| Il referendum sullArticolo 18 DISCUTIAMO
DEL MERITO Enrico Pugliese Enrico
Ordinario di Sociologia del Lavoro all'Università
"Federico II" di Napoli Personalmente
sono sempre stato contrario alluso dei referendum, in particolare quando si tratta
di tematiche che riguardano specificamente i lavoratori. Tra laltro i referendum
almeno quelli più significativi hanno portato alla imbarazzante sconfitta
dei promotori. Questa norma è valsa per i referendum di iniziativa bigotta e reazionaria
sul divorzio e sullaborto, ma è valsa purtroppo anche per il referendum sulla scala
mobile, con il quale la sinistra e il sindacato sono riusciti a procurarsi una delle più
cocenti sconfitte del dopoguerra. Cè anche un elemento specifico che mi spinge
verso una posizione antireferendaria, la convinzione cioè che non sia né utile né
opportuno coinvolgere tutta la popolazione su tematiche riguardanti la classe operaia e le
relazioni sindacali. Ciò innanzitutto perché la popolazione (la gente) ha in
generale scarsa competenza e modesta sensibilità per queste tematiche: poco ne sa e non
sempre simpatizza. Detto
questo, vorrei esprimere il mio profondo e totale convincimento sullopportunità di
andare a votare a questo referendum e ovviamente di votare per il sì, ma soprattutto di
mobilitarsi attivamente nella campagna in difesa del referendum, dei suoi contenuti e dei
generali principi e orientamenti dai quali essi discendono. Questa premessa potrà
apparire paradossale, ma, come cercherò di spiegare in avanti, alcune obiezioni di base
in questo momento non mi sembrano tanto vincolanti e quella del referendum può essere unutile
occasione di chiarimento e rappresentare una prospettiva di affermazione di un movimento
di difesa dei diritti dei lavoratori. Innanzitutto,
approfondiamo loggetto del contendere con riferimento al merito specifico del
referendum. Esso intende estendere anche ai lavoratori della piccola impresa una norma di
garanzia che la legge, che va sotto il nome di Statuto dei lavoratori, aveva inteso
limitare ai lavoratori delle imprese di più grandi dimensioni. Si tratta dellArticolo
18, volto a impedire i licenziamenti senza giusta causa. La scelta di escludere le aziende
al di sotto di una certa soglia rifletteva la situazione strutturale, e i rapporti di
forza e le strategie di alleanza del 1970, proprio allindomani dellautunno
caldo: una situazione ci sentiamo continuamente ripetere profondamente
diversa da quella attuale. E sulla portata epocale di questi cambiamenti non sussistono
dubbi. I cambiamenti come continuamente ci ricordano esponenti anche accademici
degli ambienti padronali riguardano la struttura industriale del paese, non più
fondata sulla fabbrica di grandi dimensioni con lorganizzazione del lavoro fordista
taylorista. Ora le esigenze della produzione snella hanno bisogno di flessibilità nei
rapporti di lavoro. Il tipo di industria oggi dominante è riferito ad aziende di
dimensioni più modeste, magari organizzate a rete, che necessitano di continui
adeguamenti e che non riescono a sopportare i vincoli imposti dallo Statuto dei lavoratori
e in generale dalle acquisizioni del diritto del lavoro e dal consolidamento del sistema
di relazioni sindacali, che si sono consolidate nel corso del XX secolo e soprattutto nei
gloriosi trentanni dello sviluppo industriale post-bellico. Di molti
di questi vincoli le imprese hanno già da tempo cominciato a liberarsi: e non sono state
ad aspettare lavvento del governo di destra. Alle ragioni degli imprenditori si sono
mostrati sensibili anche ambienti accademici, che, con minore o maggior grado di
competenza, si sono fatti cantori della flessibilità, senza alcuna sensibilità per i
problemi dei lavoratori, che subivano le conseguenze umane e sociali dei processi di
forzata flessibilizzazione già in atto da tempo. Allobiettivo, concreto e
immediato, delle imprese di ridurre le garanzie dei lavoratori e di avere effettivamente
mano libera nellorganizzazione e nel mercato del lavoro si è aggiunto, più di
recente quello, in realtà provocatorio, di eliminare lArt. 18 dello Statuto dei
lavoratori, rivendicando la possibilità di licenziare senza giusta causa. È utile
sottolineare il carattere simbolico di questa iniziativa: sociologi, giuristi del lavoro
ed esperti di relazioni industriali di destra e di sinistra sono in generale
convinti che le imprese più grandi non hanno in generale interesse alla pratica dei
licenziamenti individuali. che hanno inteso pretendere per principio e per arroganza. I
milioni di firme finora raccolte dalla Cgil esprimono lirritazione per il modo in
cui si intende stabilire il principio della ingiustificata licenziabilità, magari da
indennizzare con danaro. Le poste in gioco simboliche hanno un forte richiamo e una grande
rilevanza. Nelle
attuali circostanze lArt. 18 rappresenta un elemento di riferimento, la
istituzionalizzazione di un principio, una di quelle norme del diritto del lavoro che
come dicono con nostalgico orgoglio i giuristi del lavoro hanno consegnato
al secolo XXI una società in cui i lavoratori vivessero in una condizione più umana e
civile. Quando Polanyi scriveva, oltre mezzo secolo addietro, che il peggio è alle nostre
spalle, intendeva riferirsi a qualcosa del genere. La classe operaia non è solo merce, ma
anche titolare di diritti: e sul «manifesto» labbiamo sempre scritto
questi non sempre sono monetizzabili. Articolo
18, perciò, come protezione simbolica e perché no? anche reale. È per
questo che paradossalmente hanno ragione coloro che da destra ironizzano su quelli che
difendono con forza lArticolo 18 nella sua versione attuale, ma esprimono
perplessità o dissenso sul referendum che vuole generalizzare a tutti i lavoratori
anche a quelli che lavorano nelle piccolissime imprese i diritti in esso tutelati.
Se si tratta di un giusto diritto dei lavoratori (anzi della persona), non si vede perché
non ne debbano godere anche i lavoratori di aziende più piccole. Questo è vero e cè
poco da ironizzare. Lobiezione è dunque assolutamente corretta, ma per i motivi
opposti a quella per cui viene fatta. La
situazione produttiva è cambiata, ci dicono. Ed è verissimo. Allepoca dello
Statuto dei lavoratori, alla vigilia delle rivoluzione informatica, la fabbrica con 14
dipendenti era pressoché esclusivamente la fabbrichetta artigianale più o
meno arretrata. Era diversa dalla grande fabbrica: con organizzazione del lavoro
standardizzata e si diceva con rapporti di lavoro più burocratici e
spersonalizzati. Da un lato cera loperaio massa, dallaltra cerano
gli operai della piccola impresa con un rapporto personale con il padrone. Un po
era così, un po questo era lo stereotipo. Ma tutto questo faceva differenza anche
in termini di contratto di lavoro e di licenziabilità. La grande impresa inoltre si
poteva permettere di praticare il labour hoarding (il mantenimento di forza lavoro in
azienda anche quando non era strettamente necessaria); la piccola impresa no. Qui i
livelli di produttività erano più modesti e grande la fatica del piccolo imprenditore.
Insomma, la piccola azienda quella con meno di 15 dipendenti viveva un vita
economica più difficile e aveva bisogno di sconti a tutti i livelli. Essa rappresentava
un quota significativa del sistema delle imprese italiano, più alta che negli altri paesi
di Europa; e anche per questo si accettò di dare ad essa un grado di protezione, sia pure
a scapito dei lavoratori. Non che
ora i divari di produttività non sussistano più. I dati sulle imprese mostrano
come per altro ovunque al mondo incrementi di valore aggiunto per addetto al
crescere della dimensione aziendale, oltre che ovviamente aumenti delle retribuzioni e del
costo del lavoro. Ma è mutato il contesto e sono mutati anche i rapporti interni. La
piccole imprese si può dire prima erano davvero tutte piccole. Questa non
è né una tautologia né una banalità. Il principale motivo per cui il limite imposto
dallo Statuto dei lavoratori non ha più lo stesso senso di prima è che limpresa
con 15 dipendenti può ora essere piccola, media o finanche grande dal punto di vista
economico e finanziario: in qualche ambito essa può rappresentare una piccola potenza
finanziaria. I
processi per cui si è arrivati a questo esito sono molteplici. In primo luogo quelli
ovvi: la rivoluzione informatica e in generale il forte sviluppo tecnologico, che hanno
permesso di ridurre drasticamente la mano dopera necessaria nella produzione. La
cosa è evidente nella industria, dove quantità enormemente superiori di merci possono
esse prodotte impiegando quantità enormemente più modeste di persone. Ma linformatica
e la micro-elettronica aggiungono qualcosa di più, un salto di qualità in questa
direzione, sia per la eliminazione di determinate operazioni (e relative ingombranti
macchine) sia per il fatto che esse possono essere allocate allesterno dellimpresa.
E questo
ci porta al secondo punto, che è quello più importante: i processi di destrutturazione e
riorganizzazione aziendale. È qui che si è realizzato quel livello di trasformazione
tale da rendere molto meno significativa la questione del limite dimensionale a 15
addetti. Di questi processi di destrutturazione-riorganizzazione poco si discute e scarse
sono le ricerche in materia. Si discetta in generale e in astratto di flessibilità, ma
pochi sono gli studi fondati su di una analisi approfondita della realtà produttiva delle
aziende e dei processi lavorativi. Piuttosto attenti su questo però sono i giuristi del
lavoro, proprio per le implicazioni che i cambiamenti hanno rispetto alla collocazione dei
lavoratori, ai rapporti con le controparti e soprattutto al carattere sempre più mutevole
e sfuggente delle controparti. Insomma
stiamo parlando di quel colossale processo di trasformazione-destrutturazione aziendale
che va sotto il nome di outsourcing. Con questo termine si designa il processo per cui una
serie di operazioni svolte allinterno dellazienda e con lavoratori dipendenti
dallazienda stessa sono ora sempre più frequentemente gestite da parte di altre
imprese, collocate fisicamente nello stesso luogo fisico dellazienda diciamo
così madre, o in altro luogo. Ci si
chiederà cosa cè di diverso rispetto ai processi di decentramento produttivo che
conoscevamo una volta. La novità consiste proprio nel fatto che i lavoratori di una
impresa che contribuiscono alla produzione di una merce con un determinato marchio,
lavorano spesso proprio allinterno delle mura della stessa fabbrica, magari
svolgendo le stesse operazioni, però alle dipendenze di un altro padrone (che forse è
indirettamente lo stesso). La questione è dunque quante volte bisogna contare fino a
quindici perché lazienda rientri nella soglia prevista dallo Statuto. Queste
cose, questi processi non cerano trentacinque anni addietro, quando Giacomo
Brodolini pensava alla Statuto dei lavoratori. Certo: alcune operazioni di scorporo
riguardanti la pulizia, gli autobus per il trasporto dei lavoratori, le mense aziendali e
altro erano già cominciate allora. Ma ora si tratta di processi e fenomeni assolutamente
diversi. Le operazioni oggetto delloutsourcing riguardano in generale blocchi interi
del processo lavorativo in senso stretto, dove non cambia né lorganizzazione
aziendale, né il lavoratore. Cambia solo la proprietà. Cè dunque una
moltiplicazione delle proprietà e dal punto di vista dei lavoratori delle
controparti allinterno dello stesso stabilimento, delle stesse mura, dove lavorano
spesso gli stesi operai con le stesse macchine. E questo è un processo di
destabilizzazione di portata eccezionale, giacché limpresa vera e propria si
sottrae a tutta una serie di vincoli e responsabilità nei confronti dei lavoratori, che
vanno ben oltre lArticolo 18. Le
piccole aziende sono dunque a volte più grandi e comunque diverse per due ordini di
motivi. In primo
luogo e questo è più noto e meno importante perché lo sviluppo
tecnologico e in particolare la microelettronica hanno permesso di sostituire uomini con
macchine. In
secondo luogo e questo è laspetto più importante con i processi di
outsourcing e ristrutturazione, esse non sono altro che il nocciolo e il nucleo motore di
una grande azienda, che prima li conteneva insieme ad altre, oppure pezzi a volte
anche significativi di altre e più corpose aziende, con organizzazione e rapporti
di lavoro che nulla hanno a che vedere con il clima della piccola impresa artigianale di
una volta. Insomma loutsourcing non è dispersione produttiva né decentramento
produttivo: è un processo che porta a un complesso intreccio di realtà aziendali, magari
in situazione gerarchica, e rappresenta il prodotto di forme moderne di evoluzione della
produzione. Allinterno
del vasto arcipelago delle imprese sotto i 15 addetti ci sono tante realtà. Ed è perciò
opportuno articolare il discorso in base ai diversi settori produttivi, distinguendo tra
industria e servizi, inquadrandolo allinterno delle grandi trasformazioni della
struttura produttiva italiana. Secondo
il rapporto dellIstat sulla situazione italiana (rilevazioni sulle imprese), i
lavoratori dipendenti delle industrie manifatturiere (di ogni dimensione) sono in tutto
4.152.000: una cifra davvero modesta e pari a meno di un quinto del totale degli occupati
italiani e a una percentuale ancora più limitata del totale delle forze di lavoro. Una
cifra poi non diversa da quella di 35 anni addietro e solo leggermente inferiore di quella
di dieci anni fa: in questi anni, infatti, il calo delloccupazione industriale, del
quale si sente sempre parlare, ha riguardato come si sa solo la grande
industria, non tutta lindustria. Agli occupati in fabbrica vanno aggiunti gli
814.000 dipendenti delledilizia, con il che il quadro non si modifica di molto. Il
massimo numero di lavoratori alle dipendenze di imprese (cioè nel settore privato nelleconomia)
lo troviamo nei servizi. Essi sono 4.276.000, vale a dire circa 100.000 in più degli
occupati nellindustria. Questa è loccupazione dipendente totale nel settore
privato delleconomia in Italia. Inoltre,
in ciascuno dei settori indicati (manifattura, edilizia e servizi) bisogna tenere conto
anche dei lavoratori autonomi, spesso titolari delle imprese dove sono occupati i
lavoratori dipendenti, che abbiamo prima contato. Essi sono circa 800.000 nellindustria,
concentrati praticamente del tutto nelle imprese con meno di 20 addetti, e portano il
totale degli addetti al settore a 4 milioni e 968 mila. Gli autonomi ovviamente hanno
comprensibilmente una incidenza molto più alta nel terziario e in edilizia. Prendendo
per buoni questi dati, passiamo a vedere quanti sono più o meno e con criteri
largamente nasometrici i lavoratori già protetti dallo Statuto dei
lavoratori e quanti quelli potenzialmente interessati dal referendum. I primi sono un po
più di 6 milioni (come somma dei dipendenti dellindustria e di quelli del
terziario), mentre i secondi sono un po meno di tre milioni ( i lavoratori
dipendenti di imprese sotto i 15 dipendenti). Tra questi, meno di un milione e mezzo si
trovano nellindustria; anzi, se ci riferiamo alla sola industria in senso stretto
(detratte le costruzioni), scendiamo a qualcosa come 900.000. È per
questi che si fa la battaglia. Non solo per loro. Ma se pure fosse solo per loro, la
battaglia sarebbe più che legittima. Chi ha conosciuto la vita nella piccola azienda
industriale negli ultimi dieci anni o venti anni sa bene come sia duro, difficile e
pericoloso il lavoro in quelle situazioni. Il grado di sfruttamento della piccola impresa
industriale è andato aumentando negli ultimi anni, in rapporto al peggioramento delle
condizioni di lavoro. Studi sulla condizione operaia non se ne fanno più. Il Pci ha
smesso di farne quando è diventato Pds. Ma si sa come sia debole nella piccola fabbrica
la situazione dei lavoratori e delle loro stesse rappresentanze. Ed è per questo
per il fatto che labuso, compreso il licenziamento senza giusta causa, è la norma
che è giusto e sacrosanto rivendicare lestensione dellArticolo 18. Il
licenziamento per rappresaglia è il rischio maggiore che corre chi, in queste condizioni,
si permette di fare azione sindacale o di organizzare la lotta contro quelle condizioni di
lavoro. E la
cosa è ancora più vera per i lavoratori del terziario. Un padrone può avere due o tre
ditte di pulizia sotto i 15 dipendenti. Non vedo cosa ci sia di male a impedire il
licenziamento per rappresaglia in ciascuna di queste imprese. Sfido a questo proposito i
contrari al referendum a vedere un po come si lavora alle dipendenze di una ditta di
pulizia . Inoltre
è proprio nel terziario che loutsourcing si pratica con maggior forza. Pensiamo
alle case editrici. Una volta, se si pubblicava un libro dalleditore tal dei
tali di Roma, si andava in redazione dove il libro veniva come si dice in
gergo lavorato. Ora in redazione cè solo qualche signora colta
ed elegante, magari parente del padrone, perché il libro lo lavora la ditta Artemisia
(o che so io) di Siena, con non si sa con quali rapporti con la casa editrice madre: e
nella quale chi lavora è magari socio di cooperativa. E questo
ci porta alla seconda delle obiezioni al referendum, quella in un certo senso di segno
opposto. Si dice che questa misura interessa solo una parte dei lavoratori meno protetti.
Anzi si afferma che in un certo senso anche i lavoratori a tempo indeterminato alle
dipendenze di imprese di dimensioni sotto i 15 addetti appartengono a una categoria di
garantiti (di insiders, come si dice ora). Questo, da un certo punto di vista, è vero: la
maggior parte di giovani che hanno trovato lavoro in questi ultimi anni non hanno problemi
di licenziabilità (con o senza giusta causa), giacché lavorano con un contratto a tempo
determinato o come collaboratori coordinati e continuativi (e quindi non come veri e
propri dipendenti), anche quando lavorano di fatto in posizione subordinata in aziende
soprattutto nel terziario. Ma i loro problemi sono analoghi solo un po più
gravi a quelli degli occupati teoricamente a tempo indeterminato. Non cè
alcun motivo per metterli in contrapposizione. Questa
è lepoca del lavoro atipico: dato rispetto al quale bisogna far chiarezza. Quando
si parla di lavori atipici ci si riferisce solitamente al tipo di occupazioni che esulano
dal modello che si era andato consolidando nel corso del ventesimo secolo, fondato su di
un rapporto di lavoro stabile alle dipendenze e a pieno tempo. Intorno a questo modello
era andata costruendosi la normativa sul lavoro e intorno a quel modello si era andato
strutturando il sistema di relazioni industriali e sindacali. In Italia il culmine di quel
modello è stato rappresentato dallo Statuto dei lavoratori. Ma, da più di quindici anni,
è iniziato un processo di arretramento, di riduzione delle garanzie e di forti
innovazioni sul piano del governo del mercato del lavoro e dei rapporti di lavoro, che ha
incrinato pesantemente quel modello e ha avuto il suo culmine nella Legge delega sul
mercato del lavoro, appena approvata. Il processo è motivato da una serie di assunti
tutti discutibili e a volte pesantemente insensati. Il primo
è che la scarsa capacità di sviluppo occupazionale, in Italia come in Europa, sia
dovuta, innanzitutto, a comportamenti dellofferta di lavoro, che sarebbe troppo
rigida e rifiuterebbe le occasioni di lavoro effettivamente offerte. Questo assunto è
anche alla base del Libro Bianco del governo; ma cè una vasta schiera di economisti
non solo di sinistra estrema , che sottolineano come lorigine della
disoccupazione nel Mezzogiorno abbia a che fare con la domanda di lavoro, cioè con la
politica economica e non con le politiche attive del lavoro, che servirebbero ad adeguare
lofferta di lavoro (che peraltro non cè). Laltro
assunto riguarda la presunta assenza di mobilità del lavoro in Italia. La credenza
smentita da dati elementari è che in Italia si vuole restare a tutti i costi
abbarbicati al posto di lavoro con grave danno per le imprese. Il libro di Bruno Contini,
edito di recente 1, mostra al contrario proprio come in Italia nel settore privato delleconomia
il tasso di mobilità sia molto alto, molto più alto che negli altri paesi Europa.
Insomma, la trasformazione della struttura delloccupazione è già cominciata da
tempo nel nostro paese. La precarizzazione è forte e riguarda soprattutto i giovani: sono
loro le principali vittime del processo di destrutturazione del mercato del lavoro e dello
smantellamento delle garanzie allinterno delloccupazione. I
lavoratori atipici forzati sono tanti, tantissimi: ormai sono milioni.
Rispetto alla dimensione del fenomeno però bisogna stare attenti a evitare confusioni:
per esempio a non sommare tutte queste categorie, giacché molti degli atipici rientrano
nelle categorie che abbiamo prima elencato, come i lavoratori dipendenti o i lavoratori
autonomi (tali, ad esempio, vengono considerati i collaboratori coordinati e
continuativi: i co-co-co). Ma per questo rimando allarticolo di
Giancarlo Aresta2. Nella
loro maggior parte i lavoratori atipici non rientrano tra i potenziali interessati dallestensione
dallArticolo 18. Ma questo non è un buon motivo per ritenere che essi non siano
interessati alla estensione dei diritti ai lavoratori della piccola impresa, dove in
generale sono collocati. Il messaggio repressivo di ascendenza dalemiana
«meno ai padri, più ai figli» non ha mai convinto la gente, soprattutto i figli. I
ragazzi sanno che la riduzione delle garanzie offre loro lingresso in una situazione
del mercato e della organizzazione del lavoro sempre più destrutturata. E di questo non
hanno che da soffrirne. Il clima di controllo e di abuso si generalizza. La riduzione dei
diritti anche per gli occupati con contratto a tempo indeterminato stabilisce un clima di
soggezione e di paura, che è svantaggioso anche per chi è assunto a tempo determinato. Insomma
allestensione dellArt.18 a quei lavoratori a tempo indeterminato, che ora ne
sono esclusi, sono interessati tutti. La crescente disperazione che serpeggia tra i
giovani che li porta fuori dalla politica tradizionale e li rende spesso poco
interessati alle tematiche sindacali non li ha ancora incarogniti: se la prendono
con tutti, ma non con i garantiti. I «privilegi degli insiders» sono una
bufala inventata da qualche intellettuale filopadronale. I ragazzi ce lhanno con il
destino, o con la società ingiusta; qualcuno magari ce lavrà finanche con il
capitalismo. Di certo non ce lhanno con gli operai e i lavoratori dipendenti,
soprattutto quelli di aziende sotto i 15 dipendenti, dove hanno già qualche fratello che
tira avanti una vita dura. E allora
torniamo al referendum. La tragedia delle nuove condizioni di lavoro passa ora attraverso
le famiglie. Sono i ragazzi che stanno in casa ad aspirare a condizioni di lavoro meno
mortificanti. Essi spesso lavorano al nero. Gli va meglio se hanno un contratto co-co-co
o a tempo determinato. E se per colmo di fortuna, si fa per dire gli spetta
una assunzione regolare a tempo indeterminato vorrebbero evitare abusi e ricatti di
licenziamento. E allora
gli altri? Gli altri sanno di essere sulla stessa barca. E lo sanno anche le mamme e i
padri degli altri. Ecco perché su queste tematiche la gente è sensibile. Contrariamente
al referendm sulla scala mobile, questo referendum può davvero toccare la gente comune,
può interessare i padri per i figli. Per questi motivi credo che la mia tradizionale e
radicata obiezione ai referendum politici su tematiche di lavoro in questa occasione non
regga. La gente ora è interessata. Eccome. Laltra
obiezione è quella secondo cui questo referendum casca in un brutto momento («non ci
voleva proprio ora»), perché rischia di spaccare la sinistra. È una obiezione seria, ma
non bisogna dimenticare che il primo attacco allunità viene da chi pensa e scrive
che lArticolo 18 dovrebbe essere cancellato per tutti. Penso che bisogna discutere a
lungo anche con gli esponenti di questa linea spiegando cosè la vita di un insider
come lo chiamano loro , in una fabbrica metalmeccanica o in una ditta di
pulizie. Sul tema
dei diritti del lavoro la destra è stata allattacco ed è riuscita a imporre le sue
scelte sia sul piano strutturale che sul piano istituzionale. E tutto è avvenuto con
scarsa capacità e volontà di risposta, fino alla grande raccolta di firme in difesa dellArticolo
18, che ha imposto comunque un alt al governo. Questa può essere la seconda volta
buona. È una grande occasione di dibattito e mobilitazione. Certo, il governo
attuale (eletto dal popolo, sia pure con ristretto margine) con la Leggi di delega sul
mercato del lavoro ha imposto un grado di smantellamento del sistema di garanzie mai
visto. Il diritto del lavoro «che aveva consegnato al XXI secolo una società più
umana» va a farsi benedire. La battaglia parlamentare non solo è persa, ma con il
sistema della delega si è impedito di farla. Allora,
liniziativa referendaria è unoccasione: un occasione di mobilitazione,
ma anche di chiarimento e dibattito. È, nello stesso tempo, una battaglia da fare e a far
la quale bisogna convincere la gente. «Lets die in harmish», non lasciamoci
uccidere senza combattere (Shakespeare). E poi non è detto che non ce la si possa fare. |