| Hudda mi ha detto di aver confortato sua sorella morente leggendole dei
versetti del Corano. La sorella è spirata dopo quattro ore. Per tre giorni, Hudda e il
fratello sono rimasti accanto ai cadaveri dei loro parenti: ma avevano sete, e da mangiare
avevano solo una manciata di datteri. Temevano il ritorno dei soldati, e così hanno
deciso di lasciare la città: ma sono stati intercettati da un cecchino statunitense. Hudda
è stata colpita da un proiettile a una gamba; suo fratello ha cercato di scappare, ma è
stato colpito alla schiena ed è morto sul colpo. «Mi stavo preparando a morire», mi ha
detto, «ma poi mi ha trovata una donna soldato americana e mi ha portato in ospedale». A
quel punto, Hudda ha potuto ricongiungersi con i sopravvissuti della sua famiglia.
Ho incontrato anche i superstiti di un'altra famiglia del distretto di Jolan, e mi
hanno detto che, al termine della seconda settimana di assedio, le truppe statunitensi
hanno messo a ferro e fuoco Jolan. La Guardia Nazionale irachena utilizzava degli
altoparlanti per avvertire la popolazione che doveva uscire di casa ed esibire una
bandiera bianca, portando con sé i propri effetti personali. L'ordine era di riunirsi
all'esterno della moschea di Jamah al-Kurkan, in pieno centro.
Il 12 novembre, Eyad Naji Latif e otto membri della sua famiglia - tra cui un bambino
di sei mesi - hanno raccolto i loro averi e si sono incamminati in fila indiana, come da
ordini impartiti, in direzione della moschea.
Non appena giunti sulla strada principale adiacente alla moschea, hanno udito qualcuno
urlare, ma non riuscivano a capire che cosa dicesse. Eyad mi ha detto che sembrava un
"now" (ora) in inglese. Poi sono iniziati gli spari. Sono comparsi dei soldati
statunitensi sui tetti delle case circostanti, e hanno aperto il fuoco. Il padre di Eyad
è stato colpito al cuore e sua madre al petto.
Entrambi sono morti sul colpo. Anche due fratelli di Eyad sono stati colpiti, uno al
petto e l'altro al collo, mentre due donne sono state colpite a una mano e a una gamba.
Poi i cecchini hanno ucciso la moglie di uno dei fratelli di Eyad. Non appena è caduta a
terra, il figlioletto di cinque anni è corso da lei e si è sdraiato sul suo cadavere.
Poi i cecchini hanno ucciso anche il bambino. I sopravvissuti, in preda alla disperazione,
pregavano i soldati di smettere di sparare.
Ma Eyad mi ha detto che non appena qualcuno cercava di sventolare la bandiera bianca, i
militari sparavano. Dopo diverse ore, Eyad stesso ha cercato di alzare la mano dentro cui
stringeva la bandiera: ma loro gli hanno sparato alla mano.
I cinque sopravvissuti, tra cui anche il bimbo di sei mesi, sono rimasti stesi in
strada per sette ore. In seguito, quattro di loro si sono trascinati fino alla casa più
vicina per chiedere aiuto. La mattina successiva, anche il fratello colpito al collo è
riuscito a trascinarsi in salvo. Sono rimasti tutti in quella casa per otto giorni,
mangiando solo radici e con un solo bicchiere d'acqua che hanno conservato per il neonato.
L'ottavo giorno, sono stati scoperti da alcuni membri della Guardia Nazionale irachena e
sono stati portati in ospedale a Fallujah: ma qui hanno saputo che gli americani avevano
preso ad arrestare tutti gli uomini giovani, così sono fuggiti dall'ospedale per recarsi
in una città vicina, dove hanno ricevuto le cure del caso.
Nessuno di loro sa con certezza che cosa sia avvenuto alle altre famiglie che avevano
ottemperato all'ordine di recarsi presso la moschea. Tuttavia, mi hanno detto che per le
strade, scorrevano rivoli di sangue. Io ero stato a Fallujah in gennaio con un convoglio
umanitario finanziato da donazioni provenienti dalla Gran Bretagna.
Il nostro piccolo convoglio, composto di camion e furgoni, portava 15 tonnellate di
farina, otto tonnellate di riso, medicinali e 900 capi di abbigliamento destinati agli
orfani. Sapevamo che migliaia di profughi si trovavano accampati in condizioni pessime
all'interno di quattro campo nella periferia della città.
Fu là che ascoltammo racconti di famiglie massacrate nelle loro case, di feriti
trascinati per le strade e investiti con i carri armati, di un container in cui erano
stipati i corpi di 481 civili, di omicidi premeditati, di saccheggi e di atti di violenza
e di crudeltà oltre ogni immaginazione.
Tra le rovine
Ecco perché abbiamo deciso di entrare a Fallujah per indagare. Quando siamo entrati, a
malapena sono riuscito a riconoscere il luogo dove avevo prestato servizio medico
nell'aprile 2004, nel corso del primo assedio.
Abbiamo visto persone aggirarsi come fantasmi tra le rovine; alcuni cercavano i
cadaveri dei loro parenti, mentre altri tentavano di recuperare i loro effetti personali
nelle rovine delle loro abitazioni.
Qua e là, c'erano capannelli di persone in coda per la benzina o per il cibo. In una
delle file, un gruppetto di sopravvissuti si accapigliava per aggiudicarsi una
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Ricordo che mi ha avvicinato una signora anziana, con gli occhi congestionati dalle
lacrime. Mi ha afferrato per un braccio e mi ha detto che la sua casa era stata colpita da
una bomba statunitense durante un raid aereo: il soffitto era crollato addosso al figlio
diciannovenne, mozzandogli di netto le gambe.
Non era riuscita a trovare nessuno che la aiutasse. Non aveva potuto scendere in strada
perché gli americani avevano piazzato dei cecchini sui tetti e ammazzavano chiunque si
avventurasse all'esterno, anche di notte. Aveva fatto del suo meglio per fermare
l'emorragia, ma non ci era riuscita. Era rimasta accanto al figlio, il suo unico figlio,
fino a quando non è morto, ben quattro ore dopo.
L'ospedale principale di Fallujah è stato occupato dalle truppe americane durante i
primi giorni dell'assedio. C'è solo un altro nosocomio, l'Hey Nazzal, ma anche questo è
stato colpito due volte da missili americani, mandando in fumo tutti i farmaci e le
attrezzature sanitarie. Non c'erano ambulanze: le uniche due ambulanze a soccorso dei
feriti erano state colpite e distrutte dai soldati statunitensi.
Abbiamo fatto visita a una serie di case del distretto di Jolan, un umile quartiere di
lavoratori nella parte nord-occidentale della città, centro della resistenza durante
l'assedio di aprile.
Durante il secondo assedio, il quartiere sembrava oggetto di una vera e propria
missione punitiva. Siamo passati di casa in casa, e abbiamo scoperto intere famiglie
assassinate nei loro letti, oppure in salotto o in cucina. In ogni singola casa, i mobili
erano stati distrutti e gli oggetti erano sparsi ovunque.
In alcuni casi abbiamo anche trovato cadaveri di combattenti, vestiti di nero e con
cinture piene di munizioni.
Ma nella maggioranza delle case che abbiamo visto, i cadaveri appartenevano a civili.
Molti erano in vestaglia, molte donne non erano velate - segno che in casa non c'erano
altri uomini a parte i loro familiari. Non c'erano armi, né cartucce esplose.
Abbiamo subito compreso di trovarci sulla scena di un massacro, di una strage condotta
a sangue freddo su civili inermi e indifesi.
Nessuno sa quante persone siano morte. Le forze di occupazione ora stanno demolendo i
quartieri interessati per coprire le tracce dei loro crimini. Quello che è avvenuto a
Fallujah è un atto di barbarie, e tutto il mondo deve conoscere la verità.
Il Dott. Salam Ismael, 28 anni, era coordinatore dei medici in apprendistato a Baghdad
prima dell'invasione dell'Iraq. Nell'aprile 2004, si è recato a Fallujah, dove ha curato
i feriti del primo assedio alla città. Alla fine del 2004, si è recato in Gran Bretagna
per raccogliere fondi per un convoglio di aiuti umanitari da inviare a Fallujah, ma il
governo britannico ora non vuole ascoltare la sua testimonianza. Saebbe dovuto tornare in
Gran Bretagna la scorsa settimana per tenere una serie di incontri pubblici con i
sindacati e con le associazioni pacifiste, ma gli è stato negato il visto. La ragione che
è stata addotta è che già l'anno scorso Ismael aveva ricevuto un rimborso spese, a
copertura dei costi di viaggio sostenuti per recarsi in Gran Bretagna, e che questo si
configurava come "lavoro nero".
Il Dott. Salam Ismael vuole solo dire la verità, ma sembra che la libertà che Bush e
Blair affermano di voler far vincere in Iraq non si estenda fino a consentire ai cittadini
iracheni di muoversi liberamente.
Questa settimana è partita una serie di denunce, sostenute dalla coalizione Stop the
War, volte a permettere al Dott. Salam Ismael di tornare in Gran Bretagna.
Dal sito Information Clearing House, www. informationclearinghouse. info
Traduzione di Sabrina Fusari
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