Perché i fondi pensione non convengono. Anzi sono pericolosi

di Bebbe Scienza dell'Università di Torino

Questa volta i risparmiatori italiani non si sono comportati da bravi bambini. Sono mesi che tutti gli decantano la bontà dei fondi pensione e loro, disobbedienti, non gli danno retta. Ecco così che le adesioni languono, mentre invece le polizze vita individuali continuano a riscuotere un notevole successo.

Il fenomeno lascia perplessi molti esperti del settore. E' il caso di Elsa Fornero che, intervenendo sull'argomento nella prima pagina del Sole 24 Ore del 13-11-1999, lo evidenzia alludendo anche alla maggiore onerosità delle polizze vita. Ma cosa c'è da stupirsi? Evidentemente Fornero, attenta e onesta studiosa della materia, non è altrettanto esperta di come girano le cose in questo brutto mondo. La spiegazione è infatti abbastanza semplice. Per agenti assicurativi e venditori porta a porta le polizze vita sono un prodotto "grasso". Arrivano a fruttargli il 40-50% dell'importo della prima rata e il 4% di ogni rata successiva (per non parlare delle cosiddette provvigioni rappel e di altri premi e incentivi per chi vende di più). Guadagni così spropositati sono impossibili collocando fondi pensione aperti. Logico quindi che si guardino bene dal farlo, per non darsi la zappa sui piedi. La zappa preferiscono darla sui piedi dei clienti, spingendoli a sottoscrivere le cosiddette pensioni di scorta.

Anzi, non tutto il male viene per nuocere. Questa è la volta buona per fare un po' di chiarezza sul cosiddetto terzo pilastro della previdenza integrativa.

Assicurazioni finte

Che le polizze vita godano di un crescente successo è innegabile, con una raccolta di premi nell'ordine di 50 mila miliardi nell'anno. Ma nel campo del risparmio successo non equivale a bontà. Basta pensare alla diffusione negli anni '70 di porcherie quali i titoli atipici dei vari Cultrera, Sgarlata o Canavesio. O riflettere sui certificati di deposito delle banche che, pur non essendo prodotti truffaldini, sono però scelte sicuramente perdenti.

Il primo difetto delle varie formule proposte da banche, sim ecc., è che si tratta di contratti di capitalizzazione, privi del tutto (o quasi) di contenuti e validità assicurativi.

Nella stragrande maggioranza le formule previdenziali (di capitale o rendita differiti, a premio annuale, semestrale, unico ecc.) sono infatti strutturate in modo da evitare che il cliente versi soldi senza ottenere poi nulla. Infatti:

* La compagnia restituisce i premi rivalutati, se l'assicurato muore prima: tecnicamente questa si chiama controassicurazione;

* di regola è possibile ottenerli prima anche a semplice richiesta: è cioè permesso il riscatto anticipato;

* prima della scadenza l'assicurato può comunque scegliere un capitale una tantum al posto della rendita vitalizia: è la cosiddetta opzione di capitale, regolarmente preferita anche per motivi fiscali.

Questo vale in genere per le proposte delle Generali o del San Paolo Imi, della Dival o della Ras, dell'Ina o della Mediolanum ecc. Certo che è comodo poter dire: "Non si preoccupi, se malauguratamente le capitasse qualcosa, i suoi eredi otterranno indietro i premi versati con gli interessi. Se poi alla scadenza preferisce non correre rischi, può scegliere il capitale anziché la rendita. E se le servono soldi prima, può disinvestire senza rimetterci". Ma tutto ciò scombina completamente la logica di un rapporto assicurativo, che non può essere a rischio zero per l'assicurato. Riprova ne è che, mangiata la foglia, il legislatore ha vietato lo stesso giochetto coi fondi pensione: almeno metà di quanto acquisito dev'essere corrisposto come rendita e non come capitale.

Scelte perdenti

Svuotate di contenuto assicurativo, tranne tutt'al più in misura marginale, tali polizze si riducono a investimenti finanziari con la solida prospettiva di risultati inferiori a quelli di mercato proprio per come sono strutturate (vedi grafico). E questo è il loro secondo e non secondario difetto. Solo grazie alla generosità del fisco possono convenire come forma di modesta elusione fiscale, entro il limite dei 2,5 milioni annui. E anche su questo ci sarebbe molto da dire e ridire. Anzi, è grottesco il continuo piagnucolare di assicuratori e imprenditori perché lo stato non elargisce sufficienti abbuoni fiscali alla previdenza privata. Un rapporto assicurativo deve avere senso indipendentemente dagli aspetti tributari, se no degenera in pura elusione. Prova ne sia che si assicurano contro i furti tanto le aziende quanto i privati, anche se le prime deducono i premi dal reddito, mentre i secondi no.

Altri difetti

Ma non è finita. Infatti le polizze pensionistiche non garantiscono il potere d'acquisto delle prestazioni future (terzo difetto) e quindi espongono gli assicurati a enormi rischi nel caso di un ritorno massiccio dell'inflazione o comunque dei tassi di rendimento negativi (vedi box). Inoltre (quarto difetto), se una banca fallisce, chi ha titoli in deposito non subisce nessun danno, perché i cosiddetti conti d'ordine non vengono coinvolti nei fallimenti. Ma una analoga tutela non esiste per chi ha versato premi a una compagnia d'assicurazione.

Chi sottoscrive una polizza vita è convinto fare un passo avanti per la propria sicurezza della propria vecchiaia. Invece compie semmai un passo indietro, perché adotta una soluzione che in linea di principio frutter di meno e lo esporrà a rischi maggiori che investendo direttamente. Insomma, il cosiddetto terzo pilastro della previdenza è di cartapesta ed è meglio non appoggiarcisi troppo, per non ruzzolare per terra.

Ma il bello (o il brutto) è che tutte queste cose sono arcinote agli esperti del settore. Peccato che gli esperti del settore di regola siano spesso broker o dirigenti di compagnie di assicurazione, che in privato le ammettono, ma si guardano bene dal riconoscerle pubblicamente.