| Le ragioni del SI al Referendum per lestensione dellart.
18 Alcune note per le compagne e i compagni del
Coordinamento Rsu a cura di Pietro Alò Roma, marzo 2003 E facile prevedere che la campagna referendaria sarà dura.
Nello scontro politico delle prossime settimane lintreccio tra le ragioni del SI al
referendum e le ragioni della pace sarà naturale: bisogna chiamare donne e uomini a
difendere il diritto e i diritti, alla pace, alla vita, alla dignità, alla democrazia,
allinformazione, alla libertà, ad un lavoro e un reddito dignitosi. La campagna referendaria sarà dura perché la posta in gioco è
molto alta: quale società vogliamo costruire? Una società dominata interamente dalle
ragioni del mercato? O le ragioni del produrre e del consumare, le ragioni del convivere e
delle relazioni tra gli esseri umani del pianeta dovranno fondarsi sulla centralità della
persona umana? La campagna per lestensione dellart. 18 dovrà essere
di alto profilo; le ragioni del SI sono forti e nobili. 1) Alle considerazioni circa linopportunità dello
strumento referendario bisogna rispondere che lalternativa non esisteva e
non esiste: -lart. 18 è stato messo in discussione dalla Confindustria
e dal Governo, col il Libro bianco, il Patto per lItalia e le deleghe; -i rapporti di forza in parlamento sono sfavorevoli alla stessa
difesa dellattuale art. 18; -finalmente formuliamo un obiettivo di attacco senza limitarci a dire NO a chi si presenta con il volto dellinnovatore; -il diritto al reintegro a seguito di ingiusto licenziamento ha
valore di diritto fondamentale e quindi di interesse generale. 2) Alle considerazioni sullassenza di tutele per
tanti lavoratori parasubordinati, che sarebbero allattenzione del Governo e
che i fautori del referendum avrebbero invece dimenticato, bisogna rispondere che: -dallestensione dei diritti, che il referendum prevede, le
lavoratrici e i lavoratori precari ne trarranno benefici e sin dora chiediamo lapprovazione
delle proposte di legge che estendono linsieme dello Statuto dei lavoratori, art. 18
compreso, anche ai lavoratori precari; -il referendum dà la parola allinsieme delle lavoratrici e
lavoratori precari. 3) Cercheranno la rissa, useranno toni demagogici, sfuggiranno al merito del quesito. Dobbiamo stare sempre al merito: la tutela dal licenziamento
ingiusto! La tutela da un licenziamento ingiusto, in uno stato di diritto, dovrebbe essere scontata. Non è un caso che anche gli oppositori al referendum dicono di essere daccordo; che la legge tutela dal licenziamento ingiusto, tanto è vero che prevede lindennizzo. Alcuni propongono di adeguare lentità dellindennizzo. Lindennizzo, magari opportunamente adeguato, costituisce leffettiva
tutela dal licenziamento senza giusta causa? Lart. 18 della legge 300 del 1970 (Statuto dei lavoratori)
prevede lautomatico reintegro nel posto di lavoro di chi è licenziato senza giusta
causa se lazienda supera i 15 dipendenti; se lazienda ha meno di 15 dipendenti
al lavoratore ingiustamente licenziato viene
riconosciuto un indennizzo (con altre parole
si può dire che viene risarcito per lingiustizia
subita a seguito di libera determinazione del datore di lavoro). Sia chi ritiene che bisogna rendere più
oneroso il licenziamento senza giusta causa nelle piccole imprese (i buoni),
sia chi ritiene che anche nelle grandi imprese lindennizzo deve sostituire il
reintegro (i cattivi) ci propone una falsa tutela, quella monetaria, che bisogna
respingere per principio. Il rapporto di lavoro, secondo la visione padronale, dovrebbe
ridursi allincontro tra due interessi che nel mercato, con il contratto di lavoro
che prevede precisi obblighi tra le parti, raggiungono un equilibrio: una contribuzione a
fronte di una prestazione lavorativa. In questo senso il rapporto di lavoro viene ridotto
alla sola dimensione economica occultando la più importante dimensione sociale. Bisogna affermare che la prestazione lavorativa, essendo
effettuata da persone, non è riducibile alla mera dimensione economica
(come nello scambio di merci). Il rapporto di lavoro è un rapporto sociale tra contraenti
portatori di diritti (impresa e lavoratore), dove la parte più debole (il lavoratore)
deve essere tutelata dallabuso del più forte (limprenditore). La tutela
reale è data dallimpossibilità dellabuso (con il reintegro automatico,
nel rispetto della dignità della parte socialmente debole). Invece, il
licenziamento senza giusta causa con indennizzo si configura come un abuso, riprovevole
fin che si vuole, ma giuridicamente previsto e reso possibile grazie ad una quantificazione
monetaria. Insomma, nel rapporto di lavoro in cui è previsto lindennizzo
economico, a fronte del licenziamento senza giusta causa, si occulta la connotazione
sociale del rapporto e con ciò si cancella la dimensione qualitativa, non misurabile, dei
diritti di cui è portatore il cittadino-lavoratore. Come dire che la sfera puramente mercantile, della
quantificazione e della mercificazione dei rapporti sociali, si espande senza limiti
cancellando i diritti delle persone in questo caso dei lavoratori ,
conquistati dopo un secolare processo di emancipazione. Questa brutale visione delle cose, che ritiene
naturale monetizzare i diritti in genere (degli anziani, delle donne, dei bambini, alla
salute, allambiente) e la dignità della persona, deve essere esplicitata,
denunciata, battuta. 4) Unaltra argomentazione utilizzata contro le ragioni dellestensione
dellart. 18 è quella che alimenterebbe il lavoro nero. Lestensione dellart. 18 alle piccole imprese farà
crescere il lavoro sommerso, con danno per i lavoratori costretti nella totale
illegalità? Questa è la tesi ripetuta dal presidente della Confindustria,
che denuncia la pretestuosità delliniziativa referendaria perché non si
preoccuperebbe di coloro (i lavoratori in nero del sommerso) che sono veramente senza
diritti. Secondo DAmato, par di capire, i privilegiati non sarebbero solo i
lavoratori delle grandi aziende (tesi sostenuta nel Libro bianco di Maroni) ma anche
quelli delle piccole aziende perché, a differenza degli oltre tre milioni di lavoratori
in nero, godrebbero del privilegio della legalità. Rispetto ad alcuni paesi europei il tasso del sommerso italiano
è praticamente doppio. La percentuale di prodotto interno lordo italiano, riferibile allinsieme
delleconomia sommersa, ammonta, secondo alcune stime, a quasi un terzo del totale. Bisogna tener presente, però, che quando si parla di economia
sommersa si fa riferimento a fenomeni molto diversi: alleconomia totalmente
illegale, a varie forme di semiillegalità, allelusione,ecc. Per stare al lavoro nero, infatti, un conto è quello che
interessa il lavoro minorile, gli immigrati, i settori delledilizia e dellagricoltura,
o comunque totalmente in nero, particolarmente diffuso nel Mezzogiorno; un altro conto è
il doppio lavoro più diffuso al Nord, particolarmente in Lombardia. Se fosse vero il rapporto di causa-effetto tra art. 18 ed
economia sommersa (con le aziende in fuga dalla legalità per sottrarsi al vincolo
previsto dallart. 18, come da propaganda confindustriale e governativa), non
potremmo spiegarci il fenomeno delleconomia sommersa in Italia. Non ci
spiegheremmo il sommerso in gran parte del Nord, dove, comè noto in molte imprese lart.
18 coesiste con il doppio lavoro e il fuori busta (sappiamo che ciò è reso possibile da
salari e stipendi bassi). Non dovremmo avere neanche il sommerso al Sud, visto che la
quasi totalità delle imprese che vive nel sommerso lo fa per ben altre ragioni, tenuto
conto che le ridotte dimensioni le tengono al riparo dellart. 18. A dimostrazione
che il presidente della Confindustria dice più di una bugia, si possono richiamare i
risultati praticamente nulli, sul piano dellemersione delleconomia sommersa,
dopo quasi un decennio di tentativi da parte dei vari Governi. Avanziamo ni una domanda: quale esito hanno avuto i patti di riallineamento avviati nel
Mezzogiorno, continuamente prorogati sin dal 1996, con aziende la cui dimensione è ben al
di sotto dei 15 dipendenti? Un fallimento totale. Per concludere: lallargamento dei diritti riduce lillegalità
e produce maggiore legalità. 5) Infine cè la propaganda che pretende di essere più
seria: quella che fa riferimento al rischio per la competitività del Paese. LItalia perderà competitività con lestensione dellart.
18? Cè chi sostiene che lestensione dellart. 18
renderà ancora più rigido il mercato del lavoro, avremo più difficoltà occupazionali,
il sistema produttivo italiano sarà ancor meno competitivo sui mercati internazionali. In altre parole: a)-il mercato del lavoro italiano sarebbe già oggi
particolarmente rigido rispetto agli altri paesi europei; b)-una tale rigidità sarebbe la causa del basso tasso di
occupazione che ci vede tra gli ultimi dEuropa; c) una tale rigidità sarebbe una delle principali cause della
debolezza competitiva delle imprese italiane che lestensione dellart. 18
aggraverebbe. Questi assunti sono propri del Governo, della Confindustria e non
solo, e costituiscono il fondamento del Libro bianco, la cui conclusione conduce alle
leggi delega. Vediamo la fondatezza di tali assunti. a)-il mercato del lavoro italiano sarebbe
particolarmente rigido. Nel senso comune si fa confusione tra presunta rigidità del
mercato del lavoro e due ben noti elementi di rigidità propri del nostro paese: la normativa relativa al rapporto di lavoro e percorsi
di carriera sociale. E vero che il rapporto di lavoro dipendente in Italia,
assieme a quello tedesco, è tra i più normati rispetto ad altri paesi europei. E vero pure che in Italia la mobilità sociale legata alle
carriere lavorative è molto limitata (vedi il saggio di Laura Arosio su Polis n.1/2002
ed. il Mulino). Ciò che non è vera è la rigidità del mercato del lavoro: il mercato
del lavoro italiano è tra i più flessibili dEuropa. [Questa verità è stata accertata da uno studio condotto da un gruppo di lavoro del LABORatorio-Riccardo Revelli di Torino e presentato da Bruno Contini in una pubblicazione Osservatorio sulla mobilità del lavoro in Italia ed. il Mulino 2002. Dallo studio emerge che in Italia una limitata contrazione del tasso di disoccupazione di un quarto di punto (aumento di 50 mila posti di lavoro in un anno) è il risultato di un turnover complessivo (numero di assunzioni più numero di licenziamenti nellanno) di 2 milioni 150 mila posti (1 milione 100 mila assunzioni e 1 milione e 50 mila licenziati). Il turnover dei posti di lavoro in Italia (ogni anno si crea o si distrugge un posto di lavoro ogni 4-5 esistenti) è analogo a quello USA, superiore a quello degli altri paesi europei. E vero che il diverso quadro normativo e la differente struttura produttiva tra USA e Italia possono causare una medesima mobilità del mercato del lavoro per ragioni diverse, ma è pur vero che la causa principale di una tale incredibile mobilità in Italia, secondo lo studio, sarebbe dovuta alla rigidità della struttura salariale più che alla diffusione della piccola impresa e nonostante una legislazione vincolistica. Da notare che oggetto dello studio sono stati i dati Inps del decennio 1986-1996, un periodo antecedente allentrata in vigore della legislazione liberista degli ultimi anni. Quindi
un mercato del lavoro straordinariamente flessibile, quello italiano, e ciò è anche
confermato da un contributo dellIstat pubblicato il 12 dicembre 2002. Lo studio dellIstat
dimostra che tra aprile 1998 e aprile 2002 la crescita occupazionale di ogni anno è il
risultato di un movimento occupazionale (assunzioni più licenziamenti) di circa 2 milioni
500 mila unità; così come la relativa riduzione della disoccupazione sarebbe il
risultato di quasi 2 milioni tra unità entrate e uscite dalla disoccupazione.] b)-la rigidità sarebbe causa di un tasso di occupazione molto
basso. Questa tesi è stata molto utilizzata nel corso degli anni 90
nel confronto tra leconomia americana flessibile, con tassi di disoccupazione bassi,
e leconomia europea più rigida, con tassi di disoccupazione elevati. Questa tesi si è
rivelata falsa. Diversi studi, e la stessa OCSE, hanno chiarito che non cè
alcuna connessione tra facilità dei licenziamenti e tasso medio di occupazione. [In realtà, il confronto tra economia americana flessibile ed economia europea rigida riguarda sia la possibilità di assumere o licenziare in rapporto alle fasi del ciclo economico, sia la definizione di stato di occupazione e di disoccupazione. Uneconomia è ritenuta più flessibile se le imprese possono assumere e licenziare più liberamente, senza particolari vincoli. Ciò si può realizzare con la deregolamentazione del mercato del lavoro e la proliferazione delle tipologie contrattuali, con conseguente precarizzazione dei rapporti di lavoro. Come risultato si avrà un elevamento del tasso di occupazione e un abbassamento del tasso di disoccupazione. Infatti ci sarà una accentuazione della mobilità in entrata e uscita tra occupazione e disoccupazione, che per un verso non modifica la media del tasso di occupazione ma, per altro verso, modifica la natura della disoccupazione rendendola fase di passaggio tra un posto di lavoro e un altro. In tal modo, è evidente, risulta modificata anche la natura delloccupazione, che si configura come condizione caratterizzata da instabilità e precarietà. In un contesto simile un collaboratore occasionale, con un mese di lavoro in un anno, può essere classificato come occupato. Oppure, un disoccupato meridionale, nonostante sia accertata leffettivo stato disoccupazione, non sarà censito come disoccupato (sarà un inattivo) perché nei 30 giorni precedenti, forse perché sfiduciato, non ha svolto unazione di ricerca di lavoro. Questioni, come si vede, che centrano poco con leffettivo tasso di occupazione. Nellintroduzione
di uno studio del 1999, curato da Fabiano Schivardi, per il servizio studi di Banca dItalia,
è chiaramente detto
la semplice
equazione che pone in relazione rigidità e disoccupazione trova scarso sostegno a livello
sia teorico sia empirico
. Lo studio dimostra, relativamente al rapporto
rigidità-occupazione, che la differenza tra una economia rigida e una flessibile incide
sulla maggiore o minore redditività per limpresa, anche per la maggiore o minore
facilità di licenziare, ma rispetto al tasso medio di occupazione non cè
sostanziale differenza. Le affermazioni del presidente della Confesercenti circa la
perdita di 100 mila posti di lavoro nel settore, a seguito della vittoria del SI al
Referendum, sono pura propaganda. Ciò dimostra la povertà di argomentazioni dei
sostenitori del NO.] c)-la rigidità del mercato del lavoro e lestensione dellart.
18 sarebbero cause della perdita di competitività internazionale dellItalia. Questa tesi presuppone che la competitività in campo
internazionale del sistema Italia fondi le sue chances, almeno in parte, sulla relativa
libertà di licenziare. Se questa affermazione fosse vera si dovrebbe giungere alla
paradossale conclusione che leconomia meridionale, con la maggiore incidenza di
lavoro nero e quindi con la totale libertà di licenziamento da parte delle imprese,
dovrebbe essere molto più competitiva di quella del Centro-Nord. Conclusione paradossale, appunto, ma indicativa di unamara
verità sullo stato del capitalismo italiano. In effetti, la libertà di licenziamento può costituire un
fattore di competitività reale nel caso di settori a basso contenuto tecnologico e alta
intensità di lavoro. E noto che la libertà di licenziamento permette alle imprese
un più elevato controllo della forza lavoro, con conseguente relativo contenimento dei
costi. Tanto è vero che se le imprese motivassero il loro NO al Referendum con la
convenienza ad avere lavoratori più ricattabili perché meno liberi, più controllabili e
quindi meno costosi, sarebbero miopi nellepoca della globalizzazione ,
ma non avrebbero tutti i torti. Insomma, nel momento in cui da parte di Confindustria e Governo
si lancia lallarme per i danni che causerebbe lestensione dellart. 18
alla competitività del paese, sorgono alcune domande: qual è oggi lo stato di salute del
sistema produttivo italiano nel commercio internazionale? E vero il pericolo sulla
competitività che causerebbe lart. 18? Nel corso degli anni diversi studi sono stati condotti sul
modello di specializzazione internazionale delleconomia italiana con le relative
comparazioni. Matteo Bulgarelli, del servizio studi di Banca dItalia, ne ha
pubblicato uno nel marzo 2001. Il lavoro di Bulgarelli esamina quattro paesi dellarea
delleuro, Italia, Francia, Spagna e Germania. Si riscontra la peculiarità delleconomia
italiana particolarmente difforme dal modello di Francia e Germania (i settori
di specializzazione italiana sono quelli dei beni tradizionali e della meccanica) e dopo
aver segnalato un processo di convergenza
dei quattro paesi verso un modello comune si afferma che pur convergendo, lItalia conferma le proprie
peculiarità
e, rispetto agli altri paesi
il modello italiano sta cambiando più lentamente
.
Quindi, lItalia è in ritardo, per la sua arretratezza tecnologica, nel processo di
convergenza in atto nellarea delleuro (area che solo alla fine degli anni
90 avrebbe recuperato in parte il ritardo nel comparto dellelettronica
rispetto agli USA), ma lItalia è la
principale responsabile dellindebolimento dellarea delleuro rispetto
alla produzione di beni tradizionali. Il perché il sistema Italia perde terreno nel commercio
internazionale, proprio nei beni tradizionali (dove è più elevata la sua
specializzazione), ce lo spiega Rodolfo Helg, con un articolo dal titolo la specializzazione anomala delleconomia italiana
(in cui si citano diversi studi sullargomento), apparso il 4 febbraio 2003 sul sito
www.lavoce.info. Aggregando il tessuto produttivo in tre grandi settori (quelli che
producono beni ad alta intensità di lavoro non qualificato, ad alta intensità di lavoro qualificato e ad alta tecnologia), si vede che la specializzazione
relativa dellItalia, dal 1970 a tutto il 1999, è nel settore ad alta intensità di lavoro non qualificato: calzaturiero, tessile,
mobilio, abbigliamento. Una correlazione statistica mostra anche che, diversamente da
tutti gli altri paesi industrialmente avanzati, lItalia ha un modello di
specializzazione molto simile a quello dei paesi emergenti. Ciò significa che le imprese
italiane sono le più sottoposte alla concorrenza dei paesi emergenti. Si può concludere,
quindi, che, lapertura dei mercati, a seguito del processo di globalizzazione e dellirruzione
sulla scena dei paesi di nuova industrializzazione, costringe lItalia ad una
competizione impossibile. LItalia perde quote di mercato nei beni tradizionali, che
in passato costituivano il suo punto di forza (grazie alla qualità di prodotto del made in Italy, alla dinamicità dellimpresa
familiare, alle economie di sistema dei distretti industriali e, non dimentichiamolo,
grazie anche a qualche svalutazione monetaria). Oggi, pensare di competere sui mercati internazionali
(con India, Cina, Indonesia, Malesia, Filippine, Tailandia, Hong Kong, Corea del Sud,
Singapore, Taiwan), invocando il NO allestensione dellart. 18 è
semplicemente una follia. Lestensione dellart.
18, da questo punto di vista, può costituire un salutare aiuto per dare la giusta spinta
al tessuto produttivo del paese in direzione della qualità del prodotto, dellinnovazione
tecnologica, della formazione permanente, della ricerca. |