezza redistribuita al reddito d'impresa e quella destinata ai lavoratori. Per dirla in numeri: dal 1993 ad oggi, circa sei punti percertuali del prodotto interno lordo ( 23.000 miliardi per punto) sono stati trasferiti dal reddito da lavoro al reddito d'impresa. E necessario, quindi, realizzare una politica dello sviluppo e un'azione contrattuale che abbia alla base la redistribuzione della ricchezza prodotta, in modo da salvaguardare il potere d'acquisto dei salari e delle pensioni, con conseguente aumento della spesa sociale in rapporto al Pil, attualmente al di sotto della media europea. E da questi ragionamenti che emerge la necessità di un cambiamento radicale della linea strategica della Cgil e la apertura immediata del Congresso. 22 voti favorevoli, 5 astensioni |