|
Sintesi
della relazione tenuta da Giorgio Cremaschi all’Assemblea di Lavoro e
Società nella Fiom, del 5 gennaio Questa
discussione
Mi sono assunto la
responsabilità di convocare questa riunione per affrontare in una sede
esplicita e trasparente i problemi che sono emersi nel rapporto tra Si contesta esplicitamente
dal coordinatore confederale dell’Area il pluralismo interno alla
Fiom, successivamente al congresso anticipato dell’organizzazione.
Voglio allora qui chiarire che: -
Dopo il congresso non si è verificato un solo caso nel quale il
pluralismo e le opinioni delle compagne e i compagni che nella Fiom
fanno riferimento a Lavoro e Società, sia stato stravolto dal peso
della maggioranza più vasta di cui facciamo parte. -
Esistono casi di contenzioso nella maggioranza congressuale, che
vanno affrontati, ma che sinora sono stati complessivamente congelati,
cioè non si è permesso di stravolgere le opinioni prevalenti
all’interno di Lavoro e Società. -
Il problema più grave di pluralismo che ha di fronte Lavoro e
Società, ma anche tutta -
Per quanto riguarda -
In generale nella formazione dei gruppi dirigenti si è proceduto
per consenso e, ove questo non fosse possibile, si sono consultate le
compagne e i compagni che fanno riferimento a Lavoro e Società e le
candidature sono sempre state frutto del principio democratico di
maggioranza. Potrei dunque concludere
questo punto dicendo che non c’è luogo a procedere rispetto al
problema sollevato, a meno che non si voglia mettere in discussione la
titolarità delle compagne e compagni della Fiom che fanno riferimento a
Lavoro e Società ad assumere le proprie decisioni con un criterio
democratico. Voglio però aggiungere che sono state sollevate questioni
più delicate, che non riguardano direttamente il pluralismo nella Fiom,
ma – per essere chiari – quello all’interno di Lavoro e Società.
14 compagne e compagni del Comitato Centrale hanno chiesto un incontro
al Segretario generale della Fiom per verificare pluralismo e autonomia
dell’organizzazione. A parte il giudizio di merito su un’operazione
fatta da compagni prima della discussione comune, è utile chiarire che
cosa intendiamo per pluralismo. A conclusione del congresso
confederale il sottoscritto entrò dentro la segreteria nazionale in
rappresentanza della mozione Lavoro e Società. Su richiesta del
coordinatore confederale si definì anche la proposta per la presidenza
del Comitato Centrale. Ci furono allora delle critiche, ma ritenni che,
nel momento in cui la mozione era frutto di diverse esperienze
precedenti, fosse giusto che la sua rappresentanza nella Fiom fosse
articolata. Questo principio però non può degenerare. E degenera
quando si passa dai pluralismi alle cordate che fanno riferimento a
rapporti personali. Questo è inaccettabile per qualsiasi organizzazione
e contro questa degenerazione del pluralismo
in correntismo ad personam intendo battermi con forza. E’ necessario garantire
sensibilità e pluralismi, non privilegi, e alla base di tutto sta
sempre la democrazia, cioè una testa un voto. Potrei concludere qui la
discussione rispetto ai problemi sollevati: il pluralismo della Fiom,
quello della Cgil, le regole democratiche che presidiano
l’organizzazione e le sue componenti a tutti i livelli, sono
sufficienti per derimere tutte le questioni aperte. Tuttavia, è utile
valutare politicamente quello che è avvenuto, anche se finora obiezioni
di merito politico alle scelte fatte non sono state sollevate. E’
giusto invece considerare questa un’occasione per verificare a che
punto siamo nella Fiom e nella Cgil.
Il
congresso della Fiom e il
prossimo congresso della Cgil
Nella discussione confederale
dell’Area si è motivata la necessità di verifica del pluralismo
della Fiom con la prospettiva di un congresso nella Cgil senza mozioni
contrapposte. Si è detto
che questo sarebbe il modo di trasferire in Cgil l’esperienza della
Fiom. Non è così. Il congresso della Fiom è
avvenuto su mozioni contrapposte. La mozione nella quale siamo confluiti
non rappresenta tutte le nostre posizioni, ma su questioni di fondo è
“senza se e senza ma”. Le enumero: 1.
La lotta per la pace e contro la guerra e il terrorismo,
in Iraq come in Kossovo, senza contingenti necessità. 2.
Una critica netta all’Europa che si sta costruendo. 3.
La partecipazione piena al movimento no global. 4.
Il rifiuto del ritorno alla politica dei redditi, che
invece era al centro della mozione di minoranza. 5.
Conseguentemente la scelta del superamento della
moderazione salariale e la lotta contro la precarizzazione del lavoro,
sia nella versione Legge 30, sia in quella pacchetto Treu. 6.
La critica della politica economica e industriale non solo
del governo Berlusconi, ma del centrosinistra, a partire dalle
privatizzazioni. Il conseguente rilancio dell’intervento pubblico. 7.
Una linea di opposizione integrale alle leggi del governo
Berlusconi. 8.
La scelta di fare della democrazia sindacale e del voto
referendario dei lavoratori una condizione pregiudiziale per qualsiasi
rapporto unitario, nonché una pratica concreta dell’organizzazione. Nella sostanza il congresso
della Fiom è avvenuto tra due alternative esplicite: una per la
fuoriuscita “da sinistra” dal 23 luglio e dalla concertazione,
l’altra per una riproposizione, aggiornata e anche migliorata, della
concertazione. La conclusione unitaria del
congresso non cancella questa differenza sul piano dell’impianto
generale, come dice lo stesso documento finale, e soprattutto chiarisce
che quella della Fiom è stata una scelta non solo fondata sulla propria
esperienza, ma tale da definire una proposta per tutta la
confederazione. Il congresso della Cgil non
potrà ignorare questi contenuti e, al di là dei singoli punti su cui
c’è unità nell’organizzazione, dovrà scegliere. La scelta è la
stessa che è stata di fronte alla Fiom. Se considerare conclusa, al di
là delle differenze di giudizio sul passato, la fase della
concertazione del 23 luglio, oppure se operare per un ritorno rinnovato
a quella concertazione. Se devo valutare il dibattito della
confederazione, devo dire che oggi le condizioni per un congresso senza
mozioni alternative non ci sono. A meno di non cancellare ogni
differenza politica. Certo devono essere valutate le diverse possibilità.
Può succedere che la posizione “dei Per questo non mi convince
una discussione sulla continuità dell’Area, a prescindere dalle
scelte congressuali. E’ evidente che se ci fosse un congresso della
Cgil come quello della Fiom, cioè un congresso ove si affermasse una
nuova maggioranza congressuale in grado di recepire molte istanze della
sinistra sindacale, noi dovremmo accettare la sfida e stare dentro
questo processo. Ma se questo non si verifica, o non si verificano altri
processi di aggregazione, a mio parere andrà presentata comunque la
posizione della sinistra sindacale. Solo questo giustifica scelte di
carattere organizzativo. Non sono invece interessato alla permanenza di
aree organizzate a prescindere dai comportamenti congressuali. Questo
significherebbe riproporre sotto nuove spoglie l’esperienza della
terza componente, che si giustificava in Cgil per essere fuori dai
grandi partiti. Non è così che si afferma l’indipendenza
nell’organizzazione dalle forze politiche. Conclusivamente ritengo che
la discussione aperta sulla Fiom sia sbagliata proprio per la
motivazione che la ispira. Non si tratta di vedere come si conservano le
posizioni assunte nei gruppi dirigenti, anche se non si fa la mozione
congressuale. Si tratta invece di discutere su quali sono le istanze
della sinistra sindacale oggi e come possono diventare terreno di
battaglia politica in un congresso. Come si dovrebbe sempre fare: prima
i contenuti, poi la forma con cui esprimerli e, in ultima istanza, le
scelte sui gruppi dirigenti.
L’esperienza
concreta della Fiom
Alle scelte politiche della
Fiom si è aggiunta una pratica che, soprattutto come risposta agli
accordi separati, ha tentato di forzare i rapporti di forza e di
costruire iniziative di lotta e di movimento. La questione centrale che
si è posta in questi anni è che senza la leva dei rapporti di forza
non si ottiene nulla. Il sindacato delle regole, quello che pensava di
avere acquisito un ruolo definito per sempre, è stato travolto in
Italia e in Europa dall’offensiva liberista. Ogni tentativo di
restaurare le regole, a prescindere dai rapporti di forza, può portare
solo ad accordi disastrosi e a rotture con coloro che vogliamo
rappresentare. Le esperienze di questi anni,
sia sul piano confederale, sia su quello di categoria, ci dicono che si
sono ottenuti risultati solo là ove si è esercitata fino in fondo la
leva del conflitto e del movimento. Così Il
rinnovamento del sindacato di fronte all’attacco liberista
Di fronte al persistere
dell’attacco liberista, riemergono in tutti i sindacati due linee
alternative. Una è quella della concertazione e del liberismo
temperato. L’altra è quella del conflitto e della ricostruzione della
contrattazione. Ciò che individua una sinistra sindacale è la scelta a
favore della seconda alternativa. E’ vero però che oggi, di fronte
alla frantumazione del lavoro, alla precarizzazione, alla
privatizzazione dei servizi sociali, forte è la tentazione in tutti i
sindacati europei di salvarsi da un lato assumendo un più forte ruolo
istituzionale, dall’altro collaborando nelle imprese. Mi pare che il nodo si
riproporrà anche in Italia. Il punto di prova è
sicuramente il confronto sul sistema contrattuale. Forti saranno le
pressioni perché La costruzione del conflitto
però richiede partecipazione dei lavoratori e rinnovamento
dell’organizzazione sindacale. Là
dove si sta in un modello di sindacato verticistico, che decide per
conto dei lavoratori e al massimo assegna ad essi un ruolo di ratifica
delle decisioni e di pressione, non ci sono le condizioni per far
avanzare i rapporti di forza. Solo un sindacato rinnovato e fondato su
una reale partecipazione dei lavoratori può lottare con l’impresa
liberista. La sostanza è dunque che o
ci sarà un ritorno all’ovile della Cgil, a una politica molto simile
a quella di prima di Berlusconi, magari in un rapporto unitario migliore
con Cisl e Uil, e però con un superamento di tutte le istanze di
rinnovamento più radicale. Oppure, se si vuole continuare sulla strada
intrapresa, si dovrà sviluppare un più forte rinnovamento nelle
pratiche e nella cultura dell’organizzazione. A partire
dall’estensione della democrazia e della partecipazione. All’avvio del percorso
congressuale della Fiom, più di un anno fa, in una riunione come
questa, concordammo sul definire a tre livelli il rinnovamento
necessario all’organizzazione: -
Nella ripresa
del conflitto; -
Nelle piattaforme rivendicative; -
Nella forma e nella cultura dell’organizzazione. Allora dicemmo che Per quanto riguarda la
confederazione, essa non è stata in grado di costruire una battaglia
generalizzata per la democrazia sindacale. Non è riuscita a trasferire
sul piano della contrattazione sindacale il movimento del 23 marzo del
2002 sull’articolo 18. Si è mantenuta quindi una scissione tra
posizioni anche radicali sul piano politico generale e pratica moderata
sul piano contrattuale. Tutto questo ci fa dire che è necessario
continuare nella lotta per uscire dal sindacato della concertazione
degli anni Novanta. Le proposte di lotta alla
precarizzazione e di unificazione conflittuale del mondo del lavoro, che
sono alla base del congresso della Fiom, sono un punto di partenza
secondo noi decisivo per qualsiasi esperienza di rinnovamento
dell’organizzazione.
Autonomia
e indipendenza sindacale
Tutti noi siamo convinti
della necessità di sconfiggere il governo Berlusconi. Ma non siamo
disposti a sacrificare a questo obiettivo l’autonomia contrattuale e
di iniziativa della Fiom e della Cgil. Questa affermazione di principio
è in realtà il nodo che avremo di fronte in tutti i prossimi mesi che
ci separano dalle elezioni. La crisi industriale ed
economica italiana viene affrontata dal governo di centrodestra con una
politica populista e liberista al tempo stesso. Sull’altro fronte
prende sempre più forza un opzione neocentrista, che va da Montezemolo
a Monti, al Corriere della Sera, ad altri poteri tradizionali. Questa
seconda opzione punta a un ritorno della concertazione per realizzare
riforme liberiste, temperandole con il consenso sociale. Se la prima
ipotesi punta al conflitto diretto con D’altra parte la debolezza
finora mostrata dal centrosinistra rischia di lasciare aperto lo
scenario o a una riconferma di Berlusconi, o a un ricambio su basi a tal
punto moderate, da mettere in difficoltà in primo luogo La dimensione della crisi
italiana ripropone alternative profonde. Non basta un accordo formale
con
Conclusioni Voglio qui sintetizzare le
richieste che rivolgiamo sia al Segretario generale della Fiom sia
all’Area a livello confederale. Al Segretario generale della
Fiom, rivolgiamo la richiesta di dare continuità alla linea politica
uscita dal congresso di categoria e di far sì che questa linea entri
nel dibattito della confederazione. Esplicitamente: o l’esperienza del
congresso della Fiom entra nel congresso della Cgil, oppure quest’ultimo
rischia di essere il congresso di normalizzazione della Fiom. Non
abbiamo mai creduto alla pura dialettica di strutture. Sappiamo che la
dialettica è di posizioni politiche e, naturalmente visto che siamo in
un sindacato e non in un partito, di esperienze e strutture. Questo vuol
dire che il congresso della Fiom non ha espresso solo posizioni di
categoria, ma temi – dal superamento della politica dei redditi alla
lotta alla precarietà, all’alternativa al liberismo – squisitamente
confederali, che non possono essere diplomatizzati in un congresso. In
sintesi, al Segretario della Fiom chiediamo che nel congresso della Cgil
queste posizioni siano presentate nel dibattito politico, senza
ricercare facili unanimismi. Un conto è la necessaria intesa con la
confederazione sulla piattaforma contrattuale, un conto è la scelta
della linea politica che si fa in un congresso. Su questo bisogna essere
chiari e la dialettica va esplicitata. Naturalmente chiediamo anche che
per quanto riguarda la pratica della nostra organizzazione si continui
sull’ispirazione di fondo decisa al congresso. All’Area confederale
chiediamo di sottoporsi a verifica e rinnovamento. Come abbiamo detto
non riteniamo esaurite le ragioni di una sinistra sindacale e queste,
per esistere, devono verificarsi con il voto al congresso. Per quanto
riguarda |