Diritti e poteri
GABRIELE POLO
Non è vero che il contratto nazionale dei metalmeccanici si è concluso «senza vincitori né vinti», come sostengono i vertici di Federmeccanica. I vinti sono proprio loro, i padroni del più importante - per numero d'addetti, valore aggiunto e significato politico - comparto industriale italiano. E i vincitori sono le migliaia di lavoratori che in tredici mesi di scioperi e manifestazioni - culminati nei blocchi stradali e ferroviari degli ultimi giorni - hanno impedito il dilagare del predominio del capitale sul lavoro. Cioè la completa subordinazione - via precarietà di orari e prestazioni - dei lavoratori alle esigenze di cassa delle imprese. Di questi tempi è una vera notizia. A ogni scadenza contrattuale succede la stessa cosa: Confindustria prova a sfondare sui metalmeccanici, perché sono la categoria più importante e una sorta di «nave scuola» che indirizza tutti gli equilibri dei rapporti di lavoro. Negli ultimi anni i tentativi di sfondamento si sono concretizzati in due accordi separati che la Fiom non ha sottoscritto per quattro motivi essenziali: aumentavano la precarietà del lavoro, rendevano aleatoria la certezza del recupero salariale rispetto all'inflazione, spostavano la titolarità della rappresentanza sindacale dai luoghi di lavoro ai vertici sindacali, privavano i lavoratori della possibilità di giudicare gli accordi (approvandoli o bocciandoli) che venivano firmati per conto loro. Alla base dell'intesa raggiunta ieri c'è questa resistenza che la Fiom ha messo in campo anche a costo della rottura dei rapporti unitari con Fim e Uilm. Senza quella complicata scelta dei meccanici Cgil il contratto nazionale di lavoro sarebbe già ridotto ad atto formale e, nella sostanza, non esisterebbe più.

Ma la Fiom ha potuto reggere la rottura sindacale, impedirne la reiterazione e preparare le condizioni per ottenere un contratto degno di questo nome, solo grazie a un punto fermo: si chiama democrazia. Che nel mondo del lavoro implica un principio e una pratica: i soggetti interessati, cioè i lavoratori, sono i titolari del mandato che viene esercitato dai loro rappresentanti, cioè dai sindacati, e - quindi - il voto su piattaforme e accordi diventa essenziale. Senza l'esercizio di quel voto il concetto stesso di rappresentanza diventa aleatorio e i rappresentanti finiscono per cercare il proprio riconoscimento in quella che dovrebbe essere la controparte, cioè nelle imprese. Il metodo diventa così merito: senza il referendum su piattaforme e accordi, il salario, gli orari, le condizioni e il mercato del lavoro diventano variabili dipendenti dei bilanci d'impresa, che finiscono per essere la voce indiscutibile da cui far discendere tutto.

L'intesa di ieri non sarà perfetta per i lavoratori, né risolve da sola la condizione di subalternità - in primo luogo culturale - cui è stato ridotto il lavoro nell'era liberista; e l'attacco delle imprese italiane ai diritti - che loro chiamano rigidità - continuerà, fin dalla prossima ridiscussione delle regole contrattuali. Ma l'averlo nuovamente bloccato potrebbe indicare la possibilità di una svolta. Inoltre rappresenta anche una lezione politica. E' semplice comprenderne il merito a proposito di reddito e mercato del lavoro: il centrosinistra dovrebbe capirlo più facilmente di quanto emerga dalla sua «bozza programmatica». Di più: non ci sarebbe bisogno di tanta fantasia per pensare di estendere il modello di rappresentanza del referendum sindacale anche alla politica in senso stretto, con un voto - vincolante - anche sui programmi portando a fondo l'esperimento delle primarie sui candidati. In fondo gli elettori dell'Unione dovrebbero poter avere gli stessi diritti che si sono conquistati i metalmeccanici della Fiom.