Sintesi della relazione tenuta da Giorgio Cremaschi all’Assemblea di Lavoro e Società nella Fiom, del 5 gennaio 2005 a Sesto S. Giovanni

 

Questa discussione

Mi sono assunto la responsabilità di convocare questa riunione per affrontare in una sede esplicita e trasparente i problemi che sono emersi nel rapporto tra la Fiom e l’Area confederale di Lavoro e Società. Possiamo affrontare in due modi questa discussione. Il primo è stare unicamente al terreno preciso posto dalla discussione in corso, il secondo è quello di allargare la discussione e farne un’occasione di una verifica più generale. Penso utile scegliere il secondo, tuttavia non rinunciando a chiarire il primo, cosa che intendo fare prioritariamente.

Si contesta esplicitamente dal coordinatore confederale dell’Area il pluralismo interno alla Fiom, successivamente al congresso anticipato dell’organizzazione. Voglio allora qui chiarire che:

- Dopo il congresso non si è verificato un solo caso nel quale il pluralismo e le opinioni delle compagne e i compagni che nella Fiom fanno riferimento a Lavoro e Società, sia stato stravolto dal peso della maggioranza più vasta di cui facciamo parte.

- Esistono casi di contenzioso nella maggioranza congressuale, che vanno affrontati, ma che sinora sono stati complessivamente congelati, cioè non si è permesso di stravolgere le opinioni prevalenti all’interno di Lavoro e Società.

- Il problema più grave di pluralismo che ha di fronte Lavoro e Società, ma anche tutta la Fiom e tutta la Cgil è quello della Piaggio. Abbiamo respinto politicamente i provvedimenti amministrativi e ci battiamo per una soluzione politica che riconosca il diritto al dissenso nel governo unitario dell’organizzazione.

- Per quanto riguarda la Lombardia abbiamo ottenuto l’elezione come Segretario generale della più grande struttura della Fiom un compagno di Lavoro e Società. E’ un risultato del congresso che dovrebbe vedere tutti soddisfatti. Va inoltre sottolineato che il Segretario generale della Fiom aveva più volte dichiarato, nel corso delle consultazioni, l’intenzione di procedere a realizzare una segreteria che tenesse conto di tutte le sensibilità presenti nella Fiom della regione.

- In generale nella formazione dei gruppi dirigenti si è proceduto per consenso e, ove questo non fosse possibile, si sono consultate le compagne e i compagni che fanno riferimento a Lavoro e Società e le candidature sono sempre state frutto del principio democratico di maggioranza.

Potrei dunque concludere questo punto dicendo che non c’è luogo a procedere rispetto al problema sollevato, a meno che non si voglia mettere in discussione la titolarità delle compagne e compagni della Fiom che fanno riferimento a Lavoro e Società ad assumere le proprie decisioni con un criterio democratico. Voglio però aggiungere che sono state sollevate questioni più delicate, che non riguardano direttamente il pluralismo nella Fiom, ma – per essere chiari – quello all’interno di Lavoro e Società. 14 compagne e compagni del Comitato Centrale hanno chiesto un incontro al Segretario generale della Fiom per verificare pluralismo e autonomia dell’organizzazione. A parte il giudizio di merito su un’operazione fatta da compagni prima della discussione comune, è utile chiarire che cosa intendiamo per pluralismo.

A conclusione del congresso confederale il sottoscritto entrò dentro la segreteria nazionale in rappresentanza della mozione Lavoro e Società. Su richiesta del coordinatore confederale si definì anche la proposta per la presidenza del Comitato Centrale. Ci furono allora delle critiche, ma ritenni che, nel momento in cui la mozione era frutto di diverse esperienze precedenti, fosse giusto che la sua rappresentanza nella Fiom fosse articolata. Questo principio però non può degenerare. E degenera quando si passa dai pluralismi alle cordate che fanno riferimento a rapporti personali. Questo è inaccettabile per qualsiasi organizzazione e contro questa degenerazione del pluralismo  in correntismo ad personam intendo battermi con forza.

E’ necessario garantire sensibilità e pluralismi, non privilegi, e alla base di tutto sta sempre la democrazia, cioè una testa un voto.

Potrei concludere qui la discussione rispetto ai problemi sollevati: il pluralismo della Fiom, quello della Cgil, le regole democratiche che presidiano l’organizzazione e le sue componenti a tutti i livelli, sono sufficienti per derimere tutte le questioni aperte. Tuttavia, è utile valutare politicamente quello che è avvenuto, anche se finora obiezioni di merito politico alle scelte fatte non sono state sollevate. E’ giusto invece considerare questa un’occasione per verificare a che punto siamo nella Fiom e nella Cgil.

 

Il congresso della Fiom e  il prossimo congresso della Cgil  

Nella discussione confederale dell’Area si è motivata la necessità di verifica del pluralismo della Fiom con la prospettiva di un congresso nella Cgil senza mozioni contrapposte.  Si è detto che questo sarebbe il modo di trasferire in Cgil l’esperienza della Fiom. Non è così.

Il congresso della Fiom è avvenuto su mozioni contrapposte. La mozione nella quale siamo confluiti non rappresenta tutte le nostre posizioni, ma su questioni di fondo è “senza se e senza ma”. Le enumero:

1.           La lotta per la pace e contro la guerra e il terrorismo, in Iraq come in Kossovo, senza contingenti necessità.

2.           Una critica netta all’Europa che si sta costruendo.

3.           La partecipazione piena al movimento no global.

4.           Il rifiuto del ritorno alla politica dei redditi, che invece era al centro della mozione di minoranza.

5.           Conseguentemente la scelta del superamento della moderazione salariale e la lotta contro la precarizzazione del lavoro, sia nella versione Legge 30, sia in quella pacchetto Treu.

6.           La critica della politica economica e industriale non solo del governo Berlusconi, ma del centrosinistra, a partire dalle privatizzazioni. Il conseguente rilancio dell’intervento pubblico.

7.           Una linea di opposizione integrale alle leggi del governo Berlusconi.

8.           La scelta di fare della democrazia sindacale e del voto referendario dei lavoratori una condizione pregiudiziale per qualsiasi rapporto unitario, nonché una pratica concreta dell’organizzazione.

Nella sostanza il congresso della Fiom è avvenuto tra due alternative esplicite: una per la fuoriuscita “da sinistra” dal 23 luglio e dalla concertazione, l’altra per una riproposizione, aggiornata e anche migliorata, della concertazione.

La conclusione unitaria del congresso non cancella questa differenza sul piano dell’impianto generale, come dice lo stesso documento finale, e soprattutto chiarisce che quella della Fiom è stata una scelta non solo fondata sulla propria esperienza, ma tale da definire una proposta per tutta la confederazione.

Il congresso della Cgil non potrà ignorare questi contenuti e, al di là dei singoli punti su cui c’è unità nell’organizzazione, dovrà scegliere. La scelta è la stessa che è stata di fronte alla Fiom. Se considerare conclusa, al di là delle differenze di giudizio sul passato, la fase della concertazione del 23 luglio, oppure se operare per un ritorno rinnovato a quella concertazione. Se devo valutare il dibattito della confederazione, devo dire che oggi le condizioni per un congresso senza mozioni alternative non ci sono. A meno di non cancellare ogni differenza politica. Certo devono essere valutate le diverse possibilità. Può succedere che la posizione “dei 49” , rinnovata ed ampliata, si trasformi in una mozione congressuale, esplicitamente riformista. Allora dovremmo valutare come partecipare a una mozione ad essa alternativa, la più estesa possibile. Si può costituire una sinistra sindacale più vasta attorno alle esperienze della Fiom e di altre categorie. In questo caso questa potrebbe esprimersi con una propria posizione congressuale, e anche qui dovremmo valutare come partecipare ad essa. Ciò che oggi mi sento di escludere è che si possa arrivare ad un congresso nel quale chi è per ricontrattare il 23 luglio, anche peggiorandolo, chi è per ripristinarlo, chi è per superarlo, stiano tutti assieme nello stesso documento. Sarà la discussione a decidere, ma ritengo sbagliato mettere la questione della forma del congresso davanti a quella dei contenuti.

Per questo non mi convince una discussione sulla continuità dell’Area, a prescindere dalle scelte congressuali. E’ evidente che se ci fosse un congresso della Cgil come quello della Fiom, cioè un congresso ove si affermasse una nuova maggioranza congressuale in grado di recepire molte istanze della sinistra sindacale, noi dovremmo accettare la sfida e stare dentro questo processo. Ma se questo non si verifica, o non si verificano altri processi di aggregazione, a mio parere andrà presentata comunque la posizione della sinistra sindacale. Solo questo giustifica scelte di carattere organizzativo. Non sono invece interessato alla permanenza di aree organizzate a prescindere dai comportamenti congressuali. Questo significherebbe riproporre sotto nuove spoglie l’esperienza della terza componente, che si giustificava in Cgil per essere fuori dai grandi partiti. Non è così che si afferma l’indipendenza nell’organizzazione dalle forze politiche.

Conclusivamente ritengo che la discussione aperta sulla Fiom sia sbagliata proprio per la motivazione che la ispira. Non si tratta di vedere come si conservano le posizioni assunte nei gruppi dirigenti, anche se non si fa la mozione congressuale. Si tratta invece di discutere su quali sono le istanze della sinistra sindacale oggi e come possono diventare terreno di battaglia politica in un congresso. Come si dovrebbe sempre fare: prima i contenuti, poi la forma con cui esprimerli e, in ultima istanza, le scelte sui gruppi dirigenti.

 

L’esperienza concreta della Fiom

Alle scelte politiche della Fiom si è aggiunta una pratica che, soprattutto come risposta agli accordi separati, ha tentato di forzare i rapporti di forza e di costruire iniziative di lotta e di movimento. La questione centrale che si è posta in questi anni è che senza la leva dei rapporti di forza non si ottiene nulla. Il sindacato delle regole, quello che pensava di avere acquisito un ruolo definito per sempre, è stato travolto in Italia e in Europa dall’offensiva liberista. Ogni tentativo di restaurare le regole, a prescindere dai rapporti di forza, può portare solo ad accordi disastrosi e a rotture con coloro che vogliamo rappresentare.

Le esperienze di questi anni, sia sul piano confederale, sia su quello di categoria, ci dicono che si sono ottenuti risultati solo là ove si è esercitata fino in fondo la leva del conflitto e del movimento. Così la Cgil da sola ha fermato l’attacco all’articolo 18. Così con i pre-contratti, e anche con le vertenze unitarie, non tutte, abbiamo convinto i padroni che forse non conviene tanto puntare solo sugli accordi separati. Al contrario, ove si sono seguite le antiche procedure e la mobilitazione e la lotta è diventata pressione rituale, ci sono le sconfitte più gravi. Pensiamo alle pensioni e alla politica finanziaria del governo. Non è vero che il sindacato unitario incide di più che l’iniziativa da soli, non è vero più oggi. E’ vero invee che incide di più un’iniziativa unitaria fortemente determinata. Ma se l’unità diventa causa di moderatismi e paralisi dell’iniziativa, allora essa diventa solo una copertura per i gruppi dirigenti non uno strumento per lottare. Questa è l’esperienza di questi anni e, alla vigilia di un rinnovo del Contratto nazionale che può avvenire con una piattaforma unitaria, che certo non avrà la stessa portata delle richieste che avremmo potuto presentare solo come Fiom, il nostro giudizio finale deve essere fatto in termini di capacità di movimento. La piattaforma unitaria serve a far ripartire le lotte dei metalmeccanici nella democrazia? Allora è un passo avanti, pur nella mediazione. E’ un’operazione di diplomazia per reggere una situazione difficile? Allora pagheremo il prezzo di questa scelta. In ogni caso è bene ricordare che noi non avremmo fatto nessuna piattaforma unitaria senza un accordo preliminare sul referendum, anche nel dissenso tra le organizzazioni. Questa è una differenza che abbiamo con gran parte delle categorie della Cgil, ove la democrazia referendaria non è stata posta come pregiudiziale ai rapporti unitari. In secondo luogo è chiaro che la piattaforma unitaria dovrà contenere una richiesta di produttività nel Contratto nazionale per tutti i lavoratori. Questo principio per noi va affermato, al di là delle diverse modalità con cui ciò può avvenire. Credo che vada mantenuto il valore della scelta, unica da molti anni in qua nella storia della Cgil, di presentare piattaforme da soli. Non è stata una scelta da Cobas, né è un ruolo da Cobas non firmare i contratti se questo non è possibile. In questi anni abbiamo influito sulla contrattazione non firmando accordi più di altri che sono stati sempre con la penna in mano. Naturalmente non possiamo considerare questo uno stato definitivo. Dobbiamo puntare a ricostruire la contrattazione e il Contratto nazionale. Ma non inventarci risultati quando non ci sono. Per questo abbiamo sempre detto che la piattaforma unitaria non era un obbligo, ma una scelta a certe condizioni. Questa è una discriminante formalizzata con le scelte congressuali. Per questo, anche di fronte a una piattaforma unitaria, noi dovremo costruire iniziative di movimento in grado di non farci tornare al modello di sindacato verticistico che abbiamo respinto.

  

Il rinnovamento del sindacato di fronte all’attacco liberista

Di fronte al persistere dell’attacco liberista, riemergono in tutti i sindacati due linee alternative. Una è quella della concertazione e del liberismo temperato. L’altra è quella del conflitto e della ricostruzione della contrattazione. Ciò che individua una sinistra sindacale è la scelta a favore della seconda alternativa. E’ vero però che oggi, di fronte alla frantumazione del lavoro, alla precarizzazione, alla privatizzazione dei servizi sociali, forte è la tentazione in tutti i sindacati europei di salvarsi da un lato assumendo un più forte ruolo istituzionale, dall’altro collaborando nelle imprese.

Mi pare che il nodo si riproporrà anche in Italia. La Cgil ha scelto in questi anni una linea di conflitto con il governo Berlusconi e la Confindustria di D’Amato, ma non ha ancora chiarito quale posizione assumere di fronte alla Confindustria di Montezemolo e a un possibile nuovo governo di centrosinistra. L’esperienza del passato non aiuta. Ancora oggi i lavoratori rimproverano alla Cgil la subordinazione rispetto ai governi di centrosinistra.

Il punto di prova è sicuramente il confronto sul sistema contrattuale. Forti saranno le pressioni perché la Cgil acceda, assieme a Cisl e Uil, a un accordo che ripristini, peggiorandolo qua e là, il sistema del 23 luglio. Anche per questo abbiamo criticato la preintesa sugli artigiani. Se non si vuole percorrere questa strada bisognerà, prima o poi, ricostruire le ragioni del conflitto, visto che gli industriali non hanno cambiato posizione su questo terreno, e vedere come articolarla.

La costruzione del conflitto però richiede partecipazione dei lavoratori e rinnovamento dell’organizzazione sindacale.  Là dove si sta in un modello di sindacato verticistico, che decide per conto dei lavoratori e al massimo assegna ad essi un ruolo di ratifica delle decisioni e di pressione, non ci sono le condizioni per far avanzare i rapporti di forza. Solo un sindacato rinnovato e fondato su una reale partecipazione dei lavoratori può lottare con l’impresa liberista.

La sostanza è dunque che o ci sarà un ritorno all’ovile della Cgil, a una politica molto simile a quella di prima di Berlusconi, magari in un rapporto unitario migliore con Cisl e Uil, e però con un superamento di tutte le istanze di rinnovamento più radicale. Oppure, se si vuole continuare sulla strada intrapresa, si dovrà sviluppare un più forte rinnovamento nelle pratiche e nella cultura dell’organizzazione. A partire dall’estensione della democrazia e della partecipazione.

All’avvio del percorso congressuale della Fiom, più di un anno fa, in una riunione come questa, concordammo sul definire a tre livelli il rinnovamento necessario all’organizzazione:

- Nella ripresa del conflitto;

- Nelle piattaforme rivendicative;

- Nella forma e nella cultura dell’organizzazione.

Allora dicemmo che la Cgil aveva solo intrapreso il primo dei passaggi, mentre mancavano il secondo e il terzo, la Fiom aveva intrapreso i primi due, ma anche per essa mancava qualcosa. Mi pare di dover confermare quell’analisi, con i rischi di regressione che si sentono nel corpo dell’organizzazione e che sono insiti nella situazione difficile nella quale operiamo. Se posso fare un esempio le lotte di Melfi e della Fincantieri sono un esempio, quelle per i pre-contratti in Emilia o la vertenza della Beretta sono esempi di un percorso nuovo nei contenuti e nella pratica. Altre vertenze, anche nella Fiom, hanno consegnato buoni propositi a una pratica uguale al passato e quindi destinata a non sostenere le rivendicazioni. In alcuni casi anche i buoni propositi sono venuti meno.

Per quanto riguarda la confederazione, essa non è stata in grado di costruire una battaglia generalizzata per la democrazia sindacale. Non è riuscita a trasferire sul piano della contrattazione sindacale il movimento del 23 marzo del 2002 sull’articolo 18. Si è mantenuta quindi una scissione tra posizioni anche radicali sul piano politico generale e pratica moderata sul piano contrattuale. Tutto questo ci fa dire che è necessario continuare nella lotta per uscire dal sindacato della concertazione degli anni Novanta.

Le proposte di lotta alla precarizzazione e di unificazione conflittuale del mondo del lavoro, che sono alla base del congresso della Fiom, sono un punto di partenza secondo noi decisivo per qualsiasi esperienza di rinnovamento dell’organizzazione.

  

Autonomia e indipendenza sindacale  

Tutti noi siamo convinti della necessità di sconfiggere il governo Berlusconi. Ma non siamo disposti a sacrificare a questo obiettivo l’autonomia contrattuale e di iniziativa della Fiom e della Cgil. Questa affermazione di principio è in realtà il nodo che avremo di fronte in tutti i prossimi mesi che ci separano dalle elezioni.

La crisi industriale ed economica italiana viene affrontata dal governo di centrodestra con una politica populista e liberista al tempo stesso. Sull’altro fronte prende sempre più forza un opzione neocentrista, che va da Montezemolo a Monti, al Corriere della Sera, ad altri poteri tradizionali. Questa seconda opzione punta a un ritorno della concertazione per realizzare riforme liberiste, temperandole con il consenso sociale. Se la prima ipotesi punta al conflitto diretto con la Cgil e alla divisione del movimento sindacale, la seconda punta al coinvolgimento della Cgil nelle proprie scelte, facendola rompere con il movimento.

D’altra parte la debolezza finora mostrata dal centrosinistra rischia di lasciare aperto lo scenario o a una riconferma di Berlusconi, o a un ricambio su basi a tal punto moderate, da mettere in difficoltà in primo luogo la Cgil e chi essa rappresenta. Per questo è necessario rilanciare e persino ridefinire l’autonomia sindacale. Crediamo che il termine indipendenza chiarisca meglio una posizione sindacale che oggi deve essere indipendente sul piano del confronto sociale e politico. Cioè non delegare a nessuno le proprie istanze.

La dimensione della crisi italiana ripropone alternative profonde. Non basta un accordo formale con la Confindustria di Montezemolo, né un metodo meno aspro di confronto. Occorre una svolta che metta in discussione la politica economica e le scelte delle imprese da diversi decenni a questa parte. Per questo bisogna accompagnare la costruzione di un progetto per una nuova politica economica con il movimento e con la lotta. Per questo è necessario una nuova identità culturale del sindacato, esplicitamente antiliberista non solo sul piano politico, ma su quello delle scelte sociali e della gestione delle imprese. Occorre, cioè, costruire un punto di vista del lavoro dentro il sindacato.  Può sembrare un’ovvietà ma non è così. Così non solo vanno respinti vecchi e nuovi collateralismi tra schieramenti politici e sindacato. Ma si tratta di pensare al sindacato come soggetto autonomo, che parte dalle concrete condizioni dei lavoratori per costruire rivendicazioni e anche interventi politici. Sulla base di queste considerazioni non basta più parlare di “autonomia da”, ma bisogna passare a ragionare su “indipendenza per”. In ogni caso è chiaro che la questione dell’autonomia e dell’indipendenza sindacale sarà al centro del prossimo congresso della Cgil.

 

Conclusioni

Voglio qui sintetizzare le richieste che rivolgiamo sia al Segretario generale della Fiom sia all’Area a livello confederale.

Al Segretario generale della Fiom, rivolgiamo la richiesta di dare continuità alla linea politica uscita dal congresso di categoria e di far sì che questa linea entri nel dibattito della confederazione. Esplicitamente: o l’esperienza del congresso della Fiom entra nel congresso della Cgil, oppure quest’ultimo rischia di essere il congresso di normalizzazione della Fiom. Non abbiamo mai creduto alla pura dialettica di strutture. Sappiamo che la dialettica è di posizioni politiche e, naturalmente visto che siamo in un sindacato e non in un partito, di esperienze e strutture. Questo vuol dire che il congresso della Fiom non ha espresso solo posizioni di categoria, ma temi – dal superamento della politica dei redditi alla lotta alla precarietà, all’alternativa al liberismo – squisitamente confederali, che non possono essere diplomatizzati in un congresso. In sintesi, al Segretario della Fiom chiediamo che nel congresso della Cgil queste posizioni siano presentate nel dibattito politico, senza ricercare facili unanimismi. Un conto è la necessaria intesa con la confederazione sulla piattaforma contrattuale, un conto è la scelta della linea politica che si fa in un congresso. Su questo bisogna essere chiari e la dialettica va esplicitata. Naturalmente chiediamo anche che per quanto riguarda la pratica della nostra organizzazione si continui sull’ispirazione di fondo decisa al congresso.

All’Area confederale chiediamo di sottoporsi a verifica e rinnovamento. Come abbiamo detto non riteniamo esaurite le ragioni di una sinistra sindacale e queste, per esistere, devono verificarsi con il voto al congresso. Per quanto riguarda la Fiom riteniamo che non ci siano le motivazioni politiche per la costituzione dell’Area. Fino al nuovo congresso confederale solo una esplicita rottura sul terreno dei contenuti della piattaforma congressuale che ha ottenuto l’80% dei voti, giustificherebbe un cambiamento di posizioni di Lavoro e Società nella Fiom. Riteniamo, in ogni caso, di far nostre alcune critiche che in questo periodo sono emerse su una gestione dell’Area troppo chiusa nei palazzi dell’organizzazione e della politica. Così come noi abbiamo convocato questa assemblea, chiediamo che l’Area confederale convochi un’assemblea di massa, per questa primavera, per fare una discussione approfondita sia sulle cose fatte sia su quelle da fare. Come abbiamo detto non riteniamo esauriti i compiti di una sinistra sindacale e per questo non intendiamo esaurirli in un contenzioso burocratico sulle fedeltà d’apparato.