Serve un Movimento per i diritti del lavoro
di Giorgio Cremaschi e Gigi Malabarba

31 ottobre 2002

 

Siamo al dunque. I prossimi sei mesi saranno cruciali per l'esito dello scontro in atto sui diritti del lavoro. Le forze del capitale a livello europeo sono coscienti che proprio nel nostro paese ci troviamo, dopo lo sciopero generale del 18 ottobre, sul crinale tra l'affermazione della nostra controffensiva e una disfatta, che vanificherebbe le possibilità stesse di ripresa della lotta di classe per un tempo assai lungo.

I milioni di lavoratori e di lavoratrici scesi nelle piazze in questi mesi, insieme al risveglio e al protagonismo di altri settori della società, entrambi sospinti dall'entrata sulla scena mondiale del movimento antiglobalizzazione, rappresentano un'opportunità straordinaria che però non ci è concessa ad infinitum. E data la crisi della politica, è la nuova soggettività politica dei movimenti sociali a doversi porre concretamente il problema e il Forum sociale europeo è la sede per cominciare ad affrontarlo con lucidità. E' per questo che il governo Berlusconi, ma insieme a lui non casualmente, gli organismi sovrannazionali che determinano le politiche liberiste, tenta in ogni modo di sabotare l'appuntamento di Firenze. Sappiamo tutti bene che l'arretramento dei rapporti di forza nei luoghi di lavoro continua a provocare la solitudine operaia di fronte al proprio padrone, anche all'indomani di una grande giornata di mobilitazione nazionale. Sappiamo tutti bene che cosa significa avere a che fare con gli accordi separati e con piattaforme contrattuali differenti a causa innanzitutto dello strame delle più elementari regole democratiche perpetrato da alcune organizzazioni sindacali. E sappiamo bene quanto ciò pesi su lotte come quella difficilissima dei lavoratori della Fiat, che da soli non possono vincere e che, anzi, oltre alla mobilitazione di tutti i metalmeccanici, necessitano di una più vasta mobilitazione sociale a sostegno di quella che non è una normale vertenza.

Ma è proprio per questo che è limitativo e insufficiente il terreno della solidarietà, quand'anche nelle forme più avanzate e costruttive quali quelle sperimentate con i tentativi generosissimi di "generalizzazione" degli scioperi generali da parte di settori del movimento. Servono chiarezza negli obiettivi e determinazione nei tempi e nelle proposte di organizzazione e di iniziativa.


L'ambiguità dell'Ulivo
In parlamento, in una sorta di indifferenza generale si sta consumando la più devastante destrutturazione del mercato del lavoro e precarizzazione dei rapporti di lavoro, frutto del "Libro bianco" di Maroni e del "Patto per l'Italia". Dopo l'applicazione delle norme sul contratto di soggiorno per gli immigrati e insieme all'attacco alle condizioni di protezione e sicurezza sociale contenute nella finanziaria, l'approvazione delle norme previste dal "collegato sul lavoro" sarà di tale portata e di tale organicità con la cancellazione dell'articolo 18 dello Statuto (provvisoriamente stralciato) da chiudere con una pietra tombale il tema dei diritti del lavoro. Un aiuto, non del tutto insperato, a Confindustria, è offerto dal progetto di riforma dello Statuto dei Lavoratori da parte di senatori del centrosinistra, in gestazione dall'inizio dell'anno, che si propone di superare la separazione giuridica tra rapporto di lavoro dipendente e autonomo, attraverso l'istituzione del rapporto di lavoro "economicamente dipendente". Dietro la finalità dichiarata di estendere a tutti i lavoratori alcuni diritti fondamentali, c'è in realtà la rimessa in discussione di prerogative e tutele essenziali oggi garantite al lavoratore dipendente.

Ciò spiega le aperture degli stessi esponenti dell'Ulivo in sede parlamentare sui contenuti del "Libro bianco", le cui origini sono da ascrivere, com'è assai noto, agli esperti degli uffici studi del precedente governo diretti dal professor Tiziano Treu.

Allora bisogna innanzitutto sgombrare definitivamente il campo, almeno nella sinistra antiliberista, dall'equivoco rappresentato dal lavoro atipico dilagante. Nel 90% dei casi si tratta di lavoro classicamente dipendente regolabile con contratti a tempo indeterminato e la conferma è venuta dallo stesso presidente di Confindustria, che ha ammesso il ricorso al lavoro falsamente autonomo «a causa dell'eccessiva rigidità del mercato del lavoro dipendente». Qualsiasi tolleranza sulle presunte flessibilità positive date da rapporti di lavoro che sfuggono alla contrattazione collettiva rappresenta un lusso, o meglio un'illusione che non ci possiamo permettere.

La vittoria nel referendum per l'estensione dell'articolo 18 a tutti i lavoratori dipendenti è la precondizione non solo per difendere efficacemente il diritto per chi già ne dispone, ma per poterlo estendere anche ad altre condizioni lavorative. Non si è mai visto che l'estensione di un diritto alle situazioni più deboli avvenga mentre lo tolgono a quelle più forti.

Se lo stesso movimento antiglobalizzazione, che ha assunto nel suo programma la lotta contro la precarietà e il degrado delle condizioni di lavoro nel mondo, è rimasto finora spettatore nella campagna referendaria, ora che la partita è cominciata, grazie al raggiungimento delle firme necessarie, deve attrezzarsi per vincerla.


Tutti precari
Occorre un salto di qualità nella lotta contro la precarietà globale, che vada oltre l'organizzazione di coloro che sono tradizionalmente precari e oltre lo stesso ambito sindacale. In primo luogo, perché appunto è in atto la precarizzazione di tutti i rapporti di lavoro ed è quindi problema di tutto il movimento dei lavoratori; e, secondariamente, perché di questa battaglia di civiltà bisogna rendere protagonisti altri soggetti: dalle associazioni dei migranti agli intellettuali, agli operatori del diritto. Nelle conferenze sulla precarietà previste al Forum sociale di Firenze bisogna discutere certamente di "reddito sociale europeo" a garanzia di una resistenza contro il workfare e l'accettazione di qualsiasi impiego senza regole contrattuali, insalubre e sottopagato. Ma nella piattaforma occorre definire quali nuove rigidità introdurre nel mercato del lavoro, quali restrizioni alle flessibilità strappare nei contratti nazionali, quali diritti irrinunciabili scrivere nella Convenzione europea, che sta portando a termine i suoi lavori senza assumere integralmente i diritti sociali presenti nelle Costituzioni nazionali.

Separare la battaglia per il reddito sociale da quella per i diritti del lavoro, in assenza di adeguati rapporti di forza che solo le rigidità delle regole possono consentire, ridurrebbe l'obiettivo a puro desiderio o - peggio - potrebbe contrapporli ad altri strumenti di protezione sociale.

Anche su terreno del salario sociale vale lo stesso ragionamento dei diritti: è efficace e comprensibile la rivendicazione se concepita come estensione e qualificazione degli ammortizzatori sociali (cassa integrazione e mobilità) a tutte le figure del lavoro precario e del non lavoro che non ce l'hanno.


O si vince o si perde
Serve un Movimento per i diritti del lavoro, in Italia e in Europa, per sconfiggere l'asse Blair-Aznar-Berlusconi che a Siviglia ha tracciato le modalità di destrutturazione del movimento operaio e per rilanciare una mobilitazione per l'Europa sociale dopo gli scioperi generali che, su analoghi contenuti, hanno coinvolto Grecia, Spagna e Italia e le tante vertenze di categoria sparse per tutto il continente. Un Movimento parte di una battaglia più generale per i diritti sociali e di cittadinanza che l'Europa liberista vorrebbe degradare a interventi caritatevoli o a regalie.

Il disegno di legge stralcio sull'articolo 18 arriverà al Senato all'inizio del prossimo anno, proprio quando la Corte costituzionale si pronuncerà sull'ammissibilità del Referendum, in virtù del quale sarà possibile legiferare esclusivamente in direzione di quanto indicato dal quesito estensivo dei diritti.

Se il movimento di lotta che ha prodotto due scioperi generali sarà in piedi, se il movimento antiglobalizzazione farà la sua piattaforma per l'estensione dei diritti del lavoro, contribuendo ad allargare il fronte politico e sindacale referendario, c'è concretamente la possibilità di vincere. Sapendo che in questa sfida il pareggio non è contemplato.

Sull'articolo 18 due anni fa nel referendum dei radicali vinse chiaramente il "no", ma oggi per vincere sul serio bisogna portare a votare la maggioranza assoluta dei cittadini italiani. Si tratta di un lavoro di lunga lena; neppure un giorno può essere perduto.