I mass media occidentali hanno dimostrato in maniera chiara, con
le loro reazioni agli attentati, il sottofondo etnico, oltre che economico, che
accompagna la crisi in atto. E' risorta una nazione che in realtà è sempre
esistita da circa cinque secoli e che è la comunità dei Paesi imperialisti con forse la
sola esclusione del Giappone: l'Occidente. Ci soffermeremo soprattutto sull'analisi
di due quotidiani: Il Corriere della Sera e La Repubblica. Si tratta dei due
quotidiani più venduti ed esprimono due diverse correnti che si propongono di difendere
gli interessi delle classi dominanti: una oggi più favorevole al centrodestra, e l'altra
pasdaran del centro sinistra organico. Teniamo conto comunque che, ovviamente,
l'"opinione pubblica" è influenzata da un numero ben superiore e più vario di
testate non solo di carta stampata. Ne accenneremo comunque nel corso dell'articolo. Qui
analizzeremo le diverse fasi dell'approccio alla crisi di questi quotidiani, come
significative in generale dell'atteggiamento dell'Occidente nei confronti della guerra che
si prepara. Pensiamo che ciò possa contribuire a dimostrare che questa guerra oltre ad un
contenuto economico, legato agli interessi materiali delle multinazionali, obbedisce anche
ad una razionalità etnica, per questo oltre ad essere una guerra classicamente imperialista
porta con sé anche un inconfondibile carattere crociato.
L'Occidente ritrovato
Gli attentati hanno creato un clima di panico di cui i mass media
sono stati specchio. Veniamo da un periodo che è di accresciuta concorrenza tra le grandi
potenze. Non sono mai mancati nei media italiani accenni più o meno apertamente critici
verso gli USA (ad esempio riguardo alla politica di Washingon su Palestina, Balcani,
Kyoto, ecc.). Questa competizione ha spesso portato molti a sinistra alla conclusione che
fosse giusto stare "con l'Europa contro gli USA", perché la prima sarebbe più
"progressista" dei secondi. Di conseguenza le critiche da parte di costoro
all'Europa non erano rivolte alla sua politica verso il Terzo Mondo (del tutto simile a
quella USA), ma alla sua presunta sudditanza verso gli USA. La crisi in atto dimostra in
maniera assai chiara invece la natura dei rapporti tra i due poli. L'Europa ha delegato
agli USA la difesa dell'ordine internazionale. Non si tratta di subalternità, ma di un
patto di reciproca convenienza. Gli USA ne guadagnano in fatto di industria degli
armamenti (e dunque con tutto ciò che ne consegue come traino per l'economia) e di
dividendi nell'influenza che, grazie al suo predominio militare, esercita su molti stati.
L'Europa d'altro canto può permettersi il lusso di fare a meno di una organizzazione
sociale complessa (dalla produzione dell'industria culturale, alla repressione del
dissenso interno, alle spese per gli apparati, ecc.), necessaria a far accettare alla
popolazione uno stato di guerra permanente, e allo stesso tempo di lucrare su una immagine
più pacifica (ad esempio come hanno fatto per decenni i democristiani nei confronti dei
Paesi arabi). Questa sorta di divisione dei compiti stava per essere messa in discussione
dall'accrescersi della concorrenza seguita alla caduta del Muro di Berlino, ma, ora,
nell'emergenza, diviene fondamentale per l'Europa fare fronte unico con gli USA contro una
fetta di Sud del mondo. Gli imperialismi infatti possono arrivare persino alla guerra nei
periodi di silenzio del resto dell'umanità che essi sfruttano selvaggiamente, ma quando
da lì viene un attacco, riformano di nuovo un blocco compatto, che prende una forma etnica,
perché deve ad ogni costo contare sul consenso di tutta la popolazione. Ecco allora
sorgere dalle ceneri: l'Occidente.
Franco Venturini in un editoriale del Corriere della
Sera del 14 settembre titolato "Il dolore e il castigo" scrive:
"dopo il crollo del muro di Berlino la comunità
atlantica aveva conosciuto un logoramento crescente" dovuto
alle rivalità USA-Europa. Ma il terrorismo "è riuscito nell'impresa di rovesciare questo processo. Al
prezzo di uno spaventoso bagno di sangue e di una vulnerabilità davvero globale, è
scattato in Occidente un sentimento di appartenenza che supera di molto la retorica
solidale" [...] "Il mondo è diventato più piccolo, intorno all'Occidente
ritrovato".
Il 13 settembre l'editoriale di Lucio Caracciolo sul Corriere:
"Nella disperata ferocia dei kamikaze si materializza
infatti il disprezzo dei valori che, un sintetico geografismo, definiamo
'occidente'." "Perché alla fine, anche se in tempi ordinari indulgono a marcare
le reciproche differenze, agli occhi di chi vorrebbe annientarli europei e americani
appaiono come un mondo a sé. L'Occidente, appunto. Una sola famiglia."
Innumerevoli gli editoriali (per non parlare delle televisioni
impegnate a rievocare tutti i precedenti storici in cui si è saldata l'alleanza
atlantica) che sottolineano il legame USA-Europa. Il giorno dopo l'attentato (12
settembre) sui due quotidiani che analizziamo scendono in campo le non brillanti penne dei
rispettivi direttori. "Siamo tutti americani" è il titolo di quello di Ferruccio
de Bortoli, che ne approfitta per assestare un colpo sotto la cintola ai palestinesi
(dei cui morti il suo giornale non parla mai, dedicando lo spazio solo a quelli di parte
israeliana):
"siamo tutti americani anche nel guardare con animo
affranto e collera crescente le ingiustificabili manifestazioni di giubilo
palestinese"
Sullo stesso numero (il significativo titolo di apertura è
"Attacco a tutto l'Occidente") un editoriale di Franco Venturini dove
denuncia la "troppa tolleranza verso l'antiamericanismo ideologico".
L'editoriale del 12 settembre di Ezio Mauro su Repubblica
si intitola: "L'Occidente colpito al cuore":
"Tutto l'Occidente è bersaglio, insieme con i
simboli della sua più avanzata modernità americana"
L'editoriale di Repubblica del 19 settembre di Ilvo
Diamanti spiega in maniera concisa perché occorra rinsaldare questa unità, proprio
in un mondo globalizzato, abbandonando l'italica abitudine a defilarsi:
"dobbiamo fare i conti con un problema: come
difenderci dal mondo, come tutelare la nostra casa, la nostra vita quotidiana, se la
nostra casa, se la nostra vita quotidiana sono aperte al mondo?"
Questa spontanea e unanime riscoperta dell'Occidente, non può
essere casuale, né certamente essere frutto di una sorta di complotto propagandistico.
Semplicemente viene detto ciò che è vero: l'Occidente esiste sul serio, è il cuore
dell'impero che domina il mondo. Esso è diviso da accese rivalità interne, ma quando è
minacciato da chi ne sta fuori, allora deve reagire come una sola entità, perché deve
salvare la propria "casa".
Il nemico invisibile
Possiamo chiaramente distinguere due fasi. Nella prima,
dall'attentato sino a quattro-cinque giorni dopo, l'emotività e il panico hanno scoperto
la vera natura del dominio occidentale sul mondo, che è allo stesso tempo economico e
nazionale (cioé etnico, sulla nostra rivista come è noto usiamo i due termini
indifferentemente). Sono abbondanti dunque i richiami ad una vera e propria guerra etnica
a difesa del mondo occidentale. Nella seconda invece, inaugurata da un paio di articoli
che fanno da spartiacque e che poi vedremo, si cambia tono accompagnando in questo
l'evidente strategia USA: quella di distinguere l'Islam buono da quello cattivo. Come
sarà evidente però si tratta di un tatticismo. Ma quei primi giorni sono terribilmente
rivelatori di cosa si nasconda sotto la patina sottile di "tolleranza" della
"civiltà" occidentale. Il nemico è chiaramente individuato: l'Islam, tutto
intero.
Ezio Mauro nel suo editoriale del 12 settembre afferma che
dietro alla questione mediorientale "s'innalza , inquietante, la questione islamica,
che troppo spesso prende l'aspetto di una sfida totale all'Occidente." Il 15 sul Corriere
Francesco Merlo ("Il massacro di Dio") dopo un qualche iniziale distinguo
che serve per metterlo al riparo da qualche possibile accusa di razzismo arriva al succo:
"oggi sono soprattutto gli islamici, tutti gli
islamici, ad avere la presunzione di rappresentare Dio in terra. Finito il comunismo, sono
loro i nemici più ostinati della tolleranza e della civiltà occidentali"
Il 14 settembre Repubblica pubblicava un editoriale di Mario
Pirani dal titolo "La nuova alleanza dei valori":
"Queste bombe umane non sono il prodotto della
disperazione o della miseria, ma della esaltazione di una fede islamica intollerante ed
estremista"
e ricorda poi che la parola assassino deriva dalla parola
araba hashashin. Vari editoriali ed articoli poi in varie testate ricorderanno
l'origine "orientale" di questa parola che indicava una setta di difensori
dell'Islam. Nel delirio crociato naturalmente il gioco ha dato spazio a varie
furberie e gaffes. Elie Wiesel dichiara al Corriere del 15 settembre che
"esiste un parallelo tra la guerra santa dell'Islam nel X e XII secolo e l'Occidente.
I sicari e gli assassini sono stati creati allora." Si noti il paradosso di un ebreo
che rivendica le crociate che storicamente non furono dolci nemmeno con gli ebrei: la
rimozione è estremamente significativa della sussunzione degli ebrei per via sionista nel
"mondo occidentale" dopo la creazione di Israele (che ha più o meno oggi la
funzione che svolgevano i principiati crociati 800 anni fa, una rimozione clamorosa se si
pensa che gli ebrei sono stati vittime dell'"Occidente" per secoli e secoli. Ma
Wiesel nomina i sicari, come se fossero islamici: in realtà erano una setta
ebraica che lottava contro l'invasore romano con metodi terroristici (era un gruppo
concorrente degli zeloti). Anche il furbo Ronchey sul Corriere del 17 fa
un'operazione simile:
"nella Palestina dei tempi antichi uccidevano ma non
aspiravano al suicidio i seguaci della setta dei sicari, da sica, la corta spada,
nascosta sotto la tunica".
Si noti la furbizia: nominando "Palestina" associa sicari
agli attuali palestinesi, associazione che diventa certezza quando omette di informare che
i sicari per l'appunto erano ebrei.
La Repubblica del 14 settembre riporta un editoriale di Thomas
Friedman dal New York Times dove afferma che contro l'America c'e' gente
"superarrabbiata" che la incolpa "per l'incapacità delle loro civiltà a
padroneggiare la modernità".
Come si vede un razzismo che si dispiega a piene mani, l'inizio di
una crociata. Ma...
La strategia occidentale.
Ma intorno al 17 si cambia registro. Assai in ritardo rispetto
alla direzione politica degli USA che già due giorni dopo l'attentato (con la visita di
Bush alla moschea di Washington) sa già la strada da imboccare: quella della coalizione
con gli stati arabi "moderati" (in realtà i più reazionari della regione), una
strada che impedisce di utilizzare apertamente la carta etnica, quella che ormai
viene chiamata "scontro di civilità".
Il 17 su Repubblica Bernardo Valli critica
apertamente proprio il saggio Samuel Huntington, nell'editoriale titolato "Se la
guerra diventa una crociata" afferma:
"è con la collaborazione delle preponderanti forze
moderate musulmane, recuperate attraverso una paziente azione diplomatica, con aiuti
economici ed altresì con fermi richiami all'ordine rivolti a governo troppo indulgenti,
che va condotta l'operazione" per scongiurare uno scontro
di civilità.
Sergio Romano sul Corriere del 16:
"L'Occidente democratico ha il diritto di difendersi
contro il fanatismo islamico, ma non deve attribuire all'Islam i vizi e gli errori delle
sue sette più radicali."
Ma in quei giorni sono soprattutto due gli editoriali che segnano
il cambiamento di linea e che verranno varie volte citati. Un lungo articolo di Tiziano
Terzani sul Corriere della Sera e un editoriale di Eugenio Scalfari su La
Repubblica del 16. In quello di Terzani ("Quel giorno tra i seguaci di Bin
Laden") si afferma tra l'altro:
"Dal 1983 gli Stati Uniti hanno bombardato a più
riprese nel Medio Oriente Paesi come il Libano, la Libia, l'Iran, e l'Iraq. Dal 1991
l'embargo imposto dagli Stati Uniti all'Iraq di Saddam Hussein dopo la guerra del Golfo ha
fatto, secondo stime americane, circa mezzo milione di morti, molti bambini dei quali a
causa della malnutrizione. Cinquantamila morti all'anno sono uno stillicidio che certo
genera in Iraq una rabbia simile a quella che l'ecatombe di New York ha generato
nell'America e di conseguenza anche in Europa. Importante è capire che tra queste due
rabbie esiste un legame." Si sta formando una coalizione
comprendente Cina, India, Russia e Occidente: "il
problema è che sarà estremamente difficile fare apparire questa guerra solo come una
campagna contro il terrorismo e non come una guerra contro l'Islam."
L'articolo non denuncia certo le responsabilità strutturali
dell'Occidente (e definisce l'Islam "una grande e inquietante religione"), ma
argomenta sulla necessità di non proclamare una nuova crociata. Da parte sua Scalfari
("L'Islam e l'ira dell'impero"):
"in un mondo che sta celebrando da 12 anni la fine
delle ideologie, o meglio il trionfo di un'unica ideologia, nasce improvvisamente
un'ideologia alternativa dotata di una forza contundente tremenda: la rivolta dei poveri
del mondo, la ribellione degli esclusi, la volontà di potenza dei deboli"
e immagina tre cerchi concentrici dove al centro c'é Bin Laden,
intorno gli arabi e nel cerchio più largo i musulmani. L'Occidente si può salvare solo
se disinnescherà il conflitto palestinese altrimenti
"la guerra sarà lunga e senza confini netti, il
sistema dei cerchi concentrici si salderà, le campagne del mondo assedieranno le
città".
Al cambiamento di linea si adeguano subito anche coloro che
incautamente si erano espressi a favore dello scontro di civiltà. Il 26 settembre su Repubblica
Lucio Caracciolo afferma:
"la reazione occidentale deve battere il terrorismo
di sterminio, non moltiplicarlo né eccitare guerre sante"
Anche Thomas Friedman cambia registro e il 18 Repubblica
pubblica il suo editoriale dal significativo titolo "Niente rappresaglie feroci, non
è una guerra di civiltà".
Sergio Romano come al solito spiega bene ("Il dilemma
americano") la situazione (Corriere del 21):
"Il Presidente sa che l'America vuole essere
vendicata e che una grande potenza non può permettersi di tollerare una tale brutale
violazione della sua sicurezza. La vendetta, in questo caso, non è soltanto giustizia: è
una necessaria manifestazione di potere" ma la necessità
di allearsi con una parte del mondo islamico "lo
obbliga a evitare, per quanto possibile, ciò che può ferire la sensibilità
musulmana."
La "superiorità" della civiltà occidentale
La nuova impostazione dunque vieta di dichiarare apertamente che
si tratta di uno scontro con l'Islam per ragioni puramente tattiche (la necessità di
tenersi buoni gli arabi "moderati", cioé orribilmente reazionari). Ma, in una
guerra di lunga durata, l'Occidente, come qualsiasi esercito di combattimento, non può
rinunciare ad un sistema di idee e di "pregiudizi di superiorità" senza i quali
è impossibile vincere le guerre. Quindi non si dice che si tratta di uno scontro di
civiltà, ma lo si lascia sottilmente intendere. Come tutte le identità che si
costituiscono per dominare il mondo, anche quella occidentale deve giustificarlo asserendo
una propria superiorità. E' diverso il caso delle nazionalità oppresse: esse devono solo
difendersi, dunque per il costituirsi della propria identità non é affatto necessario il
razzismo verso gli altri, oppressori compresi.
E' molto significativo che in innumerevoli dichiarazioni i
politici e i commentari utilizzino la parola "barbari". Questo termine è
estremamente significativo: si crea nell'ascoltare un parallelo rassicurante e del resto
veritiero: l'Occidente è infatti il nuovo Impero Romano, chi ne sta fuori e lo minaccia
sono "i barbari". Il 18 settembre Panebianco sul Corriere:
se restringe troppo le sue libertà l'Occidente diventa come loro "perdendo quella superiorità morale che, con i suoi mille
difetti, possiede in quanto terra delle libertà, rispetto a ogni altro sistema
socio-politico esistente, per non parlare delle spaventose utopie totalitarie che i nuovi
barbari propongono".
Da questo punto di vista le dichiarazioni di Berlusconi del 26
costituiscono una gaffe, non per il suo contenuto, condiviso dall'Occidente intero, ma
perché lo dice, quando invece in questa fase lo si dovrebbe solo fare intendere.
Ascoltiamolo, perché le sue parole sono un raro esempio di semplice dispiegamento del
pensiero imperiale:
"non si possono mettere sullo stesso piano tutte le
civiltà, si deve essere consapevoli della nostra supremazia", il terrorismo vuole "fermare la contaminazione del
mondo islamico da parte della civiltà occidentale" ma "noi dobbiamo essere consapevoli della superiorità della
nostra civiltà che costituisce un sistema di valori e di principi che ha dato luogo al
benessere che garantisce il rispetto dei diritti umani e religiosi. Cosa che non c'è nei
paesi islamici." e il clou: "sono certo che l'Occidente continuerà a conquistare popoli. L'ha già
fatto con il mondo comunista e l'ha fatto con i paesi arabi moderati".
Questo sì che è parlar chiaro! Dove troviamo un altro leader
occidentale che spiega con tanta limpidezza il succo della politica di conquista del nuovo
Impero Romano? Le critiche infatti sono centrate non sul contenuto ma sull'opportunità
di tale uscita. Paolo Franchi sul Corriere del 28:
"l'inopportunità delle affermazioni di Berlusconi è
evidente: si tratta di allargare il fronte di chi si oppone al terrore fondamentalista
anche nel mondo islamico" però "assai più controversa, invece, è la fondatezza storica, politica e
culturale" delle sue affermazioni: "noi consideriamo alla stregua di valori universali la democrazia, le
libertà, i diritti civili tra cui quelle delle donne, il principio di tolleranza."
Il Wall Street Journal gli viene in soccorso:
"non è il momento di chiedere scusa per essere
occidentali: sulla consapevolezza della superiorità dei loro valori gli Alleati
costruirono la loro guerra contro i nazisti, e la vinsero proprio grazie alla forza ed
alla giustezza delle loro convinzioni."
I "valori" dell'Occidente
Degli islamici non si può parlare apertamente male, dunque ci si
concentra sulla definizione della propria identità, fondata, si dice, su
"valori". I "valori" dell'Occidente, quelli che i popoli africani, i
vietnamiti, i cileni conoscono benissimo. Come tutte le nazioni infatti, anche quella
Occidentale per costituirsi, per essere credibile ha bisogno di una sua identità che in
qualche modo la definisca e la distingua dalle altre , questa identità prende la forma
dei "valori". A volte una nazione può definirsi anche in altri termini. Prima
ancora delle società divise in classi le tribù trovavano elementi identitari che li
accomunassero in un antenato comune, nell'adorazione delle stesse divinità, ecc. In
realtà questi elementi identitari non hanno una grande importanza. In astratto essi
sarebbero variamente sostituibili, ma devono obbedire al criterio di apparire credibili
alla gente ai quali si rivolgono, in poche parole devono essere chiaramente individuabli
in maniera tale che chi ne fa parte lo sappia con certezza e che con certezza sappia
distinguere il diverso, cioé il nemico.
Il compito è arduo. Che valori mettere nel cestino? Il
cristianesimo non si può: c'è il Papa che non può prendere una posizione troppo netta
per ragioni di geopolitica vaticana, e inoltre l'alleanza con i regimi arabi
"moderati" impedisce l'uso del terreno religioso. Ciampi a Gorizia il 16
predicando a favore della lotta contro il Male affermava che "il Bene (cioé noi) ha
radici profonde e forti nel cuore degli uomini, nella nostra antica cultura, umanistica e
cristiana". Il 13 settembre l'editoriale di Lucio Caracciolo sul Corriere
(eravamo ancora nella prima fase) e dal significativo titolo "L'Occidente e
l'identità ritrovata" esordiva con un attacco dal tenore vagamente hitleriano:
"E' nelle tragedie che gli individui e i popoli
riscoprono le radici profonde della propria identità. L'attacco terroristico all'America
è uno di quei momenti storici che ci costringono a questo raro esercizio"... "Oggi l'Europa è
chiamata a riscoprire la profondità del vincolo atlantico, la sua dimensione storica ed
identitaria. L'Occidente come lega delle democrazie e delle società liberali. "...
"Non tutti vogliono diventare occidentali. Esistono identità irriducibili, valori
non negoziabili. L'interdipendenza non significa affatto che siamo tutti uguali, ma che
siamo costretti a misurararci gli uni con gli altri. Così stabilendo dei rapporti di
forza inevitabilmente sorretti dalla fede in alcuni valori fondanti e nei corrispettivi
stili di vita."
Dunque democrazia, tolleranza... ma in diversi altri editoriali ed
articoli si difendeva la necessità, per resistere al terrorismo, di accettare restrizioni
alla propria libertà, ecc. per salvare che cosa? Il 15 settembre La Repubblica
pubblica un editoriale di Antonio Polito ("La forza del silenzio"):
"chi teme la globalizzazione dovrebbe riconoscere
oggi una potenza etica finora nascosta, capace di mobilitare all'unisono la gente
dell'emisfero nord", "chi urlava ieri nelle piazze yankee go home era ieri nelle
piazze a sperare che riaprisse Wall Street".
Non c'è nulla di più significativo riguardo all'identità
occidentale dell'enfasi con cui i giornali di tutto il mondo hanno salutato la riapertura
della Borsa di New York il 17: da tutti è stata vissuta come la rivincita, il Corriere
ha pubblicato la foto di un eroico broker impolverato, ripreso dal basso verso l'alto per
esaltarlo ancor più, che si avviava sorridente alla Borsa, lo accompagnava un articolo
sfegatato dal titolo "il ritorno degli 'squali'". Alla fine il nocciolo è
questo, possiamo ricoprirlo di tutti i "valori" che vogliamo, ma l'essenza
dell'identità occidentale ha un solo nome: denaro.