|
Non
parlategli di polizze previdenziali. Così come un po' per tutti gli
strumenti di risparmio gestito, il professor Beppe Scienza, docente di
matematica all'Università di Torino, ha nei loro confronti ben poca
simpatia. A differenza delle polizze stipulate per la copertura di
rischi ben precisi, che considera utili per la tutela della famiglia,
come quelli del caso morte, o di infortuni e malattia, quindi valide
in particolare per imprenditori, professionisti e altri lavoratori
autonomi, Scienza spara a zero sulle polizze concepite per fornire una
pensione complementare ai lavoratori. «Più costi che benefici», taglia
corto, «meglio accantonare un capitale per conto proprio, poco alla
volta, secondo le proprie possibilità».Intervista a Beppe Scienza di
Lucio Sironi
Domanda. Perché così pessimista in materia di previdenza
integrativa?
Risposta. Perché nel lungo periodo, che è quello su cui deve ragionare
chi si rivolge a questo genere di prodotti, i rischi sono fin troppi.
Non mi riferisco solo all'andamento delle economie, ma anche a quello
che potrebbe succedere a una compagnia di assicurazioni, a cominciare
dal suo fallimento all'ipotesi della cattiva gestione dei premi degli
assicurati, fino ai casi di vere e proprie ruberie.
D. Facciamo l'ipotesi ottimistica di economie moderatamente
crescenti e di gestori capaci e onesti...
R.
È lo strumento in sé che non mi convince. Non conosco prodotti di
questo tipo che siano sufficientemente trasparenti e che non siano
infarciti di costi per i clienti, al punto da perdere qualsiasi
convenienza.
D. Però esiste una fiscalità favorevole, che consente la
deducibilità dei contributi versati.
R.
È solo fiscalità trasferita al momento in cui il fondo effettuerà le
prestazioni. E quanto la tanto sbandierata insequestrabilità e
impignorabilità del capitale versato, mi risulta che la protezione non
sia così assoluta come le compagnie sostengono.
D. In realtà nel provvedimento sulla previdenza integrativa
sono previsti incentivi fiscali ancora maggiori per chi resta nel
fondo più a lungo.
R.
Benissimo, ma preferisco ragionare sulle regole in vigore piuttosto
che su altre, di cui non sappiamo se e quando saranno approvate.
D. I lavoratori dipendenti che aderiscono a un fondo pensione
chiuso usufruiscono però di una quota, pari all'1% del reddito,
versata al fondo dal loro datore di lavoro. Cosa che non avviene
mantenendo il capitale sotto forma di trattamento di fine rapporto (tfr).
R.
E' vero, ma non è determinante, perché nell'ambito del risparmio
gestito in Italia si sono visti minus di gestione nell'ordine del 5%
annuo per qualche lustro.
D. È innegabile tuttavia che qualcosa si debba fare. L'esigenza
dei fondi pensione nasce dal dissesto del sistema previdenziale
pubblico: un numero sempre più esiguo di lavoratori deve sostenere una
massa crescente di pensionati sempre più longevi.
R.
Non nego l'emergenza, a cui si risponde attraverso il risparmio. Ma la
mia ricetta è quella del buon vecchio fai-da-te. E più in particolare
sostengo che il primo obiettivo a cui deve mirare chi investe per
accumulare e conservare un capitale nel lungo periodo, magari per
quando non lavorerà più, è la protezione del potere d'acquisto. Perciò
consiglio di acquistare titoli emessi da stati sicuri, il cui
rendimento sia legato al tasso d'inflazione. In euro, per evitare il
rischio valutario.
D. Esistono polizze che garantiscono il capitale e anche il
consolidamento dei risultati ottenuti anno per anno.
R.
Non garantiscono dal rischio di perdita del potere d'acquisto, che è
cosa ben diversa dall'offrire un minimo garantito.
D. Secondo lei bisogna avere solo titoli pubblici a rendimento
reale garantito. E se nel lungo periodo anche stati oggi di granitica
stabilità fallissero, come ha detto che potrebbe succedere alle
compagnie?
R.
La garanzia in più che offre uno stato rispetto a una assicurazione è
che il primo può emettere imposte per fare cassa, sistemare i conti e
pagare i suoi debiti. E non è poco. In più c'è una garanzia di tipo
politico: i governanti di uno stato minimamente democratico hanno più
soggezione dei loro creditori dei vertici di una società privata,
visto che coincidono in gran parte coi loro elettori. |