Sul dibattito dentro a Lavoro e Società

 

La scelta della cordata Pattiana di confluire nella nuova maggioranza Cgil, in alleanza con la corrente che fa riferimento ad Epifani, è stata, onestamente parlando, accompagnata da un dibattito deludente.

Di fatto schiacciati nel merito sulla linea tutta pragmatico-realista di Epifani, il dibattito sostenuto dai e tra i dirigenti di Lscr si è limitato prima, durante e dopo il congresso, unicamente a giustificare il Patto precongressuale (dimostrando in questo uno stomaco capace di digerire tutto) ed a celebrare l'acutezza politica di se medesimi e del capo cordata per la responsabilità dimostrata verso tutta la Cgil.

Nei fatti il congresso è stato da questi sentito e gestito solo come traghettamento della cordata all'interno della nuova maggioranza cercando di mantenerne inalterato il peso negli apparati grazie a quel patto precongressuale che doveva garantire questo risultato in cambio dello scioglimento dell'area programmatica.

 

Ora succede che, intascato ciò che andava intascato, il gruppo dirigente di Lscr ha deciso di andare comunque alla ricostituzione di un'area programmatica. Per fare cosa non si sa, ma certamente per tutelarsi come cordata nei confronti di una maggioranza che, finito il congresso, potrebbe aver meno bisogno di loro (o di tutti loro).

 

Succede così che, in previsione di una annunciata prossima assemblea nazionale, in Lscr si sta aprendo il dibattito su cosa decidere in quella assemblea.

Ma dalla discussione apertasi non emerge un merito degno di nota. Su cosa potrebbe distinguersi Lscr dalla nuova maggioranza se non sulle virgole ?. In fin dei conti su tutte le questioni aperte Lscr ha saputo solo adeguarsi a quanto sostenuto da Epifani. Vale per la questione del TFR, come sulla questione dei modelli contrattuali, della decisione di non aderire alla manifestazione contro la guerra del 18 marzo scorso ecc.

In realtà l'annunciata assemblea sembra convocata unicamente per strutturare la cordata e per ribadirne le gerarchie interne in modo da evitarne lo sfaldamento in ordine sparso.

Non è un caso che tutto il dibattito preparatorio sia ordinato su queste questioni.

 

Ne è un esempio il contributo del coordinatore nazionale di Lscr Filcem (Straini) che proprio su questi temi centra la sua attenzione.

C'è da riconoscere che il suo lungo intervento, più elaborato ed intelligente, più disincantato rispetto al coro generale della piccola burocrazia sindacale di Lscr che ormai, quando parla lo fa solo per applaudirsi da sola, mette il dito esplicitamente nelle questioni della cordata e della sua difficoltà di sopravvivere al dopo congresso.

 

Straini, a differenza dei soliti portaborse, ha il pregio di mettere in evidenza i rischi a cui Lscr, in ragione delle scelte fatte recentemente ed in ragione della sua burocratizzazione interna, è esposta. Ma anche il suo ragionamento non ha sbocco perchè non considera che Lscr è in realtà  già diventata (e da un pezzo) quello che lui paventa possa diventare, ossia una semplice e spregiudicata burocrazia sindacale, senza una linea distintiva ed un programma di riferimento che non sia il solito sostenere le posizioni di Epifani.

 

Si lamenta che il Patto precongressuale sia stato vissuto in Lscr come una garanzia che li doveva far sentire tranquilli nel passaggio congressuale riducendo così l'impegno dell'area il sostegno delle sue posizioni distintive (tesi 9A) a fatto marginale (tanto i posti erano garantiti). Ma Straini non considera come (oltre ad avere anche lui attinto a piene mani alla garanzia di quel Patto in Filcem) quel patto congressuale, ed il traghettamento indolore nella nuova maggioranza erano in realtà, l'unico vero obiettivo di Lscr in questo congresso.

Che l'apparato di Lscr sia stato mobilitato nella fase congressuale più a difesa del patto e per impedire che le voci critiche (Rinaldini e company) ottenessero un consenso tale da smascherare la natura esclusivamente di potere di quel patto, invece che per sostenere le sue tesi congressuali, è cosa sotto gli occhi di tutti.

 

Anche sulla materia del "diritto di proposta" sbaglia impostazione, poichè continua a parlare come se Lscr fosse ancora una minoranza organizzata della Cgil e non già, come nei fatti è ora, e come lo stesso Patto già prevede, una piccola corrente interna alla nuova maggioranza della Cgil.

La differenza non è di lana caprina poichè, per essere minoranza bisogna che esista una piattaforma programmatica chiara ed evidente nella sua alternatività. Altra cosa è se le differenze sono solo sulle virgole o sulla diversa sensibilità con cui una parte della burocrazia declama o interpreta quelle che rimangono comunque posizioni unitarie e condivise col resto della maggioranza.

Se bastassero solo dei distingui formali per considerarsi minoranza, chiunque allora potrebbe fondarne una e rivendicare un analogo diritto di proposta per se.

Straini, pur senza dire di volerlo esplicitamente, finisce col proporre un quadro normativo di regole che di fatto sostanziano la nascita ed il riconoscimento di una organizzazione per correnti (il contrario delle aree programmatiche). Che oggi poi queste correnti invece che fare esplicito riferimento ad una forza politica si riconducano a delle cordate interne alla burocrazia Cgil poco cambia.

Comunque Straini parla, come dire, a buoi scappati, avendo già il Patto precongressuale sancito l'abolizione del diritto di proposta, anche se, giustamente, fa notare che senza il diritto di proposta, sopratutto nelle situazioni dove la burocrazia di Lscr è debole, è la stessa esistenza della cordata ad essere messa in crisi. E di questo, nella sostanza si preoccupa.

 

Più in generale Straini evidenzia come, finito il congresso (situazione per la quale la cordata doveva necessariamente rimanere unita e compatta), senza più il diritto di proposta, senza più una piattaforma distintiva, senza più più un'area programmatica vera (esente da percorsi partecipativi e di verifica, visto che ormai tutta l'attività si è chiusa nella stretta cerchia dei fidati), ciò che rimane dell'area potrebbe frantumarsi e dividersi, collocandosi ognuno nelle singole nicchie a seconda dei rapporti con le rispettive maggioranze, favorendo così la nascita di tanti feudi quanti sono i centri di interesse, categoriali e territoriali, della vasta e variegata burocrazia di Lscr.

Anche qui Straini ci azzecca ma ancora parla a buoi scappati. Se prescindiamo dalla fase congressuale (tutti uniti nella richiesta di un patto congressuale e tutti uniti nella sua difesa) la situazione da lui paventata come rischio è invece già da tempo una realtà. Già ora Lscr si presenta come somma di piccole e grandi cordatine (spesso anche in concorrenza tra loro) unite solo per sostenere il loro potere contrattuale verso l'altra burocrazia Cgil.

La stessa Lscr Filcem, da lui coordinata, ha in se già tutti i connotati da lui denunciati in generale, e non da oggi.

 

E' in questo contesto che perde di senso e di importanza tutto il quadro generale dentro cui lui ha collocato le sue riflessioni e preoccupazioni. Quando Straini parla di partecipazione, di percorsi propedeutici, di regole nel funzionamento dell'area, parla di un mondo che ormai Lscr non può più rappresentare e che già da anni non rappresenta più.

Lo stesso percorso con cui la dirigenza dell'area è arrivata a decidere per il documento unitario sta a dimostrarlo. Una discussione tutta dentro alla burocrazia, senza alcun coinvolgimento della base congressuale, con una assemblea nazionale (blindatissima) quando ormai il congresso era partito ed il Patto firmato.

Per ripensare alle regole ed ai modelli di funzionamento a cui Straini si riferisce, bisognerebbe (per dirla con Gramsci che lui cita solo per far vedere l'alto "livello" della sua riflessione") contestualmente lavorare per emanciparsi dalla recente esperienza di un'area ormai fossilizzata nella sua burocraticità  e, sopratutto, bisognerebbe rimettere in campo una piattaforma che giustifichi l'esistenza di un'area, altrimenti quelle regole tanto desiderate non si capirebbe a cosa servirebbero se non a gestire e controllare i delicati equilibri interni alla cordata.

 

Ma in fin dei conti è proprio a questo che in definitiva Straini pensava visto che anche lui rappresenta una delle tante cordate interne a Lscr. Infatti tutto il suo disincantato ragionamento sulle regole e sulla partecipazione tende infine a chiedere un minor controllo del capo-cordata e garanzie per tutte le sensibilità interne all'area, compresa la sua che ovviamente cerca, in qualche modo, di autocelebrare.

Cosa che fa vantando quella che lui chiama la vera novità e originalità dell'esperienza Filcem che avrebbe fatto saltare di fatto (mentre tutti invece si limitano a parlarne) il modello concertativo, grazie alla grande pensata di sostituire l'inflazione programmata con quella contrattata.

Una pensata che in realtà cambia solo le parole non mettendo in discussione nè i risultati finali nè il metodo negoziale. Se l'inflazione doveva essere contrattata doveva essere definita come obiettivo dalla consultazione tra i lavoratori. Cosa chiediamo ? il 2,5, il 3% ?. Si discute con i lavoratori, si vota e si decide democraticamente e partecipativamente, poi si va a trattare. Invece, nella migliore tradizione concertativa la Filcem è andata a trattare senza definire le cifre della richiesta. Cosa si sta contrattando dunque ??. Se l'inflazione contratta è quella infine ottenuta dalla Filcem per il contratto energia e petrolio firmato lo scorso 30 marzo, ci scuserà, ma non vediamo nè la differenza nè la novità.

 

In definiva, il dibattito interno a Lscr è tutto legato dall'unico vero interesse in campo che è quello di dare stabilità e continuità alla cordata e non ha mettere in campo una diversa proposta di politica sindacale. Lo si vede anche dall'intervento di Tosini in un recente articolo apparso sulla rivista dell'area che, pur esprimendo qualche confusa perplessità sui limiti registrati nella recente esperienza dell'area, non riesce a fare nulla di diverso che chiedere a tutti di rimanere uniti e compatti attorno al gruppo dirigente di Lscr (per fare cosa, ovviamente, non si dice).

 

La questione vera è però che serve veramente ed urgentemente oggi in Cgil un'area programmatica di sinistra sindacale, serve una piattaforma diversa e serve una capacità di critica e di iniziativa efficace e diffusa per contrastare le prossime riedizioni della concertazione in forme probabilmente peggiori di quanto fino ad ora sperimentato.

Una necessità che non può trovare risposte in quelle che sono state precedentemente le aree programmatiche (ormai ridottesi a semplici aggregazioni in difesa della propria burocrazia) ma che deve ripartire da quanto questo congresso ha comunque saputo mettere in campo ....  una forte richiesta di cambiamento.

Non dimentichiamoci che tra gli iscritti Cgil chiamati a discutere sulle proposte congressuali il 15% a livello nazionale ha sostenuto le posizioni delle tesi primo firmatario Rinaldini, con punte del 30% in diversi territori e categorie.

Non è cosa da poco visto il clima con cui si è andati a questo congresso.

La rete 28 aprile terrà nelle prossime settimane la sua assemblea nazionale dei delegati e delle delegate. E' da li che dobbiamo e possiamo ripartire.

 

2 aprile 2006

 

Coordinamento RSU

 

 

Il futuro incerto di un'esperienza sindacale

 Premessa

Proposte di mettere al centro il merito e di lavorare in squadra sono state fatte innumerevoli volte, senza raccogliere obiezioni ma anche senza risultati. Riproporle a partire da un bilancio critico del passato è l'unico modo per aprire una discussione vera, con quel gusto per il dibattito appassionato che poi porta i “contendenti” al bar, amici più di prima. Invece capita che osservazioni, anche banali, siano vissute come un messaggio da interpretare dietrologicamente e seguite da una batteria di risposte complete di professioni di fede.

Prima del congresso, per senso di responsabilità ho detto poco o nulla, ma ora è il momento di aprire il dibattito, di porre domande e proporre risposte (anche in vista dell'assemblea nazionale di LS Cgil, annunciata ma non calendarizzata), compresa quella del come e perché si è determinato questo clima. Per farlo ritengo necessario premettere alcune, schematiche, considerazioni.

Il pluralismo e l'autonomia

Il pluralismo è il riconoscimento delle diversità e lo sforzo per la sintesi, non è “buonismo”, non esclude, anzi richiede, una (nobile) battaglia politica, basata sulla lealtà, non sulla fedeltà.

Organizzazioni, strutture, “sensibilità”, ecc. spesso l'hanno rivendicato agli altri prima che a sé stessi. Non mancano casi di strutture, ecc. in cui un Capo ha costruito un “fortino” e ha fatto di tutto, proprio di tutto, per escludere i concorrenti, anche a costo di diventare un Signore del deserto. Il pluralismo, infatti, oltre a essere un principio giusto in sé, aiuta (tra l'altro, insieme alla norma del doppio mandato) ad evitare ossificazioni, scorciatoie burocratiche, tentazioni verso un utilizzo “inappropriato” delle risorse, ecc. In altri termini, senza pluralismo, tra e dentro i vari tipi di aggregazioni, non c'è dialettica politica.

Sappiamo, senza dover ricorrere ai classici della sociologia, che in ogni (grande) organizzazione emerge una tendenza naturale all'autonomizzazione degli apparati, che esprimono interessi propri, diversi da quelli istituzionalmente dichiarati, e tendono ad organizzarsi senza trasparenza e senza assunzione di responsabilità in “bande”, per cordate, con l'effetto negativo di avere strutture che dicono una cosa ma ne fanno un'altra, divergente se non addirittura contrapposta.

Conosciamo anche (non c'è bisogno di argomentare) l'importanza dell'autonomia del sindacato, per meglio esprimere gli interessi sociali dei lavoratori, tanto più in un contesto caratterizzato dall'assenza di partiti radicati nella società.

Pedagogia e democrazia allargata

Il concetto di pedagogia, nel senso moderno e bidirezionale del termine, è usato da Gramsci per il partito, ma può essere utilizzato anche per il sindacato. Il concetto di pedagogia sottolinea anche il carattere asimmetrico del rapporto, evidenziando la responsabilità del dirigente-educatore. Ad ogni livello organizzativo, l’avanguardia (il dirigente pedagogo), in un rapporto dialettico (bidirezionale) con le “masse” (con le strutture organizzative dirette), deve innanzi tutto imparare da queste, poi insegnare a usare la “canna da pesca” prima ancora di preoccuparsi di fornire loro “il pesce”.

Un malinteso senso della concretezza spinge spesso molti nella sinistra e nel sindacato a considerarsi nobili cavalieri solitari che donano alle loro più o meno adoranti pulzelle il risultato della loro attività politica o sindacale, senza comprendere che la coscientizzazione è un compito importante tanto quanto il risultato materiale ottenuto, quando si vince e, ancora più, quando si perde. Viceversa, il compito del dirigente pedagogo è quello di organizzare il conflitto (nella società, nelle fabbriche, nelle organizzazioni) in modo tale che le “masse” acquisiscano, nella pratica diretta della lotta, più elevati livelli di coscienza, elaborazioni programmatiche, capacità organizzative.

La democrazia allargata basata sulla partecipazione, dunque, non è solo giusta ma anche utile perché serve al dirigente pedagogo ad imparare e ad insegnare ad usare la canna da pesca. La democrazia formale è una condizione necessaria ma non sufficiente. Ciò vale sia nel rapporto con i lavoratori sia, ad ogni livello, in una grande organizzazione come la Cgil.

La regolazione della dialettica interna

Una grande organizzazione come la Cgil, diversamente da una bocciofila, ha bisogno di strumenti formali o informali per regolare la sua vita interna, la sua dialettica.

In astratto, l'assenza di uno strumento di regolazione della vita interna sembrerebbe (alcuni lo sostengono) il sistema che consente il massimo di libertà ai singoli aderenti ad una organizzazione, ma questa tesi non tiene conto della suddetta tendenza spontanea alla formazione di cordate e delle asimmetrie di potere presenti in una grande organizzazione, che rendono la libertà dei singoli una pura astrazione se le pratiche vanno concretamente nella direzione opposta. La libertà (e la responsabilità) dei singoli, per essere effettiva, deve quindi essere canalizzata, indirizzata, filtrata, attraverso strumenti di regolazione. Ma quali?

Storicamente la dialettica interna è stata “filtrata” tramite le correnti di partito, utilizzando il concetto terzinternazionalista di cinghia di trasmissione, che ha avuto il merito di sottolineare la necessità di una coerenza e continuità tra attività di partito e sindacale ma, anche a causa dell’utilizzo pratico che storicamente ne è stato fatto distorcendo lo stesso concetto originario, è stato inteso come una azione unidirezionale dal partito al sindacato, peggio ancora se non riferito tanto alla ricerca di una coerenza strategica tra azione politica e sindacale ma ad un presupposto diritto dei gruppi dirigenti del partito di determinare i gruppi dirigenti del sindacato, negandone l’autonomia nel proprio specifico campo.

La scomparsa dei partiti di massa ha fatto perdere i vantaggi (o l'ineluttabilità) della regolazione per componenti di partito, mantenendone solo gli svantaggi. Bene ha fatto la Cgil a dichiarare la fine di questo sistema. Riproporlo oggi comporterebbe l'assunzione solo del rischio di eterodirezione, di perdita di autonomia. Inoltre, vista la perdurante assenza di partiti di massa e la tendenza alle cordate, si arriverebbe, di fatto e l'esperienza ce lo mostra, neppure a vere componenti di partito ma a cordate e cordatine autoreferenziali, legate a correnti e sotto-correnti dei singoli partiti.

Ancora peggio è una regolazione basata su una dialettica per strutture. Come anche l'esperienza della Cisl insegna, favorirebbe i tentativi di “omogeneizzazione” delle singole strutture, che rivendicherebbero il pluralismo agli altri negandolo al proprio interno. Le strutture diventerebbero “bande” e i Capi delle strutture Capi-cordata, senza per altro escludere la formazione di sotto-cordate interne alle singole strutture.

La Cgil ha opportunamente deciso di regolarsi per Aree programmatiche. Una organizzazione regolata per Aree programmatiche consente (come negli altri casi) una pre-sintesi utile per la sintesi complessiva del segretario generale, ma (diversamente dagli altri casi), proprio per la natura della caratterizzazione su programmi sindacali, dovrebbe meglio garantire l'autonomia, la trasparenza e la centralità del merito sindacale.

Le Aree programmatiche

Da quanto sopra risulta che le Aree programmatiche sono lo strumento migliore per regolare la dialettica interna alla Cgil, ma, ovviamente, non sono immuni da rischi di snaturamento.

In ogni caso un'Area programmatica deve avere una sua identità. Per essere un'Area, deve avere elementi distintivi. Affinché l'Area non diventi una organizzazione nell'organizzazione, questi non devono essere incoerenti con l’identità generale della Cgil, ma essere l'indicazione di un modo ritenuto più efficace per realizzarla. Per essere programmatica, un'Area può definirsi in parte anche con la sua storia, ma deve vivere nell'attualità delle cose da fare, per specifiche indicazioni di merito. Inoltre, per non essere una semplice cordata mascherata, deve garantire l'autonomia, il pluralismo, la partecipazione, l'assunzione di responsabilità, il rendiconto, ecc.

Le regole e le pratiche finora sperimentate si riferiscono alle Aree programmatiche congressuali definite su documenti contrapposti e validate dal voto diretto degli iscritti, ma il XV congresso e il Patto hanno determinato una situazione relativamente nuova che richiede appropriate precisazioni.

Il diritto di proposta

Nella storia della Cgil, in qualche modo, il diritto di proposta è sempre esistito. All'epoca delle componenti di partito non era formalizzato ma era praticato ed applicato in modo rigidissimo. La formalizzazione è avvenuta con la costituzione delle Aree programmatiche, ma è opportuno anche in questo caso considerare le pratiche concrete.

Negli scorsi anni il diritto di proposta è stato spesso applicato nella sua forma canonica: la minoranza indicava il suo candidato per la segreteria e la maggioranza lo votava, coerentemente con una sorta di principio di non ingerenza per cui la minoranza non doveva intromettersi nelle questioni interne alla maggioranza e, a maggior ragione, viceversa. Questa impermeabilità tra Aree veniva, però, più o meno violata, soprattutto nelle situazioni in cui la minoranza era molto debole o molto forte.

L'ingerenza della maggioranza su una minoranza debole spesso si esercitava prima dell'espressione formale del diritto di proposta, per esempio condizionando la concessione del “posto” all'individuazione informale di un “nome” non sgradito, e in molti altri modi.

Ci sono anche stati casi di ingerenza di una minoranza forte sulla maggioranza, per esempio quando quest'ultima era divisa, schierando LS a supporto di una delle sue articolazioni.

Ciò è avvenuto in modo nobile, dopo il XIV congresso, determinando una certa permeabilità tra Aree programmatiche, conseguenza logica di una gestione unitaria e di una maggiore iniziativa politica e capacità di LS di agire (non sempre e non ovunque) a tutto campo.

Ma anche in modo ignobile, con patti di gestione “segreti”, scollegati dal merito (vedi i diffusi patti  tra estrema destra e estrema sinistra), anzi, paralizzanti per un intervento della minoranza sul merito, che si garantiva così solo la possibilità di fare periodicamente qualche altisonante ma ineffettuale dichiarazione, senza però “disturbare il manovratore”.

Dunque, la questione del diritto di proposta va vista sia sul piano formale, delle regole, sia sul piano sostanziale, delle pratiche. Bisogna inoltre tenere conto che il diritto di proposta riguarda la scelta dei segretari ma anche la scelta nei congressi dei componenti i direttivi, le loro eventuali successive sostituzioni, ecc. ecc.

Stupisce quindi che oggi molti compagni di LS siano in prima fila nel dichiarare la fine del diritto di proposta, alcuni vivendola come una minaccia, altri come una liberazione (per ancora più spregiudicati patti di gestione). Qui sotto ci occuperemo della pratica del diritto di proposta, relativamente indipendente dalla sua passata o prossima formalizzazione (utile se confermasse un diritto).

Senza voler approfondire in questa sede i concetti di organizzazione per aree programmatiche, diritto di proposta, autodeterminazione, non ingerenza, permeabilità, gestione unitaria, di cui è abbastanza evidente ed intuitivo il collegamento, dovrebbe essere chiaro che non si dovrebbe parlare di esistenza o meno del diritto di proposta (almeno nelle pratiche), ma di gradi e modalità di applicazione dello stesso, anche perché se una minoranza non riesce in qualche modo ad autodeterminarsi, è inevitabile che scompaia, che venga assorbita dalla maggioranza.

D'altra parte è altrettanto evidente ed intuitivo che se la minoranza viene effettivamente messa in condizione di influire sulle scelte della maggioranza, se il segretario generale svolge effettivamente il suo ruolo di garante del pluralismo interno, se anche la minoranza viene chiamata a svolgere ruoli di direzione generale, ecc. ecc. allora deve necessariamente esserci permeabilità e il diritto di proposta non può essere assoluto, ma condizionato.

Se, invece, in generale, o in un particolare territorio, o categoria, o occasione, o ruolo, ciò non avviene, allora c'è impermeabilità e la minoranza viene costretta, per garantire la sua esistenza, a rivendicare la non ingerenza e una versione forte del diritto di proposta, fino al caso estremo della rottura della gestione unitaria per mantenere la sua autodeterminazione.

Come abbiamo affrontato il congresso

L'obiettivo del congresso unitario era giusto e ne sono stato un sostenitore della prima ora. Anche coloro che avevano perplessità in materia si sono (quasi tutti) convinti che era l'unica strada praticabile. Ma in che modo poteva essere perseguito questo obiettivo?

Ho sostenuto, sommessamente, per non rischiare di apparire un “guastatore”, che bisognava conquistare il congresso unitario mobilitando i nostri compagni e compagne sul merito e indirizzandoli verso tale sbocco, ottenendo in questo modo il coinvolgimento della nostra gente, una tensione “formativa”, utile, in generale e per evitare di lasciare spazi scoperti “a sinistra” (non ci voleva tanto per capire che tali spazi sarebbero stati utilizzati contro LS).

Non siamo una bocciofila. In una grande organizzazione, per “governare” migliaia di militanti servono azioni che li coinvolgano, serve una pedagogia nel senso gramsciano del termine. Ogni dirigente, anche senza essere laureato in teoria della comunicazione, sa che nel lanciare un messaggio bisogna tenere conto del modo in cui lo si lancia, delle persone che se ne fanno tramite, delle aspettative di chi lo riceve, ecc. Infatti, non ostante sia stato ripetuto che i voti sulla 9A erano importanti, il messaggio effettivamente arrivato ai nostri militanti è stato: tranquilli, c'è il Patto dei 12 segretari.

D'altra parte ogni contrattualista sa che un accordo “regge” non in virtù del solo testo sottoscritto dai “rappresentanti”, ma in quanto rappresenta, più o meno, un equilibrio reale tra i “rappresentati”. E' noto che un attimo dopo la stesura del Patto dei 12 segretari sono iniziate le manovre per “reinterpretarlo”, deformarlo, negarlo. Lo stesso contrattualista sa che anche la “controparte” più onesta ed affidabile farà fatica ad onorare completamente un accordo in carenza di una mobilitazione degli interessati. Non dico che debba vedere le “truppe” schierate sulla collina, ma almeno sapere che esistono dietro la collina.

Il rapporto con la Fiom

Anche nel rapporto con la Fiom l'obiettivo politico non è risultato chiaro. Si poteva scegliere tra un ventaglio di posizioni: dall'estremo del considerare la Fiom governata da un gruppo dirigente falsamente di sinistra da smascherare, all'altro estremo del solo proporsi di superare divergenze tattiche per ricostruire al più presto l'unità della sinistra sindacale. Conseguentemente, si doveva scegliere tra un ventaglio di azioni: da una battaglia politica a fondo, al tenere i toni bassi.

Le indicazioni, invece, sono risultate contraddittorie e non adeguatamente motivate politicamente. Per esempio, gruppi di compagni già disciplinatamente organizzati in Filcem per partecipare alle assemblee anche in altre categorie, come da indicazioni nazionali confederali, hanno ricevuto, in vari territori, un contrordine per non destabilizzare equilibri locali in qualche modo concordati e hanno dovuto “ripiegare” in categoria (dove il Patto è stato rigorosamente rispettato a livello nazionale e in quasi tutti i territori).

Il principale motivo, però, che ha costretto LS sulla difensiva è stato la mancata evidenza dello sbocco politico. Ferme restando le responsabilità del gruppo dirigente della Fiom, su cui non ho dubbi, i quadri intermedi di LS hanno assorbito dal nazionale poco altro che “bollettini meteo”, orientati al bello o alla bufera più in relazione all'andamento di rapporti di vertice e agli equilibri negli apparati, che non a divergenze ben articolate ed esplicitate di progetto politico. Non c'è da stupirsi, quindi, della scarsa rappresentazione pubblica delle nostre ragioni (ferma restando la prevedibile ostilità di certa stampa), delle incertezze manifestatesi nella nostra base, ecc. e della conseguente sovra-rappresentazione delle tesi Rinaldini.

Anche la scelta di una distinzione sulla tesi 9 si è rivelata problematica: richiedeva comunque una conta, ma era troppo poco per essere in sé mobilitante per la nostra gente. Si sarebbe dovuto  adottare misure “correttive” o evitare di presentarla.

Domandarsi come sia stato possibile trovarsi in questa situazione ha relazioni anche con il metodo di gestione accentrato di cui parleremo in seguito.

Chi ha vinto il congresso

Stupisce che nei commenti non sia stato dato un adeguato risalto alla rottura del Patto dei 12 segretari.

Provo a riassumere l'obiettivo strategico di LS con cui ha affrontato il XV congresso, o almeno come io l'ho inteso. Si trattava, anche in vista del prossimo auspicato cambiamento del quadro politico, di consolidare con il congresso la linea e l'autonomia della Cgil degli ultimi anni. Il Patto dei 12 avrebbe contribuito a garantire, sul piano organizzativo e della gestione, la tenuta della linea e dell'autonomia nel corso del tempo.

Il XIV congresso si era chiuso unitariamente sul merito, con una maggioranza di Cofferati  dell'80% e una minoranza di LS del 20%. Il XV congresso si è chiuso, sempre unitariamente sul merito, con una maggioranza di Epifani scesa al 75%, ma “ripulita” dai critici della Fiom, che hanno fallito nel loro obiettivo di accreditarsi come contraltare del Segretario generale, ma hanno contribuito a ridimensionare (più politicamente che numericamente) LS e a fare saltare il Patto.

Ne consegue, sempre molto schematicamente, che Epifani, con il congresso, ha confermato la linea e l'autonomia della Cgil, ma ha anche incassato una maggiore libertà di manovra per il futuro.

Ne consegue, parallelamente, che LS, con il congresso, ha vinto avendo contribuito in modo significativo alla conferma della sintesi avanzata espressa con la linea e l'autonomia della Cgil degli ultimi anni, ma, con il “ridimensionamento” costituito dalla presenza di una (sia pure frammentata) sinistra “concorrente” e dalla mancata tenuta del Patto, si ritrova indebolita e spaesata nell'affrontare il futuro.

Inoltre, l'indeterminatezza del nuovo futuro contesto, la necessità di “ricollocarsi” rapidamente in funzione di possibili eventi tumultuosi, ecc., probabilmente consentiranno un forte peso ai raggruppamenti che (senza scadere nel “pochi ma buoni”) hanno già obiettivi chiari e comportamenti coerenti; potrebbero invece avere effetti destrutturanti per i “corpi molli”.

La gestione di LavoroSocietà

Dunque, il futuro di LS si presenta problematico non perché fossero sbagliati gli obiettivi strategici, ma soprattutto per il metodo inadeguato utilizzato nella sua direzione.

Il giorno dopo la conclusione del XIV congresso, visto il nuovo contesto determinato dalla conclusione unitaria, si sarebbe dovuto iniziare un approfondito e dettagliato lavoro di “ricollocazione” dell'Area, per preparare proattivamente i nostri militanti ai nuovi compiti. Questo lavoro non è stato fatto, o è stato fatto in misura decisamente insufficiente ed inadeguata. Alcuni compagni e compagne l'hanno fatto per conto loro, nelle loro strutture, non con e per LS nel suo insieme.

Ci si è limitati (ad essere benevoli) a discutere di cosa non bisognava fare e per un certo periodo abbiamo dovuto sopportare “maestrini” che, meno responsabilità avevano, più “correggevano” chi dirigeva e praticava la contrattazione, mentre le esperienze innovative (per esempio, la rottura esplicita, dopo 10 anni di proclami contro il 23 luglio, del vincolo dell'inflazione programmata attuato in Filcem, e tanti altri casi) non venivano neppure presi in considerazione, sia pure per valutarne pregi e limiti. Viceversa, abbiamo utilizzato quasi tutto il tempo delle nostre riunioni per discutere appassionatamente su chi dovesse coordinare questa o quella struttura, cosa importantissima ma deformante se, appunto, è sganciata dal merito.

In questa mancanza di un confronto sul merito ognuno è stato spinto a preoccuparsi del proprio “orto”, più di non fare male che di fare bene, e in alcuni casi si è scivolati verso un “infeudamento” che rischia oggi di riproporre, anche all'interno dell'Area, una sorta di dialettica per strutture (vedi la crisi di LS sulla vicenda che avrebbe potuto portarci alla segreteria generale della Filcem Lazio.

Una gestione troppo centralizzata, tra l'altro, ha oggettivamente favorito questo processo. Visto che, consapevolmente o meno, una pedagogia viene sempre esercitata (e spesso replicata in peggio ai livelli più bassi) temo che non sia una astratta preoccupazione quella del degrado progressivo di LS verso altrettanto centralistici particolarismi “feudali” che giustificherebbero, in cambio di un omaggio al Dominus di turno in alcune occasioni, la propria “libertà” di capi-cordata di privilegiare patti di gestione locali sganciati dal merito. La scoperta, durante il congresso, che non eravamo capaci neanche di minacciare una lista alternativa, pena la spaccatura della nostra delegazione, ne è una riprova.

Il futuro di LavoroSocietà

Ritengo che ci sia un bisogno urgentissimo di ri-sindacalizzare LavoroSocietà, ma per farlo abbiamo bisogno di ri-esprimere una tensione etica e politica, di ri-identificare l'Area, di ri-proporre poi una politica delle alleanze per una più ampia sinistra sindacale, di ri-definire il merito sulle politiche generali e contrattuali confederali e di settore, di ri-costruire un gruppo dirigente allargato e partecipato, di ri-collegarci con gli iscritti e i delegati che fanno riferimento a LS.

Non mi sono proposto con queste note di fornire un articolato sul merito, ma solo di stimolare l'avvio di una discussione vera, vitale per il futuro dell'Area programmatica LavoroSocietà, la cui esistenza non è data per ragioni arcane, ma in quanto riesce a rappresentare, oggi, le ragioni e le passioni delle migliaia di iscritti ed iscritte alla Cgil che l'hanno sostenuta.

 

Giancarlo Straini

Roma 30 marzo 2006