| Il grande movimento nato con le importanti manifestazioni internazionali di Seattle, Nizza, Praga, Porto Alegre ha finalmente trovato, grazie anche allimportante 3 giorni di Genova un necessario radicamento nel nostro Paese che gli consente e consente a noi militanti di base di quel movimento, di avviare un prezioso lavoro di insediamento capillare nei territori. Temi come il terzo traforo del Gran Sasso in Abruzzo, che non esiterei a definire "stupro", o le questioni legate alledilizia selvaggia, alla difesa dei parchi, del mare, dei fiumi e della natura in generale, oppure quelli del commercio equo e solidale od ancora quelli dellimmigrazione o del pacifismo, devono a mio parere essere arricchiti ed attraversati da questioni che coinvolgono più direttamente il mondo del lavoro e del non lavoro con le conseguenti ricadute sui temi dello sfruttamento, del salario e delle nuove forme di precarietà e di flessibilità legate ai processi di globalizzazione internazionale. Insomma, al continuo evocare ed esaltare la presenza dei meccanici ed in particolare della Fiom nel movimento, dobbiamo saper dare seguito concreto e quindi riconoscergli agibilità alliniziativa. La ragione che mi porta a sostenere questa tesi, risiede nel disagio da cui sono stato pervaso al mio ritorno da Genova dopo la Manifestazione del 21 Luglio e che ancora mi accompagna. Credevo che in fabbrica mi avessero trattato, almeno per un giorno, così come si deve a chi sa di aver fatto una cosa importante. Invece, con stupore meraviglia ed anche un po di rabbia per come sono andate le cose a Genova, ho dovuto subire attacchi di ogni tipo essendo, io con tutti gli altri, ritenuto responsabile per quei fatti drammatici. E evidente allora che qualcosa non ha funzionato. Se i meccanici con la più grande organizzazione che li rappresenta sono andati a manifestare a Genova per un altro mondo possibile, ed al loro ritorno in fabbrica hanno dovuto subire critiche di ogni tipo vuol dire che il dialogo e la comunicazione tra movimento e mondo del lavoro sono stati insufficienti. Io credo che in poche parole la cosa possa essere così semplificata: il movimento, rappresentato da associazioni e singoli ha sempre affrontato temi sociali ed ambientali ai quali ciascuno, in modo proprio o in forma collettiva organizzata ha deciso di aderire con la massima libertà. La parola dordine comune è sempre stata, indiscussa ed accettata da tutti "antiliberismo". Ora, se da un lato questo ha determinato unassoluta e semplice possibilità di riconoscimento da parte della moltitudine di soggetti, dal mondo cattolico, a quello laico a quello ambientalista, che lhanno incondizionatamente accettata, dallaltro ha fatto si che per alcuni dei soggetti politici e sociali coinvolti venisse meno la propria specifica identità di riferimento, determinando incomprensione e/o disinteresse con i temi trattati e quindi un conseguente allontanamento, fino ad arrivare alla critica verso il movimento stesso. Il resto, và detto, lo hanno fatto anche le nuove inedite forme di protesta, dalla difesa attiva alla disobbedienza civile, cui molti, io tra questi, non sono abituati, ma disposti tuttavia ad imparare. Questo non significa assolutamente stare fuori dal movimento o esorcizzarlo. Se questo può servire a meglio specificare la mia posizione preciso che a Genova cero, con i metalmeccanici ci sono quotidianamente (sono un RSU) e quando posso partecipo alle riunioni dei forum sociali locali. Al fine credo che il vero problema sia quello del linguaggio adottato. Pur dicendo infatti le stesse cose, movimento e mondo del lavoro, meccanici in testa, faticano a comunicare. Dobbiamo trovare allora uno strumento di decodifica, un traduttore simultaneo, un vocabolario insomma, che permetta agli uni ed agli altri di capirsi reciprocamente pur dicendo già oggi le stesse cose. Credo che una grossa mano in questo possano fornircelo: da un lato il "libro bianco di Maroni" che ci propone in poco più di 100 pagine la ricetta per cancellare diritti e tutele ottenuti con mezzo secolo di battaglie politiche, sindacali e sociali, e dallaltro lo sciopero generale dei meccanici del 16 novembre. Sono due questioni rispetto alle quali il movimento non può rimanere ai margini poiché se ciò dovesse accadere, egli stesso rimarrebbe zoppo perdendo una gamba, forse proprio la più robusta, quella dei lavoratori e della Fiom. Capisco la velata reticenza da parte di alcuni ad affrontare questi argomenti e queste sollecitazioni, ma ciò disvela una verità che non possiamo continuare a nasconderci facendo finta che non esiste. Dalla prima fase, quella dellantiliberismo che tutti noi dal e con il movimento vogliamo combattere, dobbiamo ora passare ad una seconda più difficile ed articolata, quella che per capirci potrebbe decretare la vera e stabile crescita qualitativa e quantitativa del movimento: lanticapitalismo. Non nel senso che le due fasi siano tra di esse alternative, ma al contrario che la prima rischia di avere una parabola breve se non viene supportata e potenziata da una vera rimessa in discussione dei rapporti ricchezza/povertà nel nostro paese e nel mondo, con tutto ciò che nel ragionamento questo implica. Insomma si presenta per la prima volta la possibilità di dare ruolo e voce ai meccanici ed alla Fiom che hanno aderito al GSF, non perdiamo questa preziosa ed irripetibile occasione. Se il 16 novembre a Roma, accanto alla Fiom ci saranno anche la Rete Lilliput, i Cobas, i Beati Costruttori di Pace, con Don Vitaliano, Agnoletto e Casarini oltre che le migliaia di lavoratori salariati, meccanici e non, che non hanno accettato laccordo separato di Cisl e Uil, allora saremo cresciuti davvero e potremo andare davvero lontano, Se invece i meccanici e la Fiom fossero lasciati da soli si verrebbe a creare uno strappo difficilmente ricucibile, e le ragioni degli uni non saranno mai più anche quelle degli altri. Pierfrancesco Bruno- RSU FIOM-CGIL SEVEL S.p.A.
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