PENSIONI INTERVISTA – manifesto 25 novembre 1999

"I fondi, ombrello a rischio"

I rendimenti futuri sono incerti. Parla Pizzuti

- ALESSANDRA BARBERIS - ROMA

L' eterno tormentone, quello delle pensioni, è a una nuova puntata. Ma questa potrebbe essere quella decisiva. Alla prossima verifica dei conti, che Massimo D'Alema vuole fare quanto prima, senza aspettare la scadenza del 2001, potrebbero ricomparire sulla scena tagli e freni alla spesa, più o meno in linea con quelli già visti negli anni scorsi. Ma si potrebbe anche cambiare completamente registro, spingendo sull'acceleratore dei fondi pensione - passando per lo smobilizzo del Tfr - e poi programmando un progressivo restringimento della previdenza pubblica obbligatoria. La quota maggiore delle pensioni future potrebbe dunque essere quella "di mercato", mentre alla previdenza a ripartizione spetterebbe solo il compito di garantire uno zoccolo.

Più o meno questo sogna il ministro del tesoro Giuliano Amato. Abbiamo chiesto a Felice Roberto Pizzuti, docente di politica economica alla Sapienza di Roma e studioso della previdenza, di aiutarci a capire.

Cominciamo dall'inizio. Vanno davvero così male i conti della previdenza nonostante la riforma Dini del 1995?

Prima che fosse varata la legge 335, le previsioni indicavano una crescita del rapporto tra spesa pensionistica e prodotto interno lordo fino al 20-23%. Oggi le previsioni della ragioneria generale dello stato arrivano a un punto massimo, pari al 15,8% nel 2031 (contro il 14,2% attuale). C'è quindi una bella differenza tra le prospettive prima e dopo la riforma Dini. Naturalmente dobbiamo ragionare sulle previsioni, perché una riforma delle pensioni impiega necessariamente un certo numero di anni per andare a regime.

E la"gobba" ?

La "gobba" è quell'aumento di circa 1,5 punti percentuali che si dovrebbe avere da oggi al 2031. E' basata sull'ipotesi di una crescita del pil di un punto e mezzo di qui al 2050. Uno scenario possibile, che potrebbe però essere anche migliorato da ipotesi più ottimistiche - se il pil aumentasse di più la gobba potrebbe anche sparire.

Si tratta di vedere quale spazio c'è per un maggiore ottimismo, cioè per previsioni di un pil più brillante. E qui entra in scena la politica economica: negli anni passati - per motivi anche comprensibili come i vincoli di Masstricht - si è concentrata sul contenimento della spesa. Ma l'effetto collaterale è stata una frenata della crescita del pil. Raggiunto l'obiettivo europeo, se si accentuassero le politiche di crescita si potrebbe non solo migliorare l'occupazione, ma anche ridurre il problema delle pensioni.

Al di là del medio e lungo periodo, i conti previdenziali hanno attualmente l'acqua alla gola?

Anzitutto occorre dire che l'emergenza può essere creata proprio dagli annunci allarmistici. Nei conti di quest'anno le spese sono, anche se di poco, inferiori a quelli previste. Lo stesso vale per il numero delle pensioni di anzianità.

Incide ancora la confusione tra assistenza e previdenza? Sulla separazione delle due voci è stato fatto molto, qualcosa è rimasto da fare. Ma è senz'altro vero però che nei confronti europei ci sono delle anomalie statistiche che gonfiano le pensioni italiane. Anzitutto l'Eurostat considera "spesa previdenziale" anche gli accantonamenti per il Tfr delle imprese. Si tratta di una somma pari all'1,5% del pil italiano. Inoltre la spesa per pensioni italiana viene considerata al lordo delle ritenute fiscali: circa 40 mila miliardi, pari al 2% del pil. L'Italia risulta avere un rapporto previdenza/pil superiore di tre punti percentuali rispetto a quello della Germania. Ma basterebbe già eliminare queste due anomalie per riscendere al livello dei tedeschi o anche sotto.

La quota che va al fisco della spesa previdenziale - quei 40 mila miliardi - si presta poi a un'altra considerazione interessante. Il deficit della previdenza pubblica è di circa 29.000 miliardi all'anno. Perciò lo stato dà ai pensionati circa 10 mila miliardi in meno di quanto riceve dai contributi.Il ministro del tesoro ci assicura che i fondi pensione rendono il 4-5%, contro un l'1-2% della previdenza pubblica.

Dobbiamo lasciarci convincere?

Qui si parla di rendimenti futuri e nessuno può ragionevolmente promettere che i tassi di rendimento dei mercati finanziari saranno mediamente superiori a quelli di crescita del pil, addirittura di 2-3 punti. Anche nella proposta del premio nobel Modigliani - sostituzione completa del sistema a ripartizione con quello a capitalizzazione - è previsto che lo stato sia il garante ultimo dei rendimenti.

E' possibile che per 50-60 anni si realizzi una crescita dei rendimenti di mercato superiori al pil. Nei modelli di crescita si considera ragionevole che i rendimenti di mercato siano sul lungo periodo uguali alla crescita del pil, altrimenti si andrebbe incontro a squilibri del sistema difficili da gestire, con una redistribuzione del reddito tutta a favore delle rendite. Ragionando per assurdo, accettando cioè l'idea che i rendimenti finanziari crescano per un lungo periodo più del pil, si andrebbe inoltre incontro a un rigonfiamento della spesa pensionistica - intesa in questo caso come rendita finanziaria - rispetto all'andamento del prodotto interno lordo: proprio quello che si vuole evitare.

L'Inps registra una crescita enorme dell'esercito dei lavoratori parasubordinati. Mentre noi siamo qui a discutere della previdenza del futuro, il cambiamento sta già passando attraverso il mercato del lavoro, con l'aumento dei lavoratori a "previdenza ridotta" che versano poco e avranno una pensione esigua?

La riforma Dini non è sufficiente per affrontare questa espansione del lavoro "atipico", che non era stata prevista in questa misura. Questa nuova forma di lavoro rischia davvero di restare scoperta dall'attuale previdenza pubblica obbligatoria - anche quando il versamento salirà al 19% la pensione corrispondente sarà troppo bassa.

Ma non si può nemmeno pensare che il problema si risolva con il ricorso alle pensioni private, perché ciò aggraverebbe i redditi di persone che vivono già con elementi di precarietà. Credo che l'esigenza di garantire a questi lavoratori una pensione sia in qualche misura un interesse collettivo, e che perciò per il finanziamento si debba fare riferimento non solo ai reddti da lavoro ma anche a tutti gli altri redditi. E' un discorso con implicazioni politiche e culturali, ma credo che la vera sfida per la previdenza futura sia assicurare una pensione a questi lavoratori.