Partecipo alle riunioni di Action for Peace come iscritta CGIL, come coordinatrice della rete “Ebrei contro l’Occupazione” e membro del comitato esecutivo del coordinamento europeo “European Jews for a Just Peace” (EJJP), costituito da 18 gruppi di ebrei per la pace in Medio Oriente provenienti da nove Paesi europei.

Vorrei quindi segnalare a Fernando Liuzzi alcuni semplici fatti che sembrano essergli sfuggiti nella sua analisi del volantino che promuove la campagna di Action for Peace (Rassegna Sindacale n. 27).

1. L’accordo in questione che come altri accordi che l’UE ha stipulato con Paesi dell’area mediterranea riguarda sostanzialmente una riduzione dei dazi doganali, è già stato sospeso con una risoluzione del parlamento europeo approvata nell’aprile 2002. Ciò che ora si richiede è che il consiglio europeo dia seguito a tale decisione, in virtù delle continue violazioni dell’articolo 2 dell’accordo stesso, che prevede il rispetto dei diritti umani e dei principi democratici.

2. Una campagna analoga è stata lanciata nel mese di marzo a Bruxelles da EJJP ed ha visto svolgersi appositi incontri presso i ministeri degli esteri italiano, svedese, francese, belga e con esponenti del parlamento europeo. Qui in Italia abbiamo incontrato un consigliere incaricato, il Dr. Luca Fratini, per un colloquio durato oltre un’ora.

3. Il mancato rispetto di quanto previsto dall’articolo 2 dell’accordo di associazione e la sua applicazione irregolare costituita dall’etichettatura come prodotto “made in Israel”, indistintamente di prodotti effettivamente provenienti dal territorio israeliano e di prodotti provenienti dai territori occupati, di fatto, rende l’UE complice di gravi violazioni della legalità internazionale ed in particolare della IV Convenzione di Ginevra.

4. L’idea alla base di queste campagne è semplice e chiara: è necessario esercitare ogni possibile pressione pacifica per fare in modo che Israele metta fine ai comportamenti qui descritti, rispettando sia i diritti umani e democratici, che gli impegni assunti con l’accettazione della Road Map. È in tal senso che l’UE in quanto parte del “quartetto” deve operare. L’equidistanza, o l’equivicinanza come preferisce Liuzzi, non si ottiene chiudendo un occhio.

Anche per quanto riguarda la Road Map (sulla quale è necessario ricordare che da parte israeliana gravano ben 14 “riserve”) bisogna mettere alcuni puntini sulle “i”.

Il testo – per altro piuttosto scarno - non definisce i confini del futuro Stato palestinese. È però in corso la costruzione di un muro di separazione che, contrariamente a quanto si tende a credere, non segue il percorso della linea verde, ma attraverso espropri forzati di terre palestinesi, un percorso estremamente tortuoso e ben più ad est dei confini pre-1967. Un altro muro è in costruzione sul lato che affaccia verso la valle del Giordano. In pratica l’attuale progetto prevede come status finale due enclaves, una nel nord ed una nel sud della Cisgiordania, all’interno delle quali alcune città come Qalqiliya e Tulkarem, risulteranno quasi totalmente isolate dal territorio circostante, ivi compresi i villaggi che da queste città dipendono per i servizi essenziali come ospedali, scuole superiori, ecc.

Per Action for Peace è priorità assoluta che l’UE in quanto parte del Quartetto eserciti un ruolo positivo nella soluzione equa del conflitto. Resta da chiarire cosa si intende per ruolo positivo. Può l’UE accontentarsi di incontri e strette di mano tra Sharon ed Abu Mazen senza guardare alla realtà dei fatti sul terreno? Ecco una breve cronaca di alcuni dei fatti avvenuti il 17 luglio nei territori occupati palestinesi tratta da fonti indipendenti, utile a comprendere in che modo Israele rispetta i passaggi richiesti dalla Road Map:

L’esercito israeliano oggi pomeriggio ha invaso Tulkarem ed imposto il coprifuoco. Centinaia di residenti sono stati trattenuti ed interrogati nelle zone occidentali della città dove erano in corso operazioni militari. Diversi veicoli corazzati sono stati posti nella zona di Irtah, a sud della città, per impedirvi l’accesso.

Nella striscia di Gaza, un residente del campo profughi di Khan Younis è stato ferito ed uno arrestato. In un attacco nella zona residenziale di al-Barazil a Rafah è stata ferita Firyal Qashta, una donna di 53 anni. Nel nord della striscia di Gaza, le autorità israeliane hanno ritirato 300 permessi di lavoro a lavoratori che a attendevano di potersi recare presso i luoghi di lavoro all’interno della linea verde.

A Jenin almeno un residente è stato arrestato ed uno ferito durante l’invasione del campo profughi mentre era in corso una campagna di ricerche e perquisizioni.

Ad Hebron un gruppo di coloni si è impadronito di terreni di proprietà delle famiglie palestinesi Sa’id Da’na ed al-Razan nei pressi dell’insediamento di Kiryat Arba collocandovi una serie di tende e di containers. Nel frattempo l’esercito israeliano ha arrestato diversi residenti del campo profughi di al-Arroub a nord di Hebron.

Mi permetto di aggiungere, sempre a titolo di esempio, una mia esperienza personale. Nell’ultimo soggiorno in Israele e nei territori occupati palestinesi, per recarmi da Ramallah a Tulkarem con un autobus di linea palestinese, a causa dei check-points ho impiegato DIECI ore per coprire un percorso di circa 70 km. Con l’aiuto di amici israeliani e delle loro organizzazioni (B’Tselem, Hamoked, ecc.) nel corso della giornata siamo riusciti a facilitare il passaggio delle ambulanze - le prime due erano state trattenute per oltre mezz’ora nonostante fossero munite dei necessari permessi - ottenere cibo e acqua per i bambini ed altre piccole cose, che normalmente in assenza di “osservatori esterni”, non vengono concesse con altrettanta facilità.

Vorrei infine ricordare che mentre la Road Map prevede lo smantellamento degli avamposti illegali (come se gli altri insediamenti nei territori occupati fossero legali ...), Sharon ha recentemente invitato i coloni a continuare a costruire, magari evitando il clamore. Meno noto è, che pochi giorni fa la Knesset ha approvato una risoluzione con la quale ha di fatto annesso i territori occupati, negando che la Cisgiordania e Gaza siano territori occupati.

Chiedere all’UE di ignorare tutto questo per non correre il rischio di mettere in atto comportamenti che il governo israeliano potrebbe considerare “ostili”, arreca gravi danni a qualsiasi possibilità di riaprire un processo di pace che sia realmente “alla ricerca di una soluzione equa tra le parti” e sicuramente non giova alla “credibilità dell’Unione Europea”.

 

Sveva Haertter