Intervento sul
Manifesto dell'11 Agosto 2001
Palestina rimossa dal movimento anti-G8
SVEVA HAERTTER - delegata RSU Filcams
Cgil - Roma
Una città divisa, blindata, militarizzata, posti
di blocco, impossibilità di circolare, provocazioni nei confronti del nostro corteo,
violenza e pestaggi, giornalisti aggrediti, uno di loro è a terra con la macchina
fotografica rotta. La polizia intima di sgomberare, poi aggredisce i manifestanti e spezza
il braccio ad una degli attivisti, le cure mediche le vengono negate per ore. Non sto
parlando di Genova ma di una manifestazione di stranieri svoltasi ad Hebron nel dicembre
dell'anno scorso e di una seconda, più recente, nel villaggio di El-Khader. E di quanto
è avvenuto ieri davanti all'Orient House a Gerusalemme est. Il braccio l'hanno rotto a
Neta Golan, la pacifista israeliana venuta a Roma per la manifestazione nazionale per la
Palestina a novembre.
Quello che abbiamo vissuto per due giorni a Genova è molto simile a quanto la popolazione
palestinese (e la parte più radicale dei pacifisti israeliani) affronta quotidianamente
nei territori occupati, soprattutto alla situazione di Hebron i cui 100.000 abitanti
vengono tenuti in scacco e sotto coprifuoco da migliaia di soldati a causa della presenza
di un insediamento di poche centinaia di coloni in pieno centro della città. Gaza è la
stessa cosa su scala più larga, gli abitanti palestinesi superano il milione e i coloni
sono circa 5.000. Al di là del comportamento dei coloni stessi, la loro presenza e la
militarizzazione del territorio che ne consegue sono una provocazione. Gli insediamenti
sono un'infinità di "zone rosse". C'è anche un'altra similitudine. Le elezioni
di febbraio in Israele e quelle nostre a maggio. Come molti di noi non hanno voluto votare
per il centro sinistra per un'infinità di motivi - tra i quali spicca sicuramente la
"guerra umanitaria" - o lo hanno fatto solo con difficoltà, sia i palestinesi
con nazionalità israeliana che una larga parte della sinistra locale non hanno voluto
votare per Barak. Ormai è andata, non sto certo rimpiangendo né Barak né tantomeno
Rutelli e credo che le differenze sarebbero state più formali che di sostanza, ma una
cosa è chiara: la situazione attuale è peggiore di quella che avremmo mai potuto
immaginare. Abbiamo ballato su un vulcano, ora è esploso e non ci basteranno semplici
barriere per deviare il corso della sua eruzione. Le manifestazioni di Genova erano una
scadenza importantissima, prima era giustamente difficile parlare d'altro. Ora,
altrettanto giustamente, lo è anche di più. Chi di noi è tornato a casa senza danni
fisici può dirsi fortunato, alla luce dei fatti solo di fortuna si è trattato, ma certo
nessuno può dirsi illeso. Ora abbiamo bisogno di tempo per riflettere, per capire. Poi ci
saranno da affrontare altre scadenze. Non è difficile prevedere che se prima della
questione palestinese si parlava poco, troppo poco, anche all'interno del movimento, ora
il rischio è che se ne parlerà ancora di meno.
Eppure l'escalation della violenza è sotto gli occhi di tutti, i morti di questi ormai
dieci mesi di Intifada sono più di 500 (in gran parte civili non coinvolti in scontri,
moltissimi i bambini), decine di migliaia sono i feriti, molti dei quali gravi, molti
riporteranno danni permanenti. Da parte palestinese si invoca la protezione
internazionale, da parte di Sharon solo un ostinato e arrogante rifiuto, continua
l'occupazione, la repressione e la politica degli assassini mirati. Il G8 ha parlato anche
della crisi in Medio Oriente. Non a caso poco prima Sharon era venuto a Roma,
calorosamente accolto da Berlusconi, mentre in Belgio a suo carico esiste una denuncia per
crimini di guerra per il massacro di Sabra e Chatila. Qualche giorno fa è venuto anche
Arafat. Chi dei due è stato ascoltato è evidente. Intanto persino la sinistra israeliana
più moderata, in buona parte di ispirazione sionista, è scesa in piazza per chiedere la
fine dell'occupazione e della violenza.
Qui in Italia invece abbiamo lasciato libero il campo alla discussione surreale tra Sofri,
Pirani e Viola che discettavano dalle pagine di Repubblica di un ingresso di Israele
nell'Unione Europea, in piazza i radicali nel loro ridicolo presidio pro-globalizzazione a
sostenere questa follia geo(grafico)-politica, degnamente accompagnati da esponenti
dell'ala più oltranzista della comunità ebraica romana. Inqualificabile del resto la
difesa da parte dei Ds, in piena crisi esistenziale e precongressuale, del loro stand alla
festa dell'Unità di Roma.
Con un gruppo di altre persone abbiamo aderito ad un appello pubblicato sulle pagine di
questo giornale, con il quale cercavamo "... un modo per evitare che su questo
conflitto pesino inconciliabili estremismi e fondamentalismi religiosi e politici, dai
quali nessuna delle parti è esente ..." perché convinti del fatto che "...
solo su un terreno laico e democratico, che sappia porre al primo posto la giustizia ed i
diritti delle persone tutte, sia possibile trovare una soluzione." In un mondo sempre
più brutale, dove gli spazi di democrazia diventano sempre più angusti e l'idea che la
repressione, la violenza e le guerre siano il modo giusto di affrontare i problemi, agire
in questo senso diventa sempre più urgente. E forse dopo queste giornate genovesi sarà
più facile capire che se non saranno i governi ad inviare la forza di protezione
internazionale, ma che dovremmo farlo noi, andando di persona nei villaggi palestinesi per
tentare con la nostra presenza di impedire i bombardamenti e quindi ulteriori massacri.
Spero che riusciremo a mettere in cantiere iniziative del genere al più presto, così
come spero che i compagni che non parteciparono alla manifestazione nazionale per la
Palestina dello scorso anno perché aspirano ad un mondo senza confini, si rendano conto
che in un mondo pieno di confini sempre più blindati, opporsi ad uno dei pochi confini
che non è mai realmente esistito e la cui introduzione potrebbe evitare ulteriore
spargimento di sangue, non ha molto senso. Forse se dopo aver metabolizzato queste
giornate genovesi provassimo a inquadrarle nella situazione internazionale, ci sentiremmo
più vicini alla lotta dei palestinesi, perché non si tratta tanto di sostenere una parte
o l'altra in una lotta di tipo nazionalista, ma un popolo che resiste alla quotidiana
violenza di un'occupazione militare.
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