Relazione di Ettore Gosio
Assemblea dei lavoratori della Telecom della Lombardia
Milano 18 dicembre 1999

Delegati RSU e attivisti a vario titolo delle Organizzazioni Sindacali della Comunicazione hanno promosso questa assemblea pubblica al fine di confrontarsi liberamente sul tema dell'assetto complessivo delle telecomunicazioni e, in particolare, sulle inquietanti prospettive aperte nel gruppo Telecom.
Immagino possa suscitare più di un dubbio l'idea che per un libero confronto sia necessaria un'autoconvocazione in una sede sindacale : che piaccia o no questa è l'unica alternativa da noi individuata all'asfittica discussione preconfezionata cui siamo saltuariamente chiamati a partecipare a livello regionale.
Siamo consapevoli di non essere al nostro posto, ma lo siamo altrettanto nel rivendicare il diritto/dovere di incidere sulla linea sindacale.
La gravità della situazione nell'intero comparto delle TLC avrebbe dovuto da tempo imporre comportamenti sindacali ben diversi da quelli sin qui tenuti. A noi pare infatti che l'atteggiamento delle Organizzazioni, di categoria e confederali, rispetto alle violente trasformazioni in atto, fatte di scorpori, acquisizioni e cessioni di interi segmenti produttivi sia stato e continui ad essere troppo remissivo.
In questo senso la vicenda del gruppo Telecom, che per dimensioni, numero di occupati e valore delle infrastrutture è e sarà l'asse portante del settore, è emblematica sia dell'entità dei processi di ridislocazione del capitale privato, oggi all'attacco su tutte le aziende pubbliche messe all'incanto per bassi motivi di cassa, sia della scarsa volontà sindacale di opporre a questo arrembaggio il rispetto delle regole sulla contrattazione e la richiesta di garanzia dell'occupazione e dello sviluppo che si può ottenere solo da un serio e chiaro piano industriale.
La risultante di queste due condizioni, favorite se non ispirate da una politica governativa del lasciar-fare davvero sconcertante, è sotto gli occhi di tutti :
* uno dei principali operatori mondiali di TLC scalato, cambiali in mano, da un manipolo di avventurieri dietro ai quali è impervio distinguere l'intreccio di poteri, interessi e strategie a volte discordanti tra loro.
* goffi e maldestri tentativi della nuova proprietà di razziare i forzieri delle controllate per tacitare i debitori con operazioni finanziarie che gli stessi mercati hanno stroncato
* un piano industriale continuamente rimandato, al limite dell'irrisione, mentre la trasformazione del gruppo è operativa da mesi. Un piano che, finalmente presentato in questi giorni, indica come via per superare le difficoltà derivanti dalla fine del monopolio e per affrontare la competizione globale la politica dei tagli e delle dismissioni
* scorpori o cessioni di aziende che rappresentano per il paese l'ultimo presidio rimasto in segmenti ad alta innovazione tecnologica ( un esempio per tutti : Italtel nel manifatturiero) in nome del potenziamento esclusivo delle attività cosiddette di core business
* ristrutturazioni striscianti in tutto il gruppo, in particolare nella capofila, la cui caratteristica innovativa è costituita dal non essere in alcun modo negoziate, né di essere sottoposte ad alcuna verifica di coerenza con un progetto generale del resto artatamente tenuto celato.
Sono ovviamente molti gli interrogativi che immediatamente nascono dall'osservazione di questo quadro: come può un Governo dotato di Golden Share proprio perché investito della responsabilità ultima sui destini di Telecom assistere passivamente ad una scalata rocambolesca, senza uno straccio di garanzia, e anzi consentire la vendita ai tedeschi di Mannesmann della quota di controllo di Omnitel/Infostrada, secondo gestore globale nazionale ?
Come si sviluppa una contrattazione univoca quando per controparte si ha un gruppo che opera in comparti distinti ma saldamente collegati tra loro ?
Quale deve essere l'approccio tra loro di organizzazioni e categorie con storie, culture, esperienze diverse, oggi però minacciate dal comune processo di espulsione del lavoro e di soppressione di intere filiere di attività ?
A cosa si riduce il nucleo finale del core-business di un gruppo ossessivamente impegnato in operazioni di cessione, esternalizzazione, soppressione tali da ridurne sempre più la massa ed il peso e come si fa a rendere lo stesso core-business oggetto di negoziazione?
Qual è il compito di un Sindacato che ha esperito da tempo l'inaffidabilità del nuovo gruppo dirigente aziendale e la sterilità dei tavoli di confronto nazionali su riorganizzazione interna, evoluzione dei profili professionali, ricadute sull'occupazione ?
È accettabile per noi inscrivere la delicatissima partita del contratto di settore TLC nella cornice, così agognata dai padroni, del forte taglio al costo del lavoro in nome della parità di condizioni nella libera concorrenza tra imprese?
Domande difficili, alle quali non pretendiamo di fornire risposte esaustive ma che, a nostro giudizio, sono sistematicamente eluse dal movimento sindacale, quanto meno nel rapporto con le strutture territoriali e con i lavoratori. Domande che puntualmente emergono dalla valutazione del piano industriale presentato il 2 dicembre scorso.
In quasi tutti i capitoli esso è la riproposizione del vecchio piano Bernabè, con alcune varianti nella quantità degli investimenti e nei tempi della razionalizzazione aziendale unite ad una maggiore spinta all'esternalizzazione di alcune attività. Ciò denota l'esigenza degli azionisti di controllo di recuperare capitali per pagare i debiti contratti per la scalata.
Le difficoltà finanziarie degli attuali azionisti sono infatti alla base dell'abbandono dell'iniziale progetto Olivetti di concentrare lo sviluppo estero di Telecom sul mercato europeo. La competizione mondiale, che registra il passaggio dalla formazione di joint venture alle acquisizioni (ultimo caso l'offerta stratosferica di Vodafone per l'acquisto di Mannesmann pari a 240.000 mld di lire) richiede oggi ai principali gruppi forti liquidità e capitalizzazioni borsistiche (per procedere a fusioni, o difendersene, direttamente sul mercato azionario) : esattamente quello che non è in grado di fare Olivetti.
La forte, ulteriore ritirata dal territorio, il taglio delle linee di assistenza tecnica, il rimodellamento della composizione professionale, da prevalentemente tecnico-amministrativa verso quella dedicata alla cura del cliente, il disimpegno dall'impiantistica, dalla manutenzione e dal manifatturiero suggeriscono un processo di regionalizzazione di Telecom, un allontanarsi dalla disputa mondiale che desta in noi grandi dubbi giacchè, più che da una strategia, sembra dettato dalla fragilità economica e finanziaria dovuta ad un indebitamento troppo elevato.
La strategia internazionale proposta risulta così di piccolo cabotaggio rispetto alle potenzialità del gruppo, limitandosi allo sviluppo e al consolidamento di alcuni mercati minori e molto instabili, come l'America Latina, il bacino del Mediterraneo e l'Europa dell'Est.
È opportuno ricordare che stiamo parlando della stessa proprietà che smembrò e dismesse il gruppo Olivetti per conto delle banche creditrici, finendo per vendere alla concorrenza le aziende di punta, Omnitel e Infostrada, appunto per conquistare Telecom. E il Piano Telecom per molti aspetti richiama quello Olivetti : non a caso gli estensori sono gli stessi. Vediamolo per sommi capi :
1. Italtel è stata smembrata in tre parti, due vendute, la terza in attesa di "partnership tecnologica", chiara operazione di vendita mascherata;
2. viene abbandonata l'idea di creare il cosiddetto "Polo Informatico" : pur restando l'intenzione di unificare tutte le attività informatiche del gruppo, non è deciso se esse faranno parte del core-business di Telecom e quale ruolo avranno in possibili accordi con altri operatori del settore;
3. vengono esternalizzate, come nel piano Bernabè, varie funzioni : immobiliare, Amministrazione del personale, Autoparco, Selezione del Personale, Logistica;
4. come già deducibile a novembre dall'illustrazione di massima della riorganizzazione delle due macroaree, Mercato Italia e Rete, non è prevista fornitura di assistenza tecnica , tranne che per i clienti Top e per le attività di controllo e verifica della manutenzione esternalizzata;
5. in modo ossessivo nel piano si parla di riduzione dei costi per fronteggiare la selvaggia concorrenza e gli obblighi imposti da Governo ed Authority come il servizio universale, le tariffe regolate, i freni al lancio di nuovi servizi. Per questo si procederà ad una forte razionalizzazione della struttura, con un ulteriore accentramento del controllo e della manutenzione della rete ed una forte riduzione degli addetti;
6. per aumentare i margini di profitto gli investimenti sono concentrati su alcuni segmenti ad alto valore aggiunto (Internet, dati e mobile), capaci di fornire elevati guadagni ma poca e precaria occupazione. Gli investimenti nella "vecchia" telefonia mirano sostanzialmente all'introduzione di nuove tecnologie in grado, da una parte, di far viaggiare sulla rete i nuovi servizi e grandi quantità di informazione, dall'altra di ridurre sensibilmente i costi di gestione e ovviamente il numero degli addetti;
7. sugli organici, la riduzione dichiarata per il biennio 2000 - 2001 è di 13.500 unità (3.800 nel Mercato Italia , 6.300 nella Rete, 3.400 nello Staff). È prevista l'assunzione di 6.200 unità (2.000 in Telecom, 3.000 in TIM e 1.200 nelle partecipate estere) ; circa 16-17.000 lavoratori saranno interessati dall'esternalizzazione delle proprie attività, circa 2.800 subiranno mobilità territoriali (il 20% delle quali da una regione all'altra), 15.000 saranno interessati da mobilità professionale. Il 40% degli attuali lavoratori di Telecom vedranno modificate in modo sostanziale le proprie condizioni di vita e di lavoro.
Tutto ciò è già operativo! Nata e cresciuta per atti unilaterali, vissuta sino ad ora di patetiche illustrazioni generiche su lucidi, la ristrutturazione è iniziata da mesi e sta per scaricare sui lavoratori esuberi, mobilità territoriali e professionali ed indiscriminati aumenti dei carichi di lavoro non contrattati. Non c'è lungimiranza né aggressività nel piano industriale, non c'è forte innovazione di servizio e prodotto, non si intravede una precisa politica internazionale : quel che si avverte è l'urgenza di procedere ai tagli anche a costo di passare dalla condizione di operatore mondiale a quella di ex-monopolista locale.
È vero che, dagli stessi dati aziendali, la preoccupazione maggiore deriva dalla perdita di quote nel mercato interno, stimata per il 2000 ad un valore medio del 17%, ma è altrettanto vero che il vantaggio di Telecom dovrebbe consistere proprio nelle sue dimensioni, nella sua capacità di investimento, nella politica delle alleanze interpretata da protagonista, nei suoi numeri (fatturato di oltre 36.000 mld, rete di quasi 120 milioni di Km, 3 milioni di Km in fibra ottica, 26 milioni di abbonati fissi e quasi 20 di mobile! )
Nonostante tutto ciò, cui va aggiunto un capitale umano di prim'ordine a cui attingono anche i concorrenti, la nuova proprietà pare ispirata a spogliarsi di tutti gli abiti trattenendo il solo cordone della borsa.
È necessario opporsi con maggiore determinazione a simili progetti : il sindacato può e deve battersi apertamente contro esternalizzazioni ed esuberi.
Si tratta di punti minimi e sostenibili : se guardiamo all'Europa, troviamo autorevoli esempi di aziende e sistemi paese che, pur alle prese con la bufera liberista, non perdono la rotta del controllo pubblico e del ruolo di protagonista dei rispettivi mercati interni, senza tralasciare un'intensa attività globale.
In questa battaglia, dobbiamo saperlo, le nostre sole forze non basteranno : dobbiamo riuscire a far affermare il concetto, nel Sindacato innanzitutto, che senza una Telecom forte, attiva in tutti i settori, radicata territorialmente, non c'è futuro per un grande pezzo dell'economia italiana.
Analogamente dobbiamo denunciare pubblicamente la caduta verticale degli standards di servizio ed entrare in contatto con il nostro naturale alleato : il normale cittadino, continuamente affabulato con le meravigliose sorti e progressive della liberalizzazione del mercato, che viene in realtà buttato a mare perchè, come noi, rappresenterebbe più un costo che un guadagno.
È necessario e possibile dimostrare che questa ristrutturazione aziendale è in realtà una scientifica de-strutturazione del servizio, e che la nostra lotta difende anche gli interessi dell'utenza.
Bisogna affrontare e risolvere la questione del servizio universale : è questo un argomento che non deve venire letto con le lenti esclusive del bilanciamento di oneri tra i concorrenti, ma che deve invece rappresentare un importante bacino di impiego per chi fino ad oggi lo ha garantito.
Sostenere con l'entusiasmo dei media e delle principali associazioni di consumatori che la fine del monopolio delle comunicazioni urbane rappresenterà per gli utenti calo delle tariffe ed eliminazione del canone equivale ad abbandonarsi ad un'ubriacatura di cui al risveglio, come sempre, si dovranno subire le conseguenze.
È nostro dovere tentare di svelare l'arcano : che giornali, radio e TV sono quasi tutti nelle mani di quei gruppi che vogliono spartirsi la succulenta torta delle TLC, che le associazioni dei consumatori sono per definizione insensibili al costo sociale di certe operazioni e che è ovviamente una pura illusione credere che basti abbattere un monopolio per far risparmiare ai cittadini il costo del canone. Delle due l'una: o una sorta di canone verrà corrisposto al gestore o esso sarà ricompreso a medio termine nelle tariffe!
In una azienda che mira a diventare "leggera", quasi eterea nella periferia, la strategia sindacale può farsi più incisiva : proprio perchè si sta passando dalla centralità dell'assistenza tecnica territoriale a quella dei front-end telefonici e specialistici accentrati, in questi ultimi dobbiamo colpire duramente!
È possibile riscoprire vecchi sistemi di lotta e di resistenza, è necessario sperimentare nuovi modi di organizzazione e collegamento tra reparti.
Tutto ciò a patto che il Sindacato sappia costruire politiche chiare e coerenti: è da sconfiggere l'orientamento alla scelta del male minore accettando di trattare sugli esuberi, portando a casa qualche migliaio di prepensionamenti e dovendo poi ingoiare contratti differenziati per i nuovi assunti. Sarebbe questa una ritirata disastrosa , l'abdicazione al ruolo di difesa degli interessi generali dei lavoratori in cambio della credibilità nei confronti dell'azienda.
Opporsi ad esternalizzazioni ed esuberi significa assumere la statura di parte trattante sul piano industriale, ottenere processi di riconversione o formazione professionale sulle nuove attività, sviluppare una politica degli orari che attraverso la riduzione risolva il problema esuberi.
Per questo l'avvio della discussione sul Contratto di Settore rappresenta per noi una grande opportunità ma anche un altrettanto grande rischio : sarà in quella sede che verranno fissate le condizioni future di salario, normativa, relazioni industriali per una platea di lavoratori ben più vasta di quella Telecom.
Arriviamo a questo appuntamento cruciale sotto la spada di Damocle di una pesante ristrutturazione e di una babele di riferimenti contrattuali, poichè nelle TLC, oltre al vecchio CCNL di settore ante liberalizzazione, sono presenti i contratti di metalmeccanici, chimici, commercio e loro surrogati.
In questo far west il Sindacato deve avere un compito ben preciso : organizzare i lavoratori del settore e definire regole chiare che garantiscano a tutti pari diritti .
La tecnologia sta modificando il mercato del lavoro, trasformando le professionalità, creando insicurezza e disagio tra i lavoratori, sempre più alla mercè della alta flessibilità richiesta per la mancanza di una forte organizzazione che li sappia rappresentare con una politica semplice ed efficace (a uguale lavoro uguale salario e diritti, riduzione dell'orario ecc.).
Solo un sindacato non condizionato dal quadro politico, che sappia comprendere le grandi trasformazioni del mondo del lavoro può dare dignità e sicurezza a questo esercito di lavoratori, allo sbando e influenzati da ideologie che, dietro la modernità, nascondono il progetto di eliminare le loro conquiste.
Nel confronto con Confindustria per la definizione del Contratto di Settore delle TLC non ci sono chiari gli obbiettivi di merito che si sono poste le Confederazioni. Possiamo immaginare le difficoltà che stanno incontrando (ogni categoria sindacale non vuole perdere iscritti e influenza in aziende in crescita), ma non condividiamo le tentazioni di compromessi al ribasso presenti in ambiente sindacale.
La logica imprenditoriale del livellamento al basso dei salari e del ricorso deregolamentato a lavoro precario o sottopagato (tempi determinati, apprendistato, lavoro interinale, contratti d'ingresso, rapporti di collaborazione) è inaccettabile : essa cela in realtà l'intenzione delle aziende di erogare a propria discrezione la quota di salario risparmiata. Per questo rimaniamo sinceramente impressionati quando vediamo finalmente allo scoperto le prime ipotesi nazionali sul CCNL e scopriamo che il progetto è costruito col righello sempre posizionato, per ogni argomento, sulla versione inferiore.
L'idea di sottoscrivere un contratto "leggero" per invogliare le aziende ad aderirvi contiene a nostro giudizio due errori di fondo : il primo, non porre come condizione preliminare all'accordo l'impegno all'adesione per tutti gli operatori del settore, il secondo consegnare alle aziende la possibilità di erogare grosse fette di salario in modo discrezionale.
Sottolineiamo l'esistenza di un terzo pericoloso errore : l'esclusione dal bacino di settore delle ditte appaltatrici delle opere di ampliamento e manutenzione della rete, destinata ad introdurre elementi di dumping sociale tali da mettere a rischio la lotta di difesa occupazionale in Telecom.
Anche la politica di scambio "bassi salari - difesa dell'occupazione", verso la quale si sono mostrati in questi anni inclini molti sindacalisti, è ormai decotta :il contenimento salariale degli anni '80 e '90 si è riversato esclusivamente nei profitti, nella rendita speculativa ed in nuova tecnologia che ha ridotto i livelli occupazionali di tutti i settori.
La risposta al quesito di quale riferimento contrattuale per tutti i lavoratori delle TLC parte dall'obbiettivo di assemblare le migliori condizioni esistenti nelle singole aziende : senza questa premessa cade qualunque progetto sindacale e passa il paradigma padronale dell'abbattimento del costo del lavoro e della sua precarizzazione. In un settore in fortissimo sviluppo, che produce livelli di redditività enormi, si deve tentare la costruzione di un contratto che faccia riferimento a quello Telecom con armonizzazioni. Il contratto Telecom completo delle armonizzazioni aziendali infatti, oltre a contenere una buona base salariale e normativa, possiede la caratteristica di lasciare pochi spazi all'erogazione di salario non contrattato.
Analogamente la risposta al problema dell'esposizione della categoria al rischio di esubero per innovazione tecnologica può essere risolto o contenuto con una coraggiosa politica di riduzione dell'orario di lavoro, sensibile ed anche in parte scambiabile con maggiori coperture di servizio. Altri strumenti necessari allo scopo sono da ricercare nella remotizzazione del lavoro, per ridurre gli effetti di mobilità territoriale, e la riconversione professionale .
Perchè tutto questo non venga confinato nella categoria delle buone intenzioni, occorre riflettere sulla nostra pratica sindacale, su quanto di essa e dei suoi interpreti debba essere modificato o rimosso. Anche su questo il nostro contributo vuole essere di stimolo alla discussione e alla ricerca di nuove strade.
In primo luogo siamo spaventosamente carenti sul piano della comunicazione tra le diverse componenti della galassia TLC : non solo i problemi e le analisi dei lavoratori dell'industria sono sconosciuti a quelli dei servizi o dell'impiantistica e viceversa, ma addirittura in comparti omologhi ognuno resta chiuso nei confini della propria azienda. Quanti dei presenti attivisti sindacali di Telecom conoscono, anche vagamente, la condizione del lavoro in TIM, per non parlare di Infostrada, Wind o Albacom?
Il Sindacato deve promuovere l'incontro e la socializzazione dei problemi delle singole categorie coinvolte, allo scopo di costruire una strategia complessiva di approccio alla definizione di un settore che le nostre controparti avversano.
Come affermammo nei giorni dell'OPA, la nostra solidarietà doveva essere giocata subito nei confronti dei lavoratori dell'OP Computer di Scarmagno, vittime sacrificali di un meccanismo che, in seconda battuta, avrebbe schiacciato noi. In più occasioni si è levata dall'interno delle Organizzazioni della Comunicazione la richiesta, inascoltata, di iniziative comuni con le altre aziende coinvolte presenti sul territorio lombardo : oggi ne ribadiamo l'attualità e l'urgenza.
In secondo luogo è aperto un problema di coerenza negli atti delle organizzazioni sindacali : come affermato nel documento/appello dal quale scaturisce la riunione odierna, abbiamo assistito inascoltati per mesi ad una tattica attendista da parte delle OO.SS. della Comunicazione, dal tratto sostanzialmente rinunciatario rispetto alla decisione di mettere in campo i lavoratori. Ad ogni nuova infrazione delle più elementari regole di contrattazione la reazione è anzi consistita nell'avvinghiarsi sempre più al tavolo relazionale finendo per assecondare, più o meno consapevolmente, le scelte aziendali addirittura stipulando accordi impopolari, come quello sugli orari ai Customer Service che ha sancito la sudditanza politica e culturale del Sindacato.
Questo argomento richiama immediatamente una terza questione: il grado di affidabilità del nostro sistema di rappresentanza, della democrazia interna e della autonomia dal quadro politico. Il nostro giudizio è di assoluta insufficienza !
Nelle TLC le RSU continuano ad essere una chimera : tutti le vogliono, nessuno fa nulla per realizzarle o renderle forti laddove esistono. In Telecom la vicenda della rappresentanza dei lavoratori scade addirittura nel grottesco.
Siamo a quasi tre anni dall'elezione delle RSU, bloccate con un ricorso legale da un sindacato autonomo a Roma ed immediatamente disconosciute dall'azienda : in tutto questo tempo SLC, FISTel e UILTE si sono limitate agli alti proclami, qualche trombone ha soffiato in qualche inutile relazione il proprio riconoscimento politico delle strutture comunque elette ma, possiamo dirlo senza timore di smentita, la realtà è che le OO.SS. hanno letteralmente rimosso la mancata realizzazione delle RSU in questa azienda perché non le vogliono!
Temono probabilmente il fatto che quei lavoratori siano poco controllabili, essendo stati capaci di mantenere vive e vegete per decenni strutture sindacali di categoria, come quelle dei telefonici che, con tutti i loro limiti, farebbero impallidire le attuali sia in tema di organizzazione sia nella capacità di analisi e costruzione delle proposte rivendicative.
Più in generale è tutto il sistema della rappresentanza e della partecipazione ad essere stato soffocato : il dibattito nei comprensori è vanificato dall'impossibilità ad esercitare sia il ruolo negoziale con la controparte, sia quello propositivo in seno alla propria organizzazione. Le strutture regionali lombarde di settore non hanno a tutt'oggi una composizione certa, esigibile, rendendole così inattendibili e consentendo alle segreterie regionali di perdersi in una rivalità sterile, senza contenuto, tutta giocata nei gruppi dirigenti milanesi, che si traduce nell'immobilismo totale turbato saltuariamente da qualche finto conflitto il cui sapore opportunistico è ormai noto anche ai lavoratori.
Chiediamo di mettere rapidamente mano alla questione RSU e a quella della composizione e dei compiti dei comitati di settore e delle delegazioni trattanti.
Si tratta di fissare regole certe per l'elezione delle RSU, capaci di risolvere la contraddizione tra collegi elettorali, mediamente corrispondenti ai comprensori, e luoghi di esercizio della rappresentanza concentrati sempre più al livello nazionale e, per le briciole, a quello regionale. Da subito è possibile avviare nuove elezioni in Lombardia per imporre la risoluzione nazionale della questione.
Analogamente, o gli organismi unitari diventano la sintesi efficace tra struttura sindacale ed eletti dai lavoratori, con la costituzione di esecutivi e delegazioni equamente composte, o la sopravvivenza di un organismo sindacale scisso tra gambe e cervello ha i giorni contati!
Anche sull'autonomia il sindacato, a cominciare dalle confederazioni, fatica a celare la sua posizione subordinata agli intrecci di interessi politici ed economici che si addensano su un settore strategico sia per i giganteschi profitti che è in grado di produrre, sia perché rappresenta una formidabile plancia di controllo dell'intero sistema della comunicazione e, quindi, della democrazia nel paese.
Credo non sia una mia esclusiva sensazione l'aver avvertito una cautela eccessiva in SLC, FISTel e UILTE dall'OPA in poi : è lecita l'opinione diffusa, soprattutto tra i lavoratori, che certa insipienza sindacale, mentre pareva che le uniche vittime nella vicenda Telecom fossero gli investitori, sia collegabile alla necessità di non intromettersi in un affare di stato condotto da un governo e da partiti amici.
La sensazione risulta ancor più chiara se ci si sofferma sul meccanismo di gestione e trasmissione del potere all'interno delle organizzazioni. È in atto una profonda trasformazione nella vita del sindacato: sempre meno discussioni di merito, sempre più ricette precotte, calate dall'alto e, di fatto, immodificabili al punto che molti attivisti come noi hanno ormai perso stimoli e ragioni della militanza.
Lanciamo con tutte le nostre forze un segnale d'allarme : c'è una dipendenza troppo pesante dai partiti che trova il suo naturale bagno di coltura nel ceto burocratico gonfiatosi a dismisura ed oggi meno garantito di un tempo .
La riunione odierna deve segnare una linea di demarcazione netta rispetto alla pratica sindacale sin qui subita, un vero cambio di passo : è aperta, e da riempire di contenuti, la questione della continuità di un'iniziativa che svolga insieme la funzione di pungolo all'azione sindacale e di mobilitazione della categoria.
Riteniamo immediatamente percorribili alcune strade che schematicamente tracciamo :
1. Costruzione di un coordinamento tra le aziende del gruppo Telecom, e tra esse e le restanti del settore: questo deve rappresentare per noi un impegno operativo da subito ed un imperativo per tutte le organizzazioni di categoria interessate.
2. Le 12 ore di sciopero indette per il mese di gennaio da SLC, FISTel e UILTE devono diventare l'occasione per una grande manifestazione a Milano che coinvolga i lavoratori di tutte le aziende del gruppo : su questa opzione è necessario che tutte le strutture di base coinvolte esercitino una forte pressione sulle rispettive organizzazioni.
3. Nella gestione della riorganizzazione le RSU e gli attivisti nei reparti devono essere parte centrale dell'elaborazione delle linee rivendicative del Sindacato : organismi unitari e delegazioni trattanti devono essere composti a maggioranza da eletti e delegati dei lavoratori.
4. Sul contratto di settore è necessario stigmatizzare lo scandalo di una trattativa partita ed in via di svolgimento senza una piattaforma discussa e condivisa nei luoghi di lavoro: vogliamo capire dalle strutture confederali, in primo luogo quelle regionali, cosa pensano di questo percorso profondamente antidemocratico e quali giustificazioni possa trovare alla luce degli statuti e delle più elementari regole della contrattazione.
Invitiamo la platea oggi presente, e per suo tramite tutti gli iscritti e i lavoratori, a sviluppare i temi ed i percorsi individuati, arricchendoli con l'enorme bagaglio di esperienze presente nella categoria, e sollecitiamo la traduzione in pratica organizzata di questo grande sforzo propositivo.