Chi ha allevato il ragno?
di
Giulietto Chiesa
Un ragno velenoso ha punto l'Occidente. L'Occidente vuole
schiacciare il ragno
velenoso, che si trova in Afghanistan. E, per questo,
intende colpire il regime che lo
ha protetto e ospitato, con tutti i mezzi a propria
disposizione.
Legittima difesa. Guerra contro il terrorismo. Fino a qui
la logica è ineccepibile e
sembra assistere l'Occidente.
Il problema si complica quando si cerca di capire chi è
l'allevatore di ragni velenosi.
Non è difficile scoprire che esistono tre soggetti
indiziati in cima alla lista dei
sospetti. Si tratta di - in ordine alfabetico - Arabia
Saudita, Emirati Arabi, Pakistan.
Questi tre paesi sono stati gli unici a riconoscere il
regime dei taliban quando esso
arrivò al potere a Kabul nel 1996. E hanno continuato a
riconoscere i taliban fino agli
eventi dell'11 settembre 2001.
L'Occidente colpisce con tutta la sua forza
l'Afghanistan, che è il sintomo, non la
malattia. Che è la tana del ragno, ma non è colui che
lo ha fatto nascere e lo ha
allevato. Quello che è peggio, dal punto di vista della
logica elementare, è il fatto che
l'Occidente, per schiacciare il ragno, faccia uso
dell'appoggio politico e militare di
tutti e tre i peggiori indiziati. E, quando si dice
indiziati si usa un eufemismo: nel
caso del Pakistan gl'indizi sono già prove schiaccianti.
Il regime dei taliban non
esisterebbe se non fosse stato creato, letteralmente dal
nulla, con un'operazione
assolutamente artificiale, dai servizi segreti militari
di quell paese. Quegli stessi
servizi segreti che, per conto della CIA, organizzarono,
armarono, finanziarono
l'alleanza dei "sette partiti di Peshawar" che
servì come punta di lancia per
sconfiggere i sovietici.
Che il regime arabo saudita sia stato finanziatore del
fondamentalismo islamico non
c'è bisogno di dimostrazione.
Per giunta l'Occidente ha dovuto inserire questi tre
paesi in un'alleanza che non ha
nulla di democratico, perchè tutti e tre sono o
dittature (come il Pakistan) o regimi
monarchici senza costituzione democratica (come gli altri
due).
Ne consegue che, per bene che vada, si potrà cambiare il
regime a Kabul, si potrà
distruggere tutto ciò che resta di infrastrutture
militari (e civili) dell'Afghanistan, ma gli
allevatori di ragni velenosi resteranno al loro posto,
impunity e pronti a ripetere, ove
loro convenisse. Ed è - si badi bene - l'ipotesi più
ottimistica, perchè nulla dice che in
questo modo si porterà la pace a Kabul.
Ma - si potrebbe obiettare - esiste una realpolitik da
cui non si può
prescindere. Questi paesi sono necessary, per ragioni
logistiche e di
vicinanza territoriale, prima di tutto, per infliggere un
colpo al rifugio del
ragno e per eliminare il ragno. Anche questo sembra
sorretto dalla logica,
sebbene si tratti di una logica piuttosto ripugnante,
perchè usa due pesi e
due misure, a seconda della convenienza. Se i valori
democratici sono un
opzional per i potenti del mondo, è inevitabile, alla
lunga, che il resto del
mondo li consideri una variabile superflua. Per cui
diventa poi impossibile
chiedere il loro rispetto. Il ragno si rafforza in questo
modo. Lo si può anche
uccidere, ma lo si sarà aiutato, prima di morire, a
figliare migliaia di altri
ragni altrettanto velenosi.
E resta sempre aperto il problema posto all'inizio: perchè
si chiudono gli
occhi di fronte alla necessità di colpire gli allevatori
di ragni velenosi e, anzi,
li si considera amici?
Ma c'è anche un altro angolo visuale, un altro metro di
misura, per
rispondere alla domanda fondamentale: l'Occidente sta
facendo la cosa
giusta (nel senso di funzionale, utile, a prescindere dai
suoi connotati etici)
per liberarsi del ragno, anzi dei ragni velenosi?
L'operazione di attacco
all'Afghanistan è un passo nella direzione giusta? Il
bilancio di questi pochi
giorni di bombardamenti e di Guerra già registra due
disastri le cui
conseguenze appaiono irreparabili, punti di non ritorno.
Il Pakistan è precipitato in una crisi politica e
istituzionale che non ha
precedenti nella sua storia. Un colosso di 140 milioni di
abitanti, dotato di
bomba atomica, è in preda a una convulsione
terrificante. Proprio perchè lo
si è dovuto trascinare nell'alleanza contro il ragno che
aveva nutrito,
ricavandone grandi utili.
Lo stato palestinese, trascinato anch'esso a viva forza
nell'alleanza, dopo
averlo costretto a difendere la sua esistenza minima di
fronte all'assalto di
Sharon, è ormai alle prese con una rivolta interna che
potrebbe portare al
comando le forze meno laiche e più fondamentaliste.
Migliaia di giovani
palestinesi inneggiano ormai a Osama bin Laden. E Osama,
il ragno
velenoso, proprio mentre si sta cercando di schiacciarlo,
sta diventando la
bandiera, l'eroe, il martire di tutto il mondo islamico
più estremista e feroce
nel suo odio integrale contro l'Occidente e i suoi
valori.
I risultati sono già catastrofici fin dai primi passi di
questa strategia. Davanti
a noi - ci è stato annunciato - si stagliano altre
guerre, altri stati da colpire,
altri obiettivi da liquidare, per lungo tempo. Quello che
già sta accadendo -
l'ondata anti-occidentale in tutto il mondo islamico - si
moltiplicherà per
intensità e per estensione. Altri regimi islamici amici
dell'Occidente possono
essere messi in pericolo grave, e crollare. Andare avanti
su questa strada è
catastrofico in primo luogo per l'Occidente. Non occorre
scomodare la
morale, le vittime civili, la barbarie della vendetta che
chiama altra vendetta.
Sono, prima di tutto la saggezza e il realismo a
consigliare subito un
"cessate il fuoco" di questa Guerra senza fine
e a indirizzare l'alleanza
contro il terrorismo verso una ricerca effettiva delle
sue sorgenti.
Il che comporta, per l'America e per l'Occidente, una
riflessione autocritica
sul mondo che essi hanno creato, con la loro potenza e la
loro superiorità
tecnologica. Questo è il compito più difficile. Il
ragno sta dimostrando di
saper usare assai bene il cumulo d'ingiustizie prodotto
da una
globalizzazione insensate ed egoista. Si sta facendo
questa nuova Guerra
proprio perchè non si vuole affrontare il compito di
questa riflessione.
9 ottobre 2001
|