Questo documento è stato prodotto dai compagni e compagne di

Alternativa Sindacale del Direttivo nazionale Spi-Cgil in seguito al
 
 

seminario di approfondimento sulle tematiche socio-sanitarie e previdenziali Cagliari il 2 -3 -4- 5 settembre 1998.



Il documento, che è da considerarsi il nostro orientamento da confrontare nel dibattito sindacale, ha tenuto conto dei contributi emersi dal dibattito - rispettato fedelmente anche in quegli aspetti che sono stati e continuano ad essere oggetto di modifica da parte della finanziaria - e dalle comunicazioni dei relatori da noi invitati e che riportiamo di seguito in ordine di intervento:
 
 

Bruno Pierozzi Decentramento/federalismo
Angelo Mazzieri Previdenza
Fulvio Aurora e Franca Peroni Sanità
Erminia Emprin Assistenza
Franca Filosa Terzo settore

 

alternativa sindacale

area programmatica congressuale in cgil

Novembre 1998





DECENTRAMENTO, FEDERALISMO
 
 

DECENTRAMENTO AMMINISTRATIVO E FEDERALISMO

Il primo dato riguarda l’attuazione del decentramento. Il decentramento amministrativo deve essere attuato in modo uniforme, senza privilegiare una visione puramente regionalista. Anche i comuni, le province, le comunità montane e le circoscrizioni devono vedere riconosciuto un loro ruolo specifico.

LEGGE 59/97 E PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETA’

La sussidiarietà alla base della Legge 59/97 e dei successivi provvedimenti attuativi deve essere concepita come strumento di cooperazione tra enti territoriali al fine di sviluppare un decentramento che si fondi su un modello solidaristico.

Si considera prioritaria l’attuazione delle deleghe alle regioni previste dalla legge 59/97 e dai provvedimenti attuativi. Soltanto con la rapida attuazione delle deleghe sarà possibile realizzare una nuova politica locale anche in materia di servizi sociali.

FEDERALISMO: MODELLO PROPOSTO E SUE IMPLICAZIONI

Il cosiddetto federalismo solidale, di cui anche la CGIL e il sindacato dei pensionati SPI-CGIL si sono fatti portatori, deve essere attuato anche attraverso una politica fiscale e dei trasferimenti, che aiuti le regioni svantaggiate, soprattutto del Mezzogiorno, per evitare che si accentuino, invece di scomparire, i fenomeni di marginalizzazione delle regioni meridionali.

Il processo di autonomia finanziaria delle regioni deve essere quindi guidato in questa fase di transizione attraverso una vigile attenzione da parte dello Stato, tesa ad attuare concretamente la sussidiarietà là dove le regioni non siano momentaneamente in grado di gestire la nuova politica delle entrate.

Occorre una politica delle entrate, ed in particolare una politica fiscale, che favorisca l’autonomia dei singoli enti territoriali senza però creare sovrapposizioni al sistema fiscale centrale.

L’imposizione fiscale in Italia è già molto elevata per cui l’attuale introduzione di addizionali a carico di regioni, comuni e province va a colpire soprattutto i redditi fissi già sottoposti a ingenti prelievi fiscali. Per tali motivi si chiede l’eliminazione delle addizionali.

Le entrate proprie dei comuni derivano in larga parte dall’imposta comunale sugli immobili (ICI). Anche per l’ICI va introdotto un nuovo criterio gestionale che preveda l’esenzione sulla prima abitazione in favore delle fasce più deboli, soprattutto per i pensionati con bassi redditi che hanno nella casa d’abitazione l’unico bene disponibile.

I comuni devono intervenire nella nuova politica dei servizi sociali attraverso piani mirati e con forme associate nella gestione dei servizi, soprattutto nei comuni al di sotto dei 5.000 abitanti.

RUOLO DEL SINDACATO E CONTRATTAZIONE

La politica di bilancio degli enti territoriali deve essere posta a costante verifica anche da parte dei sindacati. Attraverso la contrattazione territoriale i sindacati dei pensionati hanno svolto un ruolo positivo per l’ampliamento dei servizi in favore della popolazione anziana. Ciò è positivo ma insufficiente: occorre una nuova contrattazione territoriale che investa anche i sindacati confederali, attraverso il coinvolgimento delle Camere del Lavoro e delle categorie per attuare il reinsediamento territoriale.

Va data piena attuazione alla semplificazione amministrativa. In tal senso si richiede un impegno preciso anche da parte dei sindacati confederali, di categoria e dei pensionati, affinchè in tutte le amministrazioni locali siano applicate le normative relative allo snellimento delle procedure burocratiche e previste dalla legge 127/97, nonché l’applicazione ancora in larga parte disattesa della legge 241/90 sulla trasparenza amministrativa.

Sul versante dei servizi sociali, in applicazione delle nuove norme sul decentramento, va segnalato il pericolo che il sistema sanitario di competenza delle regioni possa subire tentativi di trasformazione. I vincoli di spesa già posti con la Finanziaria ’98 e i segnali di sforamento della spesa di alcune regioni potrebbero costringere le regioni stesse a cercare una maggiore autonomia finanziaria attraverso l’uso di ticket regionali o con il restringimento delle prestazioni. Deve essere evitato questo pericolo attraverso un impegno dello Stato nella copertura di possibili disavanzi dovuti non a fenomeni di cattiva gestione delle risorse ma alla crescita della domanda dei servizi.

POLITICHE SOCIALI

Si considera necessario il passaggio dei fondi per l’assistenza dall’INPS alla regioni. In tal modo si sgraverebbe l’INPS dalla gestione di un settore improprio. In tal senso dovrebbe essere modificata anche la Legge 59/97.

Per quanto riguarda le politiche di assistenza sociale e dei servizi, si considera negativamente l’introduzione del reddito minimo d’inserimento (la cui sperimentazione è in corso in 42 comuni) in quanto questo provvedimento è totalmente slegato da una politica di programmazione degli interventi sociali che sia indirizzata al recupero economico e sociale dei soggetti in stato di bisogno, attraverso piani regionali e comunali.

Si richiede la rapida approvazione della legge sull’assistenza. La nuova legge sull’assistenza dovrà prevedere interventi integrati, che nel quadro di una programmazione decentrata agiscano per evitare i fenomeni di marginalizzazione ed eliminare le sacche di povertà, con sostegni economici e con una politica dei servizi sociali in cui concorrano, secondo le specifiche competenze, i diversi enti di decentramento amministrativo.

P R E V I D E N Z A

L’attacco allo stato sociale continua. Puntualmente le campagne di stampa e di informazione tendono a creare disorientamento e dare contestualmente l’immagine di una previdenza sprecona ed ingiusta.

I pilastri in questo attacco sono: l’alto costo del lavoro a causa dei contributi previdenziali; il sistema pensionistico soprattutto nella parte riguardante le pensioni di anzianità e la spesa assistenziale.

Nella relazione sono stati inoltre sottolineati i seguenti problemi:

Vigilanza: diminuzione delle entrate previdenziali, lavoro irregolare, nero, controllo – emersione

Stato Sociale: miglioramenti ai pensionati più poveri – restituzione IRPEF – ridefinizione del meccanismo di indicizzazione delle pensioni

Andamento del prelievo IRPEF sulle pensioni: nel 1998 sulla stessa entità di pensioni pagate dall’INPS nel ‘97 (202.000 miliardi) il maggior prelievo IRPEF risulta di 3700 miliardi (+16%). Ciò è dovuto alla modifica delle aliquote avvenute dal 1 gennaio 98 e al mancato recupero del fiscal-drag.

Imposte sulla prima casa: abolire totalmente l’IRPEF, accorpare nell’ICI le imposte di registrazione, trascrizione, successione e residuo INVIM – trasferimento dei catasti ai comuni.

In particolare sull’evasione risultano confermate tutte le insufficienze che da tempo "Alternativa Sindacale" denuncia.

Nel 1997 le visite ispettive ad aziende sono state 42.369 di cui 26.499 risultavano irregolari (62,5%). Si può notare il calo vertiginoso delle visite ispettive avvenute in questi anni, infatti nel 1992 esse erano state 102.459.

Le aziende industriali attualmente esistenti ed attive su tutto il territorio nazionale sono 1.340.000 e le 42.369 visitate rappresentano il 3,2%. Se si volesse fare almeno una visita ispettiva per ogni azienda, con la dotazione ispettiva attuale, si impiegherebbero 33 anni.

Più della metà delle ispezioni (21.216, oltre il 50%) sono avvenute dietro segnalazione di cittadini interessati e forze sociali. Sempre nel 1997 sono stati scoperti 74.100 lavoratori totalmente in nero con una evasione media pro capite di Lit. 4.300.000. Le proposte e le indicazioni di lavoro anche in prossimità della discussione della finanziaria ’99 dovrebbero riguardare:

l’aumento del numero degli ispettori INPS cancellando la norma della Finanziaria del ’93 che ne ha bloccato le assunzioni. Ridefinire un nuovo organico rispondente ad una necessità nuova e diversa di combattere l’evasione;

la proposta che i lavoratori parasubordinati abbiano dall’1.1.1999 una contribuzione pari al 16% corrisposto nelle proporzioni attualmente vigenti per i lavoratori dipendenti.

SULLO STATO SOCIALE

Anche aspetti riguardanti le condizioni dei cittadini più poveri, come le prestazioni assistenziali, definite dalla Legge 544/89 "maggiorazioni delle pensioni sociali" e "maggiorazioni delle pensioni minime", venuta meno una loro rivalutazione dal 1992, sono ferme rispettivamente a Lit. 125.000 e Lit. 80.000 mensili.

Su queste prestazioni che riguardano i cittadini di età superiore a 65 anni, poveri, quasi sempre soli, da alcuni anni Alternativa Sindacale ha denunciato e chiesto modifiche tendenti a migliorare le condizioni di maggiore disagio.

Dall’inizio di quest’anno va denunciata un’altra assurda iniquità: sugli ultra sessantacinquenni con pensioni al minimo senza altri redditi, quindi poveri (che risultavano essere all’1.1.1998 in numero di 494.938), i quali ricevono la maggiorazione sociale di Lit. 80.000 mensili, grava una ritenuta IRPEF annua di Lit. 350.860 (altro che invarianza fiscale dichiarata dal ministro Visco!)

Va precisato e rivendicato che la sopracitata maggiorazione è una prestazione di natura assistenziale e pertanto esente dal pagamento dell’IRPEF a partire dall’1.1.1998.

La pensione sociale è di Lit. 397.650 mensili e per coloro che sono soli e senza altri redditi è prevista una maggiorazione di Lit. 125.000 che Alternativa Sindacale propone diventi di 225.000 mensili dal 1 1.99.

Delle 644.909 persone che all’1.1.1998 ricevono la pensione sociale, solo 158.425 ricevono la maggiorazione intera di Lit. 125.000 mensili.

Altri 27.525 soggetti, titolari di pensione sociale, sempre facenti parte dei 644.909, ricevono la maggiorazione sociale parziale con un importo medio mensile di Lit. 64.710 perché hanno piccoli redditi che non permettono loro di usufruire della maggiorazione intera.

La proposta di Alternativa Sindacale di corrispondere dall’1.1.1999 un aumento di Lit. 80.000 mensili ai titolari delle 186.000 maggiorazioni delle pensioni sociali, comporterebbe un costo di 177 miliardi annui.

L’aumento a lire 130.000 mensili dell’attuale maggiorazione sociale di lire 80.000 alle pensioni minime INPS ha un costo per l’anno 1999 di 300 miliardi circa. L’insieme delle due prestazioni, per i cittadini ultrasessantacinquenni più poveri, costerebbe meno di 500 miliardi nel 1999 a cui vanno aggiunti i 140 miliardi di minore incasso IRPEF (se come noi chiediamo verrà considerata reddito di natura assistenziale la maggiorazione di Lit. 80.000 mensili).

In sintesi le priorità su cui intervenire:

Attribuire la perequazione automatica alle maggiorazioni sociali previste dagli art. 1 e 2 della Legge 544/88 decorrenti dal 1° gennaio 2000, nella stessa percentuale operata sulla pensione minima;

Restituire Lit. 350.860 di IRPEF pagata nell’anno in corso dai pensionati poveri, con minimo INPS per maggiorazioni sociali, all’atto della corresponsione della rata di pensione di dicembre 1998 assieme alla tredicesima mensilità. Il costo della restituzione è di Lit. 140miliardi annui;

Prevedere che, per il diritto all’"assegno sociale" – in genere a donne coniugate – siano richiesti gli stessi limiti di reddito previsti per la "pensione sociale" (Lit. 21.490.800 anziché 13.187.200);

Ai pensionati del Fondo Lavoratori Dipendenti, la cui pensione - decorrente successivamente al 31.12.1989 e costituita da più di 780 contributi settimanali, escludendo i versamenti volontari – abbia un valore "a calcolo" inferiore al minimo, attribuire il trattamento previsto del D.P.C.M. 16.12.1989, art. 1, a decorrere dall’1.1.1999, senza alcun arretrato;

Per le pensioni aventi decorrenza dall’1.1.1999 assicurare un rendimento minimo di soglia, per ogni anno di contribuzione versato, con retribuzione pari o superiore al minimale fissato dalla Legge 683/83. Tale rendimento dovrebbe essere pari ad un quindicesimo del minimo INPS in vigore nell’anno di liquidazione della pensione (ad esempio: per il 1998 il minimo per ogni anno contributivo dovrebbe essere di Lit. 46.513) sia in caso di liquidazione di pensione con il sistema retributivo che con quello contributivo;

Se la crescita del PIL nominale (cioè PIL reale più inflazione) resterà per i prossimi 3 anni quella presa in considerazione dal D.P.E.F., l’aumento per perequazioni delle pensioni per costo vita sarà intorno a percentuali che variano dall’1,4 all’1,6% annuo: più basso dell’aumento del costo della vita reale.

Per evitare l’impoverimento soprattutto delle pensioni medio basse, occorre rivendicare un meccanismo di indicizzazione che rispecchi l’effettivo aumento del costo della vita e non solo parte di esso, come avviene con il meccanismo vigente. In attesa di una nuova definizione, chiedere che dall’1.1.1999 la perequazione sia calcolata dividendo per due la somma tra tasso d’inflazione e deflattore del PIL.

S A N I T A’

Da diversi anni è in atto nel mondo occidentale un’azione di smantellamento del cosiddetto stato sociale (welfare state). Lo stato sociale altro non è che un complesso di politiche che prevedono l’intervento dello Stato al fine di sovvenire ad una serie di necessità di esistenza dei lavoratori, dei disoccupati, dei pensionati, dei cittadini in genere. In altri termini lo stato sociale non è altro che il salario sociale, cioè quella parte di salario che non si riceve in busta paga, ma sotto forma di erogazione di servizi di vario genere, che comunque sono parte essenziale delle condizioni di vita. L’attacco allo stato sociale significa quindi attacco al salario, ridistribuzione rovesciata del reddito. Questo processo è legato alla crisi di profittabilità del capitale, alla necessità di rilancio della produttività del sistema al fine di creare nuove condizioni in grado di potenziare la crescita dei profitti.

Si tratta di un’operazione lunga e difficile di cui, allo stato attuale, non si vede una prossima soluzione. D’altro canto all’attacco del capitalismo non corrisponde un’adeguata mobilitazione dei soggetti interessati e le stesse organizzazioni sindacali sono di fatto in posizione di difesa, tentando semplicemente di attenuare l’attacco e accettando, di fatto, la logica della società capitalistica (flessibilità del lavoro, riduzione delle pensioni, moderazione salariale, riduzione dello stato sociale).

All’interno dello stato sociale vi è il settore della sanità, che può essere inteso come il complesso delle pratiche e degli interventi atti a mantenere o recuperare le condizioni di salute dei singoli e della collettività. In Italia tale settore è organizzato come Servizio Sanitario Nazionale, la cui origine giuridica fondamentale è nell’articolo 32 della Costituzione che lo sancisce come diritto inalienabile uguale per tutti i cittadini, indipendentemente dal territorio in cui abitano e dalla condizione sociale e reddituale in cui si trovano. Il Servizio sanitario sarebbe gratuito solo per gli indigenti, perché il resto dei cittadini, secondo le loro condizioni reddituali, partecipano con le imposte e i contributi. Oltre le imposte e i contributi i cittadini sono costretti a pagare, per quasi tutte le prestazioni, tickets consistenti se non addirittura a sobbarcarsi l’intero costo delle prestazioni stesse nei non pochi casi in cui diventa quasi necessario rivolgersi alla sanità privata (circa un terzo della spesa sanitaria complessiva è spesa sanitaria privata).

Vi sono comunque un complesso di norme legislative e regolamentari che determinano diritti precisi ed esigibili da parte dei cittadini. I diritti esigibili, in molti casi non vengono dati automaticamente, ma prevedono di essere rivendicati, di essere richiesti. In mancanza di questo, finiscono per essere ignorati, in pratica per essere tolti, e se ne perde persino la memoria storica. E’ il caso, per esempio, del diritto che hanno i malati cronici non autosufficienti, che in genere vengono in modo distorto chiamati solo "non autosufficienti" (indipendentemente dall’età dal tipo di malattia dalla sua durata ). Si tenga conto che nel 1955 i sindacati pensionati avevano ottenuto la legge n. 692 che stabilisce cure gratuite per le malattie della vecchiaia, senza limiti di durata. Tale legge è tuttora vigente, ma non attuata.

Per difendere i diritti occorre prima di tutto conoscerli e poi sapere in quale contesto ci si trova ad operare. Dopo avere visto quanto avviene sul piano generale (l’attacco allo stato sociale), è necessario sapere quanto sta avvenendo ora in Italia a proposito di sanità in termini di tendenze e di legislazione.

La riduzione dell’intervento dello Stato in materia di sanità è avvenuta innanzitutto con l’imposizione dei tickets e successivamente con una serie di leggi controriformatrici – all’interno delle leggi finanziarie e specifiche (come le leggi di riordino del servizio sanitario nazionale volute da Francesco De Lorenzo – DLg. 502/92 e 517/93). Già precedentemente si era comunque provveduto con atti amministrativi a misure di riduzione dell’intervento sanitario. In particolare il DPCM 8 agosto ’85, aveva trasferito interi settori soggetti al diritto alla salute, quindi al servizio sanitario, nell’imprecisato e non normato mondo dell’assistenza: i cronici non autosufficienti, i malati psichiatrici, i tossicodipendenti e gli alcolisti, gli handicappati gravi, il settore materno-infantile.

Allo stato attuale, il governo si è posto una serie di problemi di difesa della sanità pubblica e di riaffermazione del diritto alla salute attraverso:

a)la proposta di legge delega di modifica della legge di riordino (ad oggi approvata dal senato e di prossima approvazione della camera, tramite la quale si sono ristabiliti alcuni principi (il diritto alla salute non può essere sottomesso a vincoli economici) e prese alcune misure di limitazione del processo aziendalistico imperante. Tale sforzo è riuscito solo a metà perché, insieme a misure positive, ne sono state prese altre di segno diverso come l’introduzione del principio non costituzionale di sussidiarietà, che se applicato (come stava avvenendo in Lombardia), porterebbe alla distruzione della sanità pubblica;

b)il piano sanitario nazionale, che per la prima volta pone gli obiettivi di salute da raggiungere ed indica nella prevenzione (che va oltre il mero intervento di carattere sanitario) lo strumento principale sul quale fare leva. Ma tale piano non è accompagnato nè da misure sostanziali sul piano economico (finanziamento attraverso la fiscalità generale e/o collegato al PIL) né da imposizioni nei confronti delle regioni, che continuano a fare piani indipendentemente dalle proposte nazionali;

c)il decreto legislativo di riordino della partecipazione alla spesa è, di fatto, il più pericoloso, perché sancisce che i tickets sono uno strumento di consapevolezza per i cittadini circa il costo dei servizi e perché soprattutto stabilisce un sistema complesso basato su scomposizioni reddituali che in futuro potrebbe essere usato per definire un nuovo sistema sanitario, non più nazionale e fiscalizzato, ma di tipo mutualistico e/o assicurativo.

Concludiamo affermando che l’azione di Alternativa Sindacale, all’interno della CGIL e dello SPI, non può che spingersi verso:

la piena realizzazione dell’art. 32 della Costituzione e cioè la tutela della salute come diritto di cittadinanza, uguale per tutti ed a completo carico della fiscalità generale;

il superamento dei tickets e di ogni forma di compartecipazione alla spesa sanitaria:

organizzazione di forme di controllo e di verifica dal baso sul funzionamento dei servizi pubblici - anche per evitare il ricorso ai servizi privati. (es. la costituzione dei comitati di partecipazione che sta avvenendo in Lombardia nelle ASL).

A S S I S T E N Z A

L’articolo 128 del D.L. 112/1998 si ispira ad una concezione del bisogno assistenziale più estesa di quella di stretta derivazione costituzionale (art. 38) e individua l’ambito allargato di "servizi sociali", che comprende "tutte le attività relative alla predisposizione ed erogazione di servizi, gratuiti ed a pagamento, o di prestazioni economiche destinate a rimuovere e superare le situazioni di bisogno e di difficoltà che la persona umana incontra nel corso della sua vita, escluse soltanto quelle assicurate dal sistema previdenziale e da quello sanitario, nonché quelle assicurate in sede di amministrazione della giustizia".

Questa concezione include il diritto al mantenimento e all’assistenza sociale per le persone inabili al lavoro e sprovviste dei mezzi necessari per vivere, affermato all’articolo 38 della Costituzione, ma non definisce le attività di assistenza sociale obbligatorie per legge, ne gli organi di governo obbligati a fornire queste prestazioni e neppure i destinatari delle attività stesse.

In questa direzione è orientato anche il disegno di legge, di iniziativa del Governo, per la realizzazione di un sistema integrato di interventi e servizi sociali, che in tal senso deve essere emendato.

In assenza della definizione dell’ambito dell’assistenza sociale, c’è infatti il rischio concreto che i servizi sociali – esattamente al contrario di quanto affermato – diventino servizi di tipo riparatorio e discrezionale, offerti ai soggetti sociali più deboli, quando essi vengono materialmente esclusi dall’accesso ai diritti universali al lavoro, all’istruzione, alla salute.

Per questa ragione Alternativa Sindacale ritiene che la legge quadro in materia di assistenza sociale debba essere l’asse ordinatore intorno al quale ridefinire la programmazione, l’organizzazione e la gestione delle attività e dei servizi sociali, individuando le prestazioni essenziali e obbligatorie su tutto il territorio nazionale ed i relativi finanziamenti.

Da questo punto di vista è indispensabile:

Definire norme per la prevenzione ed il superamento dell’emarginazione e del bisogno assistenziale garantendo a tutti e tutte l’accesso ai diritti universali alla salute, all’istruzione, alla mobilità, alla casa.

Devono cioè essere garantite le seguenti prestazioni:

le prestazioni sanitarie preventive, riabilitative e di cura a tutte le persone malate croniche non autosufficienti, indipendentemente dall’età;

i servizi prescolastici e scolastici e le iniziative di formazione professionale e lavorativa;

le strutture abitative con particolare riguardo all’edilizia residenziale pubblica;

l’accesso al lavoro e alle prestazioni concernenti la disoccupazione attraverso le politiche del lavoro;

l’accesso della generalità dei cittadini ai servizi culturali, ricreativi, sportivi e sociali.

Definire per legge gli aiuti economici straordinari e continuativi e i servizi che devono essere obbligatoriamente forniti su tutto il territorio nazionale

In particolare:

servizi di assistenza domiciliare e di aiuto personale e familiare;

l’accoglienza in comunità alloggio, per coloro che non possono vivere autonomamente o essere accolti dai propri congiunti o da terzi;

centri diurni assistenziali per favorire la vita di relazione delle persone che non possono essere avviate ad attività lavorative con resa continua e proficua sul piano del reddito;

centri di accoglienza per extracomunitari e persone senza fissa dimora;

centri di accoglienza per donne maltrattate o che hanno subito violenza;

accoglienza di adulti e anziani in difficoltà da parte di terze persone.

Individuare i soggetti che hanno diritto agli aiuti economici e all’accesso gratuito ai servizi obbligatori

Definire l’articolazione delle funzioni pubbliche e ambiti territoriali univoci per la gestione degli aiuti economici e dei servizi obbligatori, individuando i termini entro cui provvedere

Devono essere chiaramente definite in legge le funzioni e le responsabilità pubbliche per la programmazione, l’organizzazione e la gestione degli aiuti economici e dei servizi obbligatori necessarie a garantire il diritto all’informazione, alla partecipazione e all’accesso dei destinatari delle prestazioni di assistenza sociale.

Queste funzioni devono essere assolte dagli Enti pubblici titolari dell’obbligo di intervenire e non possono essere delegate ad altri soggetti.

Nell’ambito del distretto socio-sanitario e distretto sociale, la gestione degli aiuti economici e dei servizi obbligatori deve integrarsi con gli altri servizi sociali primari (sanità, istruzione, casa, trasporti) privilegiando i Comuni e le associazioni tra i Comuni.

Definire con chiarezza il rapporto tra soggetti pubblici e soggetti privati e i rispettivi ruoli e responsabilità

Il rapporto tra soggetti pubblici titolari della funzione e soggetti privati, che concorrono all’esercizio della funzione stessa, deve essere regolamentato attraverso l’individuazione di requisiti minimi di accreditamento inderogabili ed efficaci su tutto il territorio nazionale.

In assenza anche di uno solo di questi requisiti non si può accedere al finanziamento pubblico diretto o indiretto (inclusa la detraibilità fiscale).

Definire in legge il quadro di raccordo tra il settore dell’assistenza sociale e le discipline normative concorrenti e concomitanti in materia di servizi sociali in materia di servizi sociali.

Le leggi vigenti in materia di servizi sociali devono essere espressamente richiamate, per definire il loro ambito di applicazione e di finanziamento a carico, rispettivamente, dell’assistenza sociale o delle politiche settoriali competenti, ferma restando l’opportunità di integrazione e coordinamento.

Per la parte in cui assolvono al bisogno essenziale di assistenza sociale, i relativi stanziamenti debbono confluire in un unico Fondo nazionale per le politiche sociali.

Determinare l’entità dei finanziamenti necessari per garantire gli aiuti economici e i servizi obbligatori e prevedere il relativo vincolo di destinazione nell’ambito del Fondo nazionale per le politiche sociali

L’entità dei finanziamenti obbligatori dovrà essere definita sulla base dei bisogni di assistenza sociale individuati in relazione alle prestazioni elencate in legge.

A questo fine è opportuno promuovere un’indagine conoscitiva preventiva delle prestazioni economiche e dei servizi effettivamente resi nelle diverse realtà territoriali per indirizzare risorse aggiuntive laddove non sono soddisfatti i bisogni essenziali di assistenza sociale.

Prestazioni e servizi aggiuntivi possono essere finanziati solo ad avvenuta copertura degli oneri derivanti dall’obbligo di assistenza sociale.

TERZO SETTORE

Queste riflessioni sono direttamente collegabili con il capitolo "Assistenza" riferite anche al disegno di legge 4931.

E’ innegabile che la necessità di una legge quadro di riforma dell’assistenza era affermata dalla stessa piattaforma rivendicativa sindacale unitaria dell’11.2.1998, affinchè il diritto all’inclusione sociale divenisse a pieno titolo "diritto di cittadinanza".

Uno degli aspetti più problematici del progetto di legge 4931 sta nell’ambigua definizione dei ruoli delle istituzioni, nella mancanza di finanziamenti e quindi in un eccesso di coinvolgimento del volontariato, della cooperazione e del privato sociale in genere. Questi soggetti, non solo offrono servizi, ma diventano addirittura soggetti attivi di "programmazione".

Al di là di ogni positivo apprezzamento sullo spirito di solidarietà e sul valore dell’opera del volontariato e della cooperazione, noi riteniamo che tali soggetti non possano essere in alcun modo sostitutivi del ruolo pubblico che appartiene allo stato: il soggetto pubblico deve garantire l’inclusione sociale a pieno titolo come diritto di cittadinanza.

Sono evidenti i rischi di una riduzione dello stato sociale, come sono evidenti le forme di lavoro che possono essere utilizzate: precarietà, non applicazione dei contratti, sfruttamento del lavoro, mancata applicazione delle normative, mentre cresce la tentazione di utilizzare da parte di settori finanziari ed industriali un vasto bacino di reclutamento di lavoro a minor costo.

Il rischio dunque che il Terzo Settore si trasformi in una sorta di ufficio di collocamento forza lavoro post Fordista.

Tanto più se incrociamo il recentissimo accordo del patto per il lavoro, lavoro interinale, lavoro in affitto, contratti di area.

Il venir meno di una presenza qualificata del servizio pubblico, determinato dalle scelte attuate dai governi con tagli alle spese, ridimensionamento e blocco degli organici, che pone in evidenza comunque la necessità di una riforma profonda e complessiva che deve potenziare, estendere e qualificare il pubblico, nell’ambito delle scelte che si prefigurano anche come decentramento delle attività, dei servizi sociali e della pubblica amministrazione e non può che determinare attenzione per il TERZO SETTORE.

Va però sconfitta quella che allo stato attuale è ben più di un’ipotesi, la formazione di una realtà di mercato che caratterizzi il settore Non Profit come ambito di lavoro nero, di subappalto di manodopera, di manodopera a basso costo in risposta ad un presunta incapacità dei soggetti pubblici a trovare soluzioni organizzative efficienti, per cui appare gravissimo e destabilizzante consentire l’affermazione di un lavoro analogo nello stesso ambito con trattamenti di base fortemente differenziati, addirittura senza alcuna regolarizzazione contrattuale.

Gli Enti titolari dei servizi resi ai cittadini e responsabili della qualità delle prestazioni devono porsi la necessità di rifiutare la gara al massimo ribasso, in quanto alla fine non offre alcuna garanzia atta a qualificare un livello pubblico di servizio.

Peraltro la scelta ormai degenerativa attuata dalle amministrazioni pubbliche, dagli Enti locali ecc. di dare in appalto tutto a tutti sa molto di chi vuole evadere le responsabilità circa gli obiettivi di qualità dei servizi e di gestione diretta.

Il Terzo Settore assume una sua valenza se per l’utilizzo che ne deriva rispetto allo Stato Sociale, lo si assume come parte integrante rispetto alla tutela del lavoro e della persona umana.

Crediamo quindi che occorrano regole di una più precisa definizione delle attività del terzo Settore che mettano un minimo di ordine nell’attuale babele associativa.

Si evidenziano inoltre:

la necessità di fissare adeguate e chiare norme per avere trasparenza circa chi usa indebitamente irruzioni mascherate nell’area della solidarietà; l’applicazione dei contratti di lavoro e le regole di tutela previdenziale, dei diritti per tutti i lavoratori del settore una carta dei diritti doveri del volontariato;un quadro preciso legislativo di riferimento con un adeguato assetto legislativo fiscale.

Le questioni rispetto al problema sono enormi e la ricerca, ma soprattutto la partecipazione delle persone interessate, possono determinare un processo di chiarificazione e di progettualità che non si collochi come scelta finale del Terzo Settore nell’ambito del mercato libero, ma un’organizzazione comunitaria in cui la scelta sia di prendere il posto delle privatizzazioni.