* Majid Kanaana è un compagno palestinese che
vive nella zona di Nazareth in Galilea, dove lavora come psicologo scolastico. Ha studiato
in Italia, a Padova, dove si è laureato alla fine degli anni '90 in psicologia, con una
tesi sulla percezione identitaria dei palestinesi in Israele, che pubblichiamo in questo
stesso numero. È attivista di Abnaa el Balad, un movimento politico dei palestinesi in
Israele, che pubblica un sito in lingua araba (http://www.abnaa-elbalad.org) e con qualche materiale in inglese. In questa fase
ampio spazio è dedicato al sostegno all'Intifada. È anche membro dell'associazione
culturale Al Jeel al Jadeed con sede a Haifa e di Dounia, un'associazione internazionale
per la tutela dei diritti umani, che ha sede in Italia, a Padova.
Puoi tracciare un quadro delle
organizzazioni della sinistra palestinese sia in Israele che nei territori occupati? Che
ruolo hanno oggi nelle relazioni politiche interne alla comunità palestinese e nei
rapporti con Israele?
Il Partito Comunista Israeliano, Rakah, è
stata la prima organizzazione di massa ad accettare al suo interno gli arabi come membri
uguali agli ebrei e a permettere loro di praticare l'attività politica e organizzarsi in
partito.
Oggi il Rakah, insieme a Hadash (Fronte Democratico per la pace e l'Uguaglianza), ha una
presenza significativa tra i palestinesi in Israele, ed è radicato in importanti centri
arabi, come Nazareth e Sakhnin. Inoltre, il Partito è rappresentato nella Knesset, il
parlamento israeliano, con tre membri.
Il Rakah, nel suo programma, non va oltre le rivendicazioni per l'uguaglianza e i diritti
civili dei palestinesi in Israele, e non vede che il loro problema principale deriva dalla
natura dello Stato d'Israele come Stato degli ebrei. Infatti, il Rakah riconosce Israele
come stato ebraico che contiene una grande minoranza araba.
Inoltre, il Rakah è stato uno dei primi partiti a chiedere la creazione di due stati per
due popoli, cioè la creazione di uno Stato palestinese nei confini del '67 accanto allo
Stato d'Israele. Su questa linea, il Partito vedeva negli accordi di Oslo una conquista
per il popolo palestinese.
Il partito è ancora oggi ambiguo sulla questione del diritto al Ritorno dei rifugiati
palestinesi, perché continua a non essere chiaramente schierato per l'applicazione della
risoluzione 194 che prevede tale diritto.
La seconda forza politica di sinistra è il
movimento di Abnaa el Balad (Figli della patria), di ispirazione marxista, che rappresenta
la sinistra radicale e progressista all'interno della comunità palestinese del '48. Il
movimento crede che i palestinesi in Israele costituiscano una parte integrante del popolo
palestinese e si considera come parte del movimento di liberazione nazionale palestinese e
arabo. Il movimento è nato nel 1969, nella cittadina di Umm el Fahem, poi, dopo le
manifestazioni della Giornata della terra nel 1996, si è unito ad una organizzazione
studentesca, il Movimento Patriota Progressista, attivo tra gli studenti universitari
arabi in Israele.
Il movimento rifiuta di far parte del gioco della democrazia israeliana, per cui non
partecipa alle elezioni parlamentari; infatti il parlamento israeliano rappresenta la
legalità dello Stato e la sua legittimità, e la partecipazione alle sue elezioni è un
riconoscimento da parte nostra della legittimità di questo Stato, che è costruito sulla
rovina del nostro popolo e della nostra società.
Inoltre, per partecipare alle elezioni della Knesset bisogna pronunciare il giuramento di
fedeltà allo stato di Israele e, soprattutto, bisogna ammettere l'ebraicità dello Stato.
Secondo la Legge Fondamentale delle Elezioni, punto 7 comma A, modificato nel 1984,
vengono escluse tutte le liste che non ammettono chiaramente la natura dello Stato, come
stato degli ebrei.
Per questo noi ci rifiutiamo di partecipare a questo gioco, e con la nostra astensione
alle elezioni proclamiamo al mondo la nostra sfiducia nel sistema israeliano e denunciamo
la natura razzista dello Stato. Israele è uno stato etnico religioso, non democratico; è
cioè Stato degli ebrei, che discrimina sistematicamente l'Altro, i nativi (suoi cittadini
palestinesi).
Il movimento, invece, crede nella lotta popolare e crede nella forza che le masse hanno,
se sono unite, di ottenere i loro diritti, sia quotidiani che nazionali.
Il movimento prevede che ogni soluzione del conflitto arabo israeliano, per avere
successo, deve prendere in considerazione la questione dei profughi palestinesi, sulla
base della risoluzione 194 che prevede chiaramente il diritto al Ritorno.
All'interno delle comunità
arabo-palestinesi in Israele, in questi ultimi anni, si è affermata un'altra forza
politica, l'Assemblea Nazionale Democratica, Al Tajamua, che è un partito liberale che si
considera nazionalista e partecipa alle elezioni parlamentari israeliane secondo le regole
democratiche dello stato. Questo partito riconosce che Israele rappresenta il diritto di
autodeterminazione del popolo ebraico e chiede il cambiamento dello Stato di Israele da
uno Stato degli ebrei a uno stato dei suoi cittadini.
Al Tajamua è considerato il partito delle élite degli arabi in Israele e assume delle
posizioni reazionarie nei confronti della questione operaia e del socialismo. Il leader di
questo gruppo, Azmi Bishara, per esempio, ha dichiarato che Che Guevara aveva fallito e
che non rappresenta nessuno stato rivoluzionario, e che l'identificazione giovanile con il
Che, attraverso le bandiere che lo rappresentano e i suoi ritratti, è soltanto un
atteggiamento idealista e insignificante. Inoltre, Bishara ha attaccato, in varie
occasioni, la festa del primo maggio e quello che rappresenta per la classe operaia.
Nei territori occupati nel 1967 sono attive
numerose organizzazioni; in questo particolare momento storico di lotta di liberazione
nazionale, alcune di queste organizzazioni collegano il piano della lotta nazionale con
quello della lotta di classe.
Tra questi ultimi abbiamo, innanzitutto, il
"Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina", FPLP, che è una forza
centrale nel panorama politico palestinese, che adotta il marxismo come metodo di analisi
e crede nella lotta armata come una via per la liberazione della Palestina. Il Fronte
Popolare crede che la soluzione del conflitto in Palestina passi attraverso la creazione
dello Stato Democratico Laico nella Palestina storica.
Il "Fronte Democratico per la
Liberazione della Palestina", FDLP, si considera un'organizzazione marxista e, negli
ultimi anni, è diventato un gruppo di élite. Il Fronte Democratico si è trovato, in
varie occasione, molto vicino alla destra palestinese, in particolare per quanto riguarda
gli accordi di Oslo, e chiede la creazione di uno stato palestinese accanto allo stato di
Israele.
Abbiamo anche il "Partito del Popolo
Palestinese", ex partito comunista, che concentra le sue attività
nell'associazionismo, nelle ONG, e nelle istituzioni della società civile. Le posizioni
politiche del Partito seguono molto le posizioni del Partito Comunista Israeliano, in
particolare la questione della creazione di due stati per due popoli; inoltre, il Partito
non adotta la lotta armata, cosa che lo ha reso abbastanza lontano dalle masse
palestinesi.
L'inizio della seconda Intifada è stato
caratterizzato da numerosi morti e da forti proteste dei palestinesi cittadini di Israele.
Questo ha messo in evidenza la difficile situazione dei cittadini arabi in Israele. Puoi
spiegarci in dettaglio, anche con esempi, quali sono le limitazioni dei diritti dei
palestinesi cittadini di Israele?
Innanzitutto non va dimenticato che lo stato
di Israele si definisce come lo Stato degli ebrei; definisce quindi i suoi cittadini arabi
come non ebrei, e rifiuta di riconoscere la loro identità nazionale e di considerarli
come una collettività, li considera solo come minoranze religiose. Da questo fatto, cioè
dalla natura ebraica di Israele, tutti i progetti e gli interessi dello Stato sono
proiettati verso la realizzazione di uno Stato ebraico, senza prendere in considerazione,
neanche minimamente, la presenza dell'Altro, i nativi palestinesi.
In Israele ci sono varie leggi che discriminano direttamente i cittadini palestinesi in
tutti i settori della vita, dall'educazione alla sanità, dai servizi pubblici ai fondi
destinati a municipi e comuni arabi, e soprattutto sul piano della confisca delle terre
arabe e della pianificazione urbanistica.
Per esempio, più del 40% delle terre arabe venne confiscato con la Legge sulla Proprietà
Assente del 1950. Con questa Legge i palestinesi che non riuscivano a far ritorno alle
proprie case o terre poiché i militari israeliani glielo impedivano, vennero classificati
come proprietari assenti, dando così modo allo Stato di requisire le loro terre
abbandonate. Questi Assenti-Presenti, assenti dalle loro proprietà e presenti come
cittadini nello Stato, costituiscono oggi tra il 30 e il 40% della popolazione palestinese
in Israele e sono conosciuti come i profughi interni.
La Legge del ritorno del 1950 concede automaticamente agli ebrei la cittadinanza
israeliana, da qualunque parte del mondo essi provengano, mentre i cittadini arabi, quando
si sposano con non ebrei, si vedono rifiutare la richiesta di ricongiungimento famigliare,
quando non vengono addirittura minacciati di espulsione dal paese. Per non parlare del
diritto al Ritorno dei profughi palestinesi che viene negato categoricamente!
Ci sono altre decine di Leggi che discriminano direttamente i cittadini arabi, come la
Legge Fondamentale dell'elezione e la Legge di emergenza che vengono applicate solo ai
cittadini arabi; la negazione della libertà di movimento, che impedisce arbitrariamente a
tanti attivisti palestinesi di muoversi liberamente (è il caso del segretario generale di
Abnaa el Balad, il compagno Muhamad Kanaana, che da circa 3 anni non può entrare nei
Territori per un ordine militare, e non può partire per la Giordania e l'Egitto, sempre
per ordini militari). Le leggi che regolano il sistema scolastico (nel settore arabo
questo sistema è sotto il diretto controllo dei servizi di sicurezza interni, lo Shin
Beit) stabiliscono come uno dei principali obiettivi la promozione della cultura ebraica e
sionista e la negazione della cultura nazionale palestinese e araba, cercando di formare
così uno studente arabo sottomesso, insicuro e alienato. Proprio una settimana fa è
arrivata una intimidazione da parte del ministro dell'educazione che minacciava i presidi
delle scuole arabe di bloccare immediatamente tutte le forme di raccolta di fondi e di
aiuti umanitari per i palestinesi nei Territori.
Abbiamo anche il problema dei Villaggi Arabi non Riconosciuti, in cui mancano gli
elementari servizi che ogni stato deve garantire ai suoi cittadini, come elettricità,
acqua potabile, fognature, scuole, centri di sanità e strade asfaltate. Ancora oggi lo
stato si rifiuta di riconoscere un centinaio di questi villaggi in cui vivono circa 80mila
persone, che non sono segnati su nessuna mappa dello stato nonostante la maggior parte di
loro esistano da decine di anni prima della creazione dello stato di Israele.
Ci sono molti casi in cui lo stato offre agevolazioni ai suoi cittadini, come l'acquisto
di una casa o un terreno, l'università, il posto di lavoro, dalle quali gli arabi vengono
esclusi perché non possono in nessun modo garantire le condizione richieste per usufruire
di queste agevolazioni, come l'essere un nuovo immigrato, essere un Haridi (religioso
ebraico) o aver fatto il servizio militare.
La solidarietà tra i palestinesi di
Israele e quelli dei territori occupati è ancora forte come all'inizio di questa Intifada
oppure, come sembra a noi dall'esterno, è andata diminuendo? Puoi fare esempi concreti?
Il tipo di solidarietà dei palestinesi
all'interno di Israele con i loro fratelli nei territori occupati ha visto dei cambiamenti
secondo la fase e la situazione politica del momento, ma il momento più significativo si
è verificato durante la prima settimana di questa Intifada, cioè nell'Ottobre del 2000,
quando si è ribellata tutta la Palestina, ai due lati della linea verde. La reazione
degli israeliani a questa forma di solidarietà è stata molto dura: sono stati uccisi 13
giovani palestinesi, ne sono stati feriti centinaia e arrestati a migliaia, e questa
reazione ha portato i leader politici arabi in Israele a intraprendere l'iniziativa di
bloccare e controllare le proteste e le manifestazioni popolari nei villaggi e nelle
città arabe. Noi pensiamo che questo sia avvenuto per il fatto che il movimento delle
masse stava superando le linee dei partiti e delle leadership arabe e questo ha spaventato
le leadership stesse e le ha condotte prendere in mano il controllo della situazione e a
trasformare la solidarietà in una semplice raccolta di fondi e di viveri e in numerose
manifestazioni pacifiche programmate in anticipo.
Oggi in Italia quasi tutte le
organizzazioni che solidarizzano con il popolo palestinese si schierano per l'ipotesi
"due popoli due stati". È davvero l'unica prospettiva possibile o esiste la
possibilità di uno stato unico? La consideri, magari a lungo termine, una soluzione
migliore di quella di un Mini-Stato Palestinese nei soli territori del '67?
Oggi tutte le forze democratiche e
progressiste in tutto il mondo si schierano e lottano per l'abbattimento di tutti i Muri e
per l'eliminazione dei confini tra i popoli, ma non si capisce perché solo in Palestina,
tante di queste forze, accettano di alzare un Muro e impiantare un grande filo spinato su
tutta la Linea Verde (la linea che divide la Palestina occupata nel '48 da quella occupata
nel '67)!
Noi di Abnna el Balad pensiamo che la soluzione di "due popoli due stati" non
sia l'unica soluzione; anzi, questa soluzione, a lungo termine, sarà un ostacolo per lo
sviluppo dell'area e della prosperità dei due popoli. Inoltre, come facciamo a creare due
stati in una zona così piccola con delle popolazioni intrecciate ai due lati della Linea
Verde? La natura geopolitica del paese e la sua composizione demografica, a lungo termine,
contrasta con questa divisione. L'unica soluzione che tiene in considerazione i legami dei
due popoli con questa terra sta nella creazione di un unico stato, lo Stato Democratico e
Laico della Palestina, in cui si danno uguali diritti sia agli arabi che agli ebrei.
Questa soluzione diventa ancora più praticabile se pensiamo ai profughi palestinesi e al
loro diritto di ritorno alle proprie case e terre da cui sono stati cacciati via nel '48,
diritto sancito dalla risoluzione numero 194 del 1948, dalla Assemblea Generale dell'ONU.
Questa soluzione risolve anche il problema degli arabi palestinesi in Israele che, invece,
con la creazione di due stati continuerebbero a vivere in un status di non ebrei e come
cittadini nello Stato, ma non dello Stato in quanto non sono, appunto, ebrei.
La possibilità che una soluzione del genere diventi praticabile comincia dal momento in
cui le due parti arrivano a una sorta di riconciliazione storica, come è avvenuto in
Sudafrica, e dal riconoscimento della responsabilità storica e morale dello Stato di
Israele e del movimento sionista (ma non degli ebrei, naturalmente) di quanto è accaduto
nel '48 e negli anni seguenti.
Noi crediamo che nel momento in cui eliminiamo le conseguenze del conflitto, cioè il
problema dei profughi palestinesi e il controllo militare di uno stato etnico religioso
sull'intera zona, e arriviamo alla creazione di un unico stato democratico che dia uguali
diritti sia agli arabi che agli ebrei, gli abitanti di questa terra potranno vivere
insieme pacificamente.
Come vedete tu e la tua organizzazione
l'iniziativa dei pacifisti israeliani in questa fase politica e in prospettiva? Avete
rapporti con loro? Quali reali possibilità hanno di incidere sull'azione di governo e
sull'opinione politica israeliana?
Possiamo dividere, a grande linee, le forze
pacifiste israeliane in due campi. Il primo, il più forte, si muove da posizioni sioniste
ed è attivo solo perché vede che l'esistenza di Israele dipende da un accordo con i
palestinesi e con il mondo arabo. Con questo campo noi non abbiamo nessun rapporto, in
quanto costituiscono parte del movimento sionista e sono d'accordo con esso sul fatto che
Israele deve continuare a preservare la sua natura ebraica ed essere l'avamposto della
borghesia ebraica e dell'imperialismo USA nel mondo arabo, e soprattutto, perché rifiuta
categoricamente il diritto di ritorno dei profughi palestinesi.
Il secondo campo, che è ancora debole nella società israeliana, è quello della sinistra
radicale, che rifiuta la natura ebraica dello stato e ammette il diritto dei profughi
palestinesi e lotta per la creazione di un unico stato in Palestina per i due popoli.
Con questo campo abbiamo dei buoni e forti rapporti e cerchiamo, insieme, di aumentare la
sua forza all'interno della società israeliana. Voglio ricordare che all'interno del
nostro movimento ci sono dei compagni ebrei.
In questo momento stiamo cercando insieme di costituire un fronte comune, di arabi ed
ebrei, sulla base dell'applicazione del diritto di ritorno dei profughi palestinesi, della
lotta comune contro l'apartheid israeliano e della creazione di un unico stato democratico
in Palestina.
In Italia e in Europa, la destra
sostenitrice di Israele e della politica imperialista (insieme a gruppi e intellettuali di
centro e di sinistra) gioca strumentalmente la carta dell'antisemitismo, propagandando
l'inaccettabile equazione filopalestinese = antisemita = terrorista. A dire il vero
all'interno della sinistra europea persistono venature antiebraiche mai del tutto chiarite
e risolte. Quale peso ha, se ne ha, questo sentimento nei rapporti tra palestinesi ed
ebrei in Israele?
È sicuramente sbagliato e fuorviante
considerare ogni persona filopalestinese, e che si opponga alle politiche di Israele in
Palestina, un antisemita. Noi arabi discendiamo da origine semita, ed è una cosa ridicola
accusarci di antisemitismo. Il movimento sionista e i sui sostenitori hanno usato in modo
strumentale il concetto di antisemitismo per coprire i crimini di Israele in Palestina.
Infatti, ogni persona che si opponga alle politiche di Israele e del suo esercito viene
accusato di antisemitismo, e non importa se sia un arabo o un occidentale o perfino un
ebreo, come è successo con una famosa cantante israeliana che aveva dichiarato che i
soldati israeliani si stanno comportando con i prigionieri palestinesi allo stesso modo
dei nazisti con gli ebrei.
Sicuramente, sentimenti antiebraici, ma anche antiarabi e antipalestinesi, hanno un forte
peso nelle relazioni tra arabi ed ebrei, e alimentano le diffidenze, che sono già enormi,
tra le due parti, anche se i palestinesi, generalmente, non hanno atteggiamenti antisemiti
e tantomeno antiebraiche, ma principalmente la loro posizione è antisionista.