La Nato arma globale
Forum a Napoli Il sindacato metalmeccanico vi è implicato: è l'occasione per riaprire la discussione su guerra, produzione di armi e tecnologie ALESSANDRA MECOZZI *

Il 3 aprile 1999 Roma si riempì, inaspettatamente, di 100.000 persone da tutta Italia, per dire no alla guerra che pochi giorni prima la Nato aveva scatenato, senza dichiararla, su Kosovo e Serbia. Era comparsa la guerra "umanitaria", a opera di governi europei per la maggior parte di centro sinistra e amministrazione democratica Usa. La situazione della Macedonia ci ricorda lo stato di permanente instabilità e insicurezza dell'area, e la "necessità" di un suo altrettanto permanente controllo militare.
La manifestazione era stata lanciata da diverse associazioni, laiche e cattoliche. Dei sindacati aderirono la Fim e la Fiom nazionali, quest'ultima con delegazioni molto folte. Si arrivò a quella decisione con difficoltà, più forte per il fatto che era direttamente e attivamente coinvolto nella guerra il governo di centro-sinistra, che le più grandi organizzazioni sindacali italiane avevano espresso il loro consenso, con la pur debole motivazione della contingente necessità, che la pressione mediatica per l'intervento era fortissima.
Uno dei nuclei più importanti della partecipazione a quella manifestazione era formato da quel volontariato sociale e politico che nei lunghi anni delle guerre nei Balcani si era misurato sul campo, con iniziative di sostegno alle popolazioni e per il dialogo tra le diverse culture: il "popolo" del pensare e fare. Proprio il radicamento sociale e il carattere di autonomia politica di quella scelta, in coerenza con valori essenziali della convivenza, mi fanno dire che in quell'occasione ci fu la prima visibile apparizione di un movimento che, ampliandosi e modificandosi, si chiamò poi antiglobalizzazione: "il popolo di Seattle", contro l'Organizzazione mondiale del commercio, comparve infatti alla fine dello stesso anno.
La guerra del Kosovo fu l'evento che avviò una riflessione sul carattere globalizzatore della Nato, che con quella decisione aveva palesemente delegittimato il ruolo dell'Onu, andando oltre la propria stessa missione difensiva: passaggio che venne poi sancito a Washington con la sua riforma strategica.
Richiamo questo "antefatto" a proposito della discussione che si è aperta all'interno del Genoa social forum, via stampa, sul che fare in occasione del vertice "informale" della Nato che si terrà, sembra certo, a Pozzuoli e che avrà tra i punti centrali di discussione lo scudo stellare. Penso infatti che la riflessione sul carattere globalizzatore dell'Alleanza atlantica e i suoi rapporti con l'economia globale, fermatasi troppo presto, debba riprendere e diffondersi sul piano nazionale e internazionale, non limitandosi a Nato sì, Nato no (meglio la seconda) ma scavando nel rapporto tra cambiamento della Nato, industria militare e tecnologie, ad essa strettamente legate, insieme ai molti altri temi su militarismo e militarizzazione, alternative di pace, natura dei conflitti armati in corso a cominciare da quello Israele-Palestina.
Per questo mi è sembrata interessante la proposta di Attac di un grande Forum a Napoli e/o quella del "Teatro di Pace" fatta da un gruppo di compagne, meglio se con interventi anche da altri paesi, preceduto però da varie iniziative di discussione e mobilitazione sui tanti temi legati alla critica della Nato e alla militarizzazione globale.
Sarebbe, anche per il sindacato metalmeccanico, un'ottima occasione per riprendere e aggiornare una discussione sostanzialmente ferma, trasmettere conoscenze: se il no alla guerra di due anni fa, infatti, era parte di una tradizione e una coscienza collettiva pacifista (interessanti, e anche difficili furono le assemblee nelle fabbriche, ma su un'opzione essenzialmente etica), ben più complessa da affrontare è la questione di un "mondo senza armi". Penso sia utile e necessario farlo, in primo luogo con la partecipazione di coloro che le armi le producono, in un settore industriale in cui è stata fortissima la ristrutturazione, e molto consistente la perdita di posti di lavoro - motivo non ultimo dell'arresto della discussione su produzione di armi e riconversione.
Oggi tuttavia c'è da discutere anche il rapporto tra industria militare e tecnologie, poi diffuse in altre produzioni: al tempo dell'accordo Fiat-Gm, la stessa Fiat ammise che con la General Motors, che ha accesso ai laboratori della grande industria militare americana, c'è la possibilità di progressi molto veloci sul piano tecnologico: ed è evidente che l'industria militare Usa con il sistema di difesa missilistico sostenuto da Bush - su cui c'è un confronto molto acceso anche tra i sindacati americani - avrebbe un enorme impulso.
Insomma, penso che dobbiamo cercare le forme più partecipate ed efficaci della protesta, ricordando che essa si alimenta di conoscenza e consapevolezza collettiva - che con tutta evidenza su questi temi deve crescere.


* responsabile ufficio internaz. Fiom