La discussione
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle
comunicazioni del Governo.
È iscritto a parlare l'onorevole Naro. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE NARO. (Ccd-Cdu) Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, signor
ministro della difesa, rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi...
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, vi chiedo di
defluire con civiltà.
GIUSEPPE NARO. ...in questo difficile momento gli
eventi ci pongono di fronte a precise responsabilità e ci impongono scelte categoriche: o
dalla parte della democrazia e delle libertà o dalla parte dei diritti fondamentali
negati.
Quando sono stato eletto deputato, mai avrei immaginato di dover esprimere approvazione ad
una azione di polizia internazionale di tale portata; invece, mi accingo a farlo in piena
coscienza e avverto una forte emozione per la solennità della decisione.
Di salvaguardia del diritto alla vita si tratta: penso all'omicidio delle migliaia di
innocenti cancellati per sempre insieme alle torri gemelli; penso alla sicurezza perduta e
alla conquista di civiltà in pericolo.
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, non voglio
chiacchiericci al banco del Governo. Cerchiamo di comprendere il momento: qui non si deve
creare una sorta di mercato dove tutti arrivano, parlano, distraggono. Vi sono interventi
che vanno ascoltati! Chi non vuole farlo è pregato di uscire dall'aula (Applausi).
Prego, onorevole Naro.
GIUSEPPE NARO. Anche le testimonianze di millenarie
civiltà i talibani, protettori di Osama Bin Laden, hanno abbattuto con le cannonate,
dichiarando ad esse una guerra assurda la cui natura si definisce da sé. Una guerra che
non ha riscontro in alcuna epoca della storia; eppure, nessuno li ha potuti fermare.
Penso all'economia dello sviluppo in crisi e all'economia del terrore in auge, con le
ipocrisie, i sotterfugi e i poteri destabilizzanti.
Mi inquietano e ci inquietano le parole deliranti di Osama Bin Laden che annunciano un
mondo diviso fra credenti ed infedeli, come a voler ergersi a interprete e protettore del
mondo islamico. Per fortuna, i musulmani sparsi in ogni parte del mondo sono, nella
stragrande maggioranza dei moderati che nelle società multietniche si sono integrati.
Ciò è dimostrato dal fatto che l'appello alla jihad lanciato da Bin Laden non sembra sia
stato raccolto, se non da sparuti gruppi. Vi sono state dimostrazioni di insofferenza che
non fanno pensare però a scontri di civiltà.
L'attacco terroristico agli Stati Uniti d'America è un attacco al mondo occidentale, ma
anche alla moltitudine di musulmani moderati, come tali, essi stessi oggetti della furia
di Bin Laden. La dimostrazione di questa distanza dagli estremismi è data dall'ampio
schieramento di paesi islamici a fianco degli Stati Uniti d'America, naturalmente con una
diversa modulazione.
Il terrorismo opprime l'umanità intera per il suo modo sempre nuovo di manifestarsi. La
situazione diventa di giorno in giorno più pesante: l'antrace si espande a macchia
d'olio, supera i confini americani e diviene uno dei principali motivi di inquietudine.
L'umanità non ha più certezze e cerca di reagire come; tuttavia, essa trova difficoltà
ad organizzarsi perché non conosce l'avversario, non sa dove e quando colpisce. Un
avversario dalla minaccia facile: le inquietudini aumentano.
Intanto, il presidente Bush fa sapere che la rete terroristica legata a Bin Laden, Al
Qaeda, è impegnata alla ricerca di armi chimiche, biologiche e nucleari. Egli dice che i
nemici possono essere una minaccia per tutti i paesi e per la stessa civiltà; nessuno
può restare indifferente di fronte a tanto pericolo e tutti devono fare di più.
Per quanto ci riguarda, le accuse di Bin Laden da qualche giorno contro l'Italia
confermano che il nostro paese è nel mirino del terrorismo internazionale. A questo
proposito penso a quanti in Italia sono preposti a salvaguardare la nostra sicurezza e a
quanti si sono prodigati e continuano a farlo per allontanare da noi ogni possibile
minaccia. Per il loro sacrificio esprimiamo il nostro affetto e li ringraziamo di cuore.
Dobbiamo quindi agire con rinnovato impegno e contrastare la terribile minaccia. Il
Governo ha svolto la sua parte, certamente rilevante, con una rete di relazioni
diplomatiche mirate ed incisive, come abbiamo appreso dal Presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi, dal ministro degli esteri Ruggiero e da quello della difesa Martino che,
secondo gli impegni presi, ma soprattutto per la sensibilità con cui hanno condotto e
conducono le loro azione politica, sono venuti a riferire costantemente in Parlamento.
Tra le strategie che vengono privilegiate nel progetto di contrasto al terrorismo,
certamente essenziale diventa l'urgenza di ridurre le differenze tra paesi sviluppati e
paesi in via di sviluppo, perché le povertà sono le condizioni ideali per alimentare il
terrorismo e consentire possibilità di movimento a chi lo programma e lo pratica.
L'Italia ha fatto la sua parte in posizione di preminenza, anche perché ne aveva la
Presidenza, nel contesto del G8. In quella sede, aveva percepito l'importanza del problema
e ha favorito l'allargamento della partecipazione al Segretario dell'ONU Kofi Annan, che
è il rappresentante di alcuni paesi in via di sviluppo, perché potessero presentare le
loro emergenze. Sono scaturiti così i primi provvedimenti concreti che, certamente, non
sono il toccasana della vastità del problema, ma sono certamente l'avvio per una politica
realistica di sviluppo dei paesi in ritardo, ai quali, però, è stato chiesto lo sforzo
di eliminare il gap di democrazia.
Dopo l'attacco alle torri gemelle ed al Pentagono, l'Italia si è ritagliata un ruolo da
protagonista. Il Presidente del Consiglio ed il ministro degli esteri hanno intessuto una
rete di iniziative diplomatiche, che si sono dimostrate incisive nel versante del
miglioramento dei rapporti di comprensione, di stemperamento e di collaborazione. Tra i
principali interventi, di particolare considerazione erano stati l'allentamento del clima
di tensione a Durban e l'avvicinamento del colonnello Gheddafi agli Stati Uniti e
all'Europa. Rilevante è stato il rapporto con Peres e Arafat, nella consapevolezza di
togliere opportunità di manovra e limitare spazi al terrorismo fondamentalista. E nella
prospettiva, spero prossima, della nascita dello Stato palestinese, nella sicurezza di
Israele, il Presidente Berlusconi ha lanciato l'idea del piano Marshall per la Palestina.
Dopo l'11 settembre, il Governo ha adottato con tempestività dei decreti in tema di lotta
al terrorismo e di controllo dei circuiti finanziari che lo alimentano.
Ora all'Italia spetta il compito più importante: aderire alla richiesta di rinforzi
militari avanzata dagli Stati Uniti. Si tratta di un dovere al quale l'Italia non può
sottrarsi per i consolidati rapporti di amicizia con la nazione americana; perché memore
del sacrificio di vite umane di giovani americani battutisi per la nostra libertà, in
momenti difficili della nostra storia; perché paese membro dell'alleanza atlantica;
perché l'intervento degli Stati Uniti è stato autorizzato dal Consiglio di sicurezza
delle Nazioni Unite, vale a dire dalla rappresentanza di tutti i paesi del mondo; per
motivi di sicurezza nazionale, perché nessuna nazione al mondo è più esente da attacchi
terroristici, che possono verificarsi in qualsiasi paese senza che si possa conoscere la
maniera, il luogo e il momento in cui si verificheranno; per acquisire quel potere
contrattuale che nei rapporti diplomatici ha rilevanza non trascurabile. Questo è il
momento di fare emergere quell'Italia ideale, seria, dignitosa e coraggiosa a cui ciascuno
di noi anela. Ma perché ciò accada è necessario che gli sforzi di tutti noi si
presentino coesi, come auspica il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, quando
chiede alle forze politiche di essere compatte in un momento difficile per la storia del
mondo. E gli schieramenti politici fanno tutto il possibile per raccogliere l'invito del
nostro Presidente, anche se non è stato sufficiente. E se è vero che si voterà su più
risoluzioni, è anche vero che non credo svanisca lo spirito bipartisan solo per questo.
La determinazione coerente, anche se sofferta e forse lacerante, con cui l'Ulivo ha deciso
di esprimersi a favore della partecipazione alla missione Enduring Freedom dà al paese la
consapevolezza di un Parlamento sostanzialmente unito, conferendo particolare
autorevolezza all'azione che il Governo dovrà sviluppare, e farà sentire ai nostri
soldati e alle loro famiglie tutta la nazione compatta, stretta attorno a loro. E di loro
dobbiamo essere orgogliosi, perché essi, uomini e donne, si avviano a sottoporsi a enormi
sacrifici e mettono a repentaglio la loro vita per servire la nostra patria, difenderne i
valori e contribuire a garantire la libertà e la sicurezza di tutti i popoli.
E loro, d'altro canto, devono essere orgogliosi in
quanto le truppe che costituiscono ci vengono richieste perché - a dirla con il
Presidente Ciampi - la comunità internazionale riconosce all'Italia una particolare
capacità di operare in situazioni difficili dove è necessario ricreare condizioni di
pace.
Credo, tuttavia, che in questo momento sia doveroso rivolgere il nostro pensiero anche al
popolo afgano che paga un prezzo straordinariamente alto per colpe che non sono proprie ma
dei talebani, fondamentalisti fino all'esasperazione che hanno ridotto una comunità alla
fame, privandola dei diritti umani e civili fondamentali; un'accolita di uomini che hanno
instaurato un regime del terrore, ridotto le donne ad una condizione subnormale,
degradante ed avvilente, senza dignità di persona, senza titolarità di diritti; una
classe dirigente che ha annullato ogni principio di democrazia, che basa la sua economia
sulla coltivazione e vendita di droga, sull'addestramento di terroristi, successivamente
disseminati per il mondo; una dinastia di religiosi fondamentalisti che impone ai fedeli
gli oboli come tasse, che condanna a morte, che contrasta la sua fede e, soprattutto, un
manipolo di esaltati che protegge Bin Laden, l'uomo che ha lanciato al mondo una sfida di
morte.
Per la condivisione dei principi cui si è informata l'azione del Governo nella conduzione
della crisi generata dall'attacco terroristico dell'11 settembre e, specificatamente,
perché si ritiene un atto dovuto alla coscienza di tutti i cittadini del mondo, esprimo
il sostegno convinto all'azione che il ministro Martino ha illustrato, in questa sede, a
nome del Governo (Applausi dei deputati dei gruppi del CCD-CDU Biancofiore, di Forza
Italia e di Alleanza nazionale).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole
Ramponi. Ne ha facoltà.
LUIGI RAMPONI Signor Presidente, ringrazio il
Governo per la chiara e puntuale esposizione della situazione. Nello sviluppo degli
avvenimenti dal nefasto 11 settembre ad oggi, nella scena politica internazionale l'Italia
ha tenuto un comportamento esemplare per correttezza, senso dell'onore e rispetto degli
impegni assunti. Ha confermato, sin dal primo momento, l'assoluto rispetto dei vincoli
derivanti dall'appartenenza alla Nato e ha soddisfatto tutte le richieste. Ha espresso
completo sostegno alla coalizione guidata dagli Usa e partecipata disponibilità alla
lotta contro il terrorismo. Ha fatto seguire alle parole i fatti e, pur pesantemente
impegnata più di qualsiasi altro paese nelle operazioni di pace rispetto al suo non
indifferente peso economico e politico nel mondo, ha formulato la sua offerta che è,
senz'altro, generosa - come ha ricordato il ministro - e che l'alleato americano ha
accettato. Oggi, i nostri soldati sono pronti a partire.
La guerra, in qualsiasi forma sia condotta, è un autentico monumento alla cecità,
all'egoismo, alla meschinità, alle qualità negative e peggiori del genere umano. Sono
sempre queste le cause dirette o indirette degli scontri bellici. Noi lo sappiamo, ma non
riusciamo, in casi estremi, a non esserne coinvolti perché, a volte, per difendere la
propria società, anche la parte più seria, più pacifica, meno aggressiva è costretta
alla lotta per evitare il trionfo del male.
Questo momento è quello della verità; è un momento che non lascia spazio ai
"se" e ai "ma", ai quali siano adusi. È il momento del sì o del no.
È qui che si misura la vera tenuta, la coesione, la compattezza di una nazione e di un
partito.
In questo momento, che è quello della verità, una nazione fa naturalmente assegnamento
sui propri soldati, sui cittadini che si sono offerti di dedicare la loro opera, il loro
lavoro e, direi forse meglio, la loro missione, alla difesa ed alla sicurezza della
società.
Il ministro ha tenuto a precisare che verranno impiegati soldati professionisti, i quali
meritano il massimo del nostro rispetto. Oggi la società è minacciata dal terrorismo ed
i nostri soldati professionisti sono pronti a lottare contro di esso, contro chi lo
alimenta e contro chi lo sostiene. Quei soldati non lotteranno per gli Stati Uniti, non
lotteranno per la coalizione, ma per l'Italia: per la difesa della pace e del progresso
dei cittadini italiani minacciati dal terrorismo. E, in un momento come questo, una
risposta compatta del Parlamento, dei rappresentanti del popolo italiano, costituisce una
fonte di grande sostegno per la Nazione, per coloro che, al Governo, debbono assumere
decisioni delicate e difficili, ma soprattutto per le nostre Forze armate.
Cari colleghi, nel nostro impegno quotidiano, per realizzare la nostra linea politica, a
volte mettiamo in gioco la nostra reputazione; questo è il massimo che noi facciamo. Le
donne e gli uomini dell'esercito, della marina, dell'aeronautica e, in questo caso, anche
dei carabinieri, mettono in gioco non la reputazione, ma la loro stessa vita! Loro sono
pronti: professionalmente e coscientemente sono pronti a fare quello che noi definiamo
"il loro dovere", che è ben più pesante nel nostro; e che possano sentire il
sostegno, il rispetto, la gratitudine dell'intera Nazione costituisce motivo di grande,
essenziale conforto per loro e, soprattutto, per le loro famiglie.
Allorquando si confronteranno con rischi, pericoli e paure - il ministro ha spiegato che
si tratta di una missione delicata, pesante e rischiosa - non saranno certo confortati dai
dubbi di chi, stando a casa, non li ha nemmeno sostenuti. Per questo motivo, vi esorto
tutti ad una compatta assunzione di responsabilità in un momento così delicato ed
importante nella lotta contro il terrorismo. A parole, tutti hanno dichiarato di volerla;
ora è bene che quelle dichiarazioni vengano confermate da decisioni coerenti (Applausi
dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, di Forza Italia e del CCD-CDU Biancofiore).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole
Giachetti. Ne ha facoltà.
ROBERTO GIACHETTI. ( Margherita-Ulivo) Signor
Presidente, signori rappresentanti del Governo, colleghi deputati, sono un militante non
violento, un antimilitarista, un obiettore di coscienza da più di vent'anni e, pertanto,
desidero premettere in quest'aula che continuerò ad esserlo anche se le decisioni che con
il mio voto contribuirò ad assumere saranno difficili. D'altro canto, altrettanto
difficili sono state quelle che abbiamo assunto qualche settimana fa; anzi, si può dire
che il voto di oggi sia, in qualche modo, consequenziale rispetto a quello che abbiamo
espresso in quell'occasione.
Ho rispetto di tutti coloro che, in questo dibattito ed in questa situazione, all'interno
di tutti i gruppi - sicuramente all'interno dei gruppi dell'opposizione, ma, ne sono
certo, anche all'interno dei gruppi della maggioranza - proveranno e manifesteranno
insicurezze e dubbi sull'atteggiamento da tenere: si tratta, infatti, di decisioni di
fronte alle quali si maceranole coscienze di ciascuno di noi, così come quelle dei
cittadini che qui rappresentiamo.
Ma ci sono dei momenti, signor Presidente, in cui
alle ragioni della coscienza debbono prevalere le ragioni della politica, le ragioni della
sicurezza internazionale, le ragioni della sicurezza di ogni singolo cittadino. Io credo,
signor Presidente, che noi oggi abbiamo la responsabilità di mantenere un atteggiamento
coerente, come se avessimo noi la rappresentanza dei cittadini e la gestione del governo
del nostro paese. Stando all'opposizione, credo che dobbiamo mantenere, in materia di
politica estera (in particolare in questo momento), quel senso di responsabilità che
abbiamo dimostrato in altre occasioni. Credo, signor Presidente, che questa sia
sicuramente una conseguenza politica e logica del voto di qualche settimana fa. Io credo
che non vi siano dubbi; purtroppo la situazione internazionale nella quale ci troviamo,
signor Presidente, non consente una terza via: o si sta da una parte o si sta dall'altra.
Io personalmente sono convinto che dobbiamo stare dalla parte di chi agisce per stroncare
definitivamente il terrorismo internazionale. Ma il nostro voto non sarà una delega in
bianco a questo Governo, signor Presidente; non è infatti ancora ben chiara quella che
sarà l'azione del Governo su altri temi, che pure sono connessi alla vicenda che stiamo
affrontando.
Noi vigileremo, incalzeremo il Governo, signor Presidente, per sapere quali saranno le
iniziative politiche e di cooperazione con i paesi arabi e con i paesi islamici, al fine
di evitare forme di conflitto di civiltà e di religione. Vorremmo sapere dal Governo che
cosa farà in questo senso. Vorremmo sapere, signor Presidente, quale sarà l'iniziativa
concreta che il Governo intraprenderà, come il Presidente del Consiglio ha già
assicurato intende fare quando è venuto alla Camera, per definire il ruolo dell'Italia
nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Siamo interessati a sapere quali
saranno le iniziative del Governo, anche in sede di internazionale, in sede ONU, riguardo
ai programmi di cooperazione e di aiuto alla popolazione dell'Afghanistan, così duramente
provata da questo mese di conflitto. Mi lascia molto perplesso la totale assenza di
riferimento all'Europa, signor Presidente (ahimé! Dalla relazione del ministro Martino
non si fa chiarezza su questo punto). Non vorremmo, signor Vicepresidente del Consiglio,
che tra le vittime dell'11 settembre vi sia anche l'Europa. Vorremmo sapere quali
iniziative il Governo italiano intenda assumere affinché l'Europa torni ad avere, nello
scenario internazionale, quel ruolo e quell'importanza che ha sempre avuto e che deve
mantenere nelle prossime settimane. Vorremmo sapere dal Governo quale sarà la sua azione
anche su altre materie di politica internazionale, non così lontane dalle cose di cui ci
occupiamo oggi. Segnalo che a Marrakech in queste ore...
PRESIDENTE. Onorevole Giachetti, la invito a
concludere.
ROBERTO GIACHETTI. Arrivo alla conclusione, signor
Presidente... è in corso un'assemblea importante sugli accordi di Kyoto per la riduzione
dei gas e dell'effetto serra. Ecco, questo è un momento in cui l'Italia sicuramente può
giocare un ruolo importante e vorremmo sapere quale sarà l'azione del Governo. Concludo,
signor Presidente; rubo pochi secondi soltanto parlando a titolo personale. Credo di poter
rappresentare non soltanto la posizione del mio gruppo, ma anche quella di alcuni gruppi
della maggioranza. Signor presidente, alcuni anni fa il sottoscritto ha manifestato
davanti all'ambasciata sovietica quando ci fu l'invasione dell'Afghanistan da parte
dell'Unione Sovietica.
Non era ieri, non era un anno fa, non era tre anni fa. Ho manifestato insieme ad alcuni
militanti non violenti, anti militaristi, radicali, alcuni dei quali, oggi, sono
costretti, da 13 giorni, dentro le carceri del Laos per aver manifestato per i diritti
umani, per aver manifestato per i diritti civili. Anche su questo so che il Governo si è
interessato ma credo che sarebbe utile che una iniziativa più diretta e più immediata ci
desse la possibilità di avere più notizie certe su quanto sta accadendo a questi
militanti non violenti (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, Dell-l'Ulivo e
dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole
Minniti. Ne ha facoltà.
MARCO MINNITI. (Ds-Ulivo) Signor Presidente,
rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, la scelta di oggi è una scelta di grande
rilievo che si colloca, tuttavia, dentro la cornice, insieme di legittimità e normativa,
definita con le mozion approvate in Parlamento il 9 ottobre scorso. Ricordo che, in quella
circostanza, il Parlamento, attraverso suoi atti importanti, attivò l'articolo 5 del
trattato NATO. Un articolo mai applicato in più di cinquant'anni di storia della NATO e
l'applicazione inedita di quell'articolo ci dava, tutto quanto, il segno di una
straordinaria situazione.
Abbiamo sostenuto, convintamente, l'attivazione dell'articolo 5 per tre ragioni: la prima
è che si trattava di un atto forte di solidarietà con gli Stati Uniti che erano stati
colpiti con quello che non esito a definire un crimine contro l'umanità e che quindi da
lì bisognava rilanciare una lotta senza quartiere al terrorismo; la seconda è che dopo
l'11 settembre l'intreccio tra sicurezza interna e sicurezza estera è sempre più
stretto, le connessioni sono sempre più evidenti e lo avvertiamo anche noi, oggi, nel
momento in cui l'Italia è fatta oggetto delle minacce dirette di Bin Laden; la terza è
che non c'è vera pace senza la sconfitta del terrorismo. Si tratta di tre convincimenti
che ci hanno portato ad impegnarci, insieme, in una straordinaria iniziativa su scala
planetaria di cui sappiamo, con certezza, gli obiettivi e di cui non conosciamo, dobbiamo
dircelo con grande chiarezza, né la durata né l'intensità dell'intervento. Tuttavia
sappiamo che la lotta contro il terrorismo, se vogliamo vincerla, deve saper tenere
insieme una iniziativa militare, una capacità di politica diplomatica e una iniziativa
umanitaria. Tre momenti della stessa ed unica strategia. Mi consentirete di tornare spesso
su questi tre punti perché sarebbe sbagliato se in ogni passaggio che facciamo, facessimo
venire meno il rilievo dell'uno sull'altro, perché le cose si tengono strettamente
insieme, perché non c'è strategia vincente senza questo intreccio.
Oggi siamo chiamati a discutere, in maniera impegnativa, su una partecipazione diretta del
nostro paese, con un impegno di forze armate italiane. È una scelta molto impegnativa.
Per questo ritengo doveroso un voto del Parlamento anche se, naturalmente, si poteva anche
dire che "forse non ce n'era bisogno" ma, nel momento in cui abbiamo di fronte
una scelta così solenne è giusto che il Parlamento si assuma, fino in fondo, le proprie
responsabilità, il rapporto con il paese e il rapporto diretto, anche, con le nostre
forze armate.
Si tratta di una scelta molto impegnativa perché come emerge, chiaramente, dall'elenco
delle forze impegnate che ci ha fatto il ministro Martino la nostra non sarà una
partecipazione simbolica.Il nostro paese parteciperà attivamente in un quadro difficile e
delicato, e non esito anch'io a definire questa missione come molto rischiosa; sappiamo
cosa ci attende e, tuttavia, abbiamo deciso di partecipare direttamente.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE PUBLIO FIORI (ore
10,12)
MARCO MINNITI. Si tratta di un'assunzione diretta di
responsabilità, di un'assunzione diretta e chiara che in questa sede, con il mio
intervento, voglio fare; tuttavia, mi sia consentito di svolgere alcune osservazioni (il
ministro della difesa non è presente in aula, tuttavia i rappresentanti del Governo
potranno riferire). Il ministro ci ha informato della catena di comando che sarà attivata
per quanto riguarda le nostre forze armate. Sappiamo bene che la situazione si presenta in
una maniera, tra virgolette, un po' delicata, perché abbiamo l'attivazione dell'articolo
5 del trattato NATO e tuttavia le missioni non sono missioni NATO: si tratta infatti di
missioni multilaterali o bilaterali (in questo momento si configurano come multilaterali
perché, naturalmente, accanto a Stati Uniti e Regno unito si prefigura la partecipazione
di altri grandi paesi europei). Il ministro ha giustamente richiamato il TOA, il transfer
of authority. Il TOA funziona a livello NATO con una compensazione, un quadro di comando
che è individuabile nel Consiglio atlantico. Chiedo al Governo di attivarsi affinché,
insieme al TOA, vi sia un luogo di concertazione tra i Governi che partecipano alla
missione, in maniera tale che vi sia la possibilità, per il Governo italiano insieme con
gli altri governi europei e con quello degli Stati uniti, di individuare - lo ripeto - un
luogo che possa assumere quella funzione - allo stesso tempo di compensazione e di
indirizzo - che nelle missioni NATO viene dato dal Consiglio atlantico.
Il ministro ha poi detto che non sono note, né per il nostro paese né per gli altri
paesi, le regole di ingaggio.
Ritengo tale questione di grandissima importanza, per cui non appaia una posizione
petulante dell'opposizione, ma con la stessa nettezza con la quale diciamo "si"
oggi alla messa a disposizione delleforze, ci permettiamo di dire che il Governo deve
ritornare in Parlamento per chiarire le regole di ingaggio delle nostre forze armate. Lo
diciamo per un rapporto di responsabilità serio con il nostro paese e con i nostri
ragazzi che mandiamo ad operare in altri scenari.
Per quanto riguarda i tempi, penso che con il decreto di finanziamento questi saranno più
chiari, in quanto quando tale decreto sarà proposto sarà anche chiaro l'arco temporale
dell'impegno delle nostre forze armate.
Un'ulteriore considerazione riguarda la politica diplomatica: non è vero che non è
cambiato nulla dopo l'11 settembre; vi è stata infatti un'accelerazione straordinaria:
come succede spesso, atti drammatici provocano un'accelerazione della storia. Basta
pensare all'incontro di Shanghai, a quanto esso ha cambiato nella diplomazia mondiale.
Penso tuttavia che, in riferimento a ciò, vi sia bisogno di tre sottolineature. La prima:
vi è bisogno di avere un ruolo attivo e di recuperare ancora di più il ruolo delle
Nazioni unite. Il ministro della difesa non ne ha parlato, ma ritengo che questo debba
essere un impegno fondamentale che per il nostro paese. Un'iniziativa di lotta contro il
terrorismo che abbia quelle caratteristiche di cui parlavo prima non può non vedere un
ruolo di primo piano delle Nazioni unite.
Secondo aspetto: c'è bisogno di più Europa (mi consentano i nostri rappresentanti di
Governo). C'è bisogno di più Europa non solo come Stati nazione, ma di più Europa senza
direttori, di un'Europa che sia capace di svolgere un'iniziativa, un'iniziativa che la
qualifichi come un fatto politico e diplomatico unitario. Ritengo che questa sia una
necessità impellente, ed è per questo che non bisogna abbandonare in alcun modo la
scelta di una politica di sicurezza e di difesa comune dell'Europa.
Penso, ad esempio, che oggi stiamo parlando di contingenti nazionali da inviare, ma dal
2003, nel momento in cui - mi auguro - sarà realizzato il colpo di reazione rapida
dell'Unione europea, avremo la possibilità di ragionare intorno a questi temi non più
come Stati-nazione, ma come Europa. Ritengo che questa sia una novità straordinaria.
Infine, vorrei dire con grande chiarezza - ed il ministro, da questo punto di vista, è
stato un po' vago - che nel momento in cui si richiama un'attività politica-diplomatica,
sono nettamente perplesso...
PRESIDENTE. Onorevole Minniti...
MARCO MINNITI. Chiedo scusa, signor Presidente, sto
per concludere. Sono nettamente perplesso in merito ad un allargamento dei fronti di
guerra.
La Comunità internazionale è impegnata in un'azione in Afghanistan e penso che da questo
Parlamento debba venire, insieme con un coerente impegno in quella sede, una altro
richiamo, alto e forte, affinché non si aprano altri fronti di guerra, perché il rischio
di un domino incontrollato è altissimo e molto grande.
Infine - e concludo - per quanto riguarda l'iniziativa umanitaria, ritengo che non vi sia
un prima e un dopo nell'iniziativa umanitaria, ma vi sia un "anche". Per quanto
mi riguarda, penso che la connessione tra iniziativa militare ed iniziativa umanitaria
debba essere strettissima e mi riferisco ad un ruolo dell'Unione europea e delle Nazioni
Unite e ad un ruolo diretto del nostro paese anche in campo umanitario secondo due linee
di indirizzo.
La prima è l'aiuto ai profughi che stazionano lungo i confini pakistano ed iraniano.
La seconda linea di indirizzo è quella di lavorare seriamente in sede di Nazioni Unite
per aprire corridoi umanitari che consentano di assistere le popolazioni all'interno
dell'Afghanistan.
Ho concluso, signor Presidente e chiedo scusa per avere abusato della sua pazienza. Il
ministro Martino ed altri intervenuti hanno rivolto un appello ed un richiamo unitario di
cui comprendo il senso e il significato.
Per amore di verità, devo dire che non sempre questo richiamo unitario ha avuto un largo
consenso in Parlamento. Ricordo, per esempio, che in momenti importanti, con riferimento
alle vicende della Bosnia, dell'Albania e del Kossovo, vi sono state forze politiche...
PRESIDENTE. Onorevole Minniti, la prego di
concludere.
MARCO MINNITI. Ho concluso, signor Presidente. Vi
sono stati esponenti politici che, anche all'interno della Casa delle libertà, scelsero
posizioni autonome e di netto contrasto. Oggi ci assumiamo fino in fondo tutte le nostre
responsabilità. Il Parlamento oggi dà un segno di assunzione unitaria di responsabilità
e dà un messaggio al paese, un messaggio che conta.
Se mi è consentito - ed ho concluso davvero - vi è un contrasto fra questo messaggio del
Parlamento e l'indetta manifestazione del 10 novembre. Quella è una manifestazione di
parte. In essa vi è uno spirito di divisione e di fazione.
FAUSTO BERTINOTTI. Andate alla guerra non alla
manifestazione!
MARCO MINNITI. Quando si parla di divisione e di
fazione - ed ho concluso - c'è il rischio di una strumentalizzazione.
CESARE RIZZI. Presidente, ma questo deve concludere!
MARCO MINNITI. Ho finito. Il paese ha bisogno di
tutto, tranne che di divisioni e di strumentalizzazioni (Applausi dei deputati del gruppo
dei Democratici di sinistra-l'Ulivo - Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Selva.
Ne ha facoltà.
GUSTAVO SELVA. (An) Signor Presidente, onorevoli
ministri, voglio dire subito all'onorevole Minniti che mi trovo perfettamente d'accordo
con lui su un punto (Commenti dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista)...
GRAZIELLA MASCIA. Bene!
GUSTAVO SELVA. ...e in totale disaccordo su un
altro. Il punto sul quale mi trovo d'accordo è che c'è bisogno di più Europa e per
questo stiamo lavorando. Il Presidente del Consiglio, il ministro Ruggiero, il ministro
Martino lavorano per tale obiettivo.
Ieri mi trovavo in una riunione a Bruxelles e si parlava proprio dei problemi della difesa
e della sicurezza in quanto Europa. L'insegnamento che dobbiamo trarre proprio dalle
vicende drammatiche dell'abbattimento delle Twin Towers e dell'attacco al Pentagono è di
rafforzare il potenziale di sicurezza e di difesa dell'Europa.
Il secondo punto sul quale mi trovo in totale disaccordo è di qualificare la
manifestazione che si svolgerà sabato prossimo come un atto di partito, come un atto
settario. Essa è stata lanciata da un quotidiano - che non è un quotidiano di partito -
ed ha ricevuto il riconoscimento delle forze che si identificavano in quella
manifestazione.
Non vedo perché la sinistra non avrebbe potuto, se davvero dobbiamo dimostrare
solidarietà agli Stati Uniti d'America, parteciparvi.
Venendo al tema del quale ci ha parlato il ministro della difesa questa mattina vorrei,
anzitutto, osservare che non vi può essere alcun dubbio sulla legittimità politica,
umana e perfino morale dell'azione militare intrapresa dagli Stati Uniti d'America dopo il
massacro compiuto dai terroristi con il crollo delle Twin Towers di New York e l'attacco
al Pentagono di Washington. Nessuna contorsione logica o dietrologica o psicologica può
cambiare il fatto, riconosciuto anche dalle Nazioni Unite, che gli aggrediti, gli
americani, hanno il diritto ed il dovere di legittima difesa. Ma da questi diritti
discende il nostro dovere come italiani: non lasciare sola l'America a subire un
avversario che colpisce per distruggere il nostro modo di vivere, quella way of life che
ha conquistato anche per cristiani e per musulmani il diritto di vivere da cittadini che
scelgono l'ordine personale e mondiale nel quale operano secondo giustizia.
La parola guerra, onorevoli colleghi, suscita angoscia e panico. Li suscita soprattutto
nel caso di questa guerra contro il terrorismo, che non è segnata da eserciti schierati
in campo e ben individuati, ma che perciò è ancora più pericolosa perché è condotta
negli uffici postali, negli aeroporti, nei porti di casa nostra. Ha ragione il ministro
Martino nel dire che da questi atti di guerra stiamo già subendo conseguenze negative. Se
ancora peggio dovessero andare le cose noi dobbiamo, fin da questo momento, cercare di
evitare che ciò avvenga.
Vi è una rete invisibile, ormai accertata, di collaboratori sconosciuti che si muove
anche in Europa. È per questo che era nostro dovere morale impegnarci a fianco degli
Stati Uniti, non per una semplice ragione di contare, cioè di prestigio e di dignità, ma
per la difesa e l'affermazione del mondo e di quei valori, in primo luogo la pace, la
libertà, il progresso sociale, che guidano la nostra azione.
È bene dire con chiarezza agli italiani, come ha scritto ieri Angelo Panebianco, che la
prova a cui siamo chiamati non ha nulla a che fare con le tanti missioni di peace keeping
o di peace enforcing, di guardiani della pace, a cui abbiamo partecipato in Libano, in
Somalia e in Bosnia. Questo è un momento per tutti noi di parole non equivoche o
polivalenti. Questo è un momento di responsabilità, momento di parole anche dure.
Perché ci sia Enduring freedom, pace durevole, oggi bisogna isolare e sconfiggere
anzitutto il terrorismo, che ha trovato anche in Europa ed in Italia connivenze o, quanto
meno, sottovalutazioni.
Lo sappiamo tutti, onorevoli colleghi, che i bombardamenti non possano discriminare tra
buoni e cattivi e che colpiscono donne, bambini, vecchi. Sappiamo che sarebbe più facile
per me dire a D'Alema "sospendiamo i bombardamenti" ed a Bertinotti "la
guerra non serve". Ma io questo non posso dirlo, non mi sento di dirlo. Oggi il
nostro dovere di italiani, di democratici, di europei è dire che il cancro del nostro
tempo è il terrorismo, quel misto di fondamentalismo politico, ma anche, se volete, di
utopia generosa nelle intenzioni ma inadatta quando il nemico usa strumenti di guerra che
colpiscono soltanto innocenti, per cui non si può che ricorrere all'uso definitivo della
forza. Prima di fare questo gli stessi americani hanno fatto ciò che il ministro Martino
con puntualità ha detto questa mattina. Aggiungerei che perfino con i talebani prima di
ricorrere alla forza si è cercato e si è indirettamente trattato. Consegnateci Bin Laden
- gli abbiamo detto - e scopriremo così la rete di Al Qaeda per sconfiggerla nei suoi
gangli operativi a livello mondiale. Non c'è stato nemmeno risposto.
Con un'azione politica e diplomatica durata un mese, si è formata quella coalizione
mondiale di alleati dell'America ma anche - ancora una volta l'ha ricordato bene il
ministro Martino - di persone, di paesi che, durante la guerra fredda, stavano dall'altra
parte ed ora sono schierati con noi (perfino la Cina, come ha ricordato prima l'ex
sottosegretario Minniti).
Capisco il dramma della sinistra, che è combattuta fra l'utopia di una pace universale -
che, ahimè, temo non entri nelle possibilità umane -, e la presa d'atto della realtà
che solo con una grande coalizione di popoli liberi si può sconfiggere il nemico
dell'umanità, cioè il terrorismo.
Esso come suo bersaglio ha il mondo occidentale, i suoi valori, ma a New York ha le sue
vittime nella gente pacifica di circa ottanta nazioni che lavoravano nelle Twin Towers ed
anche, diciamolo con chiarezza, il popolo afghano, sottomesso alle più brutali condizioni
di vita e di sfruttamento per scopi di potere. Tale sfruttamento è anche riferito agli
altri paesi e ai popoli diseredati - i cosiddetti dannati del mondo - per il mantenimento
di un obiettivo, cioè la guerra di Bin Laden, da lui definita, con parola blasfema, santa
ma che, invece, distrugge i punti cardine della nostra civiltà, fondata sulla libertà e
sulla lotta contro la barbarie.
Noi siamo in guerra contro il terrorismo, per estirparlo senza venire meno - e qui mi
collego alle parole dell'onorevole ministro Martino - all'etica della libertà e della
responsabilità. I nostri figli che, in questo momento, hanno scelto volontariamente
l'arduo compito di andare a combattere contro il terrorismo, devono sentire dietro di loro
il caldo abbraccio e, soprattutto, il sostegno morale e politico della nazione unita e di
una classe politica che, senza causidici distinguo, sa di battersi per la libertà ed il
benessere morale e materiale della nostra nazione, dell'Europa, dei popoli liberi,
condizioni che sono, poi, quelle di rafforzare realmente la pace nella giustizia e
renderla aperta a tutti i possibili eventi (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza
nazionale, di Forza Italia e CCD-CDU Biancofiore).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Rizzi.
Ne ha facoltà.
CESARE RIZZI. (LN) Signor Presidente, signor
Presidente del consiglio dei ministri, signor ministro, onorevoli colleghi, per la prima
volta il Parlamento viene coinvolto - più precisamente viene chiesto il suo consenso -
per una missione delle nostre Forze armate, non come era consuetudine fare nella passata
legislatura: tutto ciò significa vera democrazia.
In apertura del mio intervento, annuncio l'appoggio politico della Lega nord Padania
all'intendimento del Governo di inviare personale militare in Afghanistan. In questo
momento, non credo si possa essere neutrali, poiché la minaccia del terrorismo non
risparmia potenzialmente alcun popolo e Governo. Si tratta di un appoggio militare inteso
quale strumento atto ad individuare in Afghanistan - che, attualmente, ricordo essere uno
Stato governato da un esecutivo non riconosciuto dalla comunità internazionale - le basi
di addestramento e finanziamento di alcuni gruppi terroristici, che hanno causato
distruzione e perdite di vite umane e civili, le cui cellule operative si trovano anche
nei paesi dell'Unione europea, Italia inclusa.
Conseguentemente, diventa sempre maggiore l'urgenza di sollecitare la comunità
internazionale, anche in considerazione dell'esistenza di accordi o convenzioni
internazionali contro il terrorismo e la criminalità transnazionale, ad adottare
all'interno dei propri confini una tolleranza zero verso i gruppi criminali e a sviluppare
all'interno una più efficace collaborazione intergovernativa, a livello di forze
dell'ordine e di intelligence, di provvedimenti di natura legislativa nazionale o
internazionale.
In questo senso la magistratura deve vigilare, includendo coloro i quali sostengono e
giustificano pubblicamente, direttamente o indirettamente, atti di violenza originati da
attentati terroristici.
L'azione del Governo di contrasto al terrorismo - perché di ciò stiamo parlando in
questo momento - intende svilupparsi attraverso tre canali: primo, rafforzamento della
sicurezza interna; secondo, presenza militare dei paesi di origine presunta degli
attentati terroristici e, infine, dialogo con tutti i paesi delle comunità
internazionali, per sostenere un fronte unico verso il terrorismo, specialmente con quei
paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo.
Preciso, perché la situazione lo impone che, questa volta, non vuole essere un'azione
condotta contro una Stato legittimo e la sua popolazione, verso la quale sono già da
tempo attivate forme di aiuto per limitare al massimo gli inevitabili disagi, ma contro il
leader di un gruppo integralista islamico, che si presume sia ancora presente in
Afghanistan e contro coloro che lo proteggono.
L'intervento armato è l'unica risorsa messa in campo per raggiungere l'obiettivo di
trovare e, ci auguriamo, consegnare ad una Corte internazionale colui che viene
individuato come il mandante o, quanto meno, come l'ispiratore degli atti terroristici
dell'11 settembre scorso.
Il supporto del Governo italiano all'azione militare, ora congiunta con gli Stati Uniti,
difficilmente si potrà concludere in un periodo di tempo ragionevolmente contenuto e,
probabilmente, se a breve non accadranno fatti nuovi, dobbiamo essere consapevoli che
questo sarà il primo di altri provvedimenti, che il Governo e il Parlamento dovranno
esaminare ed approvare, volti ad assicurare la presenza di nostri contingenti.
Tuttavia, l'impegno militare non può essere l'unica o, quanto meno, la più convincente
risposta risolutiva alla gravissima crisi internazionale che si è verificata a seguito
dei fatti dell'11 settembre.
L'azione diplomatica, infatti, non deve esaurirsi e contenersi, anzi deve trovare nuovo
impulso per prevenire l'allargamento dei conflitti, per limitare al massimo un'eventuale
perdita di vite umane e per ristabilire quanto prima relazioni amichevoli e pacifiche tra
gli Stati.
Si deve, insomma, pensare anche a un dopo conflitto e a modalità con le quali ricucire
eventuali strappi a livello internazionale.
È necessario che l'Italia svolga un ruolo diplomatico di rilievo nel contrasto al
terrorismo, utilizzando al meglio la propria posizione geografica, la sua apprezzata
politica verso il Medio Oriente, il mai venuto meno sostegno alla politica di
consolidamento dei rapporti euromediterranei.
È, inoltre, auspicabile che l'Italia prosegua nella sua politica estera volta a dare
impulso agli impegni già ribaditi anche in occasione degli incontri intergovernativi, ad
occuparsi favorevolmente dei paesi ad economia debole, ad appoggiare il rafforzamento del
loro processi democratici.
Ci troviamo, infatti, ad affrontare un conflitto su vasta scala, giocato da singoli
individui o da piccoli gruppi e, dunque, più insidioso, che deve essere arginato non
solamente attraverso l'intervento armato e la collaborazione continua di servizi di
intelligence, ma anche intensificando gli incontri diplomatici multilaterali e bilaterali
di varia natura, in quanto gli interessi e i rapporti politici ed economici, in entrata ed
uscita dall'Afghanistan, sono numerosi e complessi.
È stato necessario il disastro di settembre per dare impulso ad una concertazione
internazionale fattiva, volta ad affrontare con urgenza problemi irrisolti da tempo e noti
ai governanti, cellule terroristiche presenti e tollerate nei singoli Stati, operazioni
finanziarie sospette, società e organizzazioni di facciata.
L'azione militare e diplomatica servirà anche a definire assetti geopolitici ed a
proporre soluzioni a piccole o grandi questioni, note o meno note, sparse nel globo.
È vitale non dimenticare gli aspetti economici insiti in questo nuovo conflitto. Dopo un
decennio di indipendenza, a partire dal crollo dell'Unione sovietica, molti Stati che
erano parte di quell'impero o che, comunque, gravitavano attorno ad esso, in quanto punto
di riferimento politico ed economico, si trovano ora in situazioni di grave crisi interna
con rischi di guerra civile. I governi di quest'area non sono riusciti, infatti, a
realizzare riforme economiche e sociali significative e la repressione è diventata spesso
lo strumento per mantenere o giustificare il potere. In molti stati dell'Africa e
dell'Asia centrale, tra questi anche gli Stati dove la popolazione è a maggioranza
musulmana, oltre il 60 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà e
la corruzione blocca o rallenta i processi di riforma economica e sociale. Le dure
reazioni dei governi e dei movimenti islamici hanno prodotto soltanto il loro
rafforzamento; ricordo che, oggi, sono proprio i giovani e gli studenti delle università
ad offrire il maggiore sostegno alle spinte integraliste. Inoltre, i leader dei paesi
musulmani, invece di consolidare i rapporti di collaborazione interstatuale, li hanno
spesso inaspriti, determinando un terreno fertile per le divisioni e le inimicizie causate
dagli estremisti. Si tratta, quindi, di un terrorismo che può virtualmente contare
sull'appoggio e sulle simpatie delle comunità musulmane presenti in tutto il mondo.
Rammento che gli immigrati musulmani presenti in Europa sono circa 25 milioni.
PRESIDENTE. Onorevole Rizzi, la invito a concludere.
CESARE RIZZI. Concludo, signor Presidente. Colgo,
infine, l'occasione per segnalare alcune questioni di cui Governo e Parlamento dovranno
necessariamente tener conto per affrontare in modo efficiente e responsabile la lotta al
terrorismo. Auspico che il sostegno del Governo e del Parlamento ai nostri contingenti
rimanga sempre alto: le forze armate impegnate in tali missioni non devono sentirsi
abbandonate a se stesse, né inviate unicamente per sostenere esigenze di carattere
squisitamente politico.
In conclusione, signor Presidente, sono soddisfatto che il Governo, per la prima volta -
lo ripeto -, sia venuto a chiedere il parere del Parlamento circa un eventuale nostro
impegno: in questo caso, si tratta di un invio di forze armate italiane per una missione
non di pace, ma di guerra, perché questa volta c'è bisogno di guerra. Nella passata
legislatura, invece, non è stato detto assolutamente nulla! Ho ascoltato prima il collega
Minniti vantarsi dell'operato della sua parte politica. Noi ci siamo trovati di fronte a
forze armate italiane impegnate in guerra, nei Balcani, senza che il Parlamento fosse
stato avvertito (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega nord Padania e di Forza
Italia)!
Signor Presidente, le chiedo l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto
stenografico della seduta odierna di alcune considerazioni integrative dell'intervento che
ho appena svolto.
PRESIDENTE. La Presidenza lo consente.
È iscritto a parlare l'onorevole Lavagnini. Ne ha facoltà.
ROBERTO LAVAGNINI. (FI) Signor Presidente, onorevole
ministro Martino, onorevoli colleghi, penso che oggi l'opposizione debba unirsi alla
maggioranza nel ringraziare questo Governo per le informazioni precise e puntuali che ha
voluto fornire, tempestivamente, al Parlamento, sia in aula sia in Commissione, prima per
l'intervento in Macedonia ed oggi per la nostra partecipazione in Afghanistan. Si tratta
di un comportamento che i vostri governi, nella precedente legislatura, non hanno mai
potuto tenere, poiché in politica estera e della difesa non avete mai avuto una
maggioranza. Se non ci fosse stata un'opposizione responsabile che vi avesse offerto il
proprio voto a sostegno della politica estera europea ed extraeuropea, che vi avesse
offerto il proprio voto ed appoggio per l'acquisizione di armamenti in modo da condividere
progetti europei che collocassero le nostre forze armate alla pari degli altri paesi
occidentali, voi non avreste mai avuto una maggioranza. Devo ricordarvi che l'invio di
mezzi ed uomini in Eritrea fu comunicato dal ministro della difesa del Governo Amato alla
Commissione difesa due giorni dopo che la spedizione aveva avuto inizio.
A conferma di ciò, l'allora capogruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo in Commissione
Difesa sentì la necessità di presentare una risoluzione, approvata all'unanimità, che
invitasse il Governo ad informare il Parlamento prima di adottare qualsiasi decisione che
comportasse la nostra partecipazione in missioni di pace. Nonostante il fatto di avere una
maggioranza certa, convinta e compatta, il Governo attuale ha voluto che l'opposizione
fosse sempre informata, perché in un momento tragico e delicato l'adesione del nostro
paese a missioni all'estero e di guerra fosse condivisa da tutte le forze politiche
presenti in Parlamento: lo ha ribadito e richiesto, ancora questa mattina, il ministro
della Difesa nel suo intervento.
Ma ancora una volta vi presentate divisi ed i vostri voti dimostreranno che non avete una
politica estera e della difesa comune. Dimostrerete che a una parte della vostra
coalizione non importa nulla di come e quanto il nostro paese venga considerato a livello
internazionale e siete anche divisi al vostro interno sull'opportunità di partecipare
alla manifestazione di sabato 10 novembre. Cercate di non polemizzare e di non creare
un'immagine distorta di questo Governo nei confronti dell'Europa e degli Stati Uniti.
Cercate piuttosto di far tacere quelle parti politiche della vostra coalizione che
forniscono degli alibi al terrorismo: non ci sono alibi che giustifichino migliaia di
vittime innocenti; non ci sono alibi che giustificano il 75 per cento della produzione
mondiale di oppio per finanziare il terrorismo; non ci sono alibi per chi calpesta i
diritti umani di donne e bambini.
Abbiamo deciso di mettere le nostre forze armate a disposizione degli americani per
combattere il terrorismo e l'onorevole Martino può essere sicuro che la Casa della
libertà questa mattina voterà a favore di questa decisione convinta e compatta. Non
dobbiamo scusarci di essere filoamericani; al limite, si dovrebbero scusare coloro che
sono stati filosovietici. In questo momento, siamo vicini alle forze armate e ai nostri
militari che negli ultimi 15 anni di missioni di pace nel mondo hanno dimostrato la loro
capacità, la loro lealtà, la loro generosità, riscuotendo apprezzamenti, sia da parte
di tutte le organizzazioni internazionali, che da parte delle popolazioni con le quali
sono venute a contatto, cercando di portare nel mondo quei valori in cui crediamo e che
condividiamo: libertà, giustizia e pace (Applausi dei deputati del gruppo di Forza
Italia).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Carra.
Ne ha facoltà.
ENZO CARRA. (Mergherita-Ulivo) Signor Presidente,
signori del Governo, onorevoli colleghi, l'opposizione alla quale mi onoro di appartenere
voterà il dispositivo che verrà messo in votazione al termine di questa seduta. In altre
parole, approveremo le comunicazioni del Governo e le iniziative che da esse
esplicitamente conseguono per il ripristino della legalità internazionale. Impegneremo il
Governo a riferire al Parlamento sugli sviluppi, nonché a sottoporre ad esso eventuali
nuove decisioni che si rendessero necessarie nel prosieguo del conflitto. Tuttavia, non
consideriamo questo un episodio da definire bipartisan: lo riteniamo l'unico, sofferto,
responsabile modo di rendere un servizio al nostro paese e alla comunità internazionale
di cui facciamo parte. Dunque, non capiamo le polemiche astiose, qualche volta anche tra
di noi, su scelte che ci sembrano a dir poco obbligate, così come ci sembrano obbligati
dei comportamenti da parte del Governo che fin qui invece non ci sono stati. Non vogliamo
vedere in televisione, come diceva ieri sera il ministro Urbani, le bandierine che
segnalano il dispiegamento delle truppe o delle posizioni da colpire: d'altra parte, alla
visualizzazione in televisione degli obiettivi mancati dal Governo ci ha già pensato,
tempo fa, il ministro Tremonti.
Invece noi chiediamo ben altro: innanzitutto che da questo momento, grave e solenne, cambi
davvero il rapporto tra Governo ed opposizione. L'opposizione ha il diritto di essere
informata e consultata, di essere rispettata. C'è bisogno di una confidenza democratica
che, sola in questo paese, ha saputo sconfiggere il terrorismo. Su questo - fin qui - non
avete fatto niente, non ve ne è importato nulla, ne avete fatto a meno, ma da questo
momento non credo sarà più possibile per voi comportarvi in questo modo.
Avete anche fatto dell'ironia, vi siete scandalizzati per le nostre divisioni, le nostre
discussioni; certo, tra di noi non ci sono anime morte, in tutti noi - nelle nostre anime
- c'è la medesima sofferenza e la stessa preoccupazione che nessuna réal politique può
far svanire.
Noi faremo il nostro dovere, accetteremo la responsabilità che il paese si attende da
noi; non abbiamo fatto dello spirito a buon mercato per quella specie di processione
notturna dei re magi a Londra domenica sera. Anzi, abbiamo considerato che, comunque,
quella processione dei re magi - ammesso che fossero tali - ha consentito di far
riprendere all'Europa - mi auguro anche alla NATO - un ruolo in questa vicenda, un ruolo
che non aveva.
Vi è stato chiesto di sospendere la marcia del 10 novembre; d'altra parte il discorso del
ministro Martino ci ha fatto intravedere ben altra sfilata: una sfilata militare, densa di
pericoli, piena di problemi, legata alla delega al comando concessa agli americani, alla
mancanza di notizie sulle regole di ingaggio. Questo è serio, preoccupante! Voi dite
però di voler sfilare comunque, volete una parata per dame struccate con la bandierina a
stelle e strisce tra le mani ed il cockerino al guinzaglio. In questo modo non farete
molta strada, continuerete a scambiare Cecile Blount de Mille con Karl von Clausewitz, i
teatri di posa con i teatri di guerra.
Con la stessa serietà della quale noi siamo interpreti vi sollecitiamo ad essere
finalmente più seri; comunque dopo questo voto sappiate che la nostra opposizione non vi
lascerà soli, questo per il bene di una causa troppo importante per lasciarla in pasto ai
propagandisti e agli spacciatori di slogan (Applausi dei deputati del gruppo della
Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole
Deiana. Ne ha facoltà.
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE PIER FERDINANDO CASINI
(ore 10,50)
ELETTRA DEIANA. (Rifondazione comunista) Signor
Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, rappresentanti del Governo, vi accingete a
compiere una scelta che è insieme grottesca e tragica. Tragica perché è storicamente
tragico quello che sta avvenendo in Afghanistan - nell'intera regione - e perché in
questo modo il nostro paese si assume in forma diretta la responsabilità di una guerra
unilaterale che ha conseguenze devastanti sul piano umanitario e che sempre più ne avrà
su quello geopolitico e delle relazioni internazionali.
Il voto di guerra che vi accingete a esprimere - come fate a non vedere questo - avviene
proprio nel momento in cui il conflitto ha dato prova lampante di non riuscire a
risparmiare la vita dei civili - le parti più indifese delle popolazioni -, donne e
bambini. Nel momento in cui i così detti danni collaterali sono sotto gli occhi di tutti,
anche dei vostri suppongo.
I nostri ragazzi, come dice la retorica guerrafondaia di tutti i tempi, e le nostre
ragazze, come impone questa modernizzazione barbarica che uccide l'aspirazione femminile
alla libertà e all'autodeterminazione, imprigionandola nello scimmiottamento di tutto
quello che di peggio ha prodotto la cultura maschile, i nostri ragazzi e le nostre ragazze
- ripeto - andranno ad esercitare la loro vocazione militare contro un paese poverissimo,
già torturato da 20 anni di guerra contro villaggi, quartieri civili, agenzie di
sminamento, ospedali civili e militari.
C'è un documento - vi suggerisco di leggerlo - che non è stato scritto dal gruppo di
Rifondazione comunista ma da Pax Cristi. Si chiama: Clamore dei popoli per la giustizia,
la solidarietà e la pace nel quale vi è scritto che l'operazione militare che gli USA
stanno conducendo in Afghanistan non è altro che una altra forma di terrorismo - questo
è anche il nostro giudizio! - un terrorismo che alimenta, in maniera esponenziale, il
terrorismo dei gruppi politici del fondamentalismo islamista, che non bonifica ma
moltiplica quelli che l'onorevole D'Alema ama chiamare i giacimenti dell'odio. I fiumi di
dollari che si stanno spendendo nell'attuale campagna contro l'Afghanistan sarebbero
sufficienti da soli a bonificare subito uno di quei giacimenti, eliminando, se indirizzati
ad una strategia di convivenze e pace tra i popoli, la fame e la miseria dell'intera zona.
Partecipare alla guerra è una scelta tragica - dicevo prima - ma insieme grottesca
perché nulla e nessuno imponeva al nostro paese di passare dalla già disastrosa scelta
di appoggio politico all'operazione "Libertà duratura" a quella del
coinvolgimento diretto in azioni di guerra.
Non vi è stata nessuna richiesta americana, ma soltanto l'insistenza grottesca fino al
ridicolo, se non si trattasse di guerra, dell'offerta italiana, del pietire del Governo e
anche di esponenti del centrosinistra di partecipare, in forma diretta, alle azioni
militari in Afghanistan, di far sventolare la bandiera italiana tra le macerie di quel
paese.
Dietro al ridicolo delle forme c'è però l'idea, l'illusione, la volontà di far parte
attiva, ancorché in posizione di attori di seconda o terza fila, di quel gruppo di paesi
che, con la guerra, sta disegnando le nuove coordinate del potere economico, politico e
militare nel mondo, di sedersi insomma al tavolo dei vincitori, semmai vi saranno, con
Bush e Blair per poter dire: c'ero anch'io! Un déjà-vu che fa parte di una storia del
nostro paese che noi proprio non amiamo e che ha portato più volte l'Italia ad avventure
belliche disastrose, tanto più disastrose in questa occasione perché le dinamiche che si
sono aperte con l'operazione "Libertà duratura" sono tutt'altro che chiare e
definibili, al di là del martellamento militare continuo, dei bombardamenti metro per
metro, della propaganda bellica.
Abbiamo detto più volte - e oggi lo ribadiamo - che "Libertà duratura" non è
una operazione contro il terrorismo, che il terrorismo non si combatte in questa maniera,
che in questa maniera si alimenta e si estende soltanto l'area e la legittimazione del
terrorismo.
L'operazione "Libertà duratura" è un'occasione colta dagli Stati Uniti e dalla
NATO per intervenire in armi a ridefinire, attraverso la guerra, il protettorato, la
presenza diretta in quelle zone, i rapporti di forza in una area del mondo che - basta
leggere la stampa degli Stati Uniti e di tutti gli osservatori attenti alle questioni
geopolitiche - è strategica da tutti i punti di vista.
Ma se le ragioni strategiche sono chiare e definite - in merito a ciò dovrebbe essere
aperta la discussione in Parlamento, non sugli aspetti tecnici militari di cui ci ha
informato il ministro Martino - non sono affatto chiare le sorti di questa guerra.
Il Parlamento dovrebbe essere messo nelle condizioni di discutere dell'andamento della
guerra. Il voto è a occhi chiusi. Come può non interessarci sapere che, dopo mesi di
bombardamento incessante, non vi è nessun segno di successo, né politico né militare,
nella dichiarata offensiva contro il regime dei taliban? Che Bin Laden, lungi dall'essere
stato catturato o dall'essere in procinto di essere catturato, diventa ogni giorno di più
il punto di riferimento di vaste aree dei paesi arabi e che rischia di essere l'eroe di
un'intera generazione di giovani maschi musulmani, sempre più schiacciati dagli
avvenimenti di questo periodo su un'identità islamista che annienta tutte le differenze
culturali, che pure sono grandissime tra quei paesi, e tutte le differenze sociali ?
Come ignorare che la destabilizzazione dell'area, a cominciare dal Pakistan, così
duramente investito nelle responsabilità militari dell'azione " Libertà duratura
" comporta rischi di una gravità inaudita per tutto il mondo, considerato che la
guerra avviene in un contesto circondato di paesi cosiddetti emergenti e dotati dell'arma
atomica?
Votiamo la guerra, assumiamo il ruolo di reggicoda degli Stati Uniti d'America, mentre
potremmo fare grande il nostro paese, mettendo all'opera la grande vocazione di pace che
esso manifesta e che si è evidenziata nella straordinaria partecipazione popolare alla
marcia Perugia-Assisi, vocazione di pace che torna, in tutti i sondaggi investigativi,
sulla volontà della nostra gente di partecipare o meno alla guerra.
Potremmo fare grande il nostro paese elaborando e proponendo adeguate strategie
internazionali contro il terrorismo, con un'azione pressante per risolvere i punti di
crisi che lo alimentano, a partire dalla questione palestinese che continua ad essere nel
fuoco di una situazione drammatica che appare irrisolvibile; potremmo adoperarci per
promuovere un'azione autonoma dell'Europa e un suo ruolo quale mediatrice dei conflitti
per rilanciare, ripensare e riqualificare il ruolo delle Nazioni Unite che oggi sono
ridotte a paravento subalterno delle decisioni della NATO.
Il Presidente della Repubblica Ciampi ha augurato che un tricolore sia presente in ogni
famiglia. Ci dispiace che il Presidente della Repubblica abbia usato questa espressione
tipica del patriottismo bellico. Ne siamo distanti anni luce e faremo di tutto perché il
minor numero di tricolori di guerra sventoli tra di noi. Se il tricolore, come deve
essere, rappresenta il nostro paese, deve rappresentare l'Italia repubblicana, democratica
e fondata su una Costituzione che ha nel suo dna costitutivo il ripudio della guerra e la
ricerca della pace.
Il voto di oggi fa piazza pulita di quel fondamento, distrugge le basi della convivenza
internazionale, favorisce l'instaurazione della legge del più forte, eliminando ogni
garanzia del diritto. Vi accingete a scrivere un'altra pagina nera della nostra storia.
Per quello che è nelle nostre mani, faremo di tutto per sollevare contro la vostra
decisione clamori di popolo (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Spini.
Ne ha facoltà.
VALDO SPINI. (Ds-Ulivo) Signor Presidente, signori ministri degli esteri Ruggiero, della
difesa Martino, per gli italiani nel mondo Tremaglia, onorevoli colleghi, non è a cuor
leggero che oggi ci assumiamo questa responsabilità; del resto, lo stesso ministro
Martino non ha nascosto i rischi della missione.
Credo quindi che si debba avere estrema consapevolezza del momento ed anche la capacità
di essere estremamente sobri e in grado di guardare, in particolare, alla tutela dei
nostri soldati, delle popolazioni civili, nonché a condurre questa operazione in modo
serio e responsabile.
Assumiamo tuttavia questa responsabilità perché avvertiamo la necessità di una
solidarietà piena ed inequivocabile nella lotta contro il terrorismo che ha attaccato gli
Stati Uniti d'America. Non c'è via di mezzo: non si può stare fuori.
E noi, che rappresentiamo i Democratici di sinistra, siamo, dal punto di vista nazionale,
solidali con il nostro paese, dal punto di vista politico, ci collochiamo in quell'arco di
forze che va dai democratici americani ai laburisti inglesi, ai socialdemocratici
tedeschi, ai socialisti francesi. Con questi siamo, con questi vogliamo rimanere e, in
questo senso, siamo impiegati.
Quindi, chi parte, chi è impegnato in queste operazioni, questi militari sono soldati
d'Italia, non sono né della Casa delle libertà, né dell'Ulivo, ma devono sapere di aver
dietro di loro tutto il paese. Tuttavia - mi rivolgo a lei, in particolare, onorevole
ministro Martino -, vorrei formulare alcune richieste. La prima, già espressa
dall'onorevole Minniti, è di tornare in Parlamento quando si conosceranno le regole di
ingaggio, poiché sono il punto fondamentale per quanto riguarda la capacità, da parte
nostra, di regolare la nostra partecipazione e, quindi, di evitare di essere trascinati in
un allargamento del conflitto.
In secondo luogo, è indispensabile che sia definito un responsabile militare nazionale in
teatro. Mi sono consultato anche con l'amico onorevole Angioni: la delega di poteri da
parte del Capo di Stato maggiore della difesa italiano al comandante delle operazioni in
Tampa, deve essere accompagnata dall'individuazione di un responsabile militare nazionale
in teatro, per garantire, attraverso la catena gerarchica, che sul campo non vi siano
deviazioni, interpretazioni non sicuramente aderenti all'impiego delle forze approvato dal
Parlamento. Credo che questo sia un punto importante, come lo è anche la richiesta, da
parte del consiglio delle rappresentanze militari, di vedere considerato positivamente il
loro status: non siamo in una situazione di guerra, né in missione di pace; giustamente,
questi militari chiedono di essere tutelati da un adeguato regime giuridico.
Le operazioni militari, certamente, sono importanti, ma sono solo un tassello di un'azione
contro il terrorismo che deve essere di vasto raggio politico, finanziario ed anche
umanitario. Mi sono recato a New York la scorsa settimana ed ho avuto colloqui politici al
Congresso degli Stati Uniti (credo di essere stato il primo parlamentare italiano ad
entrare nel Congresso dopo la vicenda dell'antrace). Mi sono recato poi alle Nazioni Unite
ed ho parlato con il segretario generale aggiunto Desaj, ho parlato con la vice
responsabile degli aiuti di emergenza Carolyne Mc Askie. Le Nazioni Unite, ancor prima
dell'intervento, già nutrivano quasi quattro milioni di profughi, e questo numero è
destinato ad aumentare drammaticamente. Occorre una chiara presa di coscienza e di
consapevolezza del fatto che bisogna aumentare questo aiuto in modo deciso, bisogna farlo
subito e occorre chiederlo alla comunità internazionale - come chiede, del resto, la
nostra risoluzione -; occorre avere, inoltre, la possibilità di fare arrivare questo
aiuto e, quindi, avere operazioni belliche che siano compatibili con la continuazione di
quella che è una vera e propria nutrizione di larghe masse di popolo afghano che,
altrimenti, rischierebbero non un livello di vita, ma la stessa sopravvivenza.
C'è poi l'aspetto di carattere politico della nostra condizione, e riguardo a questo devo
dire, francamente, che dobbiamo vedere sviluppare, in questo nuovo concerto mondiale,
qualcosa di più e qualcosa di nuovo. Abbiamo ascoltato poc'anzi, da parte del Presidente
del Consiglio, delle dichiarazioni piuttosto leggere, rispetto alla necessità di
costituire una grande coalizione che comprendesse anche il mondo arabo. Inoltre, c'è
sembrato di vedere una sorta di furbesco allentamento dei legami con l'Europa, sperando
magari di diventare alleati privilegiati degli Stati Uniti, con la conseguenza che si è
vista l'Italia in difficoltà nel recuperare un rapporto europeo, senza peraltro poter
vincere la competizione (impossibile) con Gran Bretagna e Germania nel rapporto con gli
Stati Uniti. Credo che dal recupero in extremis della famosa "cena del lunedì"
si debba partire per una politica europea vera e propria, perché la forza dell'Italia non
sta nel competere isolatamente con gli altri paesi europei, ma in una politica
multilaterale, europea.
Io sono stato molto soddisfatto - o quantomeno incoraggiato - quando ho visto che il
Presidente di turno belga riusciva a riunire ieri Peres e Arafat, in un colloquio che
certo è stato difficile, ma che è il primo dopo molto tempo. C'è un obiettivo che
dobbiamo proporci. Non so se ci sarà una nuova Camp David o un altro luogo per un
negoziato tra israeliani e palestinesi; so che dobbiamo avere un obiettivo: che a questo
negoziato non ci sia solo il Presidente degli Stati Uniti d'America, ma anche il
rappresentante dell'Unione europea.
L'Unione europea deve sapersi prendere carico fino in fondo di questo problema e di questa
responsabilità politica che portiamo avanti (Applausi dei deputati del gruppo dei
Democratici di sinistra-l'Ulivo).
Ecco, allora, perché, nell'ambito di un dispositivo di autorizzazione per le nostre Forze
armate che le rende forti e che sarà unico, certamente manteniamo, dal punto di vista
politico, la nostra diversità, la nostra caratteristica e la nostra iniziativa politica.
Mi si lasci aggiungere una considerazione relativa alla manifestazione del 10 novembre
sulla quale già l'onorevole Minniti ha speso parole. Questa mattina i giornali e la radio
riportano una notizia che forse potrebbe farvi riflettere: alcuni esponenti della Lega
nord Padania intendono partecipare a questa manifestazione portando la bandiera padana!
Non so se, adesso, volete portare anche la bandiera della Confederazione degli Stati Uniti
del sud! Vorrei ribadire quest'aspetto.
Al momento della presa di coscienza per il Kosovo, abbiamo assistito ad una dissociazione
nettissima dell'allora Lega nord, e al viaggio di Bossi finalizzato ad incontrare
Milosevic. E voi, adesso, vorreste fare una manifestazione di parte addirittura con la
partecipazione di chi sventolerà la bandiera padana e non il Tricolore! Vi chiedo,
francamente, di ripensarci. Ve lo chiedo con l'atteggiamento di chi, nella scorsa
legislatura, come presidente della Commissione difesa - i colleghi potranno darne atto -
ha sempre cercato di portare avanti una politica bipartisan. Quella del 10 novembre non è
una manifestazione per il Stati Uniti: temo proprio che sia una manifestazione che il
Presidente del Consiglio fa per sé stesso. Questo non aiuta! Non è positivo (Applausi
dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo)!
Siamo, invece, del tutto disponibili ed impegnati su un fronte politico e diplomatico sul
quale possiamo fornire - e forniamo - un ampio ed importante contributo. Certo, è
importante mantenere l'ampiezza di questa grande coalizione; è l'elemento di forza che ci
può consentire di isolare il terrorismo e di batterlo. In questo senso - come è stato
opportunamente ribadito - ci impegniamo attraverso questo scambio di note, attraverso
questa nostra finalizzazione per quanto riguarda i Balcani e l'Afghanistan. Ciò non può,
certamente, significare alcuna adesione alla cieca dell'Italia ad altre iniziative,
operazioni o attacchi ed altri paesi. Siamo estremamente chiari: su ciò non possiamo dare
l'autorizzazione.
Tuttavia, siamo di fronte ad un mondo che, sotto la scorta della necessità, ha dovuto
prendere coscienza di una serie di elementi che erano stati, in qualche modo, tralasciati.
Cosa è successo, in fondo, in Afghanistan? Dopo aver eliminato i sovietici, ci si è
disinteressati di cosa accadeva in quel paese, salvo, poi, svegliarsi di fronte ad un
regime che ospitava il terrorismo e che ha caratteristiche di antidemocraticità e di
intolleranza: il regime dei talebani.
Oggi, non ci si può più disinteressare. Ci troviamo di fronte a scadenze importanti
della vita internazionale: stiamo per avere una conferenza dell'Onu sulla
"globalizzazione", ossia sui temi dello squilibrio generale di carattere
mondiale, sui temi finanziari e su quelli della crescita, dello sviluppo e del
sottosviluppo. Le Nazioni Unite stanno per fare una conferenza di questo genere a
Monterey. Credo che anche questo faccia parte del nostro impegno; addirittura, suggerirei,
al di là delle divaricazione politiche, che sia presente il Presidente del Consiglio, che
l'Italia si impegni al massimo su questo tema e che si possa, effettivamente, constatare
che il nostro paese non gioca con leggerezza in questa situazione ma è capace veramente
di portare avanti una politica che vada alla radice di tali problemi.
Signor Presidente, signori ministri, onorevoli colleghi, certamente questo non è momento
semplice né facile per il nostro paese. Sappiamo che il terrorismo non si combatte solo
in Afghanistan, ma anche smantellando una rete di complicità finanziarie ed economiche,
attraverso un'azione di intelligence. Ecco perché vi invitiamo a ratificare velocemente
questa convenzione europea perché potrà rimediare a quei guasti creati dalla legge sulle
rogatorie, a quei guasti creati dalla legge sul falso in bilancio, a quei guasti creati
sulla legge del riciclaggio! Se noi, come è nostro dovere, ratificheremo prontamente
questi documenti internazionali, credo, porremo fine a quella che è stata veramente una
vergogna per il Parlamento italiano: mentre con una mano prendevamo degli impegni a
livello internazionale, con l'altra approvavamo in Italia dei provvedimenti che non
consentivano e non aiutavano la lotta contro il terrorismo e la cooperazione contro la
criminalità internazionale (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di
sinistra-l'Ulivo)! È un altro invito che le rivolgo.
Signor Presidente, signori ministri, onorevoli colleghi, credo che, in questo senso, sia
chiaro il nostro atteggiamento. Un atteggiamento, come sempre, responsabile, di assunzione
delle nostre responsabilità ma di una coerente linea politica che fa del centrosinistra,
dell'Ulivo e del nostro partito dei Democratici di sinistra, quell'alternativa democratica
di Governo di cui il nostro paese ha profondamente bisogno (Applausi dei deputati del
gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Gerardo Bianco. Ne ha facoltà.
GERARDO BIANCO. (Margherita-Ulivo) Signor
Presidente, onorevoli colleghi, ringraziamo il signor ministro per la sua dettagliata
relazione. Abbiamo apprezzato, signor ministro, la cura con la quale ella ha offerto al
Parlamento elementi utili per valutare l'impegno dell'Italia nella lotta comune al
terrorismo: si tratta di una battaglia che va inquadrata - forse è opportuno
sottolinearlo - nell'ambito delle Nazioni Unite.
Noi condividiamo l'impegno che il Governo sta per assumere a nome dell'Italia e lo
sosteniamo. Ma forse, onorevoli colleghi, non è inutile ricordare che le nostre scelte
partono da lontano. Esse furono a fondamento della nostra storia repubblicana: scegliemmo,
oltre cinquant'anni addietro, la solidarietà europea ed occidentale, politica e militare,
con l'obiettivo di difendere la democrazia e la pace nel mondo. A quella linea, in
passaggi difficili, siamo rimasti sempre fedeli, facendo scelte coraggiose e forti ed
assumendoci dure responsabilità, anche quando il paese era diviso.
Noi siamo qui, ora, dalla stessa parte, perché riteniamo di essere ancora dalla parte
giusta; perché giusto essere accanto, con l'Europa, al nostro grande alleato, l'America,
che ha combattuto per la nostra libertà e per la sconfitta del fascismo; perché è
giusto combattere, senza tentennamenti, un terrorismo sanguinario e cieco che minaccia la
convivenza dei popoli del mondo. Noi dobbiamo avere la lucida consapevolezza che l'attacco
alle torri di New York non rappresenta una sfida soltanto all'America, ma riguarda
l'intera umanità e, dunque, tutte le civiltà: non solo l'occidente, ma la stessa
civiltà musulmana è messa sotto scacco. Combattendo il terrorismo difendiamo non solo la
sicurezza dei nostri popoli, ma anche di quelli dell'islam e di altre fedi religiose; di
questi ultimi, peraltro, ben conosciamo la ricchezza di civiltà, di cultura e di arte,
anche per avervi spesso attinto nel corso dei secoli.
È nostro compito, dunque, focalizzare con energia e con prudenza la nostra azione, consci
che l'intervento militare non può surrogare l'iniziativa politica, quanto mai necessaria
per sconfiggere il terrorismo. È illusorio, signor ministro, anche pensare di poter
giocare un ruolo positivo in modo solitario, bilaterale o quadrangolare. Il nostro compito
primario è quello di contribuire a fare emergere una coesa politica europea, che
concorra, con quella degli USA e degli altri paesi dell'alleanza antiterroristica, ad
annientare i demoni della distruzione, ad impostare politiche di ampio respiro che diano
speranza e fiducia ai popoli derelitti ed emarginati, nel rispetto delle loro culture e
delle loro tradizioni.
Si sostiene oggi, giustamente, che l'attacco terroristico stia cambiando la geopolitica e
che diverse nuove intese siano emerse in modo inaspettato ed inedito: riappare sulla scena
internazionale, in primo piano, una grande nazione europea, la Russia e, con essa, vaste
realtà del mondo asiatico. La conquista della solidarietà di quei paesi - e di quelli
arabi e musulmani - alla lotta contro il terrorismo apre scenari di collaborazione e di
soluzione dei conflitti che possono realmente preludere ad un'era di pace. Il ruolo
dell'ONU, dunque, diventa cruciale: per creare un giusto ordine mondiale, esso dovrebbe
essere la stella polare dei nostri orientamenti; non a caso le Nazioni Unite sono
diventate bersaglio dell'attacco terroristico, che mira a scardinare quei pilastri che
possono regolare la convivenza tra i popoli.
Noi saremo davvero lungimiranti se, come Europa, senza avere frustrazioni di potenza e
tanto meno suggestioni nazionalistiche, sapremo irrobustire l'azione degli organismi
europei ed internazionali e sapremo operare nelle aree di crisi in modo fermo ed equo, a
cominciare dalla soluzione, nell'area mediorientale, del conflitto israeliano-palestinese.
La sconfitta del terrorismo e la pace possono cominciare proprio da quella tormentata
terra, dove si incontrano grandi religioni e dove non può esserci un Dio che armi mani
sanguinarie. È nostro dovere esercitare ogni pressione, ricorrere ad ogni strumento, ad
ogni aiuto, con i partner europei, con gli USA e con la Russia, per il raggiungimento di
un accordo che assicuri la sicurezza reciproca di quei paesi e il riconoscimento di Stati
sovrani ed in pace. L'Italia, per i suoi antichi rapporti con i paesi arabi, che ci
rendono giustizia dopo le deliranti accuse lanciate dal capo dei terroristi, può svolgere
un ruolo prezioso, senza pretese di prestigio e di supremazia, ma al servizio di un
disegno euromediterraneo di sviluppo e di solidarietà. Non è con l'orgoglio nazionale
che si costruisce una buona politica, ma con la dignità di un paese che sia saldo nei
propri valori di libertà e di giustizia. Non conta essere ammessi o meno al banchetto dei
grandi o presunti tali, ma conta indicare le decisioni ed adoperarsi per realizzarle. La
bussola - ripeto - per l'Italia non può che essere l'Europa, al fine di costruire una
politica che sappia riprendere il dialogo nord-sud, che non sia avara e chiusa nel suo
dorato egoismo, che non si affidi al darwinismo della soluzione economica, per
l'affermazione di una politica internazionale che ritorni alla sua funzione
redistributrice delle ricchezze e creatrice di giustizia tra i popoli. La nostra adesione
ad un'azione militare di sradicamento del terrorismo nasce da questa ispirazione, poiché
fin quando ci sarà questo male assoluto, nessuna costruzione di civiltà potrà essere
proseguita, quale che sia la sua cultura fondante o la fede religiosa originaria.
La parola guerra, certo, suscita in tutti noi profonde inquietudini; le immagini di civili
innocenti, donne, bambini colpiti scuotono la coscienza e turbano i nostri sonni. Ma
rimane un interrogativo. Quando la parola è annichilita, quando il dialogo è cancellato,
può esserci una politica di dialogo per sradicare il terrorismo? Non possiamo quindi non
porci questa fondamentale domanda. Lo dico ad alcuni colleghi della sinistra: ci sono
alternative per distruggere aree blindate, che diventano covo del terrorismo, come
l'Afghanistan? Come potrebbero essere espugnate senza l'uso legittimo di una forza
(peraltro garantita dall'ONU)? Se dovesse vincere il terrorismo - questa è la domanda
fondamentale - non si incendierebbe la gran parte dei paesi musulmani? Non ci sarebbe il
rischio di uno scontro enorme, infinito, senza regole e senza quartiere? Ma ci sarà pure
una ragione! Perché non vi interrogate sul motivo per il quale la stragrande maggioranza
dei paesi islamici si è schierata con l'alleanza contro il terrorismo?
Il nostro consenso all'intervento anche militare è un consenso italiano, perché l'Italia
fa parte della grande famiglia europea ed occidentale che vuole costruire un mondo sicuro
(obiettivo impossibile da raggiungere se prevalesse il terrorismo). Questo ruolo
dell'Italia noi abbiamo contribuito a costituirlo per mezzo secolo; oggi è diventato un
patrimonio comune. Non possiamo quindi accettare nessuna lezione. È insensata l'accusa di
antipatriottismo! Mentre vi è un ampio consenso sulle scelte da compiere, è paradossale
che da parte della maggioranza, da una parte, si cerchi l'unità degli intenti,
dall'altra, si facciano polemiche sul passato, sul sovietismo, e si dicano altre banalità
di questo genere che sono ampiamente superate. Mi sembra che non ci sia molta saggezza in
certi atteggiamenti della maggioranza. Ma non è questo il tempo delle polemiche. La
nostra determinazione nasce, non da una concessione, ma da una autonoma e responsabile
valutazione della situazione mondiale. I nostri soldati presto potranno partire ed essere
impiegati in azioni rischiose. Essi sono stati soldati di pace in ogni angolo del mondo,
guadagnando onore e dando dignità al nostro paese; combattendo contro il terrorismo
continuano quell'opera di pace. Essi devono sapere che tutti noi, tutta l'Italia sarà al
loro fianco (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo, di Forza
Italia e di Alleanza nazionale - Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Bulgarelli. Ne ha facoltà.
MAURO BULGARELLI. (Misto-Verdi-Ulivo) Signor
Presidente, colleghi, colleghe, in quanto antimilitarista ed ecologista non posso che
essere voce fuori dal coro.
Ritengo doveroso, su un piano strategico oltre che etico, sottrarmi alla logica dello
scontro che, essendo scontro di guerra, non posso che ritenere scontro tra inciviltà.
Rifiuto la logica degli schieramenti contrapposti, la logica della forza contro la forza
che minaccia, di nuovo, l'umanità. Per questo la non violenza, il pacifismo, l'obiezione
di coscienza, la disobbedienza civile sono tratti distintivi della nostra anima politica.
Il concetto di libertà al quale vi appellate a giustificazione della guerra, dell'orrore,
se spogliato degli artifizi dialettici ottiene un unico risultato: piegare il termine e il
senso della parola libertà ad una logica che non ci appartiene. Attraverso questa
presunta libertà si tenta di non pensare alla responsabilità, collettiva ed individuale,
anche perché, in caso di guerra, bisogna uscire dalla logica dei partiti, degli
schieramenti, e chiedere anche alla propria sfera intima, al proprio io profondo, quali
siano il significato e il perché questa scelta. Si tenta di non sentirsi gravati dal peso
delle conseguenze, si tenta di frammentare il tempo della propria vita in episodi che non
producono esiti durevoli, come se non esistesse la storia, come se non esistessero le
relazioni tra Stati, gruppi, individui. Spesso, nella storia e nella guerra, il nemico di
oggi corrisponde all'alleato di ieri.
Noi crediamo possibile che ci siano altre vie contro il terrore, in tempo di pace, così
come in tempo di guerra. Questo è problema reale. Ancora una volta il nostro
"sogno" di democrazia globale, di equa distribuzione delle risorse, di battaglia
culturale contro gli integralismi è messo, un'altra volta - perché questa è l'altra via
- in crisi, all'angolo, senza nessuna possibilità di dipanarsi.
Anche questa è una guerra economica che tende all'apertura di nuovi mercati ridisegnando
il quadro delle alleanze attraverso una spettacolare resa dei conti planetaria che
giustificherà attacchi e stermini in diverse aree del pianeta, mascherando, sotto le
bandiere della guerra santa, il fine del controllo economico e territoriale.
Disobbedirò ad ogni opzione possibile che vada in direzione contraria al "no alla
guerra", così come continuerò, ostinatamente, a votare contro qualsiasi
provvedimento che riguardi, direttamente o indirettamente, armamenti, invio di truppe o
quant'altro (Applausi dell'onorevole Cima).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Guido
Giuseppe Rossi. Ne ha facoltà.
GUIDO GIUSEPPE ROSSI. (LnP) Signor Presidente,
signori ministri a nome del gruppo della Lega nord Padania svolgerò alcune considerazioni
in attesa delle dichiarazioni di voto che daranno compiutezza politica alle posizioni
espresse dai diversi gruppi parlamentari. È stato richiamato, prima, il problema del
collegamento tra sicurezza interna e sicurezza esterna. Penso che questo sia un passaggio
che debba essere sottolineato da tutti. La sicurezza esterna nella lotta al terrorismo
internazionale deve avere una sua rispondenza anche nelle politiche di sicurezza interna
dunque, ovviamente, in un'azione di intelligence che deve essere adeguata e capace di
capire quanto sta avvenendo nel mondo e, soprattutto, in un controllo capace, efficace,
puntuale e preciso dei fenomeni di immigrazione, spesso e talvolta, clandestini.
L'immigrazione clandestina, ma non solo; il mare all'interno del quale nuotano tutte le
forme di terrorismo internazionale. Gli Stati, la comunità internazionale, l'Europa
devono essere capaci di regolare, in maniera, ovviamente, democratica e rispettosa dei
diritti civili dei singoli individui, questi fenomeni di immigrazione.
Il controllo delle frontiere esterne dell'Unione europea, soprattutto quelle di tipo
marittimo, non può essere lasciato solamente a singoli Stati nazionali, ma deve diventare
patrimonio e problema comune di tutta l'Unione europea. Penso che questo sia un punto sul
quale si potrebbe e si dovrebbe trovare l'unanimità dei consensi.
Intendo poi svolgere una riflessione proiettata nel medio e lungo periodo sulla quantità
e sulla qualità delle risorse finanziarie ed economiche che il nostro paese vuole
dedicare alla politica di difesa, una riflessione che rifugga dalle strumentalizzazioni
quotidiane e da posizioni politiche di comodo. Su tale questione deve essere avviato un
dibattito molto serio, in quanto dobbiamo capire quanto si intende spendere per il nostro
esercito e come questo dovrà essere strutturato e, soprattutto, perché è necessario
dare contenuto alla riforma avviata nella scorsa legislatura che ha visto optare per un
esercito di tipo professionistico.
Per quanto riguarda l'Europa, vi è la richiesta, comune, di una politica estera e di
difesa comune. Su ciò non possiamo che essere d'accordo. Anche in tal caso occorre però
chiarezza, in quanto non si possono assumere posizioni strumentali. La polemica sollevata
da alcuni esponenti dell'opposizione sia per quanto riguarda la questione del direttorio
europeo a tre sia per quanto riguarda la questione dell'aereo militare da trasporto, non
vanno in questa direzione. La risposta del Governo italiano è stata molto chiara: al
direttorio a tre non si è risposto chiedendo di poter partecipare per dar vita ad un
direttorio a quattro, ma si è risposto dicendo che il direttorio deve essere a livello
europeo. Questa è la più grande dimostrazione di come il Governo abbia posizioni europee
ed europeiste nel campo della difesa e della sicurezza comune.
Per quanto riguarda la questione umanitaria, sicuramente un accenno dev'essere fatto:
dobbiamo mettere in atto anche operazione di tipo umanitario a favore di quelle
popolazioni che saranno, purtroppo, duramente colpite dagli interventi militari. Anche in
tal caso non può e non deve esserci strumentalizzazione: la questione degli aiuti
umanitari non può essere lo schermo dietro il quale l'opposizione si nasconde per
mascherare le differenti posizioni - talvolta anche molto profonde - sul tema
dell'intervento militare.
È stato sollevato da alcuni colleghi la questione relativa alla posizione di alcune forze
politiche sull'intervento, due anni fa, nella guerra in Kossovo. Ebbene, intendo
rispondere a queste osservazioni. Innanzitutto, la presa di posizione tenuta dal gruppo
della Lega nord Padania sulla questione non era frutto di un pacifismo ideologico e
politicamente indirizzato, ma dava alcune risposte, sottolineava alcuni dubbi sulla natura
di quello specifico intervento. Ciò che è accaduto nei due o tre anni successivi ci ha
dato chiaramente regione, perché la presenza in Bosnia, in Albania, in Kossovo (abbiamo
visto anche ciò che recentemente è accaduto in Macedonia) ha dato chiaramente luce al
fatto che una rete militare, terroristica, fondamentalista islamica si era radicata in
quelle zone ed in quelle situazioni. Probabilmente, quell'intervento poteva quindi essere
modulato in maniera differente.
Alle considerazioni svolte dal collega Spini sulla presenza della bandiera padana alla
manifestazione che si terrà il 10 novembre possiamo quindi rispondere con molta serenità
e chiarezza: la bandiera padana in quel contesto, un contesto di civiltà occidentale, di
civiltà europea, di civiltà che si vuole contrapporre a tutta una serie di situazioni
radicali, fondamentaliste ed estremiste, sicuramente ci sta. Ha piena dignità di
esistenza.
Probabilmente, anzi sicuramente, in quella manifestazione non ha posto quella bandiera con
la falce e il martello che è ancora il simbolo politico di molti suoi colleghi, caro
onorevole Spini.
In conclusione, dunque, a nome del gruppo della Lega nord Padania, voglio esprimere il
più sincero sentimento di vicinanza ai nostri militari impegnati in questa difficile
missione e alle loro famiglie (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega nord Padania e
di Forza Italia).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole
Paoletti. Ne ha facoltà.
PATRIZIA PAOLETTI TANGHERONI. (FI) Signor
Presidente, onorevole ministro, colleghe e colleghi, nessuno può votare a cuor leggero e
senza riflettere la partecipazione dei soldati del proprio paese ad una guerra, perché di
guerra certamente si tratta, anche se di tipo nuovo e del tutto particolare. Tantomeno, a
cuor leggero si può intervenire in Parlamento a sostegno di una simile decisione.
Vi assicuro che non parlo a cuor leggero e senza riflessione, ma proprio una riflessione
attenta mi porta ad una piena convinzione dell'opportunità e della necessità di un voto
favorevole, nella consapevolezza che tutti dobbiamo - dovremmo - essere all'altezza della
situazione storica in cui ci troviamo. La guerra è una parola terribile, specie quando ci
tocca direttamente.
Tuttavia, signor Presidente, colleghi, non è giocando con le parole, ricercando
sfumature, facendoci paralizzare dal politically correct, fingendo di non vedere, di non
capire e di non prevedere che potremmo rimuovere la realtà.
Osservare la realtà, saperla interpretare e sapere ad essa rispondere è specificamente
il compito della politica e, quindi, anche e soprattutto il nostro come rappresentanti del
popolo italiano.
Come tutti, sono particolarmente sensibile alle immagini di donne e bambini coinvolti
dalla guerra. Conosco bene la guerra nei suoi tragici risvolti e nella mia ventennale
esperienza di lavoro in Africa l'ho vissuta da vicino. Come donna, anche se ho solo tre
figlie femmine, mi sento particolarmente vicina a tutte le madri, le mogli e le fidanzate
che avranno paura per i loro cari e cioè per i nostri soldati, i nostri marinai e i
nostri aviatori.
Tuttavia, devo anche pensare al mondo futuro sul quale graverebbe, ancor più dell'11
settembre e ancor più di oggi, l'ombra nera e implacabile del terrorismo. Esso va fermato
e va fermato nei fatti e non con le parole, con i sonni, con utopistici progetti o con
irrealistiche alternative ispirate, per di più, al di là della buona o cattiva fede di
chi le esprime, al rifiuto dei valori della nostra civiltà e della loro portata
essenzialmente universale. Questo rifiuto è alla base di un pacifismo unilaterale di
lunga tradizione, un pacifismo che si caratterizza come antiamericano, come è apparso
chiaro fin dal giorno successivo all'11 settembre, quando per alcuni la colpa di quanto
accaduto era comunque dell'America.
Solo l'odio, un odio radicale e una pesante eredità potevano ispirare tali convincimenti;
solo il tenace persistere di questo odio e di questa eredità possono - spero di poter
dire potrebbero - giustificare oggi il dissociarsi dal necessario sostegno morale e
politico alla scelta dell'Italia e all'impegno dei suoi uomini.
Siamo attaccati tutti; tutti, nei limiti delle nostre possibilità, siamo chiamati alla
legittima difesa, quella legittima difesa che - voglio aggiungere come cattolica - è
prevista anche dal catechismo universale della Chiesa che, del resto, trovo su questo
punto perfettamente corrispondente al diritto delle genti e al sentire comune.
Dobbiamo sicuramente interrogarci per valutare le condizioni di legittimità morale della
legittima difesa con la forza militare su questioni preliminari. È il danno causato
dall'aggressore alle comunità delle nazioni durevole, grave e certo? Mi pare
indiscutibile.
Gli altri mezzi al di là della guerra sono inefficaci? Mi pare certo.
Vi sono fondate condizioni di successo? Non solo lo voglio credere, ma ne sono convinta.
Il male da eliminare è più grave dei danni che la legittima difesa comporta? Ove si
pensi alla mostruosità dell'attacco terroristico e alle prospettive future, è di ieri la
notizia fornita dal Presidente Bush in persona, che i talebani stanno ricercando armi
batteriologiche, chimiche e nucleari.
Quindi, pensando alle prospettive future, questo male appare così enorme da far
rispondere positivamente anche a questa domanda. Allora, i pubblici poteri hanno il
diritto ed il dovere di imporre al cittadino gli obblighi necessari alla difesa della
nazione.
La proibizione dell'omicidio non può abrogare il diritto di togliere ad un ingiusto
aggressore la possibilità di nuocere. La legittima difesa è un dovere grave per chi ha
la responsabilità della vita altrui e del bene comune, tuttavia un dovere. Certamente non
il solo dovere. Esiste la proposta avanzata dal nostro Governo ai partner europei di un
piano Marshall per il Medio Oriente. Esiste l'impegno preso nel corso del G8 da parte del
nostro Governo di sostenere lo sviluppo economico, sociale e tecnologico nei paesi meno
avanzati. Esiste, certamente, l'impegno già in atto da parte del nostro Governo degli
aiuti umanitari nelle zone di guerra e nei campi profughi.
Sempre richiamandomi alla mia esperienza di lavoro in Africa ed al mio impegno contro le
spirali del sottosviluppo lasciatemi pure dire che non ammetto ci si nasconda dietro le
generalissime ed astratte considerazioni sulla povertà del cosiddetto sud del mondo.
Questo terrorismo, che pretende di agire in nome dell'islam, non ha il diritto di
richiamarsi al sud del mondo né di parlare in nome di esso. I suoi fini sono
l'umiliazione e l'annientamento dell'occidente e l'assunzione della guida politica del
mondo islamico, non certo lo sviluppo economico e sociale delle popolazioni più povere,
sviluppo che viene, anzi, da esso nei fatti ostacolato.
Se anime candide non senza sospetti di ipocrisia - permettetemi - mostrano di credere che
vi è un nesso tra la povertà del terzo-quarto mondo, ed il cinico e brutale dispiegarsi
dell'attacco terrorista, già peraltro annunciato dalla barbara distruzione dei budda di
Bamiyan nel febbraio scorso, ebbene tale anime si ingannano volendo ingannarsi. Non
lasciatevi, colleghe e colleghi, coinvolgere da questo inganno. Meditiamo insieme sul
richiamo all'unità del ministro della difesa.
Non so se la mancanza di un voto unanime o quasi a sostegno della decisione ragionevole e
meditata oggi proposta alla nostra approvazione possa, come pure è stato detto, minare la
credibilità internazionale dell'Italia. Certamente essa risulterebbe come l'assenza di un
appoggio pieno e forte di fronte all'opinione pubblica e, fatto ancor più grave, di
fronte ai nostri soldati, ai nostri marinai, ai nostri aviatori ed alle loro famiglie. Per
questo mi appello a tutti i colleghi presenti perché nella loro responsabilità politica
e morale trovino le ragioni di una scelta da compiere tutti insieme, quella stessa
responsabilità cui io non ho voluto sfuggire e per questo sono intervenuta (Applausi dei
deputati dei gruppi di Forza Italia e del CCD-CDU Biancofiore - Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Rizzo.
Ne ha facoltà.
MARCO RIZZO. (Misto-Comun-Ital.) Signor Presidente,
onorevoli colleghi, signori del Governo, voglio ringraziare il Governo, nella figura del
ministro della difesa Martino, per il mantenimento dei rapporti con il Parlamento e per la
puntualità con cui ha mantenuto gli impegni di comunicazione e di informazione nei
confronti del Parlamento, sia in aula sia in Commissione.
Entro, però, nel merito politico di questa vicenda che vede l'Italia, di fatto, entrare
in guerra. Questa vicenda non ci convince per vari motivi.
I Comunisti italiani hanno immediatamente espresso solidarietà agli Stati Uniti ed al
Governo degli Stati Uniti e si sono immediatamente schierati contro il terrorismo. Siamo
convinti che il terrorismo sia un nemico da battere e siamo convinti che in quest'aula le
forze politiche siano tutte contro il terrorismo. Tuttavia, siamo altresì convinti, anche
a fronte del fatto che i paesi più importanti dell'Europa si stanno schierando in questa
vicenda di guerra al terrorismo, che bisogna lasciare aperta una porta per la politica,
bisogna lasciare aperto uno spiraglio per la pace. Siamo convinti - e lo diciamo non per
furore pacifista - che questi bombardamenti, in primo luogo sulle popolazioni civili, e
questa entrata in guerra, non solo della coalizione, ma anche dell'Italia, possano
addirittura avere un effetto controproducente nella stessa battaglia nei confronti del
terrorismo.Uno degli obiettivi del terrorismo è quello di incendiare l'arena mondiale e,
in primo luogo, di spostare le giovani masse arabe verso le ipotesi del fondamentalismo
islamico. Siamo convinti - e lo sappiamo - che battere il terrorismo non è facile e
qualcuno potrà domandarsi come si possano catturare Bin Laden e i terroristi: certamente,
non con i vigili urbani e con dei messi giudiziari che andavano a consegnare l'atto di
cattura.
Dopo l'11 settembre vorrei puntualizzare alcune questioni, come la necessità di una
maggiore azione di intelligence e di un'azione armata mirata, la possibilità e la
necessità di restrizioni sulla catena economica e finanziaria che sorregge il terrorismo
ed, inoltre, la politica. Vorrei chiedere al ministro Martino e al Governo, se, dopo l'11
settembre, il Governo italiano e la coalizione internazionale avessero premuto fortemente
per arrivare, in termini fattivi, ad una costituzione dello Stato palestinese, nella piena
sicurezza di Israele, se la coalizione internazionale avesse posto fine all'embargo
economico - sottolineo il termine economico - all'Iraq e non all'embargo militare, questi
non sarebbero stati dei colpi durissimi nei confronti del terrorismo e della sua capacità
anche di autoalimentarsi e di riuscire ad interferire tra le masse arabe?
Queste sono le motivazioni che ci vedono perplessi e contrari all'entrata in guerra del
nostro paese, anche perché in alcuni riferimenti dello stesso discorso del ministro della
difesa Martino abbiamo avuto conferma che non ci troviamo di fronte ad un automatismo,
cioè al famoso articolo 5, ma ad un accordo bilaterale con gli Stati uniti: credo che si
tratti di questo, di una sorta di cambiale in bianco.
Noi intendiamo aiutare gli Stati uniti, sottoponendoli anche ad una critica - ed ho già
spiegato i motivi della nostra critica rispetto ai bombardamenti - ma vorrei anche porre
un'altra questione: una coalizione antiterroristica internazionale può fondarsi solo su
un comune orientamento verso il problema del terrorismo ed allora le relative azioni
dovrebbero essere dirette contro tutti i paesi che ospitano e sostengono tale fenomeno. Mi
par di capire che sia un compito facile se questi sono avversari degli Stati Uniti, ma
molto più difficile quando si tratta di alleati, per esempio, come la Turchia, l'Arabia
saudita, che sono certamente fedeli agli Stati Uniti ma ostili, ad esempio, alla Russia ed
oggettivamente correlati, se non sostenitori, di terroristi in Cecenia e nel Caucaso
settentrionale.
Gli Stati Uniti sono disposti a riconsiderare i loro interessi geopolitici in nome dei
comuni valori della lotta contro il terrorismo ? Questo è uno degli elementi da
discutere, non solamente in questa vicenda, perché se pensiamo di battere il terrorismo
con la politica dei due pesi e delle due misure, difficilmente ci potrà essere
unanimità.
Vorrei dire - non tanto al ministro Martino quanto al Presidente del consiglio dei
ministri, ora non presente in aula - che, in politica estera, è difficile invocare la
necessità di una politica bipartisan ed unitaria quando, poi, in Parlamento si avanzano
tali proposte, ma, in piazza e nel paese, si esercita una forza - faccio riferimento alla
manifestazione di sabato 10 novembre - volutamente di parte.
Ripercorrendo la nostra storia, ho l'impressione che l'Italia sia entrata in guerra più
volte e con varie motivazioni. Se pensiamo a Cavour quando ha inviato i bersaglieri in
Crimea o a Mussolini quando è voluto entrare in guerra per far pesare la presenza
dell'Italia al tavolo delle cosiddette trattative di pace, ritengo ci sia un continuum: a
Cavour è andata bene, a Mussolini è andata male.
In questo caso la motivazione è forte perché l'Italia entra in una guerra di cui non
conosce gli esiti finali e, obiettivamente, non sa neanche riconoscere quali siano gli
avversari futuri, con evidenti possibilità di escalation del conflitto.
Quindi, il voto dei Comunisti italiani sarà contrario all'entrata dell'Italia in guerra,
sarà contrario alle risoluzioni attraverso le quali si chiederà l'entrata dell'Italia in
guerra, proprio per mantenere aperto uno spiraglio alla politica, uno spiraglio per la
pace (Applausi dei deputati del gruppo dei Comunisti italiani).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Cima.
Ne ha facoltà.
LAURA CIMA. (Misto-Verdi-Ulivo) Signor Presidente,
ministri, colleghi, da oggi siamo davvero in guerra se, come probabile, il Parlamento
ratificherà la decisione del Governo.
Non si parlerà più di operazioni di polizia internazionale e, quindi, si toglieranno
anche alibi; i nostri soldati rischieranno la loro vita e uccideranno, così avremo scelto
che l'Italia agirà, all'interno dell'alleanza internazionale per la lotta al terrorismo,
in un ruolo gregario.
Credo che le differenti posizioni che si fronteggiano in quest'aula, al di là della
compattezza del voto, saranno più chiare a seguito delle due manifestazioni previste per
il 10 novembre, che paleseranno chi parteciperà e con quali bandiere (padane, americane),
chi si schiererà d'altra parte e chi starà a casa di fronte alla televisione.
Noi Verdi abbiamo manifestato a Perugia con la bandiera americana e la bandiera dell'islam
legate insieme. Ci sono ragioni etiche, che il collega Bulgarelli ha già citato, ma ci
sono anche ragioni tattiche che giustificano il nostro "no" di oggi. La guerra
non ferma ma alimenta il terrorismo; di ciò siamo assolutamente convinti. Non siamo
sicuri, iniziando questa avventura, se si apriranno altri fronti o no, perché non
dipenderà da noi la decisione di aprire altri fronti.
Abbiamo fallito quello che doveva essere il nostro compito fondamentale, vale a dire
quello di lavorare coerentemente con l'alleanza contro il terrorismo per operazioni di
intelligence serie, visto il fallimento, fino ad ora, dell'intelligence da questo punto di
vista e quello di lavorare, anche in Europa, per spostare l'asse ad un livello
euromediterraneo, dove si sa cosa sono gli arabi, si sa dialogare con loro e si ha il
rispetto tradizionale dell'Italia per la politica estera nei loro confronti.
La democrazia è a rischio e anche i diritti umani. La guerra sicuramente non garantisce
un nuovo ordine mondiale, nel quale democrazia e diritti umani siano più avanzati. Le
torture ai prigionieri, la CIA con licenza di uccidere e tutti gli interessi economici, in
primo luogo il petrolio, che stanno dietro questa attività, saranno discussi anche
all'ONU, sono discussi al WTO, sono discussi per Kyoto. La globalizzazione e i sui guasti
hanno portato a questa situazione e noi italiani avremmo dovuto avere un ruolo molto più
forte nell'alleanza, al fine di riequilibrarla e per fornire indicazioni precise.
Dunque, le priorità sono: un rafforzamento dell'Europa, soprattutto per l'area
mediterranea, in cui l'Italia può avere un ruolo fondamentale; la risoluzione del
conflitto israeliano-palestinese; la capacità, attraverso la diplomazia, di affrontare
nei paesi arabi il problema reale della democrazia e smettere di appoggiare anche i
mujahidin del nord. Spiegatemi quali garanzie ci danno rispetto alle donne afghane, le cui
esigenze sono ora evidenziate, in conferenza stampa, dalle nostre parlamentari che
rientrano dal Pakistan. Spiegatemi come potremo aiutare sette milioni di profughi sotto i
bombardamenti (Applausi dei deputati del gruppo misto-Verdi-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole
Sterpa. Ne ha facoltà.
EGIDIO STERPA. (FI) Signor Presidente, onorevoli
ministri, onorevoli colleghi, questo dibattito è un'occasione importante per misurare la
serietà e il senso di responsabilità con cui sapremo tutti, maggioranza e opposizione,
affrontare un evento tutt'altro che ordinario, gravido - direi - di conseguenze per
l'immediato e soprattutto per il futuro.Nessuno, soprattutto in questo Parlamento, può
sfuggire a questa realistica e serissima constatazione. Finora, nella politica italiana,
c'è stata una guerra di parole con argomentazioni ispirate a meri interessi di parte e di
fazione; non lo dico io, lo ha detto un uomo della sinistra che mi piace citare: roba da
strapaese, questa polemica di questi mesi. Sono parole di Massimo Cacciari, un politico ed
un filosofo che sta dall'altra parte della barricata rispetto a noi ed a chi vi parla, ma
che merita rispetto ed attenzione.
Con le parole si sono costruiti, fin qui, fantasmi ed accuse: si è alimentata una
campagna elettorale continua; è stata cavalcata, per esempio, la presunta emarginazione
dell'Italia nel contesto internazionale. Si è, volutamente, drammatizzato il caso del
cosiddetto triumvirato, insediatosi a Gand, con Francia, Germania ed Inghilterra; si è
voluto vedere, a tutti i costi, in quell'episodio il discredito della maggioranza attuale
e del suo leader, quando, invece, in realtà a Gand sono semplicemente emersi rancori e
malanimo più da retrobottega che da degne cancellerie politiche: diciamolo con
franchezza, forse anche con brutalità. Si è voluta anche montare, a tutti i costi,
un'ipotetica diffidenza americana verso l'Italia e, soprattutto, contro l'attuale
Presidente del Consiglio.
Non sarà da questa sponda liberale che verrà messo in dubbio il diritto e, direi, anche
il dovere dell'opposizione a fare il proprio mestiere. La concezione che abbiamo della
democrazia è basata, tra l'altro, sull'importanza dell'esistenza di un'opposizione forte
e motivata che sappia mettere in campo il dubbio, la critica, la contestazione; tuttavia,
non è illecito chiedere all'opposizione anche una certa serietà ed una certa aderenza
alla realtà. Può darsi che in qualche cancelleria e, magari, anche in quella americana
vi siano stati sospetti nei confronti dell'Italia. Siamo seri, però. Quali sarebbero mai
i motivi per cui questi sospetti dovrebbero riguardare l'attuale Governo ed il suo
Presidente? Ma, credete davvero che risultino decisivi i motivi di carattere interno, le
"polemichette" che animano da tempo la nostra dialettica politica? Colleghi
dell'opposizione, vi parlo con franchezza ed anche con cordialità: non siete mai stati
sfiorati dal dubbio che, oltre a certi dati storici, lontanissimi ormai nel tempo, pesi,
nella considerazione internazionale dell'Italia, una certa ambiguità della politica
italiana, di tutta la politica italiana e, in particolare, la vostra, soprattutto in
questi mesi, in quest'ultimo anno. Nel caso dell'America, per esempio, non c'è dubbio che
siamo apparsi, come è stato detto, un paese che con una mano offre solidarietà agli
americani e con l'altra ne brucia la bandiera, come è avvenuto, come sta avvenendo.
La credibilità, cari colleghi, non la si conquista con le parole, con certe polemiche, a
volte, anche di basso livello, ma con la coerenza, con i fatti. Ebbene, a questa parte
politica non si può certo addebitare la mancanza di coerenza, perché quando voi eravate
al Governo, nel caso del Kosovo, questa parte politica, i partiti di questa coalizione,
hanno votato a favore delle vostre decisioni.
Ma lasciamo stare la polemica di parte. Questo è il momento di guardare - direi - alla
storia. Stiamo vivendo una pagina di storia senza precedenti. Quella che stiamo
attraversando non è una crisi ordinaria, ma una crisi che minaccia di sconvolgere il
mondo e, forse, lo sta già sconvolgendo! Il novecento è appena dietro l'angolo e sembra
già lontano di un evo. Nel giro di poche settimane sono mutati tutti i parametri storici;
stanno cambiando gli equilibri politici interni e internazionali: basta osservare quanto
è già avvenuto tra Est e Ovest (è stato citato l'incontro di Shangai e anche gli
incontri a Mosca del nostro Presidente del Consiglio). Sta cambiando tutta la geografia
politica ma si stanno rimescolando anche le categorie di valori, purtroppo. È in gioco -
e questa non è retorica né allarmismo - il futuro della civiltà, non di questa o di
quella civiltà, quella cattolica, quella laica o quella islamica, ma della civiltà per
antonomasia, quella che riguarda tutti, nella quale c'è, appunto, la storia di tutti: ci
sono valori universali, tutte le culture, tutti i credi religiosi, - ma sì - nella quale
ci sono - mi sia permessa questa ripetizione - tutte le civiltà!
Chiedo ai colleghi che dicono "no" alla solidarietà concreta all'America, che
dicono "no" alla partecipazione italiana alla lotta al terrorismo, come si
farebbe a giustificare un eventuale neutralismo, come pare si chieda e come pare sia anche
nel cuore di coloro che oggi, a denti stretti, in qualche modo, ammettono la necessità
della partecipazione italiana? Si tratta di un neutralismo che è fatto di negazione dei
valori propri della pace e della convivenza civile.
Cito ancora una coscienza che considero della sinistra, rispettabile, Massimo Cacciari, il
quale in una intervista ha detto che è un problema di etica politica, ed è questo,
infatti, il problema che noi poniamo alle coscienze della sinistra! Cito anche il nostro
Capo dello Stato che, proprio ieri, con la straordinaria e nobilissima sensibilità che
sta dimostrando, ha dichiarato che la pace va difesa: appunto. La pace non è cosa che si
realizza con le parole, ma con i fatti e difendendola concretamente, come stiamo cercando
di fare anche noi insieme con l'America, con l'Inghilterra e gli altri paesi della NATO.
Si può sfuggire a questa realtà accampando pretesti storici o ideologici? Abbiamo a che
fare con un terrorismo bestiale, belluino, paranoico per giunta, barbaro in una parola
sola, al quale si cerca di dare, oltre tutto, un significato religioso, addirittura
storico, nelle parole dell'ultimo messaggio di Bin Laden (dove si fa cenno alla storia del
novecento), e si vorrebbe anche far passare la storia come giustificazione di questo
terrorismo bestiale.
Come si può stare fuori da una lotta così inevitabile in difesa della civiltà di tutti?
Si, cari colleghi dell'opposizione e della maggioranza - mi rivolgo anche a voi -, fin qui
ci siamo confrontati con le parole, con le polemiche, con una scarsa - direi anche di
basso livello - dialettica politica; ora vengono i fatti. I nostri soldati, le nostre
navi, i nostri aerei - per pochi che siano - vanno ad una guerra vera, una guerra al
terrorismo che è forse più difficile, più carica di rischi di ogni altro precedente
conflitto; se non altro perché il nemico è invisibile, si nasconde - direi - in ogni
angolo del mondo. I nostri soldati vanno ad una guerra dove non è in gioco il destino
dell'America, dove non si deve gridare: viva Bush, ma dove è in gioco il destino del
consorzio umano e dove bisogna gridare: viva la libertà, viva la pace!
Insomma, non ci si può tenere fuori dalle nostre considerazioni che questa potrebbe
essere anche la partita estrema per la civiltà senza aggettivi o appartenenze. Non ci
sono terze vie in questa terribile vicenda in cui siamo coinvolti; ho apprezzato molto
l'intervento dell'onorevole D'Alema nel dibattito in aula tenutosi l'8 ottobre scorso,
così come oggi ho apprezzato l'intervento dell'amico - sottolineo amico - Gerardo Bianco.
Non ho invece apprezzato certe ironie da "strapaese" che anche stamani si sono
levate dai banchi dell'opposizione.
Guardo con interesse e rispetto alla dialettica in corso nella sinistra italiana, per
esempio tra i Democratici di sinistra. Particolarmente guardo con interesse al ruolo che
sta per assumere - e mi auguro che lo assuma - l'onorevole Fassino; mi auguro che questa
che stiamo affrontando oggi non sia un'ennesima occasione perduta - come quella
verificatasi un mese fa ed anche altre volte - per una sinistra che vuol apparire - o dice
di voler apparire ed essere - riformista e diversa dal passato. Questo lo dico da liberale
che crede nella democrazia dell'alternanza e che spera che finalmente nella sinistra
italiana prevalgano la ragione, il senso dello Stato, delle istituzioni, la civiltà anche
nei rapporti politici - a volte infatti in quest'aula non vi sono neppure civili rapporti
umani -. Spero anche che la sinistra non sfugga alla convivenza e si collochi finalmente
all'interno del capitolo liberale del sistema democratico dell'alternanza. Lo dico da
avversario della sinistra, senza infingimenti, senza ipocrisie. Culturalmente non sono un
uomo di sinistra, ho tenuto sempre a dirlo. Quindi non c'è ipocrisia in quello che dico
perché sono convinto che la nostra democrazia non sarà compiuta finché non vi sarà una
sinistra approdata definitivamente e senza doppiezze al riformismo e che avrà il diritto
di far parte di un sistema politico davvero liberale.
Voglio fare una considerazione, anzi due considerazioni finali; una riguarda il Governo...
PRESIDENTE. Onorevole Sterpa, lei ha utilizzato
anche il "bonus" lasciato dal suo collega.
EGIDIO STERPA. ...Signor Presidente, ho finito,
rinuncio ad una considerazione finale e ne faccio un'altra.
Per cinquantasei anni, dopo la fine della seconda guerra mondiale, la politica italiana ha
potuto agire e muoversi in tempo di pace.
È un dato storico, anche questo, senza precedenti nei due secoli che hanno visto
realizzarsi l'unità prima e la modernizzazione dell'Italia dopo.
Improvvisamente è venuta la guerra ed è finita l'ordinarietà. Al centrodestra, arrivato
al potere, tocca indubbiamente una parte assai difficile.
È una sfida straordinariamente grande nella quale si misureranno gli uomini, la loro
cultura politica, il loro senso della storia e la loro capacità di guida. Sono impegni
che non sono toccati ad altri finora, in quest'ultimo mezzo secolo; ma anche
all'opposizione toccano impegni di grande rilievo e di grande responsabilità.
Concludo signor Presidente, invitando tutti, maggioranza ed opposizione, a considerare
questa eccezionale, difficile ed anche perigliosa pagina che ci tocca vivere con la dovuta
attenzione. Dobbiamo esserne consapevoli perché la storia non avrà riguardi per nessuno;
essa sarà inesorabile con gli incapaci (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia
e di Alleanza nazionale - Congratulazioni)!
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole
Bandoli. Ne ha facoltà.
FULVIA BANDOLI. (Ds-Ulivo) Signor Presidente, pare
proprio, leggendo i giornali ed ascoltando anche questo dibattito, che non si possa
condannare il terrorismo stragista che ha colpito gli Stati Uniti, l'umanità intera ed
essere al contempo contro la guerra.
Poco importa se la pensano così centinaia di migliaia di persone, poco importa se nessuno
ad Assisi si è caratterizzato per accenti antiamericani. Solo il fatto di esserci stati
ci ha qualificati pacifisti, quasi fosse una parolaccia!
Non si tratta, a mio avviso, di sapere se siamo tutti americani o tutti italiani o tutti
africani malati di AIDS; si tratta di capire se vogliamo essere cittadini del mondo o se
vogliamo che questo mondo abbia un Governo democratico, riconosciuto e giusto, cosa che
oggi non è.
Invece, in queste settimane spesso il giudizio politico si è semplificato all'osso fino
all'aberrante equazione che porta a dire: se non stai in un campo, stai nell'altro, se non
sei con Bush, sei inevitabilmente con Bin Laden!
Anche in questo disperante manicheismo muore la politica.
Non propongo di stare con le mani in mano o che altri combattano al nostro posto.
Dopo l'11 settembre era chiaro anche per me che tutto sarebbe cambiato, che le vecchie
alleanze non avevano più senso, che si apriva una pagina diversa ed inedita della storia
mondiale, che l'Europa doveva svolgere un ruolo finora mai svolto, che per battere il
terrorismo serviva una ampia alleanza, forte soprattutto nel coinvolgere il mondo arabo
nel suo insieme.
Ma la storia non comincia, non possiamo farla cominciare dall'ultimo atto.
Si prepara nel corso del tempo con sviluppi spesso lenti o con rapide accelerazioni, quasi
sempre determinate da atti concreti, con cambiamenti dei rapporti di forza in vaste aree
geografiche lasciando spesso irrisolti i nodi che si incancreniscono fino a diventare veri
e propri giacimenti di odio. Ecco, la politica, gli Stati, le sedi internazionali sono
efficaci quando sanno prevenire e bonificare quegli odi e sanno sconfiggerli con politiche
estere, sociali ed economiche lungimiranti.
Ho condiviso i quattro punti di fondo che erano stati presentati, subito dopo l'11
settembre, da tutto il Parlamento come centrali: tagliare la rete delle organizzazioni
terroristiche nei varie paesi, mettere in campo subito proposte concrete per risolvere
alcune delle più bruciante situazioni (quella israeliano-palestinese, quella che si
riferisce all'embargo dell'Iraq, la questione curda), dotarsi di strumenti coordinati di
intellegence per individuare con più certezza gli obiettivi veri (i campi di
addestramento, i nuclei organizzati nei vari paesi del mondo) ed, infine, intervenire con
operazioni di polizia internazionale, ma con un uso proporzionato della forza su obiettivi
certi, mirati e circoscritti in modo da non colpire, neppure per sbaglio, le popolazioni
civili.
Ma voi sapete bene invece che i bombardamenti indiscriminati di queste cinque settimane
sull'intero paese sono una guerra, e con armi micidiali. Dunque non è vero che non vi
fosse una terza strada: vi era, vi sarebbe, ma non la si è voluta percorrere.
La verità è che di queste quattro politiche nessuna è stata messa in moto
efficacemente: l'uso della forza, da mirato che doveva essere, si è trasformato in una
guerra lunga, senza obiettivi precisi, contro un intero popolo, o forse più popoli.
Alcuni infatti già parlano di un allargamento del conflitto; già contiamo vittime civili
e militari e conteremo migliaia di profughi che moriranno non per la guerra bensì perché
non soccorsi, dal momento che non si vogliono sospendere i bombardamenti neppure per
portar loro gli aiuti che l'ONU sarebbe in grado di fornire se potesse riprendere il suo
piano di aiuto.
Anche il terrorismo non si è minimamente indebolito. Tutti parlano di rischi crescenti e,
a fianco di Bin Laden, oggi vi sono più adepti di quanti ve ne fossero prima del
conflitto. La larga alleanza con i paesi arabi non ha dato inoltre luogo ad un loro
impegno; anzi, è di ieri la richiesta avanzata da tutti i ministri degli esteri arabi per
un cessate il fuoco immediato. Dopo mesi di bombardamento non si ha ancora il coraggio di
affermare che l'obiettivo di indebolire il terrorismo non è stato raggiunto.
È in questo quadro che oggi il Governo ci propone la piena entrata dell'Italia in questa
guerra, sotto il comando degli Stati Uniti d'America, senza sapere in quali scopi e in
quali azioni militari saremo impegnati, senza mettere limiti ad un'escalation che potrebbe
essere imminente e senza alcun giudizio critico sull'andamento della guerra.
Vede, ministro Martino, ho ascoltato con attenzione la sua relazione. Ho anche apprezzato
che lei non abbia accentuato più di tanto i toni. Ma sinceramente, come può pensare che
i mezzi militari che lei ha indicato questa mattina, anche diffondendosi sui particolari,
possano essere usati - ad esempio i Tornado - a scopi umanitari? Cerchiamo di essere più
seri!
Come ha scritto ieri Pietro Ingrao, Bin Laden ha usato tutti i mezzi della modernità:
armi, tecnologie, intelligence. Lui ed i suoi rappresentano un intreccio pauroso di
modernità ed arretratezza: rifiutare la guerra per combatterlo richiede non solo un
livello di convinzioni pacifiste, difficilissimo da reggere, ma anche una volontà di
tentare il tema arduo di una risposta non violenta, un'alta consapevolezza sul punto a cui
sono arrivate le armi, la scienza dell'uccidere e dello sterminio.
Queste è anche la mia cultura politica e non da oggi.
PRESIDENTE. Onorevole Bandoli...
FULVIA BANDOLI. ...e, in coscienza, ma con piena
consapevolezza politica, non credo che la guerra possa risolvere alcun conflitto
nell'epoca moderna e neppure battere un nemico tanto pericoloso come il terrorismo.
Non ci divide quindi la condanna verso Bin Laden e tutti i terrorismi...
PRESIDENTE. Onorevole Bandoli...
FULVIA BANDOLI. ...neppure la solidarietà verso gli
Stati Uniti d'America e verso le vittime delle Torri gemelli. Ciò che ci divide è il
ricorso alla guerra, l'arrendersi alla guerra come unica e prevalente risposta. Per questa
ragione non potrò votare nessun dispositivo che prevede l'invio di truppe italiane in
Afghanistan. (Applausi di deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, dei
deputati del gruppo di Rifondazione comunista e del Misto-Verdi-l'Ulivo)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole
Intini. Ne ha facoltà.
UGO INTINI. (Misto-Sdi) Signor Presidente, onorevoli
colleghi, signor rappresentante del Governo, nei momenti difficili occorre usare non il
linguaggio del politichese, bensì quello della chiarezza. Qualunque uomo della strada ci
aiuta con una semplice domanda:" il Polo e l'Ulivo sono entrambi d'accordo ad
appoggiare i loro alleati con un intervento militare? " Sì. Vogliono maggioranza ed
opposizione sostanzialmente la stessa cosa? Sì. Allora, votino la stessa cosa. Si fa in
tal modo un servizio alla chiarezza, all'Italia, alle nostre forze armate e anche
all'Ulivo.
Infatti, nel centrosinistra è preferibile la divisione nella chiarezza piuttosto che
l'unità nell'ambiguità. Lo dico con rispetto per i Verdi e i Comunisti italiani; in
tutte le coalizioni di sinistra al Governo, vengono espresse infatti posizioni come le
loro.
Vengono espresse in tutti i partiti socialdemocratici europei e contengono alcuni aspetti
condivisibili. Vengono tuttavia espresse da esigue minoranze, in partiti nati e cresciuti
socialdemocratici, in partiti che hanno alle spalle decenni di Governo.
Loro, quelle sinistre e quei partiti socialdemocratici, possono permetterselo; noi no.
Questo voto è più facile di quello sulle altre guerre recenti, perché adesso - e solo
adesso - si risponde ad una strage che neppure negli incubi peggiori si sarebbe
immaginata. Contro l'Iraq non era al nostro fianco l'OLP di Arafat, adesso sì; contro la
Serbia non era al nostro fianco la Cina, adesso sì. Sabato non andremo alla
manifestazione del Polo sotto la bandiera americana, perché essa rappresenta un errore e
provoca un danno grave: dà nel mondo l'immagine di un'Italia divisa a metà tra
filoamericani e antiamericani, un'immagine che è catastrofica per il nostro paese, per il
nostro interesse nazionale e che non corrisponde affatto alla realtà, come dimostra la
larghissima maggioranza per l'intervento accanto agli americani che questo Parlamento si
prepara ad esprimere. D'altronde, mai si è visto un Governo organizzare una
manifestazione di parte nell'esatto momento in cui chiama non una parte, ma tutto il
popolo, a sostenere le proprie forze armate. Noi socialisti sabato andremo, invece, ad una
manifestazione del nostro partito, lo SDI. I nostri manifesti hanno uno slogan:
"Stati Uniti del mondo: contro il terrorismo, il coraggio dei riformisti". Non
è solo uno slogan, è una linea di politica estera.
"Stati Uniti del mondo" significa che gli Stati Uniti sono un valore per tutto
il mondo e che tutto il mondo si stringe, pertanto, intorno agli Stati Uniti, ma non
soltanto. "Stati Uniti del mondo" significa anche che occorre un nuovo ordine
mondiale, una politica capace di governare un mondo che è diventato troppo piccolo, nel
quale tutto è globale, dal terrorismo all'economia, tranne la politica. Le guerre, le
tragedie fanno diventare "dei tanti" gli obiettivi che erano "dei
pochi", fanno diventare realtà quelli che sembravano sogni. Gli Stati Uniti del
mondo sono un obiettivo distante, ma ormai maturo, verso il quale saranno impegnati i
nostri figli. A noi, nel frattempo, spetta, a maggior ragione, di ultimare un compito
avviato all'indomani della seconda guerra mondiale dai nostri padri politici, da altri
sognatori, rappresentanti dell'umanesimo cristiano e di quello socialista: la costruzione
degli Stati Uniti d'Europa.
Il Io gennaio avremo in tasca l'euro, ma la guerra, il ritorno della politica con la
"p" maiuscola, ci ricorda anche ciò che avrebbe dovuto essere sempre evidente:
mai si è vista nella storia una moneta appesa al nulla, senza una politica estera, senza
una politica di difesa comune, senza un'entità politica comune, senza valori comuni. Il
coraggio dei riformisti è quello di dimostrarsi sinistra, ma sinistra credibile come
forza di Governo, capace di assumersi sino in fondo le proprie responsabilità; di
combattere, quando c'è da combattere; di far seguire alle parole i fatti; come tutte le
sinistre europee, di stare di qua o di là. E stare di qua non vuol dire accettare sempre
a scatola chiusa la strategia dell'occidente e dell'America. Combattere e remare sulla
stessa barca, nel momento del pericolo, è il primo dovere. Poi, quando si sta svolgendo
il proprio dovere con lealtà e solidarietà, quando si rema, si ha il diritto di
criticare, di consigliare una diversa lotta o un diverso ritmo di remata.
Ma combattere da riformisti significa qualcosa di più: significa sapere che non basta
vincere la guerra "vera", militare, contro il terrorismo, ma occorre anche
vincere la guerra contro la povertà per estirpare le radici del terrorismo. Occorre
ascoltare quel "papa laico", che è diventato il Segretario generale delle
Nazioni Unite, quando dice che se si è disposti ad investire il denaro necessario allo
sviluppo economico, il terrorismo potrà essere contenuto. Occorre sapere che con la
guerra finisce il dominio incontrastato dell'individualismo e del liberismo, e ritorna
l'esigenza della solidarietà e della socialità, all'interno delle nazioni e tra le
nazioni. La guerra e la minaccia di recessione richiedono pianificazione politica e spesa
pubblica: se ne va in soffitta Friedman e ritorna Keynes, se ne vanno lo Stato minimo e la
politica minima, ritornano lo Stato e la politica protagonisti. Per vincere davvero e
definitivamente questa guerra, è il momento di un grande piano di aiuto dell'occidente
verso il terzo mondo, di una nuova Bretton Woods, una nuova politica di sviluppo mondiale,
di cooperazione e di solidarietà. L'Europa è stata salvata contro Stalin non dai carri
armati della NATO, ma dal piano Marshall, che ne ha rilanciato lo sviluppo.
L'occidente ha battuto il comunismo non perché ha prodotto più missili, ma perché ha
prodotto più ricchezza, anche grazie a nuove istituzioni monetarie internazionali che
hanno assicurato decenni di ordinato progresso.
Queste parole non rappresentano una fuga in avanti suggerita dalla retorica socialista;
non servono per dare una piccola soddisfazione ai tormenti della sinistra pacifista. Non
un socialista, ma il finanziere Giorgio Soros ha scritto questa settimana: "La guerra
alla povertà è divenuta sempre più urgente dopo l'11 settembre. Noi dobbiamo fare tutto
ciò che è possibile per sradicare il terrorismo, ma se faremo soltanto questo noi
consentiremo al terrorismo di decidere la nostra agenda. Vale la pena di ricordare che la
conferenza di Bretton Woods, che ha aperto la strada alla prosperità del dopoguerra, si
è svolta nel giugno del 1944, più di nove mesi prima della vittoria. Anche nel calore
della battaglia, i leader delle potenze alleate hanno riconosciuto che la vittoria
militare non sarebbe bastata ad assicurare una duratura pace successiva. Io auspico che i
leader della guerra contro il terrorismo oggi abbiano la stessa coraggiosa e lucida
visione".
Con questo spirito, signor Presidente, con la richiesta di avviare due guerre parallele,
una militare ed una contro la povertà, i deputati del gruppo Misto-Socialisti democratici
italiani appoggiano la doverosa azione militare dell'Italia accanto ai suoi alleati
(Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Socialisti democratici italiani, della Margherita,
DL-l'Ulivo e di deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto parlare l'onorevole
Zacchera. Ne ha facoltà.
MARCO ZACCHERA. (An) Signor Presidente, onorevoli
ministri, intervengo con pochissime battute a conclusione di questo dibattito, anche
perché mai come in quest'occasione meno parole si dicono meglio è. Nessuno di noi - lo
sostenevo il mese scorso - è contento per le decisioni che si vanno doverosamente a
prendere ma ognuno di noi si rende conto dell'importanza delle decisioni di oggi. Non
vorrei fare, in questa sede, grandi considerazioni di carattere politico - le hanno già
svolte altri colleghi, ma - ma rivolgendomi, particolarmente al ministro della difesa,
vorrei semplicemente sottolineare la necessità di considerare le persone che noi, oggi,
dichiariamo di impegnare in futuro in azioni anche di guerra: queste persone sono non
soltanto nostri concittadini, nostri connazionali, ma anche i nostri fratelli, i nostri
ragazzi e per qualcuno i propri figli.
Ministro Martino, mi conceda una digressione personale. Il primo gennaio del 2000, mentre
si celebrava il nuovo millennio, il sottoscritto era a Timor est. L'Assemblea, come oggi,
aveva votato un intervento armato ma nessuno si era ricordato, dopo quattro mesi, che 680
ragazzi italiani stavano a Timor est in missione di pace ed erano letteralmente
abbandonati e dimenticati da tutti: quattro mesi per avere le calzature adatte alla
giungla, giunte quasi al termine della missione; un parco automezzi della Folgore che è
stato trasportato da San giusto ma forse conveniva lasciarlo la, considerate le sue
condizioni logistiche e di arretratezza anche dal punto di vista meccanico. Ebbene, penso
che la cosa più importante che possiamo fare, oggi, oltre ad esprimere un voto convinto e
doveroso anche se certo non entusiasta - perché nessuno è entusiasta di assumere queste
decisioni - è impegnarci a stare vicino alle 2.850 persone che oggi, potenzialmente,
destiniamo a quest'azione militare. Occorre essere loro vicino offrendo l'appoggio della
nazione e facendo capire che a casa qualcuno si ricorda di loro, li aiuta, li sospinge,
anche dal punto di vista dell'amicizia personale. Per le persone in missione è importante
sapere che rappresentano l'orgoglio di una nazione chiamata a dare un contributo, forse,
numericamente ridotto rispetto ad altre nazioni consorelle, ma importante, soprattutto,
dal punto di vista morale.
Nessuno di noi è contento di questa situazione, ma tutti noi ci rendiamo conto che
l'Italia, se deve dimostrare la propria unità nazionale, la propria credibilità
internazionale, deve offrire il proprio contributo. Non si sta in un condominio senza
pagare le spese condominiali. Queste, purtroppo, sono le spese condominiali e noi, come
parlamentari, abbiamo il compito, oggi, non soltanto di esprimere un voto, ma soprattutto
una solidarietà attiva nei confronti di queste persone che inviamo, non dimenticandole,
non abbandonandole, ma, signor ministro, stando loro vicino in tante piccole cose: la
possibilità di telefonare a casa, di difendersi con armi adeguate e di stare a fronte
alta insieme ai colleghi del resto del mondo.
Questo è il mio appello, queste erano le poche parole che volevo pronunciare come
segnale, come un invito rivolto a tutti i colleghi. Ritengo che, oggi, noi prendiamo una
decisione dolorosa ma necessaria.
Ci rendiamo anche conto, come diceva il collega che mi ha preceduto, che non è soltanto
questa la guerra da fare: debbono essere combattute anche quelle contro la povertà e le
ingiustizie, in tutto il mondo; ma ciò potrà essere fatto soltanto se si consolideranno,
in Italia, una solidarietà nei confronti delle nostre Forze armate e, nel mondo, la
convinzione che il terrorismo va combattuto, che sull'odio non si costruisce alcunché e
che, quindi, qualche volta è necessario prendere decisioni importanti, anche se difficili
- quale quella che oggi ci apprestiamo a prendere - perché il bene della libertà e
realmente prezioso per tutti.
Grazie, perciò, ai ragazzi ed alle ragazze che andranno a svolgere questo compito
rappresentando tutti noi; a loro va ogni nostro augurio. Siamo orgogliosi di loro; che
possano esserlo anche loro di noi (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale
e di Forza Italia)!
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e
pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle comunicazioni del Governo.
Sospenderei brevemente la seduta, anche al fine di consentire l'attivazione dei
collegamenti televisivi. |