Le meline del Sangiaccato

appunti di viaggio della delegazione di Most za Beograd – luglio 2002

Mariella Cataldo

 

 


   Arrivare a Cattaro all’alba del 19 luglio 2002 è come aprire uno scrigno e perdere gli occhi dietro un’acquamarina purissima: è l’azzurro mediterraneo di Byron e dei fratelli Schlegel. Poi, pian piano, ti accorgi delle montagne traforate, veri gioielli di oro bianco anneriti dal tempo, in cui la macchia mediterranea è incastonata come verde smeraldo, e le case, vera madreperla ricoperta da corallo. I doganieri montenegrini, gentili e dalle spalle quadrate, ci frugano i bagagli, ma, appena sentono che siamo diretti a Kragujevac, ci fanno passare senza costringerci a smontare la macchina stracarica all’inverosimile. Forse, sono degli jugoslavisti e conservano la memoria storica della solidarietà di una Jugoslavia che non esiste più. E così, passano senza problemi le nostre casse di digitalina e di altri medicinali per il presidio sanitario della Zastava e i valigioni di vestiti regalati da un negozio di Bari e dalla mamma di Alice per i profughi serbi che l’UCK ha cacciato dal Kosovo, i numerosi regali e letterine che i donatori di Bari mandano ai loro bambini della Zastava. Con noi abbiamo anche il denaro delle adozioni a distanza, che consegneremo personalmente ai 221 bambini adottati. Ci augurano con un sorriso il buon viaggio.

   È un vero e proprio tuffo nelle acacie, lentischi, malva rosa, accompagnato da un’orchestra di cicale che suonano il charango. Abbiamo ancora nelle orecchie le canzoni di Theodorakis e di Zambetas della nave greca con equipaggio ucraino. All’improvviso, tra le montagne, appare una bellissima insenatura marina: è Budva. Pierfrancesco, promettente dottore in scienze forestali, che da queste parti ci viene spesso ed è sempre alla ricerca della sua faggeta, dice che qui non vale tanto lo spazio, quanto il tempo che ci vuole per colmare una certa distanza. E Lisa, giovane psicologa, affascinata, fa le prime riprese.

   La Land Rover procede a passo d’uomo e in mezza giornata arriviamo a Kolašin, dove conosceremo Vera e Danjel Vincek, che custodiscono nel loro orto botanico la cachris ferulacea o silfio cirenaico, pianta medicinale di cui parla anche Plinio e ora ritrovata in Montenegro, la dioscorea balcanica (per curare l’Aids e l’Evola) la dafnae e il pino peucets (pino a cinque aghetti o “pino carezzevole”, come dirà amorevolmente Danjel). Tutto sarà “interessante”, per dirla con Bato, che a Kolašin ci fa gli onori di casa. Al nostro rientro in Italia sapremo la triste notizia della morte per un banale incidente di montagna di Vera, straordinaria donna jugoslavista e fiera oppositrice della “guerra umanitaria” della NATO.

   Tra fichi e melograni fioriti e lecci, spuntano i cartelloni pubblicitari di Biagiotti e Pistolato, che qui sono di casa. Incontriamo macchine di jugoslavisti con il loro bollino “YU” e macchine di separatisti - col bollino bianco e una croce rossa - e qualche eroica sbuffante vecchia seicento. Io ascolto, mentre aspiro forte odore di ferro bruciato, il respiro della terra e i suoni animali e annoto: è molto meglio che fare i verbali scolastici!

   I pini mughi e le ginestre fiorite ci avvertono che stiamo salendo, e lo scatenato Bregovic rompe la pace dei luoghi. Violacciocche selvagge e sambuco adornano il lago di Scutari e sembra di essere sul Carso. Tagliamo Podgorica (ex Titograd) dove, lungo i viali di platani e cipressi, vendono angurie e collane di fichi secchi. Zingarellini strepitanti ci assalgono ai semafori come pulci nere e secche.

   Pierfrancesco ci avverte che domani attraverseremo il Sangiaccato di Novi Pazar (diviso a metà tra Serbia e Montenegro), costruito come Stato cuscinetto dai Turchi per separare due popolazioni. Lungo la strada, verdi e rosse, le meline del Sangiaccato ci guidano al monastero di Moraca e agli affreschi su San Nicola. È un’oasi nel verde: il giardino con arnie, un cimiterino, cespugli di ortensie, gatti addormentati, cicale e un ruscellino freschissimo, in cui i monaci si lavano le mani. Fumo una sigaretta sotto un’acacia e mi sembra un sacrilegio. Qui, il fiume Tara, con la Piva, forma la Drina e poi la Sava e, a Belgrado, confluisce nel Danubio e poi va a morire nel Mar Nero.

   A Kolašin respiriamo tiglio fiorito e mangiamo i feferoni (peperoncini arrostiti piccantissimi) da cui non riusciremo più a separarci, nonostante le nostre lingue fumino come quelle del drago di San Giorgio.

 

   Sabato 20 entriamo a Vjelo Polje (paese musulmano) e nel Sangiaccato. In un cielo di meli, ci salutano in lontananza un minareto e ancora zingari sul bordo della strada e donne coi tipici pantaloni turcomanni. Esso è un avamposto che, attraverso una lunga gola selvaggia, ci porterà in Serbia. Tra villaggi sparsi arriviamo al confine con la Serbia, ma il doganiere non si accorge neppure che stiamo passando. Visitiamo il monastero di Mileševa a Prijepolje, dove sventola una bandiera serba con quattro C (solo la solidarietà salverà i serbi) e un pope esuberante porta a spasso un canone con una lunga catena. Lungo il viaggio, la verzura e il fogliame diventano cupi e incontriamo cimiterini in pietra nera tra le case, in pieno villaggio. Qui la vita e la morte sono sorelle siamesi. I telefonini mi fanno impazzire! E Rajka è già sulle nostre tracce.

 

   Arriviamo a Kragujevac, alla sede del sindacato Samostalni dove ci accoglie un manifesto regalato da una delegazione italiana sulla manifestazione di marzo e lo sciopero generale di aprile e questo mi riempie d’orgoglio. Qualcosa di buono noi italiani siamo stati capaci di farla.

   A Rajka Andrea chiede a bruciapelo: “La Zastava muore?”. Rajka risponde: “La Zastava è come un gigante, non può morire tutta in una volta, ma agonizzerà per molto. Il nostro paese fa i debiti con l’estero, debiti che i nostri figli dovranno restituire”. Raccogliamo le prime notizie sulla situazione economica in Serbia dal segretario del sindacato, Rade Delic, che esordisce dicendoci che una fabbrica tessile del valore di due milioni di marchi sarà venduta per 400.000 a un acquirente belga. Il processo di privatizzazione delle imprese - un tempo autogestite - che il governo serbo ha avviato su pressioni del Fondo monetario internazionale, stenta ancora a decollare per scarso interesse dei nuovi acquirenti. L’orientamento del governo è quello di procedere comunque, ad ogni costo, mettendo in vendita le imprese da privatizzare ad un prezzo notevolmente inferiore rispetto al loro valore. Il risultato sarà una colossale svendita di un patrimonio che i lavoratori jugoslavi avevano contribuito con il loro lavoro e la loro fatica a mettere insieme. Una dozzina di grandi imprese (cemento, olio, fabbricati turistici, ma sinora nessuna grande impresa metalmeccanica) sono state privatizzate e svendute. Formalmente, il 35% del valore delle imprese autogestite appartiene ancora ai lavoratori e, al momento della vendita, ognuno di essi dovrebbe ricevere la quota spettante, ma i lavoratori di fatto hanno ricevuto solo un pugno di carte.

 

   Contro la politica governativa di privatizzazioni e licenziamenti, il sindacato prevede di indire in autunno lo sciopero generale. I prezzi aumentano di giorno in giorno e la politica del governo Ðindic vi contribuisce a piene mani. Il prezzo della corrente elettrica – annuncia la signora ministro dell’energia – aumenterà del 50%. In una trasmissione televisiva uno ha chiesto come fare a pagare gli arretrati e lei ha risposto: “Fate come mia madre, che ha venduto un appartamento di 120 mq in cambio di uno di 30 per pagare i debiti di oggi e di domani”. E lo spettatore, che non aveva appartamenti né di 120 né di 30 mq, se n’è andato ancora più arrabbiato.

 

   Oggi c’è stato un incendio alla centrale elettrica di Obelic in Kosovo. Sono morti un esperto croato e trenta operai. La gente è arrabbiata. Fanno imbrogli sugli arretrati. Il direttore albanese della centrale termica ha detto che la situazione è sotto controllo, hanno evacuato la KFOR e i cittadini di tutti i paesi vicini. Nel Kosovo da ieri non c’è corrente. In Kosovo, etnicamente pulito dalla NATO, i serbi sono una rarità e vivono come gli indiani d’America nelle riserve.

   In Kosovo, a Bondsteel, c’è la più grande base americana costruita all'estero dai tempi del Vietnam. È localizzata vicino ad oleodotti e corridoi energetici di vitale importanza, al momento ancora in costruzione, come ad esempio l'oleodotto trans-balcanico, sponsorizzato dagli Stati Uniti. Nel giugno del 1999, all'indomani della fine dei bombardamenti NATO sulla Jugoslavia, forze americane si impossessarono di 1000 acri di terra coltivabile nel sud-est del Kosovo, in località Uroševac, vicino al confine con la Macedonia, e incominciarono la costruzione di una base. Camp Bondsteel è noto come "la grande signora" di una rete di basi americane attive su entrambi i lati del confine tra Kosovo e Macedonia. In meno di tre anni è stato trasformato da un accampamento di tende in una base iper-tecnologica, autosufficiente, che ospita quasi 7.000 soldati, tre quarti del totale delle truppe americane presenti in Kosovo. Vi sono più di 25 Km di strade e più di 300 edifici, circondati da oltre 14 Km di barriere in cemento e terra, 84 km di filo spinato e 11 torrette d'avvistamento. È così grande che ha un centro e anche quartieri periferici, negozi, palestre aperte 24 ore su 24, una cappella, una biblioteca e l'ospedale meglio attrezzato d'Europa. Al momento vi sono 55 elicotteri Black Hawk e Apache, e sebbene non vi sia una pista d'atterraggio, il luogo è stato scelto proprio per le possibilità d'espansione. Vi sono indizi infatti che suggeriscono che Bondsteel possa sostituire in un futuro la base dell'aviazione di Aviano in Italia. Potrebbe già essere operativa per l’aggressione all’Iraq.

 

   Alla Zastava, chi mantiene il posto di lavoro percepisce 100 euro al mese, che se ne vanno quasi tutti in spese di trasporto. Chi è iscritto all’ufficio di collocamento prende 50 euro. Rajka ci riferisce di un caso di cui hanno parlato i giornali: un operaio handicappato si è recato con suo figlio al sindacato. Rischiava di essere buttato fuori di casa, voleva accamparsi sotto gli uffici del comune. Non poteva neppure essere aiutato dallo Stato perché non ha mai fatto la carta di invalidità. Si è impiegato alla Zastava e quando è stato licenziato è andato a chiedere il sussidio, ma non gliel’hanno dato perché non risultava ufficialmente handicappato. Poi è arrivato il compagno Vlaic da Trieste, dell’associazione “Zastava”, che, come noi, organizza le adozioni a distanza, e gli ha dato un sussidio di 600 marchi. Ne hanno parlato anche i giornali. In questa situazione di sfacelo Ðindic continua a svendere la dignità nazionale: ultimamente ha fatto un accordo con la Croazia, i croati possono venire in Serbia senza visto, i serbi per andare in Croazia devono avere il visto.

 

   La domenica è giorno di distribuzione degli aiuti di Bari ai bambini della Zastava. Molti bambini li trovo cresciuti, e questo mi rende felice perché immagino quanti litri di latte abbiamo potuto regalare loro per aiutarli a crescere. C’è anche la televisione che ci riserverà cinque minuti al telegiornale della sera. Ai bambini mi rivolgo così:

Cari bambini, vi porto una carezza e un bacio affettuoso di tutti i donatori italiani. I nuovi barbari del XXI secolo hanno ora rivolto le loro pesanti attenzioni ad altri popoli del mondo – afghano, palestinese, irakeno, cubano, coreano – questi sono nelle lista nera di chi non perdona i popoli che mantengono un briciolo di dignità e orgoglio nazionale. Nel nostro paese e in tutto il mondo spira un vento di destra, il nostro governo di destra chiude le frontiere a chi vuole venire in Italia e prende le impronte digitali degli stranieri. Se i nostri governi vogliono alzare barriere per dividere i popoli, noi le abbatteremo costruendo ponti di solidarietà. Ogni giorno dobbiamo costruire argini alla diga della memoria, perché le sue acque non vadano disperse e possano nutrire le future generazioni. L’oblio non deve vincere sulla memoria e se anche è doloroso ricordare, dobbiamo farlo, perché gli errori del passato non si ripetano. Ma, come diceva Antonio Gramsci, il grande compagno italiano condannato a morire in carcere dai fascisti: “pessimismo della conoscenza, ottimismo della volontà”. Così costruiremo sulle macerie del mondo prodotte dai nuovi barbari del XXI secolo. Se ci tenderemo la mano e ci stringeremo in un grande abbraccio internazionalista, ricostruiremo i ponti distrutti e abbatteremo le mura delle prigioni del mondo. Varcheremo le colonne d’Ercole del mondo senza paura di cadere nel vuoto, conosceremo il fondo della disperazione e risaliremo alla luce cancellando le impronte digitali della barbarie e costruiremo sulle macerie della inciviltà i templi di una umanità futura.

   Andrea dice:

In questo momento non è facile portare avanti progetti di solidarietà. I nostri mass media non parlano più, per nulla, della Jugoslavia. L’ultima volta che ne hanno parlato con un certo rilievo è stato quando a febbraio è iniziato all’Aja il processo contro Slobodan Miloševic. È stato annunciato come il “processo del secolo”, in cui dimostrare le colpe di Miloševic e del popolo jugoslavo per assolvere la NATO e le sue infamie, ma poiché il processo non va come vorrebbero gli uomini della NATO, sul processo è calato il silenzio e di Jugoslavia, contro cui è stata fatta una guerra criminale che non si deve dimenticare, non si parla più. Quello che è stato fatto contro di voi, viene fatto contro i popoli del mondo che vogliono vivere onestamente col lavoro. Il nostro aiuto oggi è quasi simbolico: tre anni fa con 25 euro si copriva il fabbisogno di una famiglia per due settimane, oggi non bastano che per qualche giorno. Ma questo aiuto è ancora utile perché lega i popoli che rifiutano la guerra e l’ingiustizia e soprattutto i lavoratori che stanno combattendo per i loro diritti. È l’embrione di una resistenza comune contro il nuovo ordine mondiale che porta guerra e miseria.Noi vorremmo realizzare un piccolo, ma per noi importante, libro con le lettere inviate da molti di voi in Italia. Con il gruppo teatrale Grammelot di Molfetta abbiamo organizzato una rappresentazione da queste lettere che hanno fatto conoscere Kragujevac più degli articoli dei giornali. Sono lettere che parlano di speranze, di condizioni di vita, della guerra, che fanno conoscere il vostro popolo. Questo libro potrà aiutare il nostro progetto di solidarietà, perché sarà una testimonianza delle vostre reali condizioni, e perché, col ricavato delle vendite, potrà contribuire ad aiutare altri bambini, altre famiglie in difficoltà, come è già stato col libro di poesie Gli assassini della tenerezza, che ci ha consentito di consegnare circa 17 milioni di lire. Ci sono ultimamente notevoli difficoltà nella raccolta del denaro per le adozioni, molti donatori non hanno rinnovato il sostegno annuale, ritenendo, a torto, che – passata la guerra – la situazione in Serbia sia migliorata. Qui noi vediamo che le condizioni di vita sono sensibilmente peggiori. Noi abbiamo cercato di non abbandonare nessuno, ognuno avrà il suo piccolo “stipendio” e spero che siate tutti d’accordo su questa divisione solidale.

   Il segretario del sindacato si dichiara pubblicamente impressionato dal nostro progetto barese e invita le famiglie a scriverci e a rivolgersi a Rajka per le traduzioni. Rajka ribattezza Most za Beograd in Most za Kragujevac.

   Rajka, mentre i bambini prendono le buste coi soldi dalle mani di Lisa e Pierfrancesco, pone sul tavolo un foglio su cui i bambini annoteranno i pensieri per la piccola Maja, ora in ospedale a Belgrado. La piccola Marija del PRC di Grottammare, e così molti altri, doneranno i fiori del loro giardino a me e a Lisa.

   I fiori dei giardini di Kragujevac si ammasseranno sempre più numerosi sul tavolo e saranno i fiori della riconoscenza, dell’amicizia, della gentilezza di questo popolo. Molti genitori mandano saluti ai loro donatori italiani e molti bambini sono al villaggio, in vacanza dai nonni. Fanno impressione Nemanja, il ragazzo portatore di handicap adottato a distanza dai lavoratori dell’aeroporto di Firenze e Irena, la ragazza non vedente adottata da Pax Christi di Bari, che prendono la busta al braccio del genitore. Momirka mi regala un sorriso per Salvatore Marci del Grammelot e la mamma di Veliko mi chiede premurosamente come sta la signora Piancaldini. Piange la mamma di Bojan, adottato da Piera e Dario di Roma. La mamma di Miroslav, adottato da Isabella di Giovinazzo, e la mamma di Nenad, sostenuto da Salvatore di Bari, e le mamme di tanti altri inviano saluti ai donatori. Si lamenta la mamma di Danjela, perché la sua donatrice non ha mai risposto alle lettere, ma io la consolo dicendo che lei è una donatrice puntuale e generosa e forse c’è qualche problema con le poste. Darko, adottato da Franco Selleri, è diventato proprio un bel giovanotto e al mio fianco si fa fotografare.

   Su 216 famiglie, solo 13 non si sono presentate all’assemblea. Ma verranno nei giorni successivi. Rajka e Milja, nella settimana precedente il nostro arrivo, hanno telefonato al padrone di casa o ai vicini di questi operai che non hanno telefono, senza specificare il motivo della telefonata. Con l’aumento generalizzato dei prezzi, anche gli affitti sono cresciuti a dismisura, e molte famiglie sono in arretrato: se i padroni di casa sanno che arrivano gli aiuti dall’Italia si attaccano subito alle “paghette” dei bambini per farsi pagare gli affitti arretrati.

   In serata, il TiGi locale ci riserverà 5 minuti parlando delle lettere dei bambini e della nostra associazione. Felicemente sorpresi, seguiamo la breve intervista alla bambina della nostra cara amica Marina: la piccola Marija, meno di dieci anni, dice che la sua giovane donatrice ha avuto una bambina. Alla domanda “cosa farà dei soldi?”, risponde che comprerà materiale per la scuola, un’altra bambina comprerà l’occorrente per il fratellino che sta per nascere.

   Oggi un operaio della Zastava ha ammazzato la moglie e poi si è suicidato: storia di ordinaria follia in un paese normalizzato dalla Nato e poi da Ðindic. Più tardi Rajka ci tradurrà qualche messaggio che i bambini hanno scritto alla piccola Maja. Tra gli altri, Marja Panic, la bambina adottata da Livia, dice: “Quando guardi il sole, tutte le ombre saranno dietro di te”. Nevena le augura di guardare la vita in tutti i suoi colori e “bella mia, guarisci presto”, le augura un anonimo ammiratore. Questi fiori della solidarietà, gli assassini della tenerezza non hanno potuto bruciarli e “la vittoria è nostra”, come disse Fulvio.

 

   Lunedì, sciopero al reparto armi da caccia, dove lavora la mamma di Mirjana, che orgogliosamente ci viene incontro da sotto un tiglio nel giardino della fabbrica e ci spiega che per il momento si tratta di uno sciopero breve di 20 minuti per aumenti salariali e la retribuzione delle ferie. Adesso capiamo perché – a differenza che in altre occasioni – i guardiani avevano fatto storie all’ingresso della fabbrica, cercando di impedirci di entrare: avevano avuto ordine dalla direzione, che evidentemente non gradisce che degli stranieri assistano allo sciopero.

 

   Siamo diretti al museo della fabbrica, che è sotto la direzione della fabbrica di armi. Al museo, una guida, contenta di trovarsi con degli storici, ci spiega che questa è la fonderia dei cannoni, Topolivnica, fondata nel 1851.

   Allora il regno serbo era autonomo solo parzialmente, il governo turco era a Belgrado, all’interno del regno c’erano delle enclaves autonome. Si era nel romanticismo e il tema della identità nazionale e dell’irredentismo era favorito dalla Francia e dalla Russia, che soffiava sul panslavismo. Fino al 1841, Kragujevac è stata la “capitale” della Serbia (la capitale ufficiale era a Belgrado, coi turchi). Fino al 1878 (congresso di Berlino), le sedute strategiche si tenevano qui. L’educazione e la formazione professionale erano ancora sotto controllo turco, ma qui, a Kragujevac, il direttore della fabbrica, il francese Charles Lubry, ha fondato la prima scuola professionale, nel 1854. I primi cannoni furono fatti con tecnologia francese.

   Siamo attratti da un manoscritto in lingua italiana. È un rapporto del 1862 del console italiano Scovazza, di Torino naturalmente, che riferisce che all’epoca c’erano 620 operai. Scovazza veniva a caccia di lupi e trovava qui selvaggina in abbondanza. Sui lavoratori serbi esprimeva giudizi lusinghieri.

   Col congresso di Berlino, i turchi abbandonarono la Serbia e il governo non ebbe più interesse per la produzione militare, rimase solo la scuola professionale di buon livello. Cominciò allora la produzione civile (campane, cazzuole, carrozze per la posta). Rajka ci ricorda che tutto l’accessorio per la chiesa del parco belgradese di Kalemegdan è stato prodotto qui: dai cannoni fusi fecero campane, al contrario di Pietro il Grande, che dalle campane del Cremlino fece i cannoni.

   Rajka ci fa notare un ritratto di Svetozar Markovic, il “Gramsci di Kragujevac”. A Kragujevac viene fondato il primo giornale socialista, Glas Javnosti, “foglio per la scienza e la politica”. I lavoratori di Kragujevac si mostrarono sin dall’inizio combattivi. Nel 1853 cominciano i primi scioperi operai contro il lavoro a cottimo. Nel 1875 le elezioni locali furono vinte dai socialisti, poi annullate, ripetute e rivinte dai socialisti nel 1876. Esse si lasceranno dietro una scia di scontri a sangue per le strade della città. Su un muro ci saluta un dipinto sull’autogestione del pittore Mika Forevic.

   All’inizio del 900 i Mauser tedeschi stavano per fallire e il governo serbo darà loro più che una mano, con una commessa di centomila fucili. Ma poi è la guerra, l’ultimatum austriaco alla Serbia – inaccettabile quanto il famigerato accordo di Rambouillet – gli imperi centrali aggrediscono il piccolo giovane paese. Rajka ci mostra orgogliosamente la foto del primo aereo austro-ungarico colpito nel 1915 – quel giorno è ancora data di festa per l’esercito. E la mente va al ben più temibile “aereo invisibile” americano, che la difesa jugoslava riuscì ad abbattere nella primavera del 1999. La fabbrica e le maestranze nella prima guerra mondiale vengono trasferite in Francia. Corre voce che alla fine della guerra il ministro della difesa francese si rifiutasse di far rientrare gli operai in Serbia - erano troppo bravi – e si dichiarasse disposto a scambiare sei operai francesi per uno serbo. Nel 1928 comincia la produzione serba dei fucili e nella prima esposizione mondiale francese i serbi prenderanno 6 medaglie. Spunta il ritratto del dottor Mihajilo Ilic – medico e parlamentare che difende i diritti dei lavoratori - il centro ospedaliero della Zastava porta il suo nome.

   Alle soglie della seconda guerra mondiale la fabbrica era diventata un gigante (12.000 lavoratori). Il 10 aprile 1941 comincia l’occupazione nazista. La fabbrica viene costretta a produrre per i tedeschi. Gli operai rifiutano. 7.000 abitanti di Kragujevac, tra cui molti operai della fabbrica e 300 liceali vengono trucidati. La prima brigata partigiana era composta da molti operai della fabbrica e su un muro tristemente leggiamo un messaggio partigiano: “Ricordatevi di me perché non ci sarò più. Il vostro infelice Lazar”.

   Dopo la guerra, tra il 1948 e il 1953 la produzione militare viene trasferita in Bosnia, a Sarajevo. Nel 1952 comincia l’autogestione. Gli operai prendono tutte le decisioni strategiche sulla produzione. La prima decisione importante è quella del 1953: un referendum tra i lavoratori chiede se si è disposti a rinunciare a un mese di salario all’anno per avviare la produzione automobilistica. Tito non era favorevole all’avvio di una produzione automobilistica su larga scala, diceva che un lavoratore non aveva bisogno di automobili. Ma il direttore Radovic voleva fortemente l’autogestione e desiderava collaborare con l’Italia. Così, dal 1953, finisce la produzione di armi e comincia la collaborazione con la FIAT per la produzione di automobili. Questo è importante – dice Rajka – perché la NATO non aveva ragione di bombardare una fabbrica civile. Con la costituzione della Jugoslavia socialista lo stabilimento si chiama Zrvena Zastava, “Bandiera rossa”.

 

   Nel pomeriggio Rajka insiste perché visitiamo una famiglia profuga del Kosovo che lavorava alla Zastava di Pec.

   Slavica ci racconta, concitata, che la sua famiglia è fuggita in se­guito alle rappresaglie albanesi: un ultimatum dell’UCK intimò loro di abbandonare la casa entro 12 ore. Il marito, ora morto, ebbe un ictus. Slavica ora, vedova, non ha più la­voro, non ha più una casa, non ha niente. Ora la sua famiglia – due figlie, di cui una ammalata di dia­bete da stress e un figlio – non può avere neppure un pasto al giorno dalla cucina popolare istituita da Miloševic, perché è stata smantel­lata dal nuovo governo. Il mese scorso, l’ufficio di collocamento le ha dato 3.500 dinari (poco più di 50 euro). Ora essi vivono in affitto in una casa ammobiliata. La loro casa a Pec, costruita coi risparmi di una vita, ora è occupata da un al­banese, giunto in Kosovo dall’Albania dopo la guerra della NATO, che le ha chiesto 12.000 marchi per rilasciare la casa. Così Slavica non può ritornare in Ko­sovo e non può neppure vendere la casa. La KFOR sa tutto e non fa niente. Lei prende tranquillanti per non morire di crepacuore. L’affitto le costa 100 marchi al mese e vor­rebbe vendere almeno il terreno su cui è la sua casa, ormai rovinata, con i mobili rubati. Tutta Pec è sotto controllo italiano e lei non vuol morire senza rivedere la sua città, da cui è fuggita il 12 luglio 1999, quando è entrata la KFOR. Gli albanesi dell’UCK avevano fis­sato la data entro cui dovevano sloggiare, altrimenti sarebbero ve­nuti ad accoltellarli. La KFOR non garantisce alcuna sicurezza per i serbi dopo che l’esercito jugoslavo ha abbandonato il Kosovo. E drammatico ritorna il ricordo della fuga: un vicino di casa ha preso con sé il figlio diciottenne, Slavica con le ragazze sale su un pullman militare; due giorni per arrivare a Kraljevo, e poi a Kragujevac. In questi terribili lunghissimi giorni non sapeva se il figlio fosse vivo o morto. È vivo per fortuna, e lavora al mercato sotto padrone.

Perché si è fermata a Kragujevac?, chie­diamo. Perché qui aveva parenti, e poi, lavorando alla Zastava di Pec, sperava di trovare lavoro alla Za­stava di Kragujevac. Scappando ha portato con sé solo la foto della sua casa – ce la mostra e le si spezza il cuore. I 600 marchi che le ha por­tato Lino Anelli, del coordinamento RSU e promotore dell’associazione “Non bombe, ma solo caramelle”, li hanno salvati. Intanto le ragazze si misurano gli abiti che abbiamo portato in dono e per un momento sorridono felici. Ci sono molte famiglie come la sua, non censite. Ci offrono, scu­sandosi, frutta di non bell’aspetto e succhi di frutti di bosco fatti arti­gianalmente. Chiedo a Rajka come fa a sopravvivere vedendo questa situazione tutti i giorni. La risposta è: sarà un’esplosione. La ragazza è ammalata di diabete e prenderà in­sulina due volte al giorno per tutta la vita. Ora Slavica non può nep­pure andare al centro collettivo dove sono alloggiati i profughi perché questi centri non sono più appoggiati da nessuno, come nes­suno appoggia le mense popolari. Per un anno hanno vissuto in una stanza col marito malato e la chiesa non li ha aiutati. Da quando il ma­rito è morto, tutte le porte si sono chiuse, le figlie hanno finito la scuola e vorrebbero lavorare, ma il lavoro non c’è. Qui sono come in prigione. Slavica lavorava alla Za­stava di Pec dove si producevano telai esportati a Brescia e dove c’era una pressa di 300 tonnellate, la più grande dei Balcani. Un tempo era una persona felice, le nascevano i figli, non si preoccu­pava del futuro, prima con gli albanesi lavorava insieme senza problemi.

   Mentre annoto tutti i particolari del racconto, mi rendo conto che per oggi ho fatto i pieno di miseria umana e mi chiedo che male avrò mai fatto io a passare le vacanze in questa maniera e cerco di uscire da questa tela di ragno della disperazione pensando vigliaccamente ai verdi peperoncini piccanti che ci attendono a casa del vicesegretario dove prepareremo la sera le penne all’arrabbiata per sottrarci ad una ennesima cena pantagruelica delle nonne di Kragujevac.

 

   Martedì 23: visita al museo della memoria nel parco Šumarice. Davanti ai nostri occhi, come grani di rosario, sfilano foto di persecuzioni ustascia contro donne, bambini, serbi, zingari, ebrei. Vediamo il campo di Jašenovac, dove nel giugno 1942 ci fu un’esecuzione di 8000 donne e bambini e il campo Mlaka di Kozara, con 7000 vittime, nel villaggio di Slavostina, dove furono uccisi 1165 prigionieri di Kozara. Nel campo di tortura di Stara Gradiška furono asfissiati 19000 bambini col with potassium cianide. Queste foto di bambini sono agghiaccianti, tanto sono magri e scheletriti e mi rendo conto che gli ebrei non hanno il monopolio del martirio. Il ministero del governo croato risolse la questione zigana massacrando tutti gli zingari. Sono visibili anche i bambini ustascia con divisa giannizzera, i futuri persecutori, ed ecco l’aguzzino ustascia Gustav Majer, di 36 anni, fotografato in mezzo al massacro di serbi a Dubica nell’estate 1942.

   Finito di visitare questo museo degli orrori dove ci raggiunge Mira con le sue sorelle, ci rechiamo al Parco della memoria, al monumento delle Ali Spezzate per ricordare il massacro nazista di 7000 abitanti di Kragujevac, di cui 300 liceali e il professore che disse: “sparate pure, io continuo  la mia lezione”. Poco distante, è il monumento chiamato “Fiore”, dedicato agli zingarelli che furono trucidati dai nazisti per essersi rifiutati di pulire i loro stivali insanguinati dopo l’eccidio dei 7000. Su una pietra sono incise le parole del poeta Karel Jonker:

Tutto quello che sento dall’erba si illumina, non lo può dire la mia voce umana, tutti i bambini uccisi sembrano cicale con voci di bambini.

Noi allora abbiamo teso l’orecchio per sentirle queste voci, abbiamo scrutato l’erba, le cicale però erano mute, ma io ne avvertivo la presenza, le sentivo palpitare e ci osservavano dall’erba e stavano per scoppiare a furia di trattenere il respiro. La piccola Nevena ci fa da guida e conosce la storia della resistenza che studia a scuola, chissà per quanto tempo ancora in quest’epoca di revisionismi.

   In macchina ascoltiamo canzoni dalla voce sensuale della moglie di Arkan. A casa di Rajka ascoltiamo canzoni jugoslave e una grande emozione ci prende quando ascoltiamo Kosovo leti che ha fatto da sigla al bellissimo film di Grimaldi, “Un popolo invisibile”, girato sotto le bombe della NATO. La canzone significa “voliamo in Kosovo” e ricorda la battaglia di Kosovo Polje del 1389, in cui i serbi furono sconfitti dai turchi. Muti, ammaliati, ascoltiamo questa canzone dal ritmo incalzante e tutti ricordano Fulvio per quello che fa per far conoscere al mondo la verità su quella sporca guerra contro il popolo serbo. E così immagino Fulvio, che, in silenzio, entra in salotto e prende dalle mani di Rajka il gelato e la slivovica e c’è anche Sandra, con la sua macchina da presa, e il bassotto Nando, che dorme acquattato ai nostri piedi e gusta con particolare soddisfazione il gelato fatto in casa.

 

   A Belgrado, andremo a visitare la piccola Maja in ospedale. L’ospedale è grande, ma all’interno ha un’aria familiare. Alle pareti ci sono disegni di piccoli pazienti che hanno soggiornato qui in passato. Nello stesso reparto ci sono adulti e bambini, ma i bambini hanno delle camere a parte. Maja sta ascoltando la radiolina che le avevamo regalato nel nostro precedente viaggio e ci accoglie col suo sorriso disarmante e radioso. Ci aiutano nella conversazione Gordana, dell’associazione Decia Istina (la verità dei bambini), con cui abbiamo avviato progetti di solidarietà, e Ana, coetanea di Maja, che parla altrettanto bene il serbo che un italiano venetizzante: vive a Mestre da qualche anno e torna in Serbia per le vacanze.

   La collina di Avala, simbolo di Belgrado, ci saluta tristemente con la torre TV distrutta dalla NATO il 25 aprile del 1999. La sera, di ritorno a Kragujevac, alla sede del sindacato ci riempiono di regali per i donatori, ce n’è uno anche per Gemma e Carlo, che sono finiti sul giornale per la loro intenzione di donare ai bambini della Zastava il ricavato dei regali delle loro nozze.

 

   Giovedì all’alba, sotto una pioggia malinconica e discreta, lasciamo Kragujevac e ci scrolliamo di dosso il verde fogliame di parco Šumarice. All’orizzonte sorridono già le meline di Novi Pazar e ci salutano come i bambini di Kragujevac con le loro manine. Ormai siamo sulla strada di casa e il nostro salto a Sofia è sfumato, perché Rajka, Milja e tutto lo staff del sindacato hanno sequestrato e trattenuto più del dovuto a Kragujevac dei prigionieri consenzienti. Mentre il nostro viaggio procede muto e fangoso, ticchettano sui vetri le goccioline di pioggia e canticchiano in coro: in un giorno di primavera del 1957, sono andata da Varna a Sofia, insieme con il mio compagno Nazim Hikmet. Si spandeva “nell’aria un profumo di rose che prende la gola” e, mentre incontravamo lungo la strada tanti noci e tigli e “noi eravamo le noci”, mi sussurrò dolcemente nell’orecchio questa poesia che ha il sapore di una nenia senza tempo:

Impossibile dormire la notte

 qui a Varna

impossibile dormire

per via di queste stelle

 che son troppe

troppo lucide e troppo vicine

per via del mormorio

 sul greto dell’onde morte

il loro sussurro

le loro perle

i loro ciottoli

le alghe salate

per via del rumore

di un motore sul mare

come un cuore che batte

per via dei fantasmi

venuti da Istanbul

sorti dal Bosforo

che invadono la stanza

gli occhi verdi dell’uno

le manette ai polsi dell’altro

un fazzoletto

nelle mani dell’altro

un fazzoletto che sa di lavanda

impossibile dormire la notte

 qui a Varna

mio amore

qui a Varna, all’albergo Bor.

   Nazim, il compagno di una vita, esperto di separazioni e ammalato di nostalgia, morto a Mosca in esilio nel 1963. Lui sì che se ne intendeva di veri tiranni (mica come Miloševic o Saddam Hussein o Fidel Castro!!). Il tiranno che lo condannò a morte per 7 volte era Kemal Ataturk, il “padre della repubblica turca”, che in segreto, però, si faceva leggere le poesie del suo odiato-amato nemico Nazim Hikmet ed esclamava ad alta voce che era il poeta più grande della Turchia, concludendo “peccato però che sia comunista”. Jean Paul Sartre e la solidarietà internazionalista lo tirarono fuori dalla prigione e dalla forca dove “la mano pelosa di uno zingaro” gli avrebbe stretto un cappio intorno al collo. Mentre le sue dolci parole mi riportano indietro nel tempo ed ho ancora nelle narici “odor d’alcanna e di verde”, il volo di una tortora da un cespuglio mi fa ritornare alla realtà: ma io … sono nata nel 1950 e non sono mai stata a Sofia e a Varna con Nazim. Ma sì, che importa, questo viaggio l’ho fatto con lui in un’altra vita, immersa nel suo libro che, come la bussola della mia vita, è il primo oggetto che ripongo nel mio zaino quando viaggio per ritrovarmi.

   Separarmi da questa terra mi è quasi impossibile! Nelle albe del ramadan un filo di lana segna il limite tra la notte e il giorno: così, appena percepibile è il confine tra me e questa terra e dolce e tenera tracima la separazione, come il miele dalle arnie di Moraca. Aprire e chiudere una parentesi con questa terra è come rivisitare un fiore appassito in un vocabolario di tutte le lingue, nella speranza di trovare la traduzione aggiornata della parola “perché?”: perché questa terra è stata uranizzata, barbarizzata, come un fiore reciso per puro divertimento e poi, calpestato dagli scarponi incivili dei cow boy della NATO, abbandonata agonizzante in un prato nella primavera del 1999? Sarà l’ennesimo enigma balcanico? L’Aja è lontana e di Miloševic meglio non parlare, non si sa mai, i nostri governanti di quella disgraziata primavera ’99 potrebbero degnamente prenderne il posto e forse, se esiste il padreterno, anche i soldati americani e l’alleanza del nord, dopo l’11 settembre in Afghanistan. Dal 1973 ogni anno l’11 settembre sboccia nella mente e nel cuore il ricordo di Salvador Allende che muore alla Moneda bombardata da cielo e da terra da Pinochet e dai suoi padroni americani!

 

   Mentre la pioggia si fa insistente e gelida sui vetri della Land Rover e superiamo una lunga fila di mezzi militari; insonnoliti soldatini sgranocchiano le meline del Sangiaccato e il fumo del tabacco balcanico, confuso con quello di uno sbuffoso samovar’ disegna arabeschi che danzano sul soffitto dei teloni cerati. Distrattamente i soldatini lanciano un’occhiata ad una misteriosa cassa che trasportano in località segreta e da cui m è sembrato di avvertire un ticchettio a me familiare. Sarà forse il mio cuore che mi fu sequestrato nell’autunno 2001 da un gelido doganiere balcanico? E dove lo portano? E per quanto tempo sarà ancora prigioniero di questa terra? E perché non mi è stato ancora restituito? Forse  me lo riconsegneranno alla frontiera! Ormai, se sogno o son desta non importa … e la calda focaccia di nonna Rada va a riscaldare i miei pensieri che come infreddoliti passeri, lancio verso il sole...