In un documento di sei pagine la Casa Bianca parla esplicitamente di un possibile ricorso all'atomica in un conflitto contro l'Iraq e in tutti quelli futuri

Bush pronto a usare il nucleare

Stefania Podda

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La notizia è contenuta in un breve passaggio di un documento di sei pagine prodotte dall'amministrazione Bush: «Gli Usa continueranno a sostenere che si riservano il diritto di rispondere con una forza schiacciante, incluso il ricorso a tutte le opzioni, all'uso di armi di distruzione di massa contro il loro territorio, le loro forze all'estero e i loro amici e alleati».

"Tutte le opzioni", vale a dire armi nucleari comprese, come spiega la frase successiva: «Oltre alla nostra capacità di risposta convenzionale e nucleare e alle capacità di difesa, la nostra dissuasione globale contro la minaccia della armi di sterminio di massa è rafforzata da un'intelligence efficace e dalla sorveglianza, dalla interdizione e dall'applicazione delle leggi sul territorio internazionale».

Con questo passaggio il documento aggiorna - per la prima volta dal '93 - la strategia di Washington contro le armi bio-chimiche e nucleari. La strategia di dissuasione rivista e corretta prevede stavolta anche la minaccia esplicita dell'uso dell'atomica. Minaccia peraltro anticipata in occasione della guerra in Afghanistan quando il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld disse di «non escludere» il ricorso alle armi nucleari, qualora fosse stato «necessario». Stavolta il monito è rivolto in particolare al prossimo obiettivo americano, l'Iraq di Saddam Hussein, ma il nuovo concetto di deterrenza secondo la Casa Bianca è declinabile a tutti i futuri conflitti contro i paesi dell'"asse del male" e i nemici a vario titolo degli Stati Uniti.

Un salto di qualità evidente, un tassello fondamentale nella dottrina dell'attacco preventivo adottata dalla Casa Bianca. Una posizione assunta oramai da parecchi mesi a Washington, ma formalizzata ora non solo nelle dichiarazioni estemporanee dei membri dell'amministrazione Bush, ma anche in un documento ufficiale distribuito alla stampa.

Ma non basta. Secondo il quotidiano "Usa Today", infatti, gli Stati Uniti sarebbero pronti ad impiegare nella guerra contro l'Iraq anche quelle mine anti-uomo messe al bando da 146 paesi, e responsabili della morte e della mutilazione di 20mila persone - l'80 per cento civili e soprattutto bambini - ogni anno. Nella lista ci sono tutti i paesi della Nato, ad eccezione della Turchia e degli Usa che non hanno firmato il trattato del 1997 per la messa al bando. Un anno dopo, nel '98, l'ex presidente Bill Clinton accettò di procedere alla graduale eliminazione di queste armi in dotazione alle forze statunitensi. «Sarebbe un grande errore per noi usare le mine anti-uomo in Iraq», ha subitop detto il senatore Patrick Leahy, in questi anni figura di primo piano della campagna contro l'uso di queste armi «superate e indiscriminate». Ma, secondo il quotidiano, il Pentagono ha già provveduto a depositare scorte di mine nelle basi americane di Bahrein, Qatar, Oman, Kuwait, Arabia Saudita e a Diego Garcia. E si prepara ad usarle, come peraltro ha già fatto nella prima guerra del Golfo.