La mancata partecipazione della CGIL alla manifestazione del 18 marzo
Lettera aperta a Guglielmo Epifani
(28 marzo 2006)
Caro Segretario generale, contenta che
il congresso della Cgil avesse votato per «l’immediato
ritiro delle truppe dall’Iraq», mi sono ritrovata, il 16
marzo, proprio mentre la brutalità della guerra e
dell’occupazione impazzava contro Gerico e Samarra, con il
ritiro della Cgil dalla manifestazione che aveva quell’obiettivo.
Voglio perciò esprimerti la mia amarezza e il mio sconcerto,
anche per non aver letto argomenti e ragioni politiche del
ritiro, ma una burocratica letterina organizzativa che si
conclude dicendo: per informazioni telefonate a…Con 6
milioni di iscritti, una struttura radicata nella società e
nei posti di lavoro, la qualità e quantità della
responsabilità della Cgil sono evidenti. Ancor più, perché
essa dichiara che la sua politica estera è vincolata alla
pace. Perciò mi aspetto sempre scelte che ne siano
all’altezza. Penso all’esercizio di responsabilità come un
lavoro per coinvolgere quanto più possibile iscritte e
iscritti, prima di tutto nella consapevolezza del mondo in
cui viviamo e nel rigore della pratica del rifiuto della
guerra, nell’impegno per la sua prevenzione attraverso
l’informazione, la discussione, le iniziative di solidarietà
con chi ne è vittima. Per il suo peso sociale e politico la
Cgil, mi sembra, ha una responsabilità anche nel formare una
opinione pubblica al rifiuto dello scontro di civiltà, del
razzismo, di ciò che la «guerra permanente» inaugurata dalla
teoria della guerra preventiva dell’amministrazione degli
Stati uniti ha portato nei nostri paesi, nei luoghi di
lavoro, nella nostra vita di ogni giorno. Tanto più in una
fase di dibattito politico povero, di scarso spessore
culturale, provinciale, a volte addirittura volgare.
E allora, come fa un’organizzazione così a balbettare e
vacillare, a impartire direttive burocratiche e senza alcun
senso politico, perché venga smontata la partecipazione alla
manifestazione del 18 marzo? Non ho la risposta, ma solo
altre domande, a cui mi vengono risposte che vanno nella
direzione opposta alla scelta che è stata fatta dalla
segreteria della Cgil. C’era paura di scontri? Proprio
quella responsabilità avrebbe dovuto portare ad una
massiccia partecipazione. Paura di provocazioni? La Cgil è
sempre stata capace di isolarle. Paura che il «no al
terrorismo» fosse poco sentito? Lo si poteva manifestare
efficacemente anche nel corteo. Paura di strumentalizzazioni
politiche? Allora bisognava dire chiara e forte la propria
posizione sulla pace e chiederne con nettezza la centralità
in una campagna elettorale che la elude. Paura di dispiacere
all’eventuale futuro governo? Ma la Cgil ha più volte
ribadito quella indispensabile autonomia, che i movimenti
hanno voluto esercitare! Paura che la pace non sia
sufficientemente nella testa e nel cuore dei propri
iscritti? Ma allora bisognava promuovere incontri e
assemblee sul tema, farne un cardine del congresso [dove tra
gli interventi più applauditi sono stati i pochissimi che
hanno chiesto l’immediato ritiro delle truppe dall’Iraq].
Penso che se la partecipazione è elemento dirimente della
democrazia, essa va sollecitata e organizzata, esercitando
la autorevolezza di chi è protagonista della lotta per la
pace, non ascoltando le paure. L’adesione ad una giornata
internazionale contro la guerra e le occupazioni mal si
coniuga con gli inviti, con burocratici comunicati stampa e
missive, ad annullare i pullman prenotati.
Adesso sono contenta che la manifestazione, come le altre
iniziative, sia stata un successo: ma mi sarebbe piaciuto
poter dire «anche grazie alla Cgil» e non «nonostante la
Cgil »!
pubblicata su "Carta" del 27 marzo 2006 -
www.carta.org
Alessandra Mecozzi, responsabile dell’Ufficio internazionale della Fiom