| Il misfatto
previdenziale: dalle direttive europee allo scippo del tfr. Per il ritorno al sistema di
calcolo su base retributiva e meccanismi automatici di adeguamento di pensioni e salari
alla inflazione Banca europea e riforma
previdenziale La previdenza
complementare è ormai una delle priorità europee e gran parte dei paesi la
fanno rientrare a pieno titolo nellarea della sicurezza sociale. Altri crediamo
siano invece gli interventi statali destinati a garantire coperture sociali in presenza di
infortuni, invalidità, vecchiaia, a partire
da un Welfare non sussidiario e non costruito sullo sfruttamento delle forza lavoro
operante nel terzo settore (e non solo). La capitalizzazione è opposta alla solidarietà,
come le pensioni integrative e lo stesso sistema pensionistico su base contributiva
determinano un principio che poi è alla base dello smantellamento dello stato sociale,
ossia il sopravvento del profitto, della speculazione finanziaria sul lavoro
e la intensificazione dello sfruttamento attraverso la aumento degli anni effettivi di
lavoro e una perdita di potere di acquisto delle pensioni rispetto alle ultime
contribuzioni. Dove il
ricorso alla pensione integrativa (il cosiddetto secondo pilastro) è più massiccio,
minori sono gli interventi pubblici in tema di sanità, istruzione e gli interventi
pubblici ridotti al minimo a vantaggio di privatizzazioni (il modello inglese). La
tendenza dei prossimi anni sarà quella di ridurre le pensioni del primo pilastro per
incrementare la previdenza integrativa, ricorrendo a questultima per coprire sempre
maggiori rischi sociali. Di conseguenza meno welfare, pensioni leggere e ricorso alla
previdenza integrativa anche per servizi sanitari e sociali fino ad oggi di competenza
pubblica\statale. A partire
dal 2000 la Ue ha definito il quadro entro cui muoversi con un solo obiettivo, ossia
quello di dare forza alla previdenza integrativa con obiettivi apparentemente sociali ma
in prima istanza economici e di mercato. Il complesso dei capitali gestito dalla
previdenza complementare raggiunge oggi il 25% del Pil europeo e nel 2003 il Consiglio
europeo ha definito un piano di azione per i servizi finanziari invitando i vari paesi
europei a rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla creazione di un mercato
europeo dei capitali a rischio (conclusioni della presidenza consiglio europeo 21\3\2003), che tradotti in linguaggio corrente
significa attuare norme comunitarie da recepire in sede nazionale per rendere obbligatoria
ladesione dei lavoratori e delle lavoratrici al sistema pensionistico complementare
facendo definire dai vari Governi ruoli e funzioni dei vari Enti che rientreranno nella
partita . LUe
non intende distruggere la previdenza pubblica ma solo ridimensionarla per far circolare e
investire capitali. In Italia
sono i Governi Prodi e DAlema a muovere i primi
passi verso la previdenza complementare, innalzando nel primo caso letà anagrafica
necessaria per ottenere la pensione con meno
finestre di uscita, nel secondo introducendo sgravi fiscali per la previdenza
complementare con un punto e mezzo in meno di tassazione dei rendimenti dei fondi pensione
rispetto alla normale tassazione dei capitali (11% e 12,5% rispettivamente). La
previdenza integrativa viene presentata come una necessità per mantenere la stessa
qualità della vita in una società dove il numero dei pensionati cresce e dove la
percentuale della forza lavoro cala, dove gli occupati sono superati dai pensionati e i
contributi versati allInps non sono più sufficienti. Da qui la enfatizzazione della
rottura di un patto sociale (perché i giovani dovranno mantenere le pensioni in una
società dove i pensionati saranno la maggioranza?), una rottura sancita non in nome della
equità sociale ma su indicazioni della Banca Europea e del Fondo Monetario
Internazionale. Con il secondo pilastro il lavoratore (che per altro andrà in pensione
domani con lo svantaggioso sistema contributivo ) si paga attraverso il tfr una seconda
pensione LItalia si è desta
. Oggi alla
pensione pari a oltre l80% dellultima retribuzione si aggiunge la
monetizzazione del tfr, domani il tfr non esisterà più e la sua completa devoluzione al
fondo pensione aggiunta alla pensione da fame nel frattempo permetterà al lavoratore o
lavoratrice di raggiungere a malapena la stessa pensione di oggi. In ogni caso, il
trattamento di fine rapporto viene scippato e la perdita economica è di non poco conto. Nel 2001 la
modifica dellart 117 della Costituzione italiana ha incluso tra le materie di
potestà legislativa delle Regioni la previdenza integrativa affidando ai contratti
nazionali la definizione dei Fondi pensione. La Riforma
Dini viene oggi modificata dalla Maroni e nel 2008 il riordino colpirà soprattutto i
giovani che hanno iniziato a lavorare dopo il 1\1\1996 la pensione dei\lle quali sarà
calcolata interamente su base contributiva e gli uomini non potranno andare in pensione
prima dei 65 anni, le donne prima dei 60, lanzianità contributiva minima sarà di
40 anni. La riforma Maroni : facciamo alcuni
conti Questa
riforma colpisce soprattutto i giovani alle prese con tutte le forme atipiche del lavoro
con le quali assai scarsi, se non inesistenti, saranno i contributi versati allInps.
Chi nel 1995 (anno in cui entra in vigore la Legge Dini) aveva già raggiunto i 18 anni di
contributi può stare abbastanza tranquillo, la rendita sarà calcolata sugli ultimi
stipendi; con 35 anni si ha diritto al 70% della retribuzione, con 40 anni si raggiunge l80%
visto che per ogni anno contributivo scatta il 2% della retribuzione pensionabile. Facciamo un esempio invece valido per la maggioranza
dei lavoratori : un lavoratore con stipendio annuo di 30.000 euro riferito allultimo
quinquennio e 29.000 euro nellultimo decennio avrà una pensione di 1830 euro mensil
che si ottiene calcolando le due anzianità contributive quella fino al 3\\12\1992 e
quella valida dal 1\1\1993, la prima che prende in esame gli ultimi 5 anni di lavoro, la
seconda gli ultimi dieci. La sua pensione sarà comunque pari a circa l80% dellultima
retribuzione , una cifra irraggiungibile per le future generazioni. Infatti a partire dal
2008 saranno necessari almeno 40 anni di contributi, per coloro che avranno un calcolo
misto (retributivo e contributivo a partire dal 1\1\1996) poiché non basteranno più 57
anni di età e i 35 anni contributivi; un dipendente con stipendio finale pari a 30.000
euro subirà un sistema di calcolo misto (retributivo e contributivo perché gli anni di
contributi al 3\12\1995 erano inferiori a 18 anni) . Quindi chi va in pensione con il solo
retributivo arriva all80% dellultima busta paga
mentre invece chi va con il
sistema misto raggiunge il 65% e perde in un colpo solo il 15% del suo reddito annuo.
Questo solo elemento è sufficiente a liquidare la questione con una semplice battuta: il
calcolo della pensione con il contributivo è una rimessa economica. Ma la vera
beffa riguarda chi al 1\1\1996 non aveva alcun anno contributivo, se lultimo
stipendio è uguale a quello dei colleghi prima menzionati ossia di 30.000 euro, la sua
pensione arriverà al 52% della ultima retribuzione: un padre che oggi va in pensione
avrà una rendita superiore del 30% rispetto a quella che avrà un domani suo figlio con
gli stessi versamenti. Ma facciamo due calcoli, ammesso che questo giovane avrà lavorato
40 anni i versamenti capitalizzati saranno
pari a 300.000 euro con i quali avrà una rendita di 1185 euro mentre il suo ultimo
stipendio realmente si aggirerà attorno a 2360\70. A quel punto non gli rimarrà che
scegliere di lavorare fino almeno a 70 anni per non incorrere nei rischi di una miserevole
vecchiaia e la sua permanenza al lavoro allontanerà lassunzione di suo figlio,
quindi il patto sociale che i Governanti e i Banchieri ci propongono avrà ripercussioni
negative a catena e oltre a noi anche i costi figli avranno un futuro più incerto e problematico rispetto a quello dei nostri padri. Il BONUS fa guadagnare i più
ricchi A quel punto la età pensionabile sarà molto probabilmente liberalizzata, se oggi
scattano gli incentivi per i lavoratori privati (il
32,7% della pensione lorda pari alla aliquota contributiva versata mensilmente allInps
. A guadagnarci saranno soprattutto le retribuzioni medio alte del settore privato;
chi ha una retribuzione di 24.000 euro avrà un bonus di 603 euro che diventano 817 per
chi guadagna 35.000 euro. I dirigenti poi con stipendio di 59.000 euro si porteranno a
casa con il bonus 1378 euro un extra che supera il 50% della retribuzione) domani saranno
estesi ad ogni categoria Dal 2004 scattano poi
le nuove aliquote contributive Ø
Dipendenti 32,7% fino a 37.883 euro;laliquota sale al
33,7% sulla quota eccedente Ø
Artigiani 17%
fino a 37.883 euro, passa al 18% fino a 63.138 euro Ø
Commercianti
17,39% fino a 37.883 euro, il 18,39% da questa soglia a 63.138 euro. Ø
Parasubordinati
10% per chi già ha una copertura previdenziale, 17,8% per chi non abbia copertura (18,8% sopra i 37.883 euro, 15% per coloro che abbiano una pensione derivante da contributi
versati per il loro lavoro I Fondi I
lavoratori e le lavoratrici faranno bene a non fidarsi della previdenza integrativa e a
pretendere il versamento diretto del TFR. Nei prossimi mesi i sindacati confederali, i
Governi, le assicurazioni e le Banche intensificheranno la propaganda a favore della
pensione integrativa e cercheranno: 1. Di
aumentare i contributi versati 2. La
lunghezza del periodo di accumulazione 3. di
rendere praticamente obbligatorio il versamento del tfr ai fondi pensioni Il Governo entro il 6\5\2005, ma molto probabilmente lo farà
nella prossima primavera, dovrà adottare un decreto legislativo (come prevede la Riforma
Maroni del 28\7\2004) per disciplinare il conferimento del TFR pari a quasi il 7% della
retribuzione lorda per un giro di affari che si aggira sui 14 miliardi di euro annui. Dalla entrata in vigore del decreto attuativo il lavoratore avrà
sei mesi per pronunciarsi sul TFR. In caso di silenzio darà il proprio assenso al
trasferimento del TFR al fondo aziendale e\0 di categoria, al fondo pensione regionale se
istituito o in subordine al fondo attuato presso il proprio ente previdenziale. Se il lavoratore invece si esprimerà per la conservazione
del TFR e non vorrà destinarlo alla previdenza integrativa entro sei mesi dalla entrata
in vigore del decreto attuativo dovrà dare opportuna comunicazione al datore di lavoro.
Il TFR sarà conservato dalla azienda e liquidato al momento della pensione. A
quel punto saremo noi a promuovere una campagna con appositi moduli stampati per la
conservazione del TFR e solo in quel momento potremo materialmente rompere il meccanismo
del silenzio assenso. Esiste poi una terza opzione, nel caso in cui si voglia
investire nella previdenza ma non nel fondo di categoria oppure nel caso in cui non
abbiano ancora costruito il fondo categoriale. A quel punto (e si faranno sotto Banche ed
assicurazioni) il lavoratore dovrà comunicare a quale fondo o forma pensionistica
individuale devolvere il TFR. Ricordiamo che il TFR ha un rendimento garantito , i fondi
invece no. Ogni anno la liquidazione si rivaluta in misura pari al 7% della
inflazione (non mancheranno modifiche attraverso decreti legge per rendere meno
vantaggioso il mantenimento del tfr ma allo stato attuale la convenienza del TFR è
salvaguardata!) e alla fine il rendimento positivo con i tassi di inflazione sarà almeno
del 6%. Se invece il TFR
sarà destinato alla previdenza integrativa potrà succedere come in Usa e Canada dove i
fondi hanno subito un crack per operazioni finanziarie errate distruggendo tutti i
risparmi accumulati, o comunque gli eventuali guadagni dipenderanno dalla gestione dei
capitali e il caso del fondo Comit dimostra che la conservazione del TFR rimane la
soluzione più sicura per i lavoratori e le lavoratrici italiane. Pensate che nel mondo
occidentale meno del 10% dei fondi, negli ultimi 12 anni, è riuscito a garantire un
rendimento migliore del TFR, percentuali che parlano da sole, anche se negli ultimi due
anni i fondi Usa hanno fatto affari , e utili, speculando sulle missioniumanitarie
e di guerra in Iraq e Afghanistan. Per rendere più accattivante la devoluzione del TFR le aziende
daranno un loro contributo che va ad aumentare il totale investito nella previdenza
integrativa e di conseguenza lo stesso capitale finale. Per convincere e far accettare la
devoluzione del TFR al fondo, sindacati e aziende punteranno sulla incertezza economica
per i prossimi anni e sul fatto che il fondo potrà incrementare una pensione che sarà
pari al 50% della ultima retribuzione. Sarà compito nostro rovesciare questa impostazione con argomenti
convincenti e calcoli alla mano, per smascherare non solo il carattere speculativo del
Fondo integrativo ma dimostrare che la riforma previdenziale nel suo complesso determina
una perdita economica per ogni singolo lavoratore . Dovremo infine dare
materialità ad alcune parole dordine quali Ø
Un
meccanismo automatico che permetta il recupero della inflazione Ø
Pensioni
calcolate sul modello retributivo e non contributivo. Ø
La
monetizzazione del TFR Ø
Un welfare
solidale e non sussidiario , senza aziendalizzare salute e sociale, con la equiparazione
salariale del terzo settore agli stipendi e contributi del settore sanitario Dicembre 2004 ------------------------- CONFEDERAZIONE COBAS
Bibliografia
minima sulle pensioni F. Carrera M.L Mirabile lavoro
e pensione diagnosi di un rapporto critico Ediesse 2003 G. Mazzetti il pensionato furioso
Bollati Boringhieri 2003 Paolo Andruccioli La trappola dei Fondi Pensione Feltrinelli 2004 Angelo Marano Avremo mai la pensione? Feltrinelli 2004 La previdenza complementare nella prospettiva comunitaria e comparata Ediesse 2004 D. Comegna- R Bagnoli le nuove pensioni edizioni Corriere della Sera 2004 |