Il 12 giugno 2002, il Comitato Direttivo della CGIL Nazionale, ha votato a
grande maggioranza un appello al Comitato Referendum perché desistesse dalla raccolta di
firme per lestensione dellArt. 18 alle piccole imprese. Perché quellappello,
peraltro non accolto? La CGIL rinnegava forse il proprio obiettivo di estendere diritti,
tutele ed ammortizzatori sociali a tutto il mondo del lavoro, dalle imprese maggiori alle
minori, dal lavoro atipico, al diffuso, al precario?
Qui sta il punto poco esplorato da molti commentatori, Unità compresa, che a me pare
invece molto chiaro: la strategia che la CGIL si è data, è diversa ed alternativa a
quella dei promotori del Referendum.
Per la CGIL la difesa dellArt. 18, attaccato da Berlusconi e da DAmato, è la
precondizione per lanciare una grande offensiva sulla estensione dei diritti, degli
ammortizzatori e delle tutele, modulati in modo tale che nessun lavoratore ne sia escluso.
Lo schieramento sociale e politico che lazione della CGIL ha raccolto attorno alla
manifestazione del 23 marzo 2002, i 5 milioni di firme raccolte a supporto delle sue
proposte di legge per i diritti, sono lasse portante delliniziativa della
CGIL, così come il ricorso al Referendum abrogativo se lArt. 18 fosse modificato
dal Parlamento.
Il 23 marzo ha visto manifestare insieme con la CGIL esponenti di un vasto schieramento
politico, da Rosy Bindi a Casarin ed un imponente schieramento sociale composto da
lavoratori, pensionati e studenti, dai movimenti, da tanta intellettualità, tante
professioni, tanto popolo.
Il mio macellaio ed il mio idraulico iscritti a quella Confcommercio che non ha condiviso
lattacco allArt. 18, non hanno manifestato ma hanno espresso condivisione e
simpatia, hanno sostenuto economicamente la manifestazione acquistando le cedole della
sottoscrizione della CGIL.
I promotori del Referendum, guidati da Bertinotti e dalla Fiom diretta da Sabattini,
mettono in campo una strategia alternativa negli strumenti, nei tempi, nelle modalità di
svolgimento, nelle alleanze, a quella della CGIL.
I referendari attaccano soprattutto le alleanze del 23 marzo, dividono verticalmente
quello schieramento politico e sociale che liniziativa della CGIL ha aggregato,
rifiutano la strada delle leggi, danno per acquisita (chissà perché) la difesa dellArt.
18 così come oggi è, non puntano sul Referendum abrogativo che la CGIL ha annunciato per
contrastare quelle modifiche allArt. 18 che il Parlamento ha ancora allordine
del giorno, tolgono Berlusconi e DAmato dal centro della scena e mettono sotto tiro
il mio macellaio e il mio idraulico.
Bertinotti e Sabattini, con altri, scelgono così di mettere radicalmente in discussione
la strategia che la CGIL, il suo Segretario Generale ed il suo gruppo dirigente si sono
dati e che ha avuto ed ha uno straordinario consenso di massa. Il Referendum è stato
dunque pensato ed attuato contro la CGIL. Non è il figlio né legittimo, né illegittimo
delle grandi mobilitazioni del 2002, non unisce ma semina divisioni negli schieramenti
sociali e politici democratico-progressisti.
Oggi pur tuttavia il Referendum è in campo.
Il gruppo dirigente della CGIL sta riflettendo su come ridurre il danno e rilanciare la
via maestra delle Leggi per i diritti, per tutti.
E un gruppo dirigente coeso e solidale su valori, programmi e strategie, ha al
proprio interno articolazioni di giudizio su quale è la tattica più appropriata per
conseguire il male minore. Alcuni propendono per votare SI il 15 giugno ed accompagnare a
tale scelta le nostre critiche alla opzione referendaria ed il sostegno convinto delle
nostre proposte di legge.
La mia opinione è diversa, il Referendum non è la nostra battaglia, non so come voterò
al Comitato Direttivo della CGIL del 6 e 7 maggio, voglio sentire la relazione di Epifani
e gli interventi. Oggi penso, mi pronuncerei come il socialista Andrea Costa in
Parlamento, di fronte alla avventura coloniale in Africa promossa dai Governi trasformisti
di fine 800: non è la nostra battaglia, né un uomo, ne un soldo.
E opportuno, a mio giudizio che la CGIL decida il voto libero ed ognuno valuti come
ridurre il danno. Perchè di danno sicuramente si tratta.
Bertinotti e Sabattini sono compagni prestigiosi e generosi, ma a loro è già capitato di
sbagliare strategia; sono stati tra i protagonisti della più pesante sconfitta subita dal
Movimento Operaio nellItalia Repubblicana. Penso oggi sbaglino nuovamente.
Sulla CGIL dellultimo Lama, di Pizzinato e di Trentin ha pesato negativamente londa
lunga della sconfitta alla Fiat del 1980, Cè voluta la CGIL di Cofferati, del
confronto con Berlusconi sulle pensioni nel 1994, del contributo allingresso dellItalia
nellUnione Europea, della manifestazione del 23 marzo, dei 5 milioni di firme
raccolte, per rilanciare loffensiva del Sindacato dei Diritti e delle Solidarietà
con la partecipata strategia che li supporta.
Io difendo il valore di questa strategia e non intendo fare mie quelle scelte che la
avversano e che cambiano completamente le coordinate del confronto in campo.
Le nostre opinioni divergono dunque sulla tattica da attuare nel breve.
Non scalfiscono ovviamente il rapporto di stima e di solidarietà che nutro nei confronti
sia di Epifani, che dirige la CGIL con autorevolezza, determinazione e prestigio, che nei
confronti dei componenti la Segreteria della CGIL che sostengono proposte diverse dalle
mie.
Ci unisce il giudizio critico sulla scelta referendaria, costruita contro la nostra
organizzazione, così come ci uniscono le scelte strategiche di fondo maturate in un
grande Congresso della CGIL unitariamente concluso dopo 16 anni di discussioni e di
divisioni.
(L'articolo è stato pubblicato dall'Unità il 27 aprile 2003) |