Uscire dalla concertazione
dal basso e da sinistra

"Senza trascurare il loro compito quotidiano, né le lotte sindacali, i nostri sindacati debbono preoccuparsi delle minacce di guerra che oscurano l’orizzonte", affermò agli inizi del 1911 uno dei principali dirigenti sindacali francesi dell’epoca, Alphonse Merrheim. Una lucidità straordinaria che gli permise di guardare lontano e di cui oggi sentiamo grande nostalgia, ascoltando il complice balbettio delle segreterie Cgil-Cisl-Uil, recidive nel non opporsi alla guerra.

Una crisi profonda del sindacalismo tradizionale che è figlia di sconfitte passate e di una nuova condizione del lavoro salariato, ma anche e soprattutto di scelte politiche che hanno consapevolmente rinunciato ad un punto di vista autonomo e indipendente da governo e padroni. La Finanziaria 2002 del Governo Berlusconi e il "Libro Bianco sul Mercato del Lavoro in Italia" di Maroni, ma preparato da un gruppo di esperti bipartisan, sono l’approdo obbligato di anni di concertazione e di una "politica dei redditi" che toglie al lavoratore per dare al padrone. Oggi sono Governo e Confindustria a poter mettere in discussione il sistema neocorporativo della concertazione, dall’alto e da destra.

Mentre la Federmeccanica tenta di forzare la mano in una delle vertenze chiave, trovando l’aperta ed attiva collaborazione di Fim e Uilm, la legge finanziaria prevede per i dipendenti pubblici il blocco delle assunzioni e stanziamenti che non coprono nemmeno la truffaldina inflazione "programmata". E a mo’ di esemplificazione ricordiamo qui che i lavoratori del comparto Enti Locali hanno già perso quasi il 2% di salario reale con il "biennio economico" 2000-2001.

La questione salariale si fa dunque sempre più impellente anche nei settori considerati tradizionalmente più tutelati, mentre sul piano generale il fenomeno dei working poor è in forte crescita, riguardando ormai circa il 10% della forza lavoro italiana. A tutto ciò si aggiungano le rinnovate pressioni al ribasso sul piano del salario indiretto e differito con il nuovo attacco alle pensioni, al sistema sanitario e alla scuola pubblico e con le privatizzazioni dei servizi.

Siamo di fronte al tentativo di fare piazza pulita dei diritti conquistati in decenni di lotta. Anzi, è la stessa concezione universalistica dei diritti ad essere sul banco degli accusati, poiché in materia di diritto del lavoro, spiega il Libro Bianco, è necessario "andare anche oltre la semplice predisposizione di un nucleo di disciplina comune a tutti i tipi di lavoro, rinunciando definitivamente ad una definizione generale e astratta di lavoro subordinato". Inoltre, "sarà possibile realizzare differenziazioni regionali che colgano le diversità dei mercati del lavoro locali" e si dovrà "rivalutare convenientemente il ruolo del contratto individuale … in deroga non solo alla legge, ma anche al contratto collettivo".

Insomma, uno spezzatino giuridico che divide il lavoro dipendente in tante condizioni normative quanti sono i lavori, i territori e addirittura le aziende. In questo contesto, ovviamente, non serve il reintegro in caso di licenziamento illegittimo (art. 18), il contratto nazionale viene svuotato ed aggirato del tutto e le forme contrattuali precarie, dall’interinale al progetto, divengono la norma, sia nel privato che nel pubblico. E soprattutto non serviranno più i diritti sindacali! Già de facto eliminati nel quadro evocato, il Libro Bianco intende però fare un passo in più nel settore che in questi ultimi anni ha espresso la più alta conflittualità, quello dei trasporti, e dove le commissioni antisciopero sembra non bastino più e si passa alla negazione tout court del diritto di sciopero.

Ci troviamo dunque di fronte ad una offensiva padronale di carattere generale, che punta ad una completa liberalizzazione del mercato del lavoro e alla ridefinizione complessiva del quadro normativo. In questo senso c’è piena sintonia con quanto avviene sul piano internazionale con la globalizzazione liberista e con le politiche suggerite dal G8 e da Fmi, Bm e Wto. E non a caso il Libro Bianco abbonda di riferimenti alla normativa dell’Unione Europea, compresa la Carta dei Diritti definita un anno fa al vertice di Nizza.

Un’offensiva contro il lavoro di queste dimensioni e con la recessione alle porte richiederebbe non uno, ma tanti autunni caldi. Le straordinarie giornate di Genova del luglio scorso avevano evidenziato crepe profonde nel pensiero unico del capitale e l’affacciarsi sulla scena politica di un nuovo protagonismo dal basso. Una possibilità straordinaria di incontro tra movimento e lavoratori organizzati. Ma quel maledetto 11 settembre e la guerra in atto hanno reso tutto più difficile e costringono un movimento giovane a fare i conti con un improvviso cambio di scenario e con un restringimento degli spazi della politica. Ma le difficoltà e le responsabilità sono anzitutto nostre, del sindacalismo di base e delle sinistre sindacali nelle confederazioni.

Gli apparati di Cgil, Cisl e Uil sono divisi tra la tentazione di saltare il fosso e farsi definitivamente parte integrante del progetto padronale, come farebbe intuire il "Patto per lo sviluppo" firmato dalle tre confederazioni con la Giunta Formigoni in Lombardia, o mobilitarsi per riproporre il fallimentare e morente quadro concertativo.

L’unica alternativa è la costruzione di un’uscita dalla concertazione dal basso e da sinistra su una piattaforma che metta al centro il salario, i diritti e la pace. Un nuovo meccanismo di adeguamento automatico dei salari all’inflazione, aumenti salariali veri, introduzione di un salario minimo intercategoriale, un salario sociale per i disoccupati, l’estensione della sfera dei diritti uguali per tutti e tutte, residenti e migranti, diritti e libertà sindacali, riduzione dell’orario di lavoro, difesa del carattere pubblico e universalistico dei servizi (Scuola, Sanità ecc.) e della previdenza, riduzione delle spese militari, uscita dalla Nato e nessuna partecipazione italiana a questa guerra. Una piattaforma da articolare a livello europeo, a partire dalla mobilitazione di metà dicembre in occasione del vertice UE di Laeken-Bruxelles che intende proseguire sulla strada della regressiva "Carta dei Diritti".

Su questi punti qualificanti è possibile e necessario costruire delle iniziative di sciopero e di mobilitazione unificanti, al di là delle sigle. Purtroppo i passi finora realizzati evidenziano più i nostri limiti che le nostre potenzialità. Guardando agli scioperi già realizzati e quelli in programma si nota anzitutto una grande frammentazione delle iniziative sia di categoria, che generali di sigla. Il 31 ottobre il riuscito sciopero del Cobas Scuola, il 5 novembre quello degli ex LSU-Ata, il 9 novembre quello di Cub, Slai e Usi, il 16 quello della Fiom, peraltro su una piattaforma ampiamente insufficiente, e tutto questo senza parlare degli scioperi nei trasporti e così via. Insomma, le sole forze che nel loro insieme potrebbero oggi rappresentare il punto di partenza della costruzione di un’opposizione credibile e di massa ai progetti padronali e governativi sembrano non riuscire a staccarsi dalla contemplazione dell’ombelico o dalle proprie vicende congressuali.

Ecco perché vogliamo rilanciare con forza la proposta di iniziative e scioperi unificanti di tutto il sindacalismo di base e dei settori non concertativi della Cgil, utilizzando tutti gli ambiti possibili per la loro costruzione, dalla proposta del Coordinamento RSU di un Forum all’assemblea sul precariato del 14 novembre del Rimini Social Forum, passando per il Vertice antiliberista e la mobilitazione contro la guerra e il Wto dei Social Forum del 8,9 e 10 novembre a Roma.

Una proposta che va costruita con il dibattito e con il confronto, ma pensiamo anche con i fatti. I Cobas delle nostre strutture del pubblico impiego, dell’industria e del trasporto marittimo saranno in sciopero per tutta la giornata del 9 novembre. Lo saranno perché le vertenze di categoria impongono una mobilitazione immediata e non più differibile, ma anche compiendo un atto unilaterale di convergenza degli scioperi di alcune categorie. Faremo delle iniziative decentrate nelle varie città e manifesteremo a Roma il 10 novembre insieme ai Social Forum.

Il nostro auspicio è che la convergenza degli scioperi di categoria oggi, possa servire a recuperare un po’ di quella lucidità che fu del vecchio Merrheim e permetterci domani la costruzione di uno sciopero generale e unificato contro la guerra, per il salario e i diritti.

Luciano Muhlbauer, Paolo Sabatini, Luigia Pasi, Antonio Barbato, Arnaldo Monga, Pasquale Camerota, Giuliano Marinelli, Rino Malinconico

del S.in.COBAS – aderente alla Confederazione Cobas

Milano, 1 novembre 2001