| Torniamo a parlare di pensione pubblica |
| Giorgio Cremaschi |
E' un fatto positivo che il conflitto d'interessi
permanente del Presidente del Consiglio, le pressioni della lobby
delle assicurazioni, la tirchieria della Confindustria, abbiano
bloccato il Decreto sulla devolution del Tfr ai fondi pensione. Può
essere un fatto positivo l'insabbiamento del Decreto, se esso servirà
a ripensare a tutto.
Come si sa il Tfr è salario. E' una quattordicesima mensilità che
viene accantonata e poi consegnata al lavoratore quando cessa il
rapporto di lavoro. E' una sorta di risparmio forzato che il
lavoratore subisce. Da sempre le imprese usano questo risparmio del
lavoratore come un prestito gratuito alle proprie finanze. Per questo
esse oggi chiedono delle compensazioni rispetto alla possibilità che
tutto il Tfr venga non più accantonato per il lavoratore ma
direttamente versato nei fondi pensionistici. Già qui siamo in un
mondo rovesciato. Dovrebbero essere i lavoratori, semmai, a ricevere
risarcimenti per il fatto che una quota del loro salario non è per
essi immediatamente disponibile, ma serve a finanziare le imprese. Ma
a questo mondo rovesciato siamo abituati. La vicenda assume un aspetto
ancor più paradossale però con l'ultimo Decreto affossato dal Governo.
Già da tempo i lavoratori possono devolvere parte della loro
liquidazione nei fondi pensionistici integrativi. I nuovi assunti
possono già oggi investire tutta la liquidazione nei fondi
pensionistici, perché allora un nuovo Decreto? Perché la grande
maggioranza dei lavoratori questo investimento non l'ha fatto. Il
fondo pensionistico più rilevante, quello dei metalmeccanici, conta
circa 350.000 iscritti su 1.500.000 di lavoratori interessati, in
tutte le altre categorie le percentuali di adesioni sono molto più
basse. Da qui la campagna secondo la quale la previdenza integrativa
sinora è fallita e occorrerebbero ben altri interventi per farla
decollare. Il fatto strano è che proprio coloro che, secondo
l'opinione diffusa, avrebbero più bisogno della pensione integrativa,
non accedono ad essa. I giovani, i precari, i lavoratori delle piccole
e medie aziende e a salario più basso, non entrano nei fondi pensione.
Sono i lavoratori con stipendi medio-alti, quelli che hanno più
sicurezza del posto di lavoro e sono più vicini alla pensione, che
accedono ai fondi. La ragione di questo è abbastanza ovvia. Per i
lavoratori la pensione integrativa è appunto integrativa. E quindi
investono su di essa coloro che hanno reddito e sufficiente
tranquillità sul futuro per poterlo fare. Tutti gli altri aspettano, o
perché hanno paura del futuro o perché vivono una tale condizione di
precarietà, che non si pongono nemmeno il problema. La riforma
pensionistica attuata nel 1995 dal governo Dini, con il consenso delle
organizzazioni sindacali e il dissenso di massa dei metalmeccanici e
di tanti altri, ha costruito un mostruoso doppio regime pensionistico.
Le generazioni più anziane hanno un sistema di calcolo della pensione
che garantisce un buon risultato. Quelle più giovani no.
Per esse la futura pensione si calcola solo sulla base dei contributi
effettivamente versati e non sugli anni di lavoro, di vita e sulle
retribuzioni percepite.
Così i giovani, cioè quelle generazioni precarie che un giorno
lavorano e l'altro no, rischiano di arrivare alla vecchiaia senza aver
accumulato contributi sufficienti per avere una pensione dignitosa. E'
bene ricordare che questo è il passato che ritorna. Quando negli anni
Sessanta e Settanta ci si batteva per un sistema pensionistico più
giusto, si voleva prima di tutto cancellare la condizione vergognosa
di donne e uomini, che avendo lavorato tutta una vita non avevano
accumulato contributi per una pensione degna di questo nome. I giovani
della società postfordista avranno le pensioni dei bisnonni braccianti
e muratori.
L'azione congiunta della Legge Dini, del Pacchetto Treu e della Legge
30, ha così prodotto un disastro sociale. Per ovviare ad esso il
toccasana sarebbero le pensioni integrative. I giovani, investendo la
loro liquidazione dei fondi, dovrebbero avere una pensione più alta.
Siccome però i giovani non lo fanno, si è pensato di fare un Decreto
che in qualche modo li spinga a questa scelta. Così si è affermato il
principio vergognoso del "silenzio-assenso", secondo il quale chi non
sceglie vede comunque versata la sua liquidazione nei fondi pensione.
Il Decreto avrebbe poi dovuto definire un sistema di convenienze che
garantisse guadagnano per tutti: i lavoratori con le pensioni, le
imprese con le banche, il sistema economico con i fondi. Qui è cascato
l'asino. Perché la doppia natura dei fondi pensione, insieme
previdenza dei lavoratori e investimento finanziario, si è manifestata
in tutta la sua contraddittorietà. Le assicurazioni vogliono la
possibilità di speculare. Le aziende vogliono i soldi delle banche. Le
banche vogliono non vogliono regalare niente a nessuno. I sindacati
difendono i fondi contrattuali. In questo contesto non si è trovata la
quadra. Perché non si può trovare.
La verità è che i fondi pensione sono un inganno sociale. Prima di
tutto perché fanno credere che avere una pensione dignitosa non costi
niente al lavoratore e che solo una sua pigrizia gli impedisca di
farlo. La verità è che prima i lavoratori avevano una pensione
pubblica dignitosa più la liquidazione, oggi avranno una pensione
complessiva più bassa, senza la liquidazione. I lavoratori dovranno
pagare di più, rinunciare a più salario, per avere meno risultati.
Nella sostanza l'operazione fondi pensione riduce il salario
disponibile, è una diminuzione del suo potere d'acquisto. Per questo
solo i lavoratori che stanno meglio investono nei fondi. Ma l'inganno
è più profondo, esso si basa sulla caratteristica stessa del fondo.
Questi 14 miliardi di euro all'anno, che dovrebbero finire nelle
pensioni integrative, dove vanno? Vanno in giro a speculare. Poco se
si tratta di fondi contrattuali, molto se si tratta di fondi aperti
legati alla grande finanza. Una parte del salario va quindi in giro a
far danni ai lavoratori. Sono i fondi che chiedono i licenziamenti,
magari non quelli pensionistici, ma certo quelli speculativi nei quali
anche i fondi pensione investono. Insomma, alla fine di questa
colossale partita di giro, si scopre che il lavoratore ha messo una
parte del proprio del salario nelle mani di chi domani chiederà il suo
licenziamento, proprio per tutelare la redditività dell'investimento
fatto.
D'altra parte i fondi, per funzionare, richiedono un ingente
finanziamento pubblico. Questo avviene attraverso le esenzioni
fiscali. Il libero mercato, come la chiesa cattolica, ha fede assoluta
nei suoi dogmi, ma pretende che lo stato glieli sostenga. Così, senza
il finanziamento che viene dalle esenzioni fiscali, i fondi pensione
integrativi non potrebbero diventare un fenomeno di massa. In
conclusione, che senso ha tutto questo? Visto che lo Stato comunque
deve pagare, e vista che la motivazione di fondo è quella di prevenire
il disastro sociale che l'attuale sistema pensionistico, combinato con
la precarietà del lavoro, prepara per le giovani generazioni, non
sarebbe meglio spendere i soldi diversamente? Non sarebbe meglio usare
i soldi delle esenzioni fiscali, per pagare i contributi pubblici alle
nuove generazioni? Non sarebbe meglio, se proprio si vogliono
garantire pensioni integrative, che queste - come in Germania -
fossero affidate agli Enti pubblici, ove costano meno e rendono di
più? Non sarebbe meglio, insomma, abbandonare anche qui la sbornia
liberista che ha così negativamente condizionato il sindacato e la
sinistra? Il fallimento del Decreto del governo è allora un'occasione
d'oro per ridare forza e valore alla pensione pubblica.
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| 7 ottobre 2005 |
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