Quale impatto avrà l'attentato del 11 settembre a New York e
Washington sul conflitto israelo-palestinese?
Penso che l' impatto del terribile attentato di New York e
Washington sarà, disgraziatamente, grave e pericoloso. Questa tragedia, che influenzerà
il mondo intero per lungo tempo, avviene in un momento in cui il governo di Sharon pratica
da più di sette mesi una politica di repressione senza precedenti contro la popolazione
civile rifiutando a tutt'oggi ogni dialogo politico.
La coalizione di lotta al terrorismo messa in piedi dal governo americano al fine di
punire gli autori dell'attentato, autori che essi descrivono come facenti parte della rete
di Bin Laden, rischia di diventare la copertura per le azioni di Sharon, che desidera
"finire il lavoro" portato avanti in questi sette mesi e cioè: distruggere
l'Autorità Palestinese e ciò che resta delle sue infrastrutture e assassinare tutti i
suoi maggiori dirigenti. La strategia di Sharon mira a fare fuggire il maggior numero
possibile di palestinesi in Giordania: come voi sapete egli ha sempre spinto per la
costruzione di uno stato palestinese in Giordania e non in Palestina. Ciò che trattiene
Sharon e dunque l'esercito israeliano, è il veto della comunità internazionale, in
particolare la Comunità Europea e in una qualche misura gli USA. Ora che tutta
l'attenzione é concentrata sulla tragedia che il popolo americano sta vivendo e che tutte
le forze della diplomazia europea sono concentrate sulla creazione di una alleanza in
vista di una risposta, temo molto che Sharon creda che gli sia tutto permesso. Egli ha
già avuto il pessimo gusto di dichiarare a Colin Powell, presentandogli le condoglianze
di Israele, che anche Israele, come l'America, ha il suo Bin Laden e cioè Arafat.
Questo dimostra come Sharon non mancherà di approfittare della campagna mondiale contro
il terrorismo per confondere le idee e far credere all'opinione pubblica mondiale che
esista un falso legame tra la resistenza palestinese e il terrorismo, seguendo in questo
modo passo passo Vladimir Putin che ha già fatto questa connessione, tra il terrorismo
islamista e per quello ceceno.
Quale è la vostra posizione riguardo il terrorismo?
Io definisco come terrorismo tutte le azioni condotte, da
individui, gruppi o Stati, contro civili innocenti.
L'Autorità palestinese ha sempre condannato, senza la minima ambiguità, tutte le azioni
terroristiche che hanno avuto come obiettivo civili israeliani o quelle che hanno preso di
mira civili palestinesi. E, chiariamo, la stessa cosa vale per i terribili attentati che
hanno colpito il popolo americano. La condanna da parte dell'autorità palestinese di
tutte le forme di terrorismo non è solo di tipo morale, non è solo il rifiuto categorico
di prendere in ostaggio le popolazioni civili di un conflitto: si tratta di una posizione
politica.
Dal giorno in cui l'Autorità palestinese (e prima l'Organizzazione per la Liberazione
della Palestina - OLP) ha sostenuto la scelta della vicinanza dei due Stati - uno Stato
palestinese e uno israeliano - abbiamo iniziato a lavorare con dei partner israeliani che
riconoscevano la necessità della creazione di uno Stato palestinese.
A partire da quel momento, tutta l'azione ha visto il coinvolgimento di civili israeliani,
all'interno d'Israele stesso, sulla base del principio di coesistenza tra Israeliani e
Palestinesi.
Quale strategia, secondo voi, perseguono i movimenti islamisti?
Prima di tutto, penso che sia necessario ricordare che la
strategia dei movimenti islamisti nel mondo - non solo verso gli Stati Uniti- rappresenta
uno stravolgimento totale dei valori dell'Islam. L'utilizzo di questa religione, il suo
stravolgimento per farne un'ideologia politica: questo è totalmente inaccettabile. Come
una traduzione tragica delle leggi della fisica, che vogliono che la "natura abbia
orrore del vuoto", questi movimenti islamisti fondamentalisti hanno preso il posto
occupato in precedenza dai movimenti progressisti, di sinistra, che esistevano nel mondo
arabo e musulmano. All'epoca in cui esisteva il nazionalismo arabo (il periodo nasseriano
in Egitto fu l'episodio più prestigioso) e in cui erano presenti numerosi movimenti
progressisti, l'islamismo politico non esisteva. L'islamismo politico, è necessario che
voi lettori lo capiate, è stato incoraggiato e sostenuto dagli Stati Uniti e dalla CIA
nel periodo della guerra al regime comunista di Kabul. Gli Americani avevano fatto, al
tempo, la scelta di sostenere l'organizzazione islamica dei Moudjahidin (i Combattenti).
Bin Laden che li dirigeva, è stato, al tempo, finanziato, formato militarmente e
utilizzato dagli Stati Uniti. Una volta terminata quella guerra, i "residui" di
quei movimenti islamisti sostenuti e finanziati dagli Americani si sono
"riciclati", da una parte, in Algeria, dove quelli che sono detti (non a caso)
gli "Afghani" conducono una guerra terribile e orribile contro le forze
democratiche e contro il governo algerino e, dall'altra parte, in Bosnia e prima nei
Balcani. Quanto a Bin Laden, nato da questa "scuola americana di anti-comunismo"
in Afganistan, oggi si ritorce contro gli Stati Uniti. Dalla formazione ricevuta dalla CIA
trae la sua diabolica efficacia.
Quali mezzi esistono per lottare contro questa nuova forma di
terrorismo?
Che si tratti del Medio-Oriente o di un'altro posto nel mondo, non
esiste una soluzione miracolosa.
Una soluzione militare, motivata da sentimenti di vendetta di una popolazione straziata
come è quella degli Stati Uniti oggi, non è assolutamente auspicabile. Prima di tutto
perché è difficile trovare i movimenti terroristi, per definizione clandestini, che
hanno una grande capacità di fondersi con la popolazione di un paese. Dei bombardamenti
in Afganistan, non farebbero altro che aumentare le sofferenze di una popolazione già
straziata da venti anni di guerra. Non bisogna ripetere gli errori del passato.
Penso al Sudan, tristemente noto, al bombardamento di quella che gli Stati Uniti
pensarono, in maniera arbitraria, fosse una fabbrica di armi e che invece si dimostrò
essere una fabbrica farmaceutica. Gli Americani finirono poi per riconoscere il fatto di
aver agito sulla base di cattive informazioni. Penso che il solo modo per lottare contro
il terrorismo è avere una politica a lungo termine, che consista nello sradicare la
"giustificazione" principale, che è generalmente basata sulla denuncia politica
di conflitti che non possono essere risolti perché il diritto internazionale non è
applicato con la stessa determinazione in tutte le parti del mondo; il famoso "due
pesi, due misure". La comunità internazionale non deve più generare conflitti sulla
base dei propri interessi regionali. Per esempio, il conflitto israelo-palestinese,
utilizzato dagli islamisti come terreno per l'odio, non ha mai avuto l'attenzione che
meritava da parte della comunità internazionale.
La mancanza di volontà di quest'ultima nel fare applicare le risoluzioni 242 e 338,
decise da anni, che esigevano la ritirata dell'armata israeliana dai territori che occupa
in Palestina rappresenta uno degli esempi più spiacevoli. Al contrario, abbiamo visto che
la comunità internazionale si è mossa quando si è trattato di liberare il Kuwait
dall'occupazione irachena, e si è impegnata in una vera e propria guerra mondiale per
fare applicare le risoluzioni delle Nazioni Unite. E' una necessità primaria quella di
dare risposte politiche, se si vogliono isolare efficacemente gli elementi estremisti che
richiamano ad azioni terroristiche. E' noto che i terroristi approfittano del malessere
prodotto da situazioni come quelle che perdurano in Medio-Oriente.
Queste nuove forme di terrorismo non annunciano uno
"scontro tra civiltà" come sostiene Hillary Clinton?
Io respingo totalmente la visione di Hillary Clinton e di tutti
coloro che vedono in questa nuova forma di terrorismo uno scontro di civiltà. Quello che
stiamo, ahimè, vivendo oggi, è il risultato di un fallimento politico nel risolvere
correttamente i conflitti sul pianeta, ma anche nel ripartire equamente le ricchezze, ciò
che porta alla costituzione di un mercato globale che funziona, in ultima analisi, secondo
gli interessi degli Stati Uniti ed in funzione delle loro esigenze. Così, le nazioni
"periferiche" che spesso, come in Africa, detengono le risorse più importanti
del mondo, si ritrovano nella posizione di consumatori dei prodotti trasformati altrove e
messi sul mercato dalle economie capitalistiche. Così, il termine di
"mondializzazione" manca, come minimo, di precisione, poiché riguarda solo
coloro che detengono la proprietà, i mezzi di produzione ed i mercati solvibili. C'è una
dimensione economica e sociale molto importante nell'humus umano che sostiene questa forma
di terrorismo, in particolare contro l'America, percepita oggi (dopo la scomparsa del
blocco sovietico) come la nazione che detiene l'egemonia totale nel mondo, sul piano
finanziario, commerciale, politico e militare. Si vede bene che i recenti attentati negli
Stati Uniti, hanno un solo scopo, animati, come sono, dall'odio: punire (per di più,
ahimè, degli innocenti) fare più male possibile. E' l'espressione di un rifiuto totale,
alimentato dalla frustrazione, l'emarginazione delle nazioni dette "povere"
attraverso un certo numero di contrade. E non è un caso se queste reti terroristiche
trovino i loro militanti ed i loro sostegni in una regione come l'Asia del Sud-Ovest, che
è stata vittima di guerre terribili, in Afghanistan, in Pakistan, nel Cashmire o, ancora,
in Medio-Oriente... Sarebbe molto grave, oggi, cadere nella trappola dell'amalgama, cioè
vedere nelle azioni delle reti islamiche una dimensione culturale che farebbe dell'Islam,
in quanto religione, ma anche in quanto cultura, il nemico da abbattere per la cultura
giudeo-cristiana. La Storia prova il contrario. Analisi di questo tipo contribuiscono ad
alimentare le ideologie dei vari Bin Laden e soci, i quali vedono nel loro terrorismo non
si sa quale lotta del mondo musulmano contro il mondo cristiano. Le confusioni, molto
pericolose, che esse alimentano - quando non le creano dal nulla, ben lontane dal solo
costituire gli annessi e i connessi di una lettura socio-politica totalmente aberrante
alienano alla civiltà occidentale un sacco di gente in un mondo musulmano nelle cui
ferite non fanno altro che girare il coltello di frustrazioni accumulate, che sono
effettivamente reali.
Oggi, il popolo palestinese commemora il diciannovesimo
anniversario del massacro dei campi dei rifugiati di Sabra e Chatila, in Libano. Che cosa
evoca per lei questo anniversario?
In questo diciannovesimo anniversario, la più grande tragedia, è
pensare che l'uomo che è stato denunciato dai suoi propri soldati e da una commissione
d'inchiesta israeliana come direttamente responsabile dei massacri di Sabra e Chatila, si
ritrovi eletto Primo ministro del governo israeliano. C'è qui qualcosa che dovrebbe
intimare il popolo israeliano che, a causa della sua paura dell'"altro", ha
finito per votare un criminale di guerra Ariel Sharon, che esso stesso aveva denunciato
nel 1982, anno in cui 400.000 israeliani avevano manifestato per reclamare le sue
dimissioni. Bisognerebbe che la popolazione israeliana avesse il coraggio di guardare in
faccia la sua storia e di non fare l'errore di rigettare troppo facilmente la sua
responsabilità sul popolo palestinese. La società israeliana deve ora saper estirpare
dal suo seno i propri demoni. Sul piano internazionale, accanto a questa constatazione
angosciosa che traiamo dal triste spettacolo che ci dà la società israeliana, ci sono
dei segnali molto rassicuranti. In primo luogo, il fatto che oggi certe giurisdizioni
permettano l'applicazione delle convenzioni internazionali contro la tortura, i crimini di
guerra e i crimini contro l'umanità. Il fatto che Ariel Sharon sia oggi intimato dalla
giustizia belga per i crimini che ha commesso nel 1982 a Sabra e Chatila, che Augusto
Pinochet sia stato interpellato dalla giustizia spagnola per i suoi crimini commessi in
Cile e che Slobodan Milosevic sia imprigionato e giudicato dal Tribunale internazionale
dell'Aia, mostra che il rispetto delle convenzioni internazionali diventa uno strumento
diplomatico più forte della "ragion di Stato", e ciò è incoraggiante.
Qualunque sia il risultato della procedura avviata dalla giustizia belga all'incontro con
Ariel Sharon, le vittime palestinesi di Sabra e Chatila hanno già vinto una battaglia,
dal momento che dei giudici e dei magistrati hanno accettato di intentare causa a Sharon e
che lui stesso ha dovuto rinunciare, qualche mese fa, al suo spostamento in Belgio, per
paura di dover rispondere alla convocazione dei magistrati.
D'altra parte, l'affare che ha circondato la nomina in Danimarca
di Carmi Gillon, il nuovo ambasciatore di Israele, è a sua volta incoraggiante. Infatti,
la nomina di Carmi Gillon, ex-capo della Sicurezza interna israeliana, ha suscitato una
protesta generale in Danimarca, dopo che questi avrebbe confessato di essere ricorso a
"pressioni fisiche moderate" (detto in altre parole: alla tortura) nei confronti
dei prigionieri palestinesi.
Questi casi hanno il merito di aver condotto i servizi israeliani
a formulare la raccomandazione che si eviti, in futuro, di assegnare posti ed inviare in
certi paesi ex-capi militari o ex-responsabili dei servizi di informazione, suscettibili
di essere perseguiti per atti di tortura o per crimini di guerra perpetrati sulla
popolazione palestinese. E' un progresso di cui devono essere felici tutti i democratici
del mondo. E' anche, per i Palestinesi, un riconoscimento dei torti che essi hanno subito
e che non avevano trovato, all'epoca, i Tribunali internazionali capaci di condannarne i
colpevoli. Ariel Sharon, da Primo ministro qual è, dovrà rispondere un giorno dei
crimini di guerra che egli ha commesso e che continua ancor oggi a commettere (fino a
quando, fino a dove?) contro il popolo palestinese.