| Gruppo di lavoro su "finanziaria e spesa
sociale" dell'assemblea nazionale dei social forum
Meno spese militari, più spese sociali contro la Finanziaria di guerra, Per una campagna
di lotta per il reddito garantito!
Rivendichiamo i nostri diritti negati: casa, lavoro, reddito, servizi sociali!
37.000 miliardi di spese militari, un aumento quindi del 10% rispetto all'anno precedente,
4.000 miliardi per una portaerei di cui tutti, finanche il Ministro della Difesa, ne
riconoscono l'inutilità, 16.000 miliardi per l'eurofighter, miliardi e miliardi per
le sostenere l'acquisto di nuove armi e la professionalizzazione delle forze armate.
e poi ancora una volta, e con sempre più ferocia, aumento delle
privatizzazioni, tagli alla spesa sociale, alla sanità, alla scuola pubblica e soldi a
favore della privata.
Questi sono alcuni dei dati della finanziaria 2002 del governo Berlusconi, noti solo ai
pochi "eletti" tecnici funzionali alla logica del mantenimento del sistema di
potere, che non solo rilancia ancora una volta i diktat della globalizzazione
neoliberista, ma ad essi affianca e sovrappone la volontà, non solo economica, di
sostenere con più forza il volto più atroce delle logiche della guerra e del terrore
globale, quelle logiche che disseminano da ormai due settimane, bombe, morti e distruzione
in Afghanistan.
L'aumento di quasi 4.000 miliardi di spese militari, oltre alle tantissime voci di spese
"nascoste" nel bilancio (come i fondi per la guerra in Bosnia presi dal capitolo
di spesa per la cooperazione allo sviluppo), è la conferma di una pericolosissima
tendenza ormai costante negli ultimi anni, al di là del colore del governo, che
sostiene quel perverso meccanismo di reciproco traino tra le spese militari e la guerra.
Per giustificare queste spese, per rivendicare l'appoggio alle logiche guerrafondaie
di Bush, torneranno a blaterare il solito ritornello degli "impegni
internazionali".
L'ipocrisia è evidente, è la stessa ipocrisia che abbiamo denunciato a Genova contro gli
8 potenti della terra.
Da una parte il vertice G8 di Genova che, per nascondere il suo fallimento e salvarsi la
faccia, blaterava di misure a favore della lotta alla povertà o di fondi internazionali
per la lotta all'AIDS, dall'altra il dato concreto di una finanziaria del Governo
Berlusconi, nella quale non si trova traccia di questi "impegni internazionali".
E' l'ipocrisia di chi, in sede ONU, prende l'impegno di destinare lo 0.7% alla
cooperazione internazionale, ma poi ne investe solo lo 0,15% con modalità e principi
guida a dir poco discutibili e non si oppone alla guerra che, coi suoi effetti
collaterali, bombarda gli ospedali, i depositi della croce rossa e le sedi delle Nazioni
Unite.
E' l'ipocrisia di chi elargisce con una mano l'elemosina di venti miliardi per
l'assistenza ai profughi - che in un contesto di guerra globale aumenteranno
inevitabilmente - ma con l'altra mano, impugna il manganello e finanzia la
militarizzazione dei nostri territori, la costruzione di 4 nuovi centri di detenzione
temporanea per gli immigrati.
Ma al tendenziale aumento delle spese militari e criminali
corrisponde non casualmente una tendenza ormai decennale alla diminuzione delle spese
sociali.
E' il ritornello di sempre: in nome della necessità di ridurre gli sprechi della spesa
pubblica e di un "miglioramento" della qualità di taluni servizi meglio
affidati al "privato" che non al pubblico, si tagliano e si privatizzano sempre
più servizi essenziali quali scuola, trasporti,sanità, e a rimetterci, ancora una volta,
sono le fasce sociali
più deboli, la qualità della vita, l'ambiente e il territorio, insomma l'umanità
schiacciata e repressa dalle logiche del profitto.
Ecco come ora il quadro è completo: la guerra globale come strumento necessario ed
inevitabile della globalizzazione neoliberista porta alla crescente pauperizzazione dei
popoli del sud del mondo con il ricatto storico e quotidiano delle "bombe sulla
testa". Chiaramente i governi del Nord del mondo che promuovono questa guerra devono
reperire i fondi per finanziarla e questi fondi, attraverso lo strumento della finanziaria
sono recuperati dalle tasche della classi meno abbienti degli stati del Nord del
mondo. Appare quindi estremamente chiaro a chi bisogna far pagare i costi della guerra.
Ma ci sarebbe un'altra possibilità: un'altra finanziaria è possibile! Una finanziaria
che si opponga alla guerra tagliando le inutili oltre che ingiuste e giganti spese
militari e che al tempo stesso sposti e ridistribuisca la ricchezza dalle tasche di chi ne
ha già troppa a che ne ha sempre meno.
I soldi in verità ce ne sono anche troppi, a partire da quelle migliaia di miliardi che
ogni giorno rimbalzano da una parte all'altra del mondo, da Tokyo a Wall Street
passando per Londra e Milano, ad inseguire le operazioni della speculazione finanziaria,
che nessun "stratega" al governo ha mai pensato realmente di
"tassare", così come i soldi investiti senza iva né dogana nell'acquisto di
armi.
Hanno invece ben pensato di detassare i già ricchi e i possidenti, di regalare a man
bassa buoni-famiglia anche ai benestanti, tartassando invece le fasce sociali più deboli.
Si allargano così le fasce di povertà, alle quali non si garantisce alcuna via d'uscita,
alcuna prospettiva, ma solo ed esclusivamente l'elemosina.
L'istituzione del reddito minimo d'inserimento, la riforma delle pensioni minime vanno in
questo senso: non solo un'accentuata selezione degli aventi diritto, ma anche e
soprattutto il concatenamento ad uno stato permanente di miseria e di povertà, nel quale
anche il terzo settore rischia, come da più parti evidenziato, di rendersi complice dello
smantellamento dei diritti sociali e lavorativi e degli ammortizzatori sociali.
Una soluzione realistica, in controtendenza e in alternativa alle politiche economiche
neoliberiste, è la sicurezza di un reddito o di un salario per tutti, per rompere le
catene del ricatto della disoccupazione e della precarietà.
A fronte di un modello produttivo che non crea più lavoro, ma nella sua crescita lo
distrugge, dobbiamo porre all'ordine del giorno la necessità di una elargizione
economica, sia in forma diretta - monetaria - sia in forma indiretta, come pacchetto di
servizi garantiti.
Non ci interessa assolutamente alcuna disquisizione sulla terminologia che possiamo
adottare per definire questo strumento: reddito garantito, salario sociale, salario di
cittadinanza.l'importante è invertire la tendenza dei flussi finanziari. Non più dal
basso verso l'alto, ma una vera ed efficace forma di ridistribuzione di quella
ricchezza sociale che noi tutti, precari, lavoratori e disoccupati, quotidianamente
contribuiamo a produrre.
Siamo convinti che questa rivendicazione non potrà mai essere una gentile concessione dei
nostri governanti, ma solo ed esclusivamente attraverso la costruzione di un movimento di
massa, di un processo di partecipazione e di mobilitazione collettiva, è possibile
invertire la tendenza, strappare conquiste pur parziali, ma capaci di rimettere in
discussione il primato del profitto.
Per questo una campagna di lotta per il salario/reddito garantito non può non essere uno
degli strumenti prioritari per il rilancio di questo movimento dei movimenti, che passa
necessariamente per la riscoperta di una forte internità sociale e di tematiche che
attraversino la quotidianità delle nostre vite, dei nostri territori.
Non è un caso che questa tematica sia anche e soprattutto una domanda politica e sociale
che proviene dal mezzogiorno d'Italia, quel mezzogiorno d'Italia sempre più martoriato
dal dramma della disoccupazione, della precarietà, dell'esclusione sociale e della
devastazione ambientale.
Proprio per questo rivolgiamo un invito in primo luogo a tutti i social forum meridionali,
ma estesa chiaramente a tutti quelli esistenti, perché il dramma della precarietà è
ormai comunemente diffuso, a creare momenti di confronto, di dibattito ma
soprattutto di mobilitazione sui temi della precarietà e della garanzia del reddito.
I forum sociali possono e devono creare momenti di controinformazione e di
sensibilizzazione anche a partire dalle ipocrisie di questa finanziaria, come
dall'ipocrisia di chi taglia le spese sociali e aumenta le spese militari.
Un primo momento di verifica, da questo punto di vista, per i social forum meridionali
come per tutti gli altri, potrà essere la due giorni di discussione nazionale proposta a
Napoli dalla Rete No Global campana per la prima metà di dicembre.
Una discussione che rimetta al centro dell'attenzione il rilancio di una campagna di lotta
per il miglioramento della qualità della vita, per il recupero dei bisogni sociali fuori
dai tempi imposti dall'alienazione del sistema neoliberista.
Questa è solo una delle proposte, non l'unica né la migliore, che può e deve investire
quest'assemblea nazionale, per dare indicazioni leggibili a tutta la società, sulle forme
e i modi di costruzione di un "altro mondo possibile", un mondo nel quale, come
si suol dire, siamo tutti sulla stessa barca. Ma sulla barca c'è chi prende il sole, chi
maneggia i cannoni e chi è lì a remare.
Noi rematori dobbiamo ammutinare la barca, e iniziare a remare contro.
Firenze, 21 ottobre 2001
|