| Siamo al dunque. I prossimi sei mesi saranno cruciali per l'esito dello
scontro in atto sui diritti del lavoro. Le forze del capitale a livello europeo sono
coscienti che proprio nel nostro paese ci troviamo, dopo lo sciopero generale del 18
ottobre, sul crinale tra l'affermazione della nostra controffensiva e una disfatta, che
vanificherebbe le possibilità stesse di ripresa della lotta di classe per un tempo assai
lungo. I milioni di lavoratori e di lavoratrici scesi nelle piazze in questi mesi,
insieme al risveglio e al protagonismo di altri settori della società, entrambi sospinti
dall'entrata sulla scena mondiale del movimento antiglobalizzazione, rappresentano
un'opportunità straordinaria che però non ci è concessa ad infinitum. E data la crisi
della politica, è la nuova soggettività politica dei movimenti sociali a doversi porre
concretamente il problema e il Forum sociale europeo è la sede per cominciare ad
affrontarlo con lucidità. E' per questo che il governo Berlusconi, ma insieme a lui non
casualmente, gli organismi sovrannazionali che determinano le politiche liberiste, tenta
in ogni modo di sabotare l'appuntamento di Firenze. Sappiamo tutti bene che l'arretramento
dei rapporti di forza nei luoghi di lavoro continua a provocare la solitudine operaia di
fronte al proprio padrone, anche all'indomani di una grande giornata di mobilitazione
nazionale. Sappiamo tutti bene che cosa significa avere a che fare con gli accordi
separati e con piattaforme contrattuali differenti a causa innanzitutto dello strame delle
più elementari regole democratiche perpetrato da alcune organizzazioni sindacali. E
sappiamo bene quanto ciò pesi su lotte come quella difficilissima dei lavoratori della
Fiat, che da soli non possono vincere e che, anzi, oltre alla mobilitazione di tutti i
metalmeccanici, necessitano di una più vasta mobilitazione sociale a sostegno di quella
che non è una normale vertenza.
Ma è proprio per questo che è limitativo e insufficiente il terreno della
solidarietà, quand'anche nelle forme più avanzate e costruttive quali quelle
sperimentate con i tentativi generosissimi di "generalizzazione" degli scioperi
generali da parte di settori del movimento. Servono chiarezza negli obiettivi e
determinazione nei tempi e nelle proposte di organizzazione e di iniziativa.
L'ambiguità dell'Ulivo
In parlamento, in una sorta di indifferenza generale si sta consumando la più devastante
destrutturazione del mercato del lavoro e precarizzazione dei rapporti di lavoro, frutto
del "Libro bianco" di Maroni e del "Patto per l'Italia". Dopo
l'applicazione delle norme sul contratto di soggiorno per gli immigrati e insieme
all'attacco alle condizioni di protezione e sicurezza sociale contenute nella finanziaria,
l'approvazione delle norme previste dal "collegato sul lavoro" sarà di tale
portata e di tale organicità con la cancellazione dell'articolo 18 dello Statuto
(provvisoriamente stralciato) da chiudere con una pietra tombale il tema dei diritti del
lavoro. Un aiuto, non del tutto insperato, a Confindustria, è offerto dal progetto di
riforma dello Statuto dei Lavoratori da parte di senatori del centrosinistra, in
gestazione dall'inizio dell'anno, che si propone di superare la separazione giuridica tra
rapporto di lavoro dipendente e autonomo, attraverso l'istituzione del rapporto di lavoro
"economicamente dipendente". Dietro la finalità dichiarata di estendere a tutti
i lavoratori alcuni diritti fondamentali, c'è in realtà la rimessa in discussione di
prerogative e tutele essenziali oggi garantite al lavoratore dipendente.
Ciò spiega le aperture degli stessi esponenti dell'Ulivo in sede parlamentare sui
contenuti del "Libro bianco", le cui origini sono da ascrivere, com'è assai
noto, agli esperti degli uffici studi del precedente governo diretti dal professor Tiziano
Treu.
Allora bisogna innanzitutto sgombrare definitivamente il campo, almeno nella sinistra
antiliberista, dall'equivoco rappresentato dal lavoro atipico dilagante. Nel 90% dei casi
si tratta di lavoro classicamente dipendente regolabile con contratti a tempo
indeterminato e la conferma è venuta dallo stesso presidente di Confindustria, che ha
ammesso il ricorso al lavoro falsamente autonomo «a causa dell'eccessiva rigidità del
mercato del lavoro dipendente». Qualsiasi tolleranza sulle presunte flessibilità
positive date da rapporti di lavoro che sfuggono alla contrattazione collettiva
rappresenta un lusso, o meglio un'illusione che non ci possiamo permettere.
La vittoria nel referendum per l'estensione dell'articolo 18 a tutti i lavoratori
dipendenti è la precondizione non solo per difendere efficacemente il diritto per chi
già ne dispone, ma per poterlo estendere anche ad altre condizioni lavorative. Non si è
mai visto che l'estensione di un diritto alle situazioni più deboli avvenga mentre lo
tolgono a quelle più forti.
Se lo stesso movimento antiglobalizzazione, che ha assunto nel suo programma la lotta
contro la precarietà e il degrado delle condizioni di lavoro nel mondo, è rimasto finora
spettatore nella campagna referendaria, ora che la partita è cominciata, grazie al
raggiungimento delle firme necessarie, deve attrezzarsi per vincerla.
Tutti precari
Occorre un salto di qualità nella lotta contro la precarietà globale, che vada oltre
l'organizzazione di coloro che sono tradizionalmente precari e oltre lo stesso ambito
sindacale. In primo luogo, perché appunto è in atto la precarizzazione di tutti i
rapporti di lavoro ed è quindi problema di tutto il movimento dei lavoratori; e,
secondariamente, perché di questa battaglia di civiltà bisogna rendere protagonisti
altri soggetti: dalle associazioni dei migranti agli intellettuali, agli operatori del
diritto. Nelle conferenze sulla precarietà previste al Forum sociale di Firenze bisogna
discutere certamente di "reddito sociale europeo" a garanzia di una resistenza
contro il workfare e l'accettazione di qualsiasi impiego senza regole contrattuali,
insalubre e sottopagato. Ma nella piattaforma occorre definire quali nuove rigidità
introdurre nel mercato del lavoro, quali restrizioni alle flessibilità strappare nei
contratti nazionali, quali diritti irrinunciabili scrivere nella Convenzione europea, che
sta portando a termine i suoi lavori senza assumere integralmente i diritti sociali
presenti nelle Costituzioni nazionali.
Separare la battaglia per il reddito sociale da quella per i diritti del lavoro, in
assenza di adeguati rapporti di forza che solo le rigidità delle regole possono
consentire, ridurrebbe l'obiettivo a puro desiderio o - peggio - potrebbe contrapporli ad
altri strumenti di protezione sociale.
Anche su terreno del salario sociale vale lo stesso ragionamento dei diritti: è
efficace e comprensibile la rivendicazione se concepita come estensione e qualificazione
degli ammortizzatori sociali (cassa integrazione e mobilità) a tutte le figure del lavoro
precario e del non lavoro che non ce l'hanno.
O si vince o si perde
Serve un Movimento per i diritti del lavoro, in Italia e in Europa, per sconfiggere l'asse
Blair-Aznar-Berlusconi che a Siviglia ha tracciato le modalità di destrutturazione del
movimento operaio e per rilanciare una mobilitazione per l'Europa sociale dopo gli
scioperi generali che, su analoghi contenuti, hanno coinvolto Grecia, Spagna e Italia e le
tante vertenze di categoria sparse per tutto il continente. Un Movimento parte di una
battaglia più generale per i diritti sociali e di cittadinanza che l'Europa liberista
vorrebbe degradare a interventi caritatevoli o a regalie.
Il disegno di legge stralcio sull'articolo 18 arriverà al Senato all'inizio del
prossimo anno, proprio quando la Corte costituzionale si pronuncerà sull'ammissibilità
del Referendum, in virtù del quale sarà possibile legiferare esclusivamente in direzione
di quanto indicato dal quesito estensivo dei diritti.
Se il movimento di lotta che ha prodotto due scioperi generali sarà in piedi, se il
movimento antiglobalizzazione farà la sua piattaforma per l'estensione dei diritti del
lavoro, contribuendo ad allargare il fronte politico e sindacale referendario, c'è
concretamente la possibilità di vincere. Sapendo che in questa sfida il pareggio non è
contemplato.
Sull'articolo 18 due anni fa nel referendum dei radicali vinse chiaramente il
"no", ma oggi per vincere sul serio bisogna portare a votare la maggioranza
assoluta dei cittadini italiani. Si tratta di un lavoro di lunga lena; neppure un giorno
può essere perduto.
|