| (per maggiori informazioni vedi www.petrolchimico.it )il testo manoscritto della sentenza
Processo al
Petrolchimico: 157 operai morti, nessun colpevole
di Michele Sartori
Ha vinto la grande industria,
l'operaio non ha tutela.
F. Casson:"La sentenza si commenta da
sola"
LE RICHIESTE DEL PUBBLICO MINISTERO
IMPUTATI: |
- Cefis Eugenio, dodici anni di reclusione
- Grandi Alberto, dodici anni di
reclusione;
- Bartalini Emilio, dodici anni di
reclusione;
- Gatti Piergiorgio, dieci anni di
reclusione;
- Lupo Mario, otto anni di reclusione;
- Calvi Renato, dieci anni di reclusione;
- Trapasso Italo,dieci anni di reclusione;
- Darminio Monforte Giovanni, dieci anni
di reclusione;
- Diaz Gianluigi, otto anni di
reclusione;
- Morione Paolo, otto anni di
reclusione;
- Reichenback Giancarlo,otto anni di
reclusione;
- Porta Giorgio, otto anni di
reclusione;
- Sebastiani Angelo, quattro anni di
reclusione;
- Fedato Luciano, quattro anni di
reclusione;
- Gaiba Sauro, quattro anni di
reclusione;
- Fabbri Gaetano, quattro anni di
reclusione;
- Marzollo Dino, tre anni di
reclusione;
- Smai Franco, tre anni di
reclusione;
- Zerbo Federico, quattro anni di
reclusione;
- Patron Luigi, quattro anni di
reclusione;
- Pisani Lucio, cinque anni di
reclusione;
- Necci Lorenzo, sei anni di
reclusione;
- Burrai Alberto, sei anni di
reclusione;
- Presotto Cirillo, sei anni di
reclusione;
- Parillo Giovanni, quattro anni di
reclusione;
- Palmieri Domenico, quattro anni di
reclusione;
- Belloni Antonio, quattro anni di
reclusione;
- Gritti Bottacco Massimiliano, quattro
anni di reclusione; |
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VENEZIA. "Assolve".
"Assolve". "Assolve". "Assolve". "Assolve".
"Assolve". "Assolve". Per sette volte Ivano Nelson Salvarani ripete la
parola. Per blocchi di imputati, per blocchi di reati, per blocchi di motivazioni: «Il
fatto non sussiste», «Il fatto non costituisce reato», «Prescrizione». Sono le 16.02
del 2 novembre 2001: la chimica italiana è libera e rivalutata. E dal fondo
dell'aula-bunker di Mestre si alza un silenzio assordante. Parenti di morti, operai
malati, ambientalisti e sindacalisti non si raccapezzano. Possibile? Hanno sentito bene?
Dopo il settimo «assolve» non cominceranno le condanne? No. Il presidente del tribunale
è entrato scandendo, compito: «Buonasera a tutti». Adesso batte i fogli della sentenza
sullo scranno, li livella, se ne va. È davvero finita. Per 157 morti di tumore del
Petrolchimico, per 103 ammalati, per la laguna avvelenata, nessuno ha colpa. Gianfranco
Bettin, il prosindaco di Mestre, è di marmo, una statua dai cui occhi colano due lacrime
di rabbia. Gianluca Bortolozzo, il figlio dell'operaio che col suo esposto aveva dato il
via al processo, ascolta immobile, ordina agli amici un semplice «andiamo via». |
Marco Paolini, che sul Petrolchimico sta preparando
uno dei suoi incazzatissimi monologhi civili, non ha e non vuole avere parole. La sentenza
gli scombina la trama.
Sbalordimento, prima che rabbia. E adesso si alzano delle voci isolate dal fondo
dell'aula: «Vergogna!». «Assassini!». «Coi soldi l'avete presa questa sentenza!».
«Li avete uccisi due volte!». Poi diventeranno un coro, con l'aggiunta di ragazzi dei
centri sociali. Ma intanto domina ancora lo choc. I morti ci sono. Il disastro ambientale
anche. Possibile che nessuno ne abbia colpa? Che Cefis e Medici e Necci e tutti i vertici
di Montedison ed Enichem non ne siano minimamente responsabili? Giampaolo Schiesaro, ex
pretore ed oggi avvocato dello Stato, aveva chiesto la condanna di Montedison ed Enichem
al risarcimento di 71.500 miliardi. Adesso sfodera il commento di rito, «dovremo leggere
con attenzione le motivazioni», ma intanto neanche una lira dovranno sborsare le
società, le azioni e la Borsa sono salve.
E Felice Casson, il pm che per otto anni ha lavorato all'istruttoria ed al processo, che
aveva chiesto 185 anni di condanna per i 28 imputati, per omicidio colposo plurimo,
lesioni, strage, disastro, avvelenamento delle acque ed adulterazione dei cibi? Sorride:
«La sentenza si commenta da sola». Sorride e passeggia per l'aula col viso imporporato,
come quando s'incavola di brutto, sorride e passeggia nel cortile, e qualche operaio gli
grida «grazie!», «grazie comunque!». Chi se l'aspettava? Francamente: nessuno.
Ivano Nelson Salvarani, giudice esperto, protagonista di processi della «mani pulite»
veneziana, colonna di Magistratura Democratica, convoca al di là dell'aula qualche
giornalista. Normalmente le sentenze si spiegano con le motivazioni. Ma per scriverle ci
vorrà tempo, e l'interesse del pubblico preme, così mormora: «Ritengo di dover rendere
conto».
Ed ecco la spiegazione del tribunale, che lui detta mentre i giudici a latere annuiscono,
concordi, ed anche uno di loro è magistrato «di sinistra». Primo: solo alcuni tumori e
malattie del fegato sono riconducibili con certezza all'esposizione da Cvm, i l cloruro di
vinile monomero lavorato al Petrolchimico. Secondo: per morire da Cvm, bisogna essere
fortemente esposti alle polveri, e questo al Petrolchimico è avvenuto nei lontani anni
cinquanta e sessanta. Dal 1973 in poi «prima Montedison e poi Enichem realizzarono
tempestivamente gli interventi sugli impianti necessari a ridurre l'esposizione dei
lavoratori a livelli compatibili con quelle norme di protezione che il legislatore solo
allora emanò», e «non vi è prova che dai livelli dell'esposizione conseguente agli
interventi sugli impianti siano derivate malattie da Cvm».
Ed il disastro ambientale? C'è, ma «risale ad epoche in cui non esistevano norme di
protezione ambientale, emanate tutte tra la metà degli anni settanta ed i primi anni
ottanta». E poi la contaminazione dell'ittiofauna, «pur rilevante, non è tale da
costituire un pericolo reale per la salute pubblica». Dottor Salvarani, ma lei se lo
mangerebbe un piatto di vongole lagunari? Sorride. No, non lo mangerebbe. Ma non è colpa
sua se i limiti di diossina ammessi dalla Cee largheggiano. Insomma: colpe lontane.
Colpe soprattutto dello stato, dei mancati controlli, delle legislazioni prima mancanti,
poi tolleranti. O forse demerito dell'impostazione dell'accusa, che ha processato il
sistema chimico ma non ha saputo trovare un collegamento diretto, in termini penali, tra
decessi e responsabilità personale degli imputati.
Intanto, dall'aula operai e parenti dei morti sfollano lenti, increduli, con gli occhi
rossi. «È assurdo. Siamo al niente, non è giusto», singhiozza Laura Palma, vedova di
un analista chimico. Tre signore vicine piangono senza ritegno. Tutti promettono appello,
«non può finire così». Adesso i ragazzi del centro sociale «Rivolta» cercano di
portare in aula uno striscione, c'è scritto un cubitale «Colpevoli!», e forse lo
avevano preparato in anticipo per celebrare condanne. I carabinieri provano a frenarli,
c'è parapiglia, spinge e grida Luca Casarini, spinge il prosindaco Bettin, spinge
l'assessore comunale Beppe Caccia, a forza di spinte e di sedie rovesciate lo striscione
arriva sui banchi del tribunale, viene appeso dietro le sedie dei giudici.
Troppo tardi, troppo inutile. Sfollare, andar via, a rimuginare la sconfitta, a
spiegarsela, a preparare appelli e mobilitazioni. Fuori, in strada, le t-shirt del
«comitato vittime del petrolchimico», i ragazzi in tuta bianca e mantello nero di
«Greenpeace», i sindacalisti incazzati. Beppe Caccia, l'assessore comunale, promette:
«Il comune stamperà la requisitoria di Casson e la distribuirà nelle scuole. È questa
la vera sentenza». Eh, no. La vera sentenza sono i sette «assolvo», per i quali c'è
almeno una persona con gli occhi rossi di gioia, ed è l'avvocato Pierfranco Pasini,
dell'Enichem: «Il tribunale ha mostrato grande coraggio».
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