Rispetto per le vite innocenti di un'immane gioco al massacro

La Giustizia deve trovare i colpevoli e giudicarli, ma non parliamo di guerre globali.

Le guerre globali (o sante) non risolvono nulla, e nascondono  ben altri intenti ed obiettivi.

Siamo rimasti tutti sgomenti ed angosciati di fronte agli attentati che hanno colpito l'America. E' stata un'azione barbara contro persone innocenti che aveva l'obiettivo (a quanto pare ... riuscito) di provocare una risposta di "Guerra" da parte della più potente forza militare del mondo.

Chiunque siano i colpevoli, qualsiasi siano le responsabilità queste vanno perseguite e colpite dalla giustizia. Ma la guerra è un'altra cosa che ci porta alla memoria tante altre vittime innocenti come quelle in Irak ed in Jugoslavia, vittime civili, bruciate nei tanti grattacieli bombardati, e subito dimenticate.
La guerra contiene il rischio che proprio le innocenti vittime del massacro di questi giorni, lo stesso dolore e sgomento di tutti, diventino  strumenti manipolati di disegni ben più complessi. La guerra (che non corrisponde a "Giustizia") ci fa sorgere nella mente obiettivi e  mire di egemonia territoriale, interessi economici che fremono dalla necessità di imporre a vasti territori e ad altri uomini e donne le loro regole di mercato, le loro priorità.
La guerra ci fa pensare ad una economia di guerra (con i suoi corollari fatti di azioni tese a subordinare tutti i bisogni sociali, le libertà, le rivendicazioni alla necessità primaria della guerra), ad uno sviluppo della produzione di armi, ad un rafforzamento delle lobby militari, alla centralizzazione dei poteri. La guerra ci fa pensare alla propaganda, alla censura del pensiero e dell'informazione dove la "verità" del potere non ammette nessuna contestazione e diversità di vedute. Tutti si devono omologare, pena l'essere tacciati di tradimento ??

Alla necessità ed alla ineluttabilità della guerra (di una guerra globale, mondiale, definitiva) sembrano oggi aderire in molti.
Alcuni  contribuiscono non poco, e con sospetta determinazione, a spingere il mondo verso questa soluzione. Come la destra israeliana che proprio in questi momenti sta intensificando la sua guerra per marginalizzare e  sconfiggere le rivendicazioni Palestinesi in un colpevole gioco al massacro che nessuno in occidente sembra riuscire o volere fermare. Oppure (restando sui paradossi più nostrani) come Bagget Bozzo che addita .... "La volontà islamica di voler sostituire con violenza il cristianesimo" ....., o come il Cardinal Biffi che prega ..... "perchè la cristianità trovi la strada giusta per la sopravvivenza" ..
In molti presentano la guerra prossima ventura come ineluttabile e necessaria, difficile e lunga, e già ci preparano a convivere con una recessione (che fino a ieri negavano esistere) nella quale dovremo sopportare sacrifici importanti in nome di quella responsabilità internazionale a cui gli eventi e la gravità della situazione ci chiamano tutti.

E ci sarà anche chi ridurrà e necessità marginale, di fronte ai nuovo eventi, di fronte all'unità contro il nemico, anche la lotta congressuale in Cgil, anche la resistenza contro l'offensiva di Confindustria e Governo sui contratti, sulle pensioni, sulle tutele e sui diritti, e così facendo ci ridurranno (noi ed i nostri bisogni) a fattori marginali, e la nostra lotta sarà vista con fastidio perchè irresponsabile.

Tuttto questo, ed altro ancora, è la guerra. Ben altra cosa è la voglia di giustizia, l'individuazione delle responsabilità che stanno dietro agli attentati dell'11 settembre. Chi parla di guerra pensa in realtà a ben altre cose che poco hanno a che vedere con la giustizia.

Tutti dicono oggi che nulla sarà più come prima. La stessa cosa che tanti di noi avevano pensato dopo Genova.
Avevamo allora assunto la convinzione (e rimane tutt'ora) che il grande movimento che ha saputo manifestarsi da porto Alegre fino a Genova rappresentava un soggetto maturo capace di dare nuovo impulso alla lotta per la giustizia sociale, per una democrazia partecipata che riproponesse le classi subalterne alla guida dei possibili e necessari processi di trasformazione della società, della politica, del sindacato.
Oggi, chi grida dai giornali, dalle interviste, nei discorsi che "nulla sarà più come prima", sembra invece proporre una specie di "Chiamata alle armi", chiedere e pretendere "una forte omologazione" anche delle anime critiche, delle classi subalterne, alla guerra santa dell'occidente per affermare se stesso in ogni sperduto angolo di questo pianeta.
Il nostro "niente sarà più come prima" è diverso dal loro. Loro ci chiederanno di non essere più come siamo stati a Genova, ci chiederanno di sentirci in guerra. Noi rimarremo convinti antagonisti di ogni politica di guerra, e continueremo a pensare, convinti, che "un'altro mondo è possibile".

Per questo saremo contro a la guerra e per la giustizia