Liberismo alla serba
Autogestione addio Approvata con un voto di scarto la legge sul lavoro. Fa strage di diritti sognando l'arrivo di capitali esteri. Kostunica rompe con Djndjc.

di LORIS CAMPETTI

7 Dicembre 2001

A Belgrado è passato poco più di un anno dalla "rivoluzione d'ottobre". Normalmente i cambiamenti, in terra balcanica, procedono con i tempi della storia più che della cronaca. Questa volta, invece, le trasformazioni in Serbia sono rapidissime e riguardano aspetti fondativi del nuovo corso. Un corso targato Fmi, segnato da privatizzazioni, smantellamento degli impianti industriali e minerari, licenziamenti di massa, fine del welfare jugoslavo e dell'autogestione. Ma come si arriva alla sostanza dei problemi, la maggioranza che ha scalzato dal potere Milosevic mostra tutta la sua fragilità e le divisioni interne. Il conflitto mai sopito nella Dos tra il presidente jugoslavo Kostunica e il premier serbo Djndjc, è letteralmente esploso due giorni fa, durante il dibattito parlamentare sulla legge sul lavoro: al voto, il testo liberista del governo è passato per un solo voto, contrari il Partito socialista, i radicali di Seselj e il partito di Kostunica. Non basta. Lo scandalo è esploso quanto le opposizioni hanno denunciato che ameno un deputato, il cui voto era stato conteggiato tra i favorevoli, era in vacanza in Grecia.
Lo scontro politico in Serbia - la Dos vuole espellere Kostunica dallo schieramento, denunciando altri casi di alleanza tra il partito del presidente e le opposizioni, come a Irig in Voijvodina - trova una sua concretizzazione proprio nei contenuti della contestata legge "di massima" sul lavoro che, una volta approvata, dovrà essere discussa con i sindacati ed emendata. Già dal primo articolo il segno è chiaro: l'imprenditore (tutta l'impalcatura della legge è finalizzata a incentivare le privatizzazioni e l'afflusso di capitali stranieri) non sarà più vincolato a un contratto collettivo di lavoro. Negli articoli successivi si sanziona la fine dell'autogestione. Viene inoltre introdotto il lavoro a tempo determinato e intermittente, ma la cosa che ha acceso lo scontro in parlamento e nella socità serba è la riduzione del periodo di maternità per le lavoratrici, da un anno estendibile a due, a soli tre mesi. A parte l'odiosità intrinseca di questo "risparmio", l'effetto sociale potrebbe essere devastante in un paese segnato dalla peste bianca: a Belgrado si chiama così il crollo delle nascite, iniziato con l'embargo e moltiplicatosi con la guerra del '99. E' un crollo legato al peggioramento delle condizioni economiche delle famiglie e dagli effetti dell'inquinamento bellico che ha aumentato i casi di aborto, le malformazioni neonatali e le malattie respiratorie e tumorali nei bambini. Disincentivare la maternità, in queste condizioni sociali, contraddice le preoccupazioni dello stesso governo serbo per il futuro del paese.
Con la nuova legge, il datore di lavoro avrà mano libera sui licenziamenti individuali, salvo offrire al lavoratore un contratto diverso che non potrà essere rifiutato, pena il licenziamento definitivo. Sono possibili accordi territoriali, moltiplicando le disuguaglianze nei salari e negli orari tra lavoratori che svolgono la stessa mansione. Del resto, non è previsto un livello base per i salari e il potere contrattuale del sindacato è drasticamente ridotto.
La nuova legge sul lavoro, contro cui almeno una parte del sindacato ha già annunciato una dura opposizione, va a cadere in una situazione occupazionale difficilissima. Nelle grandi fabbriche è partito un piano di ristrutturazioni basato sul "risanamento": per renderle appetibili ai soliti e per ora solo sognati capitali esteri, ecco i licenziamenti di massa, cassa integrazione, riduzione degli stipendi per i lavoratori sopravvissuti. Emblematico è il caso della Zastava, la più grande fabbrica metalmeccanica dei Balcani per la produzione di automobili e camion. Con l'autunno la mannaia ha cancellato 15.000 posti di lavoro, la metà del totale. Di questi, 9.000 sono iscritti al collocamento e il loro numero scende quotidianamente: rifiutare un posto in una città lontana comporta la cancellazione dalla lista, ma con uno stipendio mensile di 100 marchi tedeschi è impossibile pagarsi anche i trasferimenti quotidiani da casa al lavoro. Del 15.000 dipendenti che rimangono, molti sono in cassa integrazione. Saranno loro le vittime della secondata tornata di licenziamenti attesi per la primavera. In compenso, il governo ha liberalizzato l'ingresso di vetture dall'estero, contribuendo al crollo della domanda di auto Yugo. Perché stupirsi, dunque, se a giorni alla Zastava - distrutta dalle bombe Nato, ricostruita dagli operai, infine svuotata dal governo liberista - ripartiranno gli scioperi?