Delegate e delegati RSU promotori dell’assemblea nazionale a Milano del 11 gennaio 2002

Nel movimento
per la globalizzazione dei diritti

per costruire il Forum sindacale

Sentiamo sulla nostra pelle la gravità dell’offensiva avviata da Governo e Confindustria contro i diritti sociali e democratici ed il reddito delle lavoratrici e dei lavoratori.

Un’offensiva pericolosa perché punta a comprimere quantitativamente e qualitativamente i nostri diritti, il nostro salario, le nostre condizioni generali di vita e di lavoro. Ma non solo. C’è la volontà e la determinazione di scavare un fossato tra le generazioni, tra lavoratori "garantiti" e precari, tra lavoratori/trici nativi/e e migranti. C’è la volontà di relegare di nuovo le donne tra le mura domestiche, facendo ricadere in modo particolare su di loro le conseguenze dello smantellamento dei servizi pubblici.
In sintesi: si mette all’ordine del giorno l’obiettivo della completa subordinazione del lavoro agli interessi delle imprese ed alle logiche del mercato. Come dimostra altresì quanto sta avvenendo nella scuola e nella sanità.

Non ci troviamo quindi di fronte ad uno scontro solo di natura sindacale.
La posta in gioco è la costituzione di un blocco sociale - un processo che non è e non sarà senza contraddizioni - che combini interessi politici ed economici connotati da un intreccio di spinte autoritarie e provvedimenti populisti sui luoghi di lavoro e nella società.

C’è bisogno una maggiore incisività dell’azione sindacale. Per renderci conto di questa necessità basta osservare i limiti della conduzione della attuale stagione contrattuale.
All’offensiva di padroni e governo contro il contratto nazionale, per la sua destrutturazione, è corrisposta una risposta sindacale disarticolata e contraddittoria, tutt’ora ancorata ai limiti delle politiche concertative, se non addirittura (come dimostra il recente accordo per il contratto dei chimici) subordinata alle forzature liberiste della Confindustria.
Noi invece crediamo e non smetteremo di ribadire che la difesa del contratto nazionale passa ormai necessariamente per il superamento dei vincoli e delle subordinazioni a cui il salario, le condizioni di lavoro, gli stessi diritti, sono sottoposti a causa agli accordi del 23 luglio 1993. Dalla concertazione si esce soltanto dal basso e da sinistra.

Una lotta che non si può condurre categoria per categoria, precari e precarie separati/e dai lavoratori e dalle lavoratrici “stabili”, nativi/e separati/e dai/dalle migranti. Una lotta che deve superare i confini nazionali, c’è la necessità di costruire una vertenza di carattere europeo per respingere l’attacco ai diritti contenuto nella regressiva “Carta dei Diritti Fondamentali”, ponendo allo stesso tempo la questione salariale e del reddito sociale a livello europeo, dando così continuità alle mobilitazioni di Amsterdam, Colonia, Nizza e Bruxelles/Laeken.
Per questo oggi è necessario  un profondo mutamento della strategia sindacale.  Partendo dagli obiettivi e dalle scelte di Porto Alegre, dalle esperienze del Movimento che si sono affermate in questi mesi: costruire strategie, piattaforme capaci di riunire ciò che governo e padroni vogliono dividere.

E’ una battaglia difficile anche perché deve fare i conti con le divisioni sindacali. Certamente consideriamo un bene da ricercare quello dell’unità tra organizzazioni, ma questo non può e non deve condizionare la chiarezza dei contenuti e diminuire l’efficacia delle mobilitazioni.
Contratti, deleghe su fisco, lavoro, pensioni, attacco all’articolo 18, attacco all’istruzione ed alla sanità pubblica, perdita dei diritti per i lavoratori immigrati e aggressione al diritto di sciopero sono gli elementi di una offensiva che è condotta dai padroni sul piano generale e a cui non si può rispondere  con un atteggiamento emendativo o riducendo l’iniziativa al solo articolo 18 dello statuto dei lavoratori.

Non è sufficiente che si denunci come la decontribuzione sui nuovi assunti rappresenti un pericoloso attacco alla previdenza pubblica. Se si vuole salvare la pensione pubblica è oggi necessario rimettere mano alla "controriforma Dini" del ‘95 e non accettare la logica dei fondi pensione.

Sul Fisco ci troviamo di fronte ad una vera e propria di rapina. Una redistribuzione del reddito a favore dei redditi più alti. Un’operazione che riduce ed accorpa le aliquote penalizzando i redditi più bassi.
Una operazione chiaramente anticostituzionale, che distrugge l’idea stessa di un’imposta progressiva dei redditi. Così, i redditi più bassi pagheranno più imposte dirette (Irpef) e contemporaneamente subiranno maggiormente gli effetti della privatizzazione della sanità, dell’istruzione e dei servizi pubblici. Esposti inoltre all’inevitabile aumento della tassazione regionale, conseguente alle minori entrate fiscali dello stato.

Sul lavoro, il libro bianco di Maroni sostiene la totale subordinazione del lavoro all’interesse del profitto:

  • aggrava ulteriormente la liberalizzazione in entrata nel mercato del lavoro e affossa, con l’attacco all’articolo 18 della legge 300/70, le residue tutele di fronte al licenziamento;
  • vengono messi in discussione i rapporti di lavoro, l’impianto contrattuale e il diritto di sciopero scivolando verso una deriva neocorporativa delle relazioni sindacali;
  • frantuma ulteriormente l’unità del mondo del lavoro, prevedendo deroghe territoriali e settoriali alle condizioni contrattuali e normative, liberalizzando tutte le forme contrattuali precarie e introducendo una sorta di lavoro servile per i lavoratori e le lavoratrici migranti mediante i “contratti di soggiorno”.

La Legge Delega va ritirata! Va eliminata, non stralciata, ogni ipotesi di modifiche all’art.18, comprese quelle dell’arbitrato: chi può essere licenziato senza ragione e senza possibilità di reintegro ben difficilmente si opporrà a qualsiasi forma di pressione, di molestia e di sopruso. Poter essere estromessi dal posto di lavoro senza rimedio,costringerà lavoratori e le lavoratrici ad accettare condizioni di lavoro, di sicurezza, di igiene, di inquadramento assolutamente inadeguate ed a subire passivamente, perché reagire e protestare può determinare la perdita del lavoro.

La breccia aperta dai precedenti governi di centro sinistra, viene qui allargata fino alla totale liberalizzazione e subordinazione del lavoro di fronte alle esigenze del profitto.
Nei precedenti incontri che come delegate e delegati RSU abbiamo tenuto a Bologna lo scorso 1 dicembre ed a Milano l’ 11 gennaio abbiamo cercato di precisare una traccia di "piattaforma generale" mettendo al centro:

  • la riconquista di un riallineamento periodico e automatico delle retribuzioni e delle pensioni all'inflazione reale;
  • dare maggiore certezza all'occupazione, respingendo tutte le soluzioni di precarizzazione indicate nel "libro bianco" del Governo. Abbiamo invece bisogno di nuove rigidità, di contrastare il ricorso al lavoro precario e flessibile;
  • respingere l'attacco allo Statuto dei lavoratori, richiedendo invece l'estensione di questi diritti ai lavoratori precari ed alle aziende sotto i 15 dipendenti
  • respingere i nuovi interventi proposti dal Governo sulle pensioni; dobbiamo dire NO all’allungamento dell’età lavorativa e rilanciare la lotta per l’occupazione e la stabilità lavorativa;
  • difendere lo stato sociale, la sanità e l'istruzione pubblica richiedendo che si aumentino e rafforzino la quantità e la qualità dei servizi e delle prestazioni;
  • battersi per il ritiro della legge razzista Bossi-Fini, che introduce il contratto di soggiorno (assegnando di fatto ai padroni il potere di regolare i flussi migratori secondo le proprie esigenze di mercato e di profitto), e per l'estensione dei diritti a tutte e tutti, lavoratori/trici nativi/e  e migranti. 
  • chiedere l'immediato ritiro della decisione del Governo e della maggioranza parlamentare di partecipazione alla guerra. Siamo contro la guerra e gli obiettivi di egemonia territoriale, economica e politica che questa sottintende, siamo contro l’aumento delle spese militari ed un’economia di guerra finanziata con la riduzione dei salari e dello stato sociale. La guerra è sempre nemica dei lavoratori e delle lavoratrici.

C’è bisogno di maggiore democrazia e partecipazione, di una legge democratica sulla rappresentanza nei luoghi di lavoro. Occorre dare tutto il potere ai lavoratori per eleggere i loro rappresentanti eliminando, laddove sussiste, quel 33% di monopolio di rappresentanza alle organizzazioni sindacali “maggioritarie”, che godono così di una assurda e antidemocratica rendita di posizione.
Abbiamo bisogno come lavoratori e lavoratrici, come delegate e delegati eletti/e direttamente dai lavoratori, di contare di più.

Lo sciopero del 15 febbraio convocato unitariamente dal sindacalismo di base ha visto la partecipazione a Roma di oltre centomila lavoratori e lavoratrici del pubblico impiego e del settore privato, rendendo visibili i contenuti fondamentali della nostra piattaforma. Quella giornata ha mostrato ancora una volta che esiste una disponibilità alla lotta ed ha impedito che passasse il  segnale di smobilitazione voluto dai sindacati confederali con la firma del Protocollo d’intesa sui contratti del pubblico impiego e della scuola.

La decisione della  Cgil di proclamare lo sciopero generale per il 5 aprile, anche senza Cisl e Uil, è finalmente un passo nella giusta direzione.
Di fronte all’atteggiamento arrogante del  Governo e  della Confindustria non è possibile nessuna scelta che non sia la generalizzazione della lotta in difesa dei diritti più elementari dei lavoratori e delle lavoratrici.
Una lotta che può e deve essere vinta con una piattaforma antiliberista e anticoncertativa .
Uno sciopero generale quindi, contro il Governo e Confindustria e le loro politiche autoritarie e liberiste, con al centro la difesa dei diritti del mondo del lavoro, per il ritiro dei provvedimenti in materia di lavoro, fisco e previdenza e che dovrà essere terreno di incontro tra tutti i soggetti che si battono contro questa globalizzazione liberista.
Noi pensiamo che la lotta alla concertazione, contro i pericoli di deriva neocorporativa, debba partire dal basso e passare attraverso un maggiore ruolo dei lavoratori e delle lavoratrici, dei delegati e delle delegate.
Questo per noi, tra le altre cose, vuol dire:

  • avere piattaforme che sappiano rappresentare i bisogni che i lavoratori esprimono.
  • costruire luoghi e praticare forme di partecipazione democratica nella definizione e conduzione delle vertenze e delle lotte in controtendenza rispetto ai processi di burocratizzazione e centralizzazione verticistica.
  • garantire  senza “se” e “ma” il diritto a consultazioni vincolanti dei lavoratori e delle  lavoratrici sugli accordi: le decine di migliaia di firme raccolte dalle Fiom per un referendum vincolante sul contratto dei metalmeccanici hanno posto un problema ineludibile di democrazia. Questo deve valere anche per i dipendenti pubblici con il Protocollo d’Intesa del 5 febbraio e per il contratto dei chimici.

Per questo dobbiamo darci un modo di operare che non sia episodico.
Proponiamo quindi di dare più forza ad un Coordinamento nazionale delle delegate e dei delegati RSU. Un Coordinamento aperto a tutte le RSU nelle loro diverse sensibilità ed articolazioni sindacali e di categoria, per garantire la circolazione delle informazioni, dei contributi e la promozione delle iniziative.
Pensiamo che il Coordinamento debba avviare la costruzione di un Forum sindacale che affronti i temi del lavoro, che costituisca un luogo di confronto e di iniziativa dei vari soggetti sindacali che dialoghi con quella pluralità di espressioni presenti nel movimento.

Perché siamo e ci sentiamo interni al movimento che lotta contro la globalizzazione neoliberista  e la guerra e per un’altra globalizzazione: quella dei diritti e della solidarietà. Ci riconosciamo nel documento finale dei movimenti sociali adottato nel secondo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre. Molti/e di noi sono attivi/e nei Social Forum e nel movimento, molti/e di noi erano a Genova contro il G8 e a Roma contro la guerra e con i/le migranti. Alcuni/e di noi erano a Porto Alegre. Occorre che lo spirito di quelle mobilitazioni irrompa con forza anche nel movimento sindacale per aprire una nuova stagione di lotta sui luoghi di lavoro e nella società.


Le delegate e i delegati RSU che hanno promosso l’assemblea nazionale tenutasi a Milano lo scorso 11 gennaio fra cui:

Sveva Haertter           Rsu SIB   Roma
Felice  Mometti          Rsu Scuola –ITC Leno   Brescia
Massimo Vecchione    Rsu Forestale Provincia Torino
Paolo Sabatini           Rsu Videocolor  Frosinone
Luciano Muhlbauer    Rsu Regione Lombardia  Milano
Valerio Tradardi      Rsu Italtel Milano
Franco Lovascio       Rsu Inps Livorno
Antonio Merlino       Rsu Aeroporto Genova

Roberto Giuliani (RSU > Provincia di Roma)
Ettore Pelati (RSU Provincia di Roma)
Ettore Davoli (RSU INPDAP)
Maurizio Russo (RSU Ministero Finanze)
Tonino Cordeschi (RSU Policlinico Umberto I)
Federico Giusti (RSU Comune di Pisa)
Tore Urgeghe (RSU Comune di Sassari)
Marcello Barberini (delegazione sindacale unitaria atesia).