Pare che il modo più semplice per arrivare a Tulkarem sia di partire da Qualandyia. Pare che oggi ci siano solo autobus. Chiedo quanto tempo ci vuole. “Più o meno due ore” mi rispondono, mi sembra una soluzione ragionevole e prendo il biglietto. Motivo del viaggio è una visita al locale centro dell’associazione “Windows” (*).

Alle 10.00 si parte e si va verso nord. Lungo la strada si costeggia l’insediamento di Ofra circondato dal filo spinato e sorvegliato da guardie armate. Poco prima di arrivare al prossimo grande insediamento, Ariel, a Kafr Tappuah incontriamo il primo check point. Fanno scendere prima gli uomini, poi le donne e i bambini e controllano i documenti. Non ci vuole molto, ci fermiamo poco più in la per far salire alcuni uomini che hanno aggirato il check-point. Il viaggio prosegue in direzione di Nablus che si intravede da lontano e subito dopo un altro insediamento, Qaedumin, ecco un altro check-point, di quelli “volanti”. Davanti a noi è fermo un camion dei “Pharmaciens sans frontieres”, carico di medicinali e due ambulanze che trasportano personale medico.

I soldati fanno scendere gli uomini dall’autobus e li fanno mettere in fila sull’altro lato della strada. Devono alzare le magliette e camice e girarsi, consegnare i documenti. Poi devono scendere anche le donne e i bambini, un soldato sale sull’autobus per perquisirlo, tiene in mano il mitra con il colpo in canna, ma non è lui ad aprire le borse, lo fa fare ad una delle donne. Fanno andare anche noi sull’altro lato della strada, sono già le 11.45 e telefono a Tulkarem per comunicare che sono a pochi chilometri, ma che la strada è chiusa. “Ma perché sei passata per la Cisgiordania anziché attraverso Israele per entrare da Taibeh? Sei matta.”

Arrivano due ambulanze, questa volta con dei malati. Vengono respinte e fatte posizionare in fondo alla fila. I “Pharmaciens sans Frontieres” trattano con i soldati, io comincio a telefonare a B’Tselem, al Centro Peres, a chiunque. Mi chiamano anche da Hamoked che chiede parlare con qualcuno dei passeggeri. Loro prendono segnalazioni solo da palestinesi. Li faccio parlare con uno dei passeggeri che parla bene anche l’inglese. Su una delle ambulanze c’è un uomo con un problema al cuore, sull’altra uno con i sintomi di un’embolia polmonare. Entrambe sono munite di documentazione medica e di regolare permesso. Tutti insieme, noi internazionali e gli amici israeliani interpellati, ci mettiamo più di mezz’ora ad ottenere di farle passare. Alla fine passa anche il convoglio di medicianli e noi restiamo li, sotto il sole. Un uomo anziano mi fa chiedere di andare a parlare con i soldati perché almeno le donne e i bambini possano rimettersi sull’autobus. Provvedo e mi viene concesso. Ci ripenso, torno dai soldati, chiedo che ci possa andare anche l’uomo anziano. Concesso. Io resto per strada con gli uomini per vedere che succede e dopo un po’ torno dai soldati a chiedere cibo e acqua per i bambini. Mi danno parecchio pane, un barattolo di olive, uno di frutta secca e due di Halva, bottiglie vuote da riempire con l’acqua ad un vicino distributore di benzina. Sono le loro razioni e i passeggeri dell’autobus non credono ai loro occhi. Cominciano a credere che io possa risolvere la situazione, ma si sbagliano e di grosso. “La strada è chiusa, questi sono gli ordini, non sappiamo fino a quando”. Questa è la risposta che ottengo io dai soldati, B’Tselem e gli altri dal comando militare. Chiamo anche Zvi Schuldiner, cerco sua moglie che fa parte di MachsomWatch, il gruppo di donne che fa osservazione ai check-point. “Non puoi fare proprio niente” dice Zvi “questa è la normale quotidinità dell’occupazione”.

Un ragazzo mi chiede perché resto con loro, in fondo sono li per mia libera scelta. Gli rispondo che era una libera scelta all’inizio, ora non più, che comunque quest’esperienza mi sarà utile per il lavoro politico in Italia. Mi chiede che tipo di lavoro sia e gli spiego che faccio parte di un gruppo che si chiama “Rete Ebrei contro l’Occupazione”. Mi guarda e dice “allora se sei ebrea tu puoi ottenere che i soldati ci facciano passare” ma nel momento stesso in cui lo dice si rende conto che non è così. Ci mettiamo a parlare e mi fa un sacco di domande sulla religione ebraica, se anche noi facciamo digiuni e cose del genere. Poi mi chiede della Road Map e gli spiego che sono stata a Mas’Ha a vedere dove costruiscono il muro di separazione, che agli abitanti del villaggio stanno togliendo il 97% dei loro terreni, che vedere la realtà sul terreno lascia poca speranza nelle parole.

Nel frattempo permettono a tutti di riavvicinarsi all’autobus e così possiamo stare finalmente all’ombra. Passano le ore, il ragazzo con il quale nel frattempo abbiamo continuato a parlare di politica mi dice che lui è di Qussim, il villaggio che vediamo di fronte a noi, a pochi chilometri, che vorrebbe andare a piedi ma non può perché i soldati trattengono i suoi documenti. Verso le 17.00 ci fanno finalmente salire sull’autobus, ma non è un gran sollievo. Viaggiamo con davanti a noi una Jeep con la porta posteriore aperta e un soldato che ci punta contro il mitra, gli uomini non hanno ancora riavuto i documenti.

A una ragazzina che mi fa dei gran sorrisi regalo una copia della rivista “Windows” dove scrivono bambini israeliani e palestinesi e parlano di pace. Sembra molto entusiasta, ma purtroppo non posso capirla.

Ritelefono a B’Tselem perché ora ho paura e vorrei che si sapesse dove sono nel caso ci dovessero arrestare. Ma il viaggio finisce dopo pochi minuti, c’è un altro posto di blocco, la nostra scorta consegna i documenti ai soldati. Scendiamo tutti in strada e chiediamo chiarimenti. Un soldato molto giovane urla e continua sputare per terra ogni tre parole, si vede che ha una paura tremenda, ci sono molti uomini e ragazzi, loro sono solo due o tre. Punta il mitra, urla e sputa. La strada è chiusa, ci dicono di tornare a Qalandyia, ma nel frattempo hanno chiuso anche Ramallah, c’è il coprifuoco in molte zone della città e cerchiamo di far capire che non abbiamo altra scelta che arrivare a Tulakarem. Impossibile.

Dopo circa un’ora vengono finalmente restituiti i documenti ed i passeggeri che devono andare a Qussim si allontanano a piedi. Ogni tanto qualche macchina dei coloni passa di gran carriera con bandiere israeliane al vento, una improvvisa un carosello in mezzo alla strada e strombazza.

Riandiamo a trattare con i soldati, che ci diano almeno del cibo per i bambini. Al mio amico palestinese chiedono in tono sprezzante se vuole una bistecca. Riusciamo ad ottenere due pacchi di biscotti.

Si fa tardi e ritelefono a Manuela Dviri per dirle che sono ancora bloccata. “Questa sera vado al Peres Center e lo racconto a Shimon Peres” mi dice e appena attacco il telefono, racconto al mio amico che questa sera saremo famosi. Dopo meno di un minuto il soldato che prima ci aveva detto in tono sprezzante che o tornavamo indietro o potevamo passare li tutta la notte, giocando a Shish-Bish magari, chiede se siamo tutti su quell’autobus. Gli rispondiamo di si. “Iallah! Iallah!”

All’inzio non riusciamo a crederci, ma è proprio così, ci fa passare e finalmente arriviamo ad Anatba. L’autobus non può andare oltre, la strada è chiusa. Dall’altra parte della barriera ci sono i taxi collettivi, ma non ho bisogno di prenderne uno, mi considerano una specie di eroina e dopo aver conferito telefonicamente con l’amico che mi aspetta a Tulkarem, il mio amico del pullman mi accompagna a destinazione.

C’erano diverse famiglie che aspettavano una mia visita, ma ormai è sera, la grigliata preparata in mio onore da un gruppo di Shabab è ormai fredda, ma è buona lo stesso. Tutte le visite vengono rimandate al mattino successivo, i palestinesi a queste cose sono abituati, per loro è la norma.

Il percorso è di 70 km e ci sono volute dieci ore di viaggio. Non oso pensare a quante ce ne sarebbero volute se non fossimo intervenuti noi internazionali ed i miei amici israeliani. Ma è quella la normalità e i tempi della Road Map non sembrano diversi. Ma una differenza c’è. Io alla fine a Tulkarem ci sono arrivata mentre quella strada li non si sa proprio dove possa portare e sembra molto improbabile che conduca alla pace.

 

Sveva Haertter (Rete “Ebrei contro l’Occupazione”)

 

2 giugno 2003

 

(*) "Palestinian-Israeli Friendship Center Windows – Channels of Communication": http://www.win-peace.org, winpeace@netvision.net.il, cc bancario: Windows - Channels for Communication # 364797- Bank Discount Lev Dizingof Branch 147 - Tel Aviv - ISRAEL