Le
meline del Sangiaccato appunti
di viaggio della delegazione di Most za Beograd
luglio 2002 Mariella
Cataldo
Arrivare a Cattaro allalba del 19 luglio 2002
è come aprire uno scrigno e perdere gli occhi dietro unacquamarina
purissima: è lazzurro mediterraneo di Byron e dei
fratelli Schlegel. Poi, pian piano, ti accorgi delle
montagne traforate, veri gioielli di oro bianco anneriti
dal tempo, in cui la macchia mediterranea è incastonata
come verde smeraldo, e le case, vera madreperla ricoperta
da corallo. I doganieri montenegrini, gentili e dalle
spalle quadrate, ci frugano i bagagli, ma, appena sentono
che siamo diretti a Kragujevac, ci fanno passare senza
costringerci a smontare la macchina stracarica allinverosimile.
Forse, sono degli jugoslavisti e conservano la memoria
storica della solidarietà di una Jugoslavia che non
esiste più. E così, passano senza problemi le nostre
casse di digitalina e di altri medicinali per il presidio
sanitario della Zastava e i valigioni di vestiti
regalati da un negozio di Bari e dalla mamma di Alice per
i profughi serbi che lUCK ha cacciato dal Kosovo, i
numerosi regali e letterine che i donatori di Bari
mandano ai loro bambini della Zastava. Con noi
abbiamo anche il denaro delle adozioni a distanza, che
consegneremo personalmente ai 221 bambini adottati. Ci
augurano con un sorriso il buon viaggio.
È un vero e proprio tuffo nelle acacie, lentischi, malva
rosa, accompagnato da unorchestra di cicale che
suonano il charango. Abbiamo ancora nelle orecchie
le canzoni di Theodorakis e di Zambetas della nave greca
con equipaggio ucraino. Allimprovviso, tra le
montagne, appare una bellissima insenatura marina: è
Budva. Pierfrancesco, promettente dottore in scienze
forestali, che da queste parti ci viene spesso ed è
sempre alla ricerca della sua faggeta, dice che qui non
vale tanto lo spazio, quanto il tempo che ci vuole per
colmare una certa distanza. E Lisa, giovane psicologa,
affascinata, fa le prime riprese.
La Land Rover procede a passo duomo e in
mezza giornata arriviamo a Kolain, dove conosceremo
Vera e Danjel Vincek, che custodiscono nel loro orto
botanico la cachris ferulacea o silfio cirenaico,
pianta medicinale di cui parla anche Plinio e ora
ritrovata in Montenegro, la dioscorea balcanica
(per curare lAids e lEvola) la dafnae
e il pino peucets (pino a cinque aghetti o pino
carezzevole, come dirà amorevolmente Danjel).
Tutto sarà interessante, per dirla con Bato,
che a Kolain ci fa gli onori di casa. Al nostro
rientro in Italia sapremo la triste notizia della morte
per un banale incidente di montagna di Vera,
straordinaria donna jugoslavista e fiera oppositrice
della guerra umanitaria della NATO.
Tra fichi e melograni fioriti e lecci, spuntano i
cartelloni pubblicitari di Biagiotti e Pistolato, che qui
sono di casa. Incontriamo macchine di jugoslavisti con il
loro bollino YU e macchine di
separatisti - col bollino bianco e una croce rossa - e
qualche eroica sbuffante vecchia seicento. Io ascolto,
mentre aspiro forte odore di ferro bruciato, il respiro
della terra e i suoni animali e annoto: è molto meglio
che fare i verbali scolastici!
I pini mughi e le ginestre fiorite ci avvertono che
stiamo salendo, e lo scatenato Bregovic rompe la pace dei
luoghi. Violacciocche selvagge e sambuco adornano il lago
di Scutari e sembra di essere sul Carso. Tagliamo
Podgorica (ex Titograd) dove, lungo i viali di platani e
cipressi, vendono angurie e collane di fichi secchi.
Zingarellini strepitanti ci assalgono ai semafori come
pulci nere e secche.
Pierfrancesco ci avverte che domani attraverseremo il
Sangiaccato di Novi Pazar (diviso a metà tra Serbia e
Montenegro), costruito come Stato cuscinetto dai Turchi
per separare due popolazioni. Lungo la strada, verdi e
rosse, le meline del Sangiaccato ci guidano al
monastero di Moraca e agli affreschi su San Nicola. È unoasi
nel verde: il giardino con arnie, un cimiterino, cespugli
di ortensie, gatti addormentati, cicale e un ruscellino
freschissimo, in cui i monaci si lavano le mani. Fumo una
sigaretta sotto unacacia e mi sembra un sacrilegio.
Qui, il fiume Tara, con la Piva, forma la Drina e poi la
Sava e, a Belgrado, confluisce nel Danubio e poi va a
morire nel Mar Nero.
A Kolain respiriamo tiglio fiorito e mangiamo i feferoni
(peperoncini arrostiti piccantissimi) da cui non
riusciremo più a separarci, nonostante le nostre lingue
fumino come quelle del drago di San Giorgio.
Sabato 20 entriamo a Vjelo Polje (paese musulmano) e
nel Sangiaccato. In un cielo di meli, ci salutano in
lontananza un minareto e ancora zingari sul bordo della
strada e donne coi tipici pantaloni turcomanni. Esso è
un avamposto che, attraverso una lunga gola selvaggia, ci
porterà in Serbia. Tra villaggi sparsi arriviamo al
confine con la Serbia, ma il doganiere non si accorge
neppure che stiamo passando. Visitiamo il monastero di
Mileeva a Prijepolje, dove sventola una bandiera
serba con quattro C (solo la
solidarietà salverà i serbi) e un pope esuberante porta
a spasso un canone con una lunga catena. Lungo il
viaggio, la verzura e il fogliame diventano cupi e
incontriamo cimiterini in pietra nera tra le case, in
pieno villaggio. Qui la vita e la morte sono sorelle
siamesi. I telefonini mi fanno impazzire! E Rajka è già
sulle nostre tracce.
Arriviamo a Kragujevac, alla sede del sindacato Samostalni
dove ci accoglie un manifesto regalato da una delegazione
italiana sulla manifestazione di marzo e lo sciopero
generale di aprile e questo mi riempie dorgoglio.
Qualcosa di buono noi italiani siamo stati capaci di
farla.
A Rajka Andrea chiede a bruciapelo: La Zastava
muore?. Rajka risponde: La Zastava è
come un gigante, non può morire tutta in una volta, ma
agonizzerà per molto. Il nostro paese fa i debiti con lestero,
debiti che i nostri figli dovranno restituire.
Raccogliamo le prime notizie sulla situazione economica
in Serbia dal segretario del sindacato, Rade Delic,
che esordisce dicendoci che una fabbrica tessile del
valore di due milioni di marchi sarà venduta per 400.000
a un acquirente belga. Il processo di privatizzazione
delle imprese - un tempo autogestite - che il governo
serbo ha avviato su pressioni del Fondo monetario
internazionale, stenta ancora a decollare per scarso
interesse dei nuovi acquirenti. Lorientamento del
governo è quello di procedere comunque, ad ogni costo,
mettendo in vendita le imprese da privatizzare ad un
prezzo notevolmente inferiore rispetto al loro valore. Il
risultato sarà una colossale svendita di un patrimonio
che i lavoratori jugoslavi avevano contribuito con il
loro lavoro e la loro fatica a mettere insieme. Una
dozzina di grandi imprese (cemento, olio, fabbricati
turistici, ma sinora nessuna grande impresa
metalmeccanica) sono state privatizzate e svendute.
Formalmente, il 35% del valore delle imprese autogestite
appartiene ancora ai lavoratori e, al momento della
vendita, ognuno di essi dovrebbe ricevere la quota
spettante, ma i lavoratori di fatto hanno ricevuto solo
un pugno di carte.
Contro la politica governativa di privatizzazioni e
licenziamenti, il sindacato prevede di indire in
autunno lo sciopero generale. I prezzi aumentano di
giorno in giorno e la politica del governo Ðindic
vi contribuisce a piene mani. Il prezzo della corrente
elettrica annuncia la signora ministro dellenergia
aumenterà del 50%. In una trasmissione televisiva
uno ha chiesto come fare a pagare gli arretrati e lei ha
risposto: Fate come mia madre, che ha venduto un
appartamento di 120 mq in cambio di uno di 30 per pagare
i debiti di oggi e di domani. E lo spettatore, che
non aveva appartamenti né di 120 né di 30 mq, se nè
andato ancora più arrabbiato.
Oggi cè stato un incendio alla centrale elettrica
di Obelic in Kosovo. Sono morti un esperto croato e
trenta operai. La gente è arrabbiata. Fanno imbrogli
sugli arretrati. Il direttore albanese della centrale
termica ha detto che la situazione è sotto controllo,
hanno evacuato la KFOR e i cittadini di tutti i paesi
vicini. Nel Kosovo da ieri non cè corrente. In
Kosovo, etnicamente pulito dalla NATO, i serbi sono una
rarità e vivono come gli indiani dAmerica nelle
riserve.
In Kosovo, a Bondsteel, cè la più grande base
americana costruita all'estero dai tempi del Vietnam.
È localizzata vicino ad oleodotti e corridoi energetici
di vitale importanza, al momento ancora in costruzione,
come ad esempio l'oleodotto trans-balcanico,
sponsorizzato dagli Stati Uniti. Nel giugno del 1999,
all'indomani della fine dei bombardamenti NATO sulla
Jugoslavia, forze americane si impossessarono di 1000
acri di terra coltivabile nel sud-est del Kosovo, in
località Uroevac, vicino al confine con la
Macedonia, e incominciarono la costruzione di una base. Camp
Bondsteel è noto come "la grande signora" di
una rete di basi americane attive su entrambi i lati del
confine tra Kosovo e Macedonia. In meno di tre anni
è stato trasformato da un accampamento di tende in una
base iper-tecnologica, autosufficiente, che ospita quasi
7.000 soldati, tre quarti del totale delle truppe
americane presenti in Kosovo. Vi sono più di 25 Km di
strade e più di 300 edifici, circondati da oltre 14 Km
di barriere in cemento e terra, 84 km di filo spinato e
11 torrette d'avvistamento. È così grande che ha un
centro e anche quartieri periferici, negozi, palestre
aperte 24 ore su 24, una cappella, una biblioteca e
l'ospedale meglio attrezzato d'Europa. Al momento vi sono
55 elicotteri Black Hawk e Apache, e sebbene non vi sia
una pista d'atterraggio, il luogo è stato scelto proprio
per le possibilità d'espansione. Vi sono indizi infatti
che suggeriscono che Bondsteel possa sostituire in un
futuro la base dell'aviazione di Aviano in Italia.
Potrebbe già essere operativa per laggressione allIraq.
Alla Zastava, chi mantiene il
posto di lavoro percepisce 100 euro al mese, che se
ne vanno quasi tutti in spese di trasporto. Chi è
iscritto allufficio di collocamento prende 50 euro.
Rajka ci riferisce di un caso di cui hanno parlato
i giornali: un operaio handicappato si è recato con suo
figlio al sindacato. Rischiava di essere buttato fuori di
casa, voleva accamparsi sotto gli uffici del comune. Non
poteva neppure essere aiutato dallo Stato perché non ha
mai fatto la carta di invalidità. Si è impiegato alla Zastava
e quando è stato licenziato è andato a chiedere il
sussidio, ma non glielhanno dato perché non
risultava ufficialmente handicappato. Poi è arrivato il
compagno Vlaic da Trieste, dellassociazione Zastava,
che, come noi, organizza le adozioni a distanza, e gli ha
dato un sussidio di 600 marchi. Ne hanno parlato anche i
giornali. In questa situazione di sfacelo Ðindic
continua a svendere la dignità nazionale: ultimamente ha
fatto un accordo con la Croazia, i croati possono venire
in Serbia senza visto, i serbi per andare in Croazia
devono avere il visto.
La domenica è giorno di distribuzione degli aiuti di
Bari ai bambini della Zastava.
Molti bambini li trovo cresciuti, e questo mi rende
felice perché immagino quanti litri di latte abbiamo
potuto regalare loro per aiutarli a crescere. Cè
anche la televisione che ci riserverà cinque minuti al
telegiornale della sera. Ai bambini mi rivolgo così: Cari
bambini, vi porto una carezza e un bacio affettuoso di
tutti i donatori italiani. I nuovi barbari del XXI secolo
hanno ora rivolto le loro pesanti attenzioni ad altri
popoli del mondo afghano, palestinese, irakeno,
cubano, coreano questi sono nelle lista nera di
chi non perdona i popoli che mantengono un briciolo di
dignità e orgoglio nazionale. Nel nostro paese e in
tutto il mondo spira un vento di destra, il nostro
governo di destra chiude le frontiere a chi vuole venire
in Italia e prende le impronte digitali degli stranieri.
Se i nostri governi vogliono alzare barriere per dividere
i popoli, noi le abbatteremo costruendo ponti di
solidarietà. Ogni giorno dobbiamo costruire argini alla
diga della memoria, perché le sue acque non vadano
disperse e possano nutrire le future generazioni. Loblio
non deve vincere sulla memoria e se anche è doloroso
ricordare, dobbiamo farlo, perché gli errori del passato
non si ripetano. Ma, come diceva Antonio Gramsci, il
grande compagno italiano condannato a morire in carcere
dai fascisti: pessimismo della conoscenza,
ottimismo della volontà. Così costruiremo sulle
macerie del mondo prodotte dai nuovi barbari del XXI
secolo. Se ci tenderemo la mano e ci stringeremo in un
grande abbraccio internazionalista, ricostruiremo i ponti
distrutti e abbatteremo le mura delle prigioni del mondo.
Varcheremo le colonne dErcole del mondo senza paura
di cadere nel vuoto, conosceremo il fondo della
disperazione e risaliremo alla luce cancellando le
impronte digitali della barbarie e costruiremo sulle
macerie della inciviltà i templi di una umanità futura.
Andrea dice: In
questo momento non è facile portare avanti progetti di
solidarietà. I nostri mass media non parlano più, per
nulla, della Jugoslavia. Lultima volta che ne hanno
parlato con un certo rilievo è stato quando a febbraio
è iniziato allAja il processo contro Slobodan Miloevic.
È stato annunciato come il processo del secolo,
in cui dimostrare le colpe di Miloevic e del popolo
jugoslavo per assolvere la NATO e le sue infamie, ma
poiché il processo non va come vorrebbero gli uomini
della NATO, sul processo è calato il silenzio e di
Jugoslavia, contro cui è stata fatta una guerra
criminale che non si deve dimenticare, non si parla più.
Quello che è stato fatto contro di voi, viene fatto
contro i popoli del mondo che vogliono vivere onestamente
col lavoro. Il nostro aiuto oggi è quasi simbolico: tre
anni fa con 25 euro si copriva il fabbisogno di una
famiglia per due settimane, oggi non bastano che per
qualche giorno. Ma questo aiuto è ancora utile perché
lega i popoli che rifiutano la guerra e lingiustizia
e soprattutto i lavoratori che stanno combattendo per i
loro diritti. È lembrione di una resistenza comune
contro il nuovo ordine mondiale che porta guerra e
miseria.Noi vorremmo realizzare un piccolo, ma per noi
importante, libro con le lettere inviate da molti di voi
in Italia. Con il gruppo teatrale Grammelot di
Molfetta abbiamo organizzato una rappresentazione da
queste lettere che hanno fatto conoscere Kragujevac più
degli articoli dei giornali. Sono lettere che parlano di
speranze, di condizioni di vita, della guerra, che fanno
conoscere il vostro popolo. Questo libro potrà aiutare
il nostro progetto di solidarietà, perché sarà una
testimonianza delle vostre reali condizioni, e perché,
col ricavato delle vendite, potrà contribuire ad aiutare
altri bambini, altre famiglie in difficoltà, come è
già stato col libro di poesie Gli assassini della
tenerezza, che ci ha consentito di consegnare circa
17 milioni di lire. Ci sono ultimamente notevoli
difficoltà nella raccolta del denaro per le adozioni,
molti donatori non hanno rinnovato il sostegno annuale,
ritenendo, a torto, che passata la guerra
la situazione in Serbia sia migliorata. Qui noi vediamo
che le condizioni di vita sono sensibilmente peggiori.
Noi abbiamo cercato di non abbandonare nessuno, ognuno
avrà il suo piccolo stipendio e spero che
siate tutti daccordo su questa divisione solidale.
Il segretario del sindacato si dichiara pubblicamente
impressionato dal nostro progetto barese e invita le
famiglie a scriverci e a rivolgersi a Rajka per le
traduzioni. Rajka ribattezza Most za Beograd in Most
za Kragujevac.
Rajka, mentre i bambini prendono le buste coi soldi
dalle mani di Lisa e Pierfrancesco, pone sul tavolo un
foglio su cui i bambini annoteranno i pensieri per la
piccola Maja, ora in ospedale a Belgrado. La piccola
Marija del PRC di Grottammare, e così molti altri,
doneranno i fiori del loro giardino a me e a Lisa.
I fiori dei giardini di Kragujevac si ammasseranno
sempre più numerosi sul tavolo e saranno i fiori della
riconoscenza, dellamicizia, della gentilezza di
questo popolo. Molti genitori mandano saluti ai loro
donatori italiani e molti bambini sono al villaggio, in
vacanza dai nonni. Fanno impressione Nemanja, il ragazzo
portatore di handicap adottato a distanza dai lavoratori
dellaeroporto di Firenze e Irena, la ragazza non
vedente adottata da Pax Christi di Bari, che
prendono la busta al braccio del genitore. Momirka mi
regala un sorriso per Salvatore Marci del Grammelot
e la mamma di Veliko mi chiede premurosamente come sta la
signora Piancaldini. Piange la mamma di Bojan, adottato
da Piera e Dario di Roma. La mamma di Miroslav, adottato
da Isabella di Giovinazzo, e la mamma di Nenad, sostenuto
da Salvatore di Bari, e le mamme di tanti altri inviano
saluti ai donatori. Si lamenta la mamma di Danjela,
perché la sua donatrice non ha mai risposto alle
lettere, ma io la consolo dicendo che lei è una
donatrice puntuale e generosa e forse cè qualche
problema con le poste. Darko, adottato da Franco Selleri,
è diventato proprio un bel giovanotto e al mio fianco si
fa fotografare.
Su 216 famiglie, solo 13 non si sono presentate allassemblea.
Ma verranno nei giorni successivi. Rajka e Milja, nella
settimana precedente il nostro arrivo, hanno telefonato
al padrone di casa o ai vicini di questi operai che non
hanno telefono, senza specificare il motivo della
telefonata. Con laumento generalizzato dei prezzi,
anche gli affitti sono cresciuti a dismisura, e molte
famiglie sono in arretrato: se i padroni di casa sanno
che arrivano gli aiuti dallItalia si attaccano
subito alle paghette dei bambini per farsi
pagare gli affitti arretrati.
In serata, il TiGi locale ci riserverà 5 minuti parlando
delle lettere dei bambini e della nostra associazione.
Felicemente sorpresi, seguiamo la breve intervista alla
bambina della nostra cara amica Marina: la piccola
Marija, meno di dieci anni, dice che la sua giovane
donatrice ha avuto una bambina. Alla domanda cosa
farà dei soldi?, risponde che comprerà materiale
per la scuola, unaltra bambina comprerà loccorrente
per il fratellino che sta per nascere.
Oggi un operaio della Zastava ha ammazzato la
moglie e poi si è suicidato: storia di ordinaria follia
in un paese normalizzato dalla Nato e poi da Ðindic.
Più tardi Rajka ci tradurrà qualche messaggio che i
bambini hanno scritto alla piccola Maja. Tra gli altri,
Marja Panic, la bambina adottata da Livia, dice: Quando
guardi il sole, tutte le ombre saranno dietro di te.
Nevena le augura di guardare la vita in tutti i suoi
colori e bella mia, guarisci presto, le
augura un anonimo ammiratore. Questi fiori della
solidarietà, gli assassini della tenerezza non hanno
potuto bruciarli e la vittoria è nostra,
come disse Fulvio.
Lunedì, sciopero al reparto armi da caccia, dove
lavora la mamma di Mirjana, che orgogliosamente ci viene
incontro da sotto un tiglio nel giardino della fabbrica e
ci spiega che per il momento si tratta di uno sciopero
breve di 20 minuti per aumenti salariali e la
retribuzione delle ferie. Adesso capiamo perché a
differenza che in altre occasioni i guardiani
avevano fatto storie allingresso della fabbrica,
cercando di impedirci di entrare: avevano avuto ordine
dalla direzione, che evidentemente non gradisce che degli
stranieri assistano allo sciopero.
Siamo diretti al museo della fabbrica, che è sotto
la direzione della fabbrica di armi. Al museo, una guida,
contenta di trovarsi con degli storici, ci spiega che
questa è la fonderia dei cannoni, Topolivnica,
fondata nel 1851.
Allora il regno serbo era autonomo solo parzialmente, il
governo turco era a Belgrado, allinterno del regno
cerano delle enclaves autonome. Si era nel
romanticismo e il tema della identità nazionale e dellirredentismo
era favorito dalla Francia e dalla Russia, che soffiava
sul panslavismo. Fino al 1841, Kragujevac è stata la
capitale della Serbia (la capitale ufficiale
era a Belgrado, coi turchi). Fino al 1878 (congresso di
Berlino), le sedute strategiche si tenevano qui. Leducazione
e la formazione professionale erano ancora sotto
controllo turco, ma qui, a Kragujevac, il direttore della
fabbrica, il francese Charles Lubry, ha fondato la prima
scuola professionale, nel 1854. I primi cannoni furono
fatti con tecnologia francese.
Siamo attratti da un manoscritto in lingua italiana. È
un rapporto del 1862 del console italiano Scovazza, di
Torino naturalmente, che riferisce che allepoca cerano
620 operai. Scovazza veniva a caccia di lupi e trovava
qui selvaggina in abbondanza. Sui lavoratori serbi
esprimeva giudizi lusinghieri.
Col congresso di Berlino, i turchi abbandonarono la
Serbia e il governo non ebbe più interesse per la
produzione militare, rimase solo la scuola professionale
di buon livello. Cominciò allora la produzione civile
(campane, cazzuole, carrozze per la posta). Rajka ci
ricorda che tutto laccessorio per la chiesa del
parco belgradese di Kalemegdan è stato prodotto qui: dai
cannoni fusi fecero campane, al contrario di Pietro il
Grande, che dalle campane del Cremlino fece i cannoni.
Rajka ci fa notare un ritratto di Svetozar Markovic, il
Gramsci di Kragujevac. A Kragujevac viene
fondato il primo giornale socialista, Glas Javnosti,
foglio per la scienza e la politica. I
lavoratori di Kragujevac si mostrarono sin dallinizio
combattivi. Nel 1853 cominciano i primi scioperi
operai contro il lavoro a cottimo. Nel 1875 le elezioni
locali furono vinte dai socialisti, poi annullate,
ripetute e rivinte dai socialisti nel 1876. Esse si
lasceranno dietro una scia di scontri a sangue per le
strade della città. Su un muro ci saluta un dipinto sullautogestione
del pittore Mika Forevic.
Allinizio del 900 i Mauser tedeschi stavano per
fallire e il governo serbo darà loro più che una mano,
con una commessa di centomila fucili. Ma poi è la
guerra, lultimatum austriaco alla Serbia
inaccettabile quanto il famigerato accordo di Rambouillet
gli imperi centrali aggrediscono il piccolo
giovane paese. Rajka ci mostra orgogliosamente la foto
del primo aereo austro-ungarico colpito nel 1915
quel giorno è ancora data di festa per lesercito.
E la mente va al ben più temibile aereo invisibile
americano, che la difesa jugoslava riuscì ad abbattere
nella primavera del 1999. La fabbrica e le maestranze
nella prima guerra mondiale vengono trasferite in
Francia. Corre voce che alla fine della guerra il
ministro della difesa francese si rifiutasse di far
rientrare gli operai in Serbia - erano troppo bravi
e si dichiarasse disposto a scambiare sei operai
francesi per uno serbo. Nel 1928 comincia la produzione
serba dei fucili e nella prima esposizione mondiale
francese i serbi prenderanno 6 medaglie. Spunta il
ritratto del dottor Mihajilo Ilic medico e
parlamentare che difende i diritti dei lavoratori - il
centro ospedaliero della Zastava porta il suo
nome.
Alle soglie della seconda guerra mondiale la fabbrica
era diventata un gigante (12.000 lavoratori). Il 10
aprile 1941 comincia loccupazione nazista. La
fabbrica viene costretta a produrre per i tedeschi. Gli
operai rifiutano. 7.000 abitanti di Kragujevac, tra cui
molti operai della fabbrica e 300 liceali vengono
trucidati. La prima brigata partigiana era composta da
molti operai della fabbrica e su un muro tristemente
leggiamo un messaggio partigiano: Ricordatevi di me
perché non ci sarò più. Il vostro infelice Lazar.
Dopo la guerra, tra il 1948 e il 1953 la produzione
militare viene trasferita in Bosnia, a Sarajevo. Nel 1952
comincia lautogestione. Gli operai prendono
tutte le decisioni strategiche sulla produzione. La prima
decisione importante è quella del 1953: un referendum
tra i lavoratori chiede se si è disposti a rinunciare a
un mese di salario allanno per avviare la
produzione automobilistica. Tito non era favorevole allavvio
di una produzione automobilistica su larga scala, diceva
che un lavoratore non aveva bisogno di automobili. Ma il
direttore Radovic voleva fortemente lautogestione e
desiderava collaborare con lItalia. Così, dal
1953, finisce la produzione di armi e comincia la
collaborazione con la FIAT per la produzione di
automobili. Questo è importante dice Rajka
perché la NATO non aveva ragione di bombardare una
fabbrica civile. Con la costituzione della Jugoslavia
socialista lo stabilimento si chiama Zrvena Zastava,
Bandiera rossa.
Nel pomeriggio Rajka insiste perché visitiamo una
famiglia profuga del Kosovo che lavorava alla Zastava
di Pec.
Slavica ci racconta, concitata, che la sua famiglia è
fuggita in seguito alle rappresaglie albanesi: un
ultimatum dellUCK intimò loro di abbandonare la
casa entro 12 ore. Il marito, ora morto, ebbe un ictus.
Slavica ora, vedova, non ha più lavoro, non ha più
una casa, non ha niente. Ora la sua famiglia due
figlie, di cui una ammalata di diabete da stress e un
figlio non può avere neppure un pasto al giorno
dalla cucina popolare istituita da Miloevic,
perché è stata smantellata dal nuovo governo. Il mese
scorso, lufficio di collocamento le ha dato 3.500
dinari (poco più di 50 euro). Ora essi vivono in affitto
in una casa ammobiliata. La loro casa a Pec, costruita
coi risparmi di una vita, ora è occupata da un
albanese, giunto in Kosovo dallAlbania dopo la
guerra della NATO, che le ha chiesto 12.000 marchi per
rilasciare la casa. Così Slavica non può ritornare in
Kosovo e non può neppure vendere la casa. La KFOR sa
tutto e non fa niente. Lei prende tranquillanti per non
morire di crepacuore. Laffitto le costa 100 marchi
al mese e vorrebbe vendere almeno il terreno su cui è
la sua casa, ormai rovinata, con i mobili rubati. Tutta
Pec è sotto controllo italiano e lei non vuol morire
senza rivedere la sua città, da cui è fuggita il 12
luglio 1999, quando è entrata la KFOR. Gli albanesi dellUCK
avevano fissato la data entro cui dovevano sloggiare,
altrimenti sarebbero venuti ad accoltellarli. La KFOR
non garantisce alcuna sicurezza per i serbi dopo che lesercito
jugoslavo ha abbandonato il Kosovo. E drammatico ritorna
il ricordo della fuga: un vicino di casa ha preso con sé
il figlio diciottenne, Slavica con le ragazze sale su un
pullman militare; due giorni per arrivare a Kraljevo, e
poi a Kragujevac. In questi terribili lunghissimi giorni
non sapeva se il figlio fosse vivo o morto. È vivo per
fortuna, e lavora al mercato sotto padrone. Perché si
è fermata a Kragujevac?, chiediamo. Perché qui aveva
parenti, e poi, lavorando alla Zastava di Pec,
sperava di trovare lavoro alla Zastava di
Kragujevac. Scappando ha portato con sé solo la foto
della sua casa ce la mostra e le si spezza il
cuore. I 600 marchi che le ha portato Lino Anelli, del
coordinamento RSU e promotore dellassociazione
Non bombe, ma solo caramelle, li hanno
salvati. Intanto le ragazze si misurano gli abiti che
abbiamo portato in dono e per un momento sorridono
felici. Ci sono molte famiglie come la sua, non censite.
Ci offrono, scusandosi, frutta di non bellaspetto
e succhi di frutti di bosco fatti artigianalmente.
Chiedo a Rajka come fa a sopravvivere vedendo questa
situazione tutti i giorni. La risposta è: sarà unesplosione.
La ragazza è ammalata di diabete e prenderà insulina
due volte al giorno per tutta la vita. Ora Slavica non
può neppure andare al centro collettivo dove
sono alloggiati i profughi perché questi centri non sono
più appoggiati da nessuno, come nessuno appoggia le
mense popolari. Per un anno hanno vissuto in una stanza
col marito malato e la chiesa non li ha aiutati. Da
quando il marito è morto, tutte le porte si sono
chiuse, le figlie hanno finito la scuola e vorrebbero
lavorare, ma il lavoro non cè. Qui sono come in
prigione. Slavica lavorava alla Zastava di Pec
dove si producevano telai esportati a Brescia e dove cera
una pressa di 300 tonnellate, la più grande dei Balcani.
Un tempo era una persona felice, le nascevano i figli,
non si preoccupava del futuro, prima con gli
albanesi lavorava insieme senza problemi.
Mentre annoto tutti i particolari del racconto, mi rendo
conto che per oggi ho fatto i pieno di miseria umana e mi
chiedo che male avrò mai fatto io a passare le vacanze
in questa maniera e cerco di uscire da questa tela di
ragno della disperazione pensando vigliaccamente ai verdi
peperoncini piccanti che ci attendono a casa del
vicesegretario dove prepareremo la sera le penne allarrabbiata
per sottrarci ad una ennesima cena pantagruelica delle
nonne di Kragujevac.
Martedì 23: visita al museo della memoria
nel parco umarice. Davanti ai nostri occhi, come
grani di rosario, sfilano foto di persecuzioni ustascia
contro donne, bambini, serbi, zingari, ebrei. Vediamo il
campo di Jaenovac, dove nel giugno 1942 ci fu unesecuzione
di 8000 donne e bambini e il campo Mlaka di Kozara, con
7000 vittime, nel villaggio di Slavostina, dove furono
uccisi 1165 prigionieri di Kozara. Nel campo di tortura
di Stara Gradika furono asfissiati 19000 bambini
col with potassium cianide. Queste foto di bambini
sono agghiaccianti, tanto sono magri e scheletriti e mi
rendo conto che gli ebrei non hanno il monopolio del
martirio. Il ministero del governo croato risolse la
questione zigana massacrando tutti gli zingari. Sono
visibili anche i bambini ustascia con divisa giannizzera,
i futuri persecutori, ed ecco laguzzino ustascia
Gustav Majer, di 36 anni, fotografato in mezzo al
massacro di serbi a Dubica nellestate 1942.
Finito di visitare questo museo degli orrori dove ci
raggiunge Mira con le sue sorelle, ci rechiamo al Parco
della memoria, al monumento delle Ali Spezzate
per ricordare il massacro nazista di 7000 abitanti di
Kragujevac, di cui 300 liceali e il professore che disse:
sparate pure, io continuo la mia lezione.
Poco distante, è il monumento chiamato Fiore,
dedicato agli zingarelli che furono trucidati dai nazisti
per essersi rifiutati di pulire i loro stivali
insanguinati dopo leccidio dei 7000. Su una pietra
sono incise le parole del poeta Karel Jonker: Tutto
quello che sento dallerba si illumina, non lo può
dire la mia voce umana, tutti i bambini uccisi sembrano
cicale con voci di bambini. Noi allora
abbiamo teso lorecchio per sentirle queste voci,
abbiamo scrutato lerba, le cicale però erano mute,
ma io ne avvertivo la presenza, le sentivo palpitare e ci
osservavano dallerba e stavano per scoppiare a
furia di trattenere il respiro. La piccola Nevena ci fa
da guida e conosce la storia della resistenza che studia
a scuola, chissà per quanto tempo ancora in questepoca
di revisionismi.
In macchina ascoltiamo canzoni dalla voce sensuale della
moglie di Arkan. A casa di Rajka ascoltiamo canzoni
jugoslave e una grande emozione ci prende quando
ascoltiamo Kosovo leti che ha fatto da sigla al
bellissimo film di Grimaldi, Un popolo invisibile,
girato sotto le bombe della NATO. La canzone significa
voliamo in Kosovo e ricorda la battaglia di
Kosovo Polje del 1389, in cui i serbi furono sconfitti
dai turchi. Muti, ammaliati, ascoltiamo questa canzone
dal ritmo incalzante e tutti ricordano Fulvio per quello
che fa per far conoscere al mondo la verità su quella
sporca guerra contro il popolo serbo. E così immagino
Fulvio, che, in silenzio, entra in salotto e prende dalle
mani di Rajka il gelato e la slivovica e cè
anche Sandra, con la sua macchina da presa, e il bassotto
Nando, che dorme acquattato ai nostri piedi e gusta con
particolare soddisfazione il gelato fatto in casa.
A Belgrado, andremo a visitare la piccola Maja in
ospedale. Lospedale è grande, ma allinterno
ha unaria familiare. Alle pareti ci sono disegni di
piccoli pazienti che hanno soggiornato qui in passato.
Nello stesso reparto ci sono adulti e bambini, ma i
bambini hanno delle camere a parte. Maja sta ascoltando
la radiolina che le avevamo regalato nel nostro
precedente viaggio e ci accoglie col suo sorriso
disarmante e radioso. Ci aiutano nella conversazione
Gordana, dellassociazione Decia Istina (la
verità dei bambini), con cui abbiamo avviato progetti di
solidarietà, e Ana, coetanea di Maja, che parla
altrettanto bene il serbo che un italiano venetizzante:
vive a Mestre da qualche anno e torna in Serbia per le
vacanze.
La collina di Avala, simbolo di Belgrado, ci saluta
tristemente con la torre TV distrutta dalla NATO il 25
aprile del 1999. La sera, di ritorno a Kragujevac, alla
sede del sindacato ci riempiono di regali per i donatori,
ce nè uno anche per Gemma e Carlo, che sono finiti
sul giornale per la loro intenzione di donare ai bambini
della Zastava il ricavato dei regali delle loro
nozze.
Giovedì allalba, sotto una pioggia malinconica e
discreta, lasciamo Kragujevac e ci scrolliamo di
dosso il verde fogliame di parco umarice. Allorizzonte
sorridono già le meline di Novi Pazar e ci salutano come
i bambini di Kragujevac con le loro manine. Ormai siamo
sulla strada di casa e il nostro salto a Sofia è
sfumato, perché Rajka, Milja e tutto lo staff del
sindacato hanno sequestrato e trattenuto più del dovuto
a Kragujevac dei prigionieri consenzienti. Mentre il
nostro viaggio procede muto e fangoso, ticchettano sui
vetri le goccioline di pioggia e canticchiano in coro: in
un giorno di primavera del 1957, sono andata da Varna a
Sofia, insieme con il mio compagno Nazim Hikmet. Si
spandeva nellaria un profumo di rose che
prende la gola e, mentre incontravamo lungo la
strada tanti noci e tigli e noi eravamo le noci,
mi sussurrò dolcemente nellorecchio questa poesia
che ha il sapore di una nenia senza tempo: Impossibile
dormire la notte qui
a Varna impossibile
dormire per
via di queste stelle che
son troppe troppo
lucide e troppo vicine per
via del mormorio sul
greto dellonde morte il
loro sussurro le
loro perle i
loro ciottoli le
alghe salate per
via del rumore di
un motore sul mare come
un cuore che batte per
via dei fantasmi venuti
da Istanbul sorti
dal Bosforo che
invadono la stanza gli
occhi verdi delluno le
manette ai polsi dellaltro un
fazzoletto nelle
mani dellaltro un
fazzoletto che sa di lavanda impossibile
dormire la notte qui
a Varna mio
amore qui
a Varna, allalbergo Bor.
Nazim, il compagno di una vita, esperto di separazioni e
ammalato di nostalgia, morto a Mosca in esilio nel 1963.
Lui sì che se ne intendeva di veri tiranni (mica come
Miloevic o Saddam Hussein o Fidel Castro!!). Il
tiranno che lo condannò a morte per 7 volte era Kemal
Ataturk, il padre della repubblica turca, che
in segreto, però, si faceva leggere le poesie del suo
odiato-amato nemico Nazim Hikmet ed esclamava ad alta
voce che era il poeta più grande della Turchia,
concludendo peccato però che sia comunista.
Jean Paul Sartre e la solidarietà internazionalista lo
tirarono fuori dalla prigione e dalla forca dove la
mano pelosa di uno zingaro gli avrebbe stretto un
cappio intorno al collo. Mentre le sue dolci parole mi
riportano indietro nel tempo ed ho ancora nelle narici
odor dalcanna e di verde, il volo di
una tortora da un cespuglio mi fa ritornare alla realtà:
ma io
sono nata nel 1950 e non sono mai stata a
Sofia e a Varna con Nazim. Ma sì, che importa, questo
viaggio lho fatto con lui in unaltra vita,
immersa nel suo libro che, come la bussola della mia
vita, è il primo oggetto che ripongo nel mio zaino
quando viaggio per ritrovarmi.
Separarmi da questa terra mi è quasi impossibile!
Nelle albe del ramadan un filo di lana segna il
limite tra la notte e il giorno: così, appena
percepibile è il confine tra me e questa terra e dolce e
tenera tracima la separazione, come il miele dalle arnie
di Moraca. Aprire e chiudere una parentesi con questa
terra è come rivisitare un fiore appassito in un
vocabolario di tutte le lingue, nella speranza di trovare
la traduzione aggiornata della parola perché?:
perché questa terra è stata uranizzata, barbarizzata,
come un fiore reciso per puro divertimento e poi,
calpestato dagli scarponi incivili dei cow boy della
NATO, abbandonata agonizzante in un prato nella primavera
del 1999? Sarà lennesimo enigma balcanico? LAja
è lontana e di Miloevic meglio non parlare, non si
sa mai, i nostri governanti di quella disgraziata
primavera 99 potrebbero degnamente prenderne il
posto e forse, se esiste il padreterno, anche i soldati
americani e lalleanza del nord, dopo l11
settembre in Afghanistan. Dal 1973 ogni anno l11
settembre sboccia nella mente e nel cuore il ricordo di
Salvador Allende che muore alla Moneda bombardata da
cielo e da terra da Pinochet e dai suoi padroni
americani!
Mentre la pioggia si fa insistente e gelida sui vetri
della Land Rover e superiamo una lunga fila di mezzi
militari; insonnoliti soldatini sgranocchiano le meline
del Sangiaccato e il fumo del tabacco balcanico,
confuso con quello di uno sbuffoso samovar
disegna arabeschi che danzano sul soffitto dei teloni
cerati. Distrattamente i soldatini lanciano unocchiata
ad una misteriosa cassa che trasportano in località
segreta e da cui m è sembrato di avvertire un ticchettio
a me familiare. Sarà forse il mio cuore che mi fu
sequestrato nellautunno 2001 da un gelido doganiere
balcanico? E dove lo portano? E per quanto tempo sarà
ancora prigioniero di questa terra? E perché non mi è
stato ancora restituito? Forse me lo
riconsegneranno alla frontiera! Ormai, se sogno o son
desta non importa
e la calda focaccia di nonna
Rada va a riscaldare i miei pensieri che come
infreddoliti passeri, lancio verso il sole... |