Ministero della Difesa o della
Guerra? A giudicare dagli ultimi avvenimenti di cronaca, il dubbio è più che lecito. Il
7 marzo a Pavia il direttore dello stabilimento militare ha negato lautorizzazione a
svolgere unassemblea dei lavoratori sulla pace. Qualche giorno dopo, a Noceto di
Parma, al rappresentante Cgil è stato ordinato di rimuovere dalla bacheca sindacale il
vessillo arcobaleno. Lepisodio più grave, tuttavia, è avvenuto a Cagliari, lo
scorso 18 marzo: il segretario generale della Funzione pubblica Cgil è stato fermato e
identificato dai carabinieri per aver riaffisso in bacheca la bandiera della pace, rimossa
in precedenza dai vertici militari del centro di medicina legale della città sarda.
Con le nostre iniziative spiega Fabrizio Rossetti, responsabile della Difesa
per la Fp Cgil nazionale ci battiamo per la tutela dei valori sanciti dalla
Costituzione, che prevede un sistema di difesa nazionale e non la partecipazione, più o
meno mascherata, con la formula della non belligeranza, ai conflitti nel mondo.
Le carte scoperte del centro-destra
Ma quale natura deve avere un ministero che sia, appunto, della Difesa e
non della Guerra? Il dramma Iraq sincrocia con la vertenza che da più
di un anno Cgil, Cisl e Uil hanno aperto con il governo sulla riforma del dicastero. Le
carte del centro-destra sono scoperte. Non appena insediatasi, a luglio 2001, la nuova
maggioranza ha approvato una legge delega di riforma del ministero della Difesa. La delega
scade nel 2003 e, nonostante che la maggioranza non abbia accettato alcun confronto con le
parti sociali, le linee generali che trapelano dalle azioni concrete messe in atto sono
chiare: azzeramento del processo riformatore avviato dallesecutivo di
centro-sinistra (con la legge 549/95), ricorso massiccio a privatizzazioni ed
esternalizzazioni, rimilitarizzazione degli apparati civili, taglio agli investimenti in
formazione, infrastrutture e tecnologie, soprattutto nellarea industriale (quella
della manutenzione e delle riparazioni), che dà lavoro a 14 mila addetti sui 40 mila
complessivi. Per molti aspetti, il modello targato Usa. Ma il modello di Difesa che
abbiamo in mente commenta Rossetti non può essere quello americano, in cui
quasi tutto è privatizzato. In questo modo, diminuisce il controllo democratico sugli
apparati e, parallelamente, aumenta la pressione delle industrie belliche.
Non si tratta di facili allarmismi. Basta aprire la pagina dei bandi
nel sito del ministero per scorrere serie sempre più numerose di gare dappalto, che
vanno dalla logistica ai servizi. Già oggi nei grandi bacini degli arsenali di La Spezia
e Taranto, nei due poli di manutenzione dei mezzi dellesercito di Piacenza e Nola
(Napoli), dove gli addetti civili lavorano sui mezzi blindati e sui carri Leopard e
Ariete, e in tanti altri siti industriali la strategia è la stessa: impoverire le
professionalità interne per privatizzare funzioni e servizi. Dai vigilantes che
sorvegliano le polveriere ai servizi mensa, fino alle manutenzioni più sofisticate, che
vengono ormai riservate alle grande industrie private, mentre agli addetti del ministero
sono spesso lasciate le lavorazioni residuali: A Piacenza dice Maurizio
Lanza, della Funzione pubblica nazionale sui carri ormai intervengono soprattutto
gli addetti Fiat. La revisione dei velivoli aerei non la fa più il centro di
manutenzione, ma i privati della Falcon. Stesso discorso per gli arsenali marini, dove i
controlli dei laser e dei radar sono appannaggio delle aziende. In verità, le
imprese fornitrici di mezzi e apparecchi dovrebbero per contratto trasferire ai tecnici
della Difesa il know how necessario per la revisione e manutenzione delle macchine: ma
nessuno controlla che ciò avvenga realmente e, naturalmente, alle imprese non conviene
farlo. In parallelo, limpoverimento professionale del comparto è evidente negli
inquadramenti: 30 mila dei 40 mila addetti civili del dicastero sono ancora tra il terzo e
il quinto livello e, di questi, ben 2.800 al terzo livello, che è praticamente scomparso
nel resto della pubblica amministrazione. Ancora: i dirigenti sono solo 180 e, a guidare
arsenali e stabilimenti non ci sono ingegneri, ma militari poco motivati e vicini alla
pensione.
I casi di La Spezia, Nola e Piacenza
Nellarsenale di La Spezia lavorano 1.560 addetti. Nelle immense officine
galleggianti si manutengono alcune delle navi più importanti della flotta italiana (a
cominciare dalla Garibaldi). Ma le ultime leggi finanziarie hanno tagliato quasi 50
miliardi di vecchie lire per gli arsenali: con conseguenze che Emanuele Nerino, della
segretaria provinciale della Fp della città ligure, spiega così: Le manutenzioni
ora si fanno a intervalli sempre più distanti e questo compromette il buon funzionamento
delle navi. Non sinveste sulle tecnologie e non si fa formazione continua: se
continua così, in due o tre anni non saremo in grado doperare sulle navi sempre
più sofisticate di Fincantieri. A quel punto, sarà difficile fermare lingresso dei
privati. Stessa musica nei due poli di mantenimento pesante dellesercito
a Nola e a Piacenza. Nello stabilimento in provincia di Napoli operano 600 addetti civili.
Lente è nato nel 2000 dallaccorpamento del vecchio arsenale del capoluogo
campano con la Staveco di Nola: Il progetto era ambizioso osserva Sabatino
Pellegrino, coordinatore Difesa dellFp di Napoli , doveva generare uno
stabilimento che operasse a 360 gradi, per ora si tratta solo di una sommatoria di cose
diverse. Cè un quadro dirigenziale che fa acqua da tutte le parti, non si programma
nulla e spesso mancano addirittura i pezzi di ricambio. Si va avanti solo grazie alla
buona volontà dei lavoratori, nonostante i corsi di riqualificazione siano in costante
ritardo. Recentemente, cè stato un tentativo desternalizzare alcune
lavorazioni: un contratto da 105 miliardi di vecchie lire con il consorzio Iveco e Oto
Melara, che non è andato in porto per mancanza di fondi. Ma cosa potrà succedere domani?
A Piacenza (700 addetti) succedono più o meno le stesse cose. Con laggravante
che qui risorse per investire si potrebbero trovare anche in loco. Ci sono
tantissime aree abbandonate che appartengono al ministero della Difesa dice
Fabrizio Ratti, coordinatore regionale della Difesa per la Fp . Si dice che
potrebbero essere vendute per costruire appartamenti per i militari che arrivano da
Milano. Noi crediamo, invece, che uneventuale vendita dei gioielli di famiglia
dovrebbe servire a trovare risorse per investire negli stabilimenti. Da noi praticamente
non si fa più aggiornamento professionale, mentre non si rinnovano da tempo le dotazioni
tecnologiche. Già, ma a che servono queste cose se i vertici hanno deciso di condannare
il pezzo industriale della Difesa?
(Rassegna sindacale, n.14, 10 - 16 aprile 2003) |