| Segretaria confederaleRoma, 19 novembre 2003 Cod.
XIII/1321/32 Prot.
2507/2003 - A tutte le Strutture - Al Centro Confederale
LORO
SEDI
Oggetto: Documento della Segreteria Nazionale su IRAQ La Segreteria Nazionale della CGIL ha deciso di stilare un documento (in allegato) nel quale riproporre in modo organico le proprie valutazioni sulla crisi internazionale e la guerra in Iraq. Da tali valutazioni discende la richiesta, che abbiamo avanzato nel passato e riproposto in questi giorni, del ritiro delle truppe italiane e straniere dallIraq. I contenuti del documento devono essere alla base delle iniziative promosse dalla CGIL sullargomento e contemporaneamente rappresentano il metro di misura per le nostre strutture per partecipare e aderire ad iniziative promosse da altri, cominciando da quelle preannunciate per sabato 22 novembre. Con saluti. p. La Segreteria Confederale Titti Di Salvo Subito dopo lattentato di Nassiriya abbiamo detto che quella tragedia colpiva dolorosamente tutte le lavoratrici e i lavoratori italiani e tutto il paese in egual misura: chi aveva sostenuto le ragioni della guerra in Iraq e chi come noi ne ha sempre sostenuto illegittimità e assurdità. E un dolore
che si è manifestato con i dieci minuti di sospensione dal lavoro proclamati da Cgil,
Cisl, Uil nel giorno dei funerali, con mille segni e gesti di solidarietà alle famiglie
dei militari e dei civili morti, con lo sfilare silenzioso al Vittoriano e che ha
accomunato tutta la città di Roma e lItalia. Un dolore a cui la retorica utilizzata a piene mani dai media
non ha aggiunto nulla, anzi. Il rispetto del lutto ha come suo corollario insostituibile
la sobrietà, quella contenuta nelle dichiarazioni dei familiari dei carabinieri e dei militari uccisi, quella delle dichiarazioni
di chi si trova ancora a Nassiriya: non siamo eroi, ma persone a cui è stato
affidato un compito che cerchiamo di svolgere al meglio. Si è detto che in giorni come questi, il dolore (e noi,
condividendo, aggiungiamo la sobrietà) impone che tacciano le polemiche politiche. Se è
giusto sospendere la ricerca delle responsabilità (la polemica), è altrettanto doveroso
che le grandi forze sociali e politiche non vengano mai meno alle loro responsabilità. In
verità in questi giorni e durante limmediato dibattito parlamentare tutti hanno
espresso opinioni sul tema vero allordine del giorno: il ruolo che lItalia ha
scelto di svolgere nella guerra in Iraq, di cui linvio e la permanenza delle truppe
è diretta conseguenza, e quello che da oggi dovrà assumere per superare limmane
tragedia che la situazione in Medio-Oriente rappresenta. Si è reso evidente così che il silenzio del lutto per alcuni
sottintendeva la cancellazione fastidiosa delle opinioni diverse, in questo caso contrarie
alla guerra e alla presenza militare in
territorio iracheno. E un errore daltra parte circoscrivere la
discussione in una disputa tra permanenza e ritiro delle truppe, perché in realtà luna
e laltra scelta sono conseguenze di una discussione più complessa, che è quella
che va fatta per intero. Per noi il giudizio sullinvio dei militari italiani e la
loro permanenza discende, così come dovrebbe essere, in primo luogo dal giudizio sulla
guerra, sbagliata e illegittima, e dalla
valutazione sulle possibili soluzioni della crisi internazionale che quella guerra ha
aggravato. Pensavamo e pensiamo che la guerra non possa essere lo strumento per risolvere
le controversie internazionali, come afferma la Costituzione italiana e come abbiamo
chiesto venga inscritto nel Trattato costituzionale europeo. Lungi da essere una semplice
affermazione di valore, il rifiuto della guerra, nel mondo globale e interdipendente, è una scelta strategica di politica
internazionale. Pensavamo e pensiamo che il terrorismo, che non ha mai ragione,
neanche quando brandisce le bandiere dellingiustizia, vada contrastato dalla
comunità internazionale innanzitutto asciugando lacqua che lo alimenta, imboccando
la strada del superamento del baratro che oggi divide il Nord ricco del mondo dal Sud
povero, ricostruendo per tutti speranza, libertà, diritti umani. Da più di dieci anni la
comunità internazionale assiste alla tragedia del conflitto israelo-palestinese. Quella
tragedia e il suo carico quotidiano di morti continua ad
alimentare un terrorismo sempre più globale e aggressivo (di cui la strage
nella sinagoga di Istanbul è una nuova testimonianza) e foraggia la follia della
contrapposizione tra Islam e Occidente: come può una guerra mettere fine a tutto ciò? La teoria della guerra
preventiva è la risposta dallamministrazione americana alla necessità di
ridefinire un nuovo ordine mondiale, franato insieme al muro di Berlino e travolto dalla
globalizzazione. Una risposta che propone una
nuova egemonia militare, economica, politica e sociale, quella americana. La storia e la cronaca dimostrano tragicamente che quella
ricetta non è solo sbagliata in termini etici, è inefficace e perdente: lo scontro di
opinioni sulla scena mondiale e nella dialettica politica italiana è avvenuto esattamente
su questo punto. LEuropa si è divisa su questo; questo è stato il
conflitto che ha pesato sulla stesura del Trattato costituzionale; questa lambiguità
tra i paesi e nei paesi europei sulla stessa
missione dellEuropa: concorrente-alleato Usa o attore che promuove, in virtù del
suo modello sociale, un nuovo ordine mondiale fondato sulla multipolarità, su una nuova
democrazia mondiale, su una nuova definizione di beni pubblici e diritti fondamentali che
la comunità internazionale ha il dovere di promuovere e tutelare universalmente. LItalia ha scelto in questi mesi la subordinazione a
prescindere allamministrazione Bush; ha assecondato il senso della guerra
preventiva, sposandone motivazioni e implicazioni geo-politiche e di modelli di sviluppo.
Ha smarrito perfino il profilo della sua tradizionale politica estera attenta, per la sua
stessa configurazione geografica, ai paesi arabi, e per questo ha rinunciato a quella
funzione, anchessa tradizionale, di mediazione tra israeliani e palestinesi. Linvio delle truppe italiane in Iraq è stato il
corollario di quelle scelte, al di là delle giustificazioni di peace-keeping: è
possibile mantenere la pace sotto comando inglese, nel corso di una guerra che
oggi, tutti, riconoscono in corso? La real politik consiglia di pensare alloggi e non al
passato, ma in realtà è proprio sulla scorta della genesi della situazione che si
possono trovare rimedi efficaci e definitivi. La direzione di marcia da imboccare non ha molte alternative: la
comunità internazionale, lOnu, deve assumere responsabilità; deve promuovere una
nuova speranza per il conflitto israelo-palestinese con linvio di una forza di
interposizione a cui laccordo di Ginevra tra intellettuali israeliani e palestinesi
dà ancoraggio; deve agire subito per avviare il processo di ricostruzione dello stato
iracheno e delle sue istituzioni, liberamente scelte. La nostra opinione è che la presenza in quel territorio di
truppe anglo-americane e italiane sia da un
lato un ostacolo decisivo per lavvio di quel processo, dallaltro costituisca lacqua
per nuovo terrorismo. Anche su questo occorre intendersi: perché si avvii un processo
di ricostruzione della fisionomia di uno stato iracheno democratico, occorre che il popolo
iracheno riconosca legittimità allautorità
che promuove quel processo: è possibile che tale legittimità, e quindi il consenso,
vengano riconosciuti a chi, il comando anglo-americano, ha bombardato alla ricerca di armi
non trovate, ha distrutto il suo apparato militare e amministrativo, ha cancellato il suo patrimonio artistico, la sua
memoria? E possibile scongiurare
il sospetto che esistano interessi propri che le truppe anglo-americane
presidiano in quel territorio in luogo degli interessi loro? Il ruolo dellOnu non è necessario solo per ripristinare
il diritto internazionale violato dalla
guerra illegittima (pure se nel vuoto del diritto internazionale larbitrio diventa
la nuova regola dellordine mondiale), ma per ragioni squisitamente politiche e di
consenso, per rendere credibile il processo che è necessario avviare: il ritiro delle
truppe è la condizione di premessa per la ricostruzione politica e sociale dellIraq,
per il suo auto-governo, per togliere acqua al terrorismo. La risoluzione 1511 dellOnu costituisce un tentativo di
rimettere insieme i cocci del diritto internazionale violato dalla guerra preventiva:
cerca di affrontare il tema importante della legalità internazionale, non risolve quello
decisivo della legittimità politica di fronte al popolo iracheno. La Cgil ha assunto in questi mesi una posizione netta sulla
guerra, sulla missione dellEuropa, dunque sullo scontro geo-politico aperto sullo
scenario internazionale, perché riteniamo che gli esiti di quello scontro incidano
pesantemente sulle condizioni materiali e sulle libertà delle persone che
rappresentiamo:non labbiamo fatto da soli ma insieme al grande e composito movimento
per la pace che oggi non può non tornare in campo. Continueremo a farlo promuovendo, a dicembre, una iniziativa di
discussione che avrà il profilo generale di cui si diceva e partecipando e aderendo a tutte
le iniziative che si muovano nella medesima direzione: (cominciando da sabato 22 novembre)
no al terrorismo, no alla violenza, no alla guerra preventiva, immediata assunzione di
responsabilità della comunità internazionale e immediato ritiro delle truppe.
La
Segreteria Nazionale della CGIL Roma, 19 novembre 2003
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